La pratica dell'aborto non è una conquista moderna. Lo è il fatto che
lo si possa fare legalmente. L'aborto è una pratica antica che c'è da
quando le donne sono in grado di regolare la propria vita in modo
consapevole. Per cui l'alternativa non sarebbe abortire o non abortire
ma abortire legalmente o illegalmente, perché le donne lo faranno
sempre e comunque. L'alternativa non è se l'aborto sia giusto e quindi
legale o ingiusto e quindi illegale. L'aborto è ingiusto. Ma è più
ingiusto imporre a un corpo di contenerne un altro e di dargli la
vita. E' una violenza che solo una donna può capire. La fonte di una
delle più grandi felicità diventa una tortura. La logica qui dunque
non è binaria, ma comparativa, come Aristotele diceva delle virtù. Cè
un più e meno del giusto. Il meno giusto qui è costringere le donne a
decidere della propria vita illegalmente. Il più giusto qui è
rispettare la decisione dolorosa che una donna prende su di sé.
Rivista diretta da Piera Mattei --- La rivista pone in primo piano la natura delle cose, la sua indagine, dal punto di vista della scienza, della poesia, della filosofia e dell'arte --- Direttore responsabile: Piera Mattei --- Superstripes Press
giovedì 14 febbraio 2008
giovedì 7 febbraio 2008
Piera Mattei ANCH'IO, NEL MERCOLEDI DELLE CENERI
anch'io, nel mercoledì delle ceneri
figlia di battezzati
al di qua mi trattengo
del vostro incredibile credo
anch'io sarò ebrea
per le vostre preghiere!
detentori di verità
pregherete voi oggi
anche per la mia conversione?
dalle spalle, dai globi oculari
dal cervello e le mani
strappo via quella pena
della vostra preghiera
l'ansia devota di voi santi credenti
per l'anima mia!
prego lasciatela senza
esclusa
dalla vostra insopportabile
onnipotenza
andate dunque
in pace
via
lontani
dagli sdegni miei
umani
Lucreziana 2008
Roma 6 febbraio, mercoledì delle ceneri 2008
figlia di battezzati
al di qua mi trattengo
del vostro incredibile credo
anch'io sarò ebrea
per le vostre preghiere!
detentori di verità
pregherete voi oggi
anche per la mia conversione?
dalle spalle, dai globi oculari
dal cervello e le mani
strappo via quella pena
della vostra preghiera
l'ansia devota di voi santi credenti
per l'anima mia!
prego lasciatela senza
esclusa
dalla vostra insopportabile
onnipotenza
andate dunque
in pace
via
lontani
dagli sdegni miei
umani
Lucreziana 2008
Roma 6 febbraio, mercoledì delle ceneri 2008
Flavia Zucco APPELLO DONNE E SCIENZA
Appello Associazione Donne e Scienza
I ripetuti e recenti attacchi alla 194, che fanno riferimento ad evidenze scientifiche, richiedono una chiarificazione di fondo, per quel che riguarda la scienza.
Almeno tre obiezioni vanno fatte:
1. La prima riguarda il consenso a che la scienza sia posta a fondamento dell'etica. Semplificando, la scienza ha a che fare con il vero ed ha carattere descrittivo ed esplicativo; l’etica ha a che fare con il giusto ed ha carattere normativo. Siamo di fronte a due concetti diversi, su cui varrebbe la pena di riflettere.
2. La seconda obiezione è inerente alla concezione che la scienza produce verità immutabili: è ormai noto a tutti che la scienza, nel suo progredire, può smentire precedenti dogmi, o produrre conoscenze che spostano completamente quei termini di riferimento, che si ritenevano ormai acquisiti.
3. La terza obiezione è quella di assecondare un riduzionismo scientifico, nei confronti della vita e della specie umana, che gli stessi scienziati si sono preoccupati più volte di condannare, in quanto nessuno di noi è riconducibile solo alle sue molecole od al suo essere biologico.
I neonatologi, certamente si trovano a tenere in vita feti sempre più precoci e le loro tecniche, in questa sfida, stanno migliorando enormemente. La domanda da porsi tuttavia, è se questi feti siano completamente formati ed in grado di vivere una vita autonoma (dal corpo materno o da una macchina). Di fatto no. Si pensa che, col progredire della coltura degli embrioni da un lato, e delle tecniche neonatologiche dall'altro, si potrà arrivare a coltivare il feto, passando dalla piastra di coltura per lo zigote, mano a mano a macchine più complesse, per gli stadi più avanzati dello sviluppo.
La vita biologica, intesa come divisione di cellule e loro specializzazione, è un continuum e quindi dire che un feto di 19 settimane è vivo è una ovvietà.
Esistono, però, delle tappe critiche che consistono nel compimento della formazione degli organi e della loro funzionalità, che devono avvenire nelle condizioni fisiologiche ottimali, perchè la vita umana della futura persona non sia gravemente compromessa.
Chiediamo quindi che si smetta di invocare la scienza, per rimestare le acque della politica intorno ad una legge, che rappresenta una conquista per una società civile.
Presidente
Associazione Donne e Scienza
Flavia Zucco
I ripetuti e recenti attacchi alla 194, che fanno riferimento ad evidenze scientifiche, richiedono una chiarificazione di fondo, per quel che riguarda la scienza.
Almeno tre obiezioni vanno fatte:
1. La prima riguarda il consenso a che la scienza sia posta a fondamento dell'etica. Semplificando, la scienza ha a che fare con il vero ed ha carattere descrittivo ed esplicativo; l’etica ha a che fare con il giusto ed ha carattere normativo. Siamo di fronte a due concetti diversi, su cui varrebbe la pena di riflettere.
2. La seconda obiezione è inerente alla concezione che la scienza produce verità immutabili: è ormai noto a tutti che la scienza, nel suo progredire, può smentire precedenti dogmi, o produrre conoscenze che spostano completamente quei termini di riferimento, che si ritenevano ormai acquisiti.
3. La terza obiezione è quella di assecondare un riduzionismo scientifico, nei confronti della vita e della specie umana, che gli stessi scienziati si sono preoccupati più volte di condannare, in quanto nessuno di noi è riconducibile solo alle sue molecole od al suo essere biologico.
I neonatologi, certamente si trovano a tenere in vita feti sempre più precoci e le loro tecniche, in questa sfida, stanno migliorando enormemente. La domanda da porsi tuttavia, è se questi feti siano completamente formati ed in grado di vivere una vita autonoma (dal corpo materno o da una macchina). Di fatto no. Si pensa che, col progredire della coltura degli embrioni da un lato, e delle tecniche neonatologiche dall'altro, si potrà arrivare a coltivare il feto, passando dalla piastra di coltura per lo zigote, mano a mano a macchine più complesse, per gli stadi più avanzati dello sviluppo.
La vita biologica, intesa come divisione di cellule e loro specializzazione, è un continuum e quindi dire che un feto di 19 settimane è vivo è una ovvietà.
Esistono, però, delle tappe critiche che consistono nel compimento della formazione degli organi e della loro funzionalità, che devono avvenire nelle condizioni fisiologiche ottimali, perchè la vita umana della futura persona non sia gravemente compromessa.
Chiediamo quindi che si smetta di invocare la scienza, per rimestare le acque della politica intorno ad una legge, che rappresenta una conquista per una società civile.
Presidente
Associazione Donne e Scienza
Flavia Zucco
lunedì 4 febbraio 2008
Piera Mattei FIERA DEL LIBRO DI TORINO
A proposito del boicottaggio anti-israeliano alla Fiera del Libro di Torino,
domande logiche e illogiche:
Cosa c'entra giudicare se sia giusta e condivisibile la politica di Israele? Il fatto è che a una fiera del libro non s'invitano i politici ma gli scrittori, e ogni scrittore dovrebbe pensare liberamente, non come il governo del suo paese.
Ricordo con fastidio il giorno che una storica tedesca, non una sprovveduta, si meravigliò molto del mio giudizio vivacemente negativo su Berlusconi e il governo da lui presieduto. Mi ribatté, convinta di trovarmi in palese contraddizione: "Ma allora perché l'avere votato?" Io non l'avevo votato, ma ugualmente non risultavo abbastanza convincente e coerente.
Così tanto la nostra immagine di cittadini e intellettuali viene compromessa dalla politica di chi ci governa, da far perdere la logica anche a persone intelligenti.
domande logiche e illogiche:
Cosa c'entra giudicare se sia giusta e condivisibile la politica di Israele? Il fatto è che a una fiera del libro non s'invitano i politici ma gli scrittori, e ogni scrittore dovrebbe pensare liberamente, non come il governo del suo paese.
Ricordo con fastidio il giorno che una storica tedesca, non una sprovveduta, si meravigliò molto del mio giudizio vivacemente negativo su Berlusconi e il governo da lui presieduto. Mi ribatté, convinta di trovarmi in palese contraddizione: "Ma allora perché l'avere votato?" Io non l'avevo votato, ma ugualmente non risultavo abbastanza convincente e coerente.
Così tanto la nostra immagine di cittadini e intellettuali viene compromessa dalla politica di chi ci governa, da far perdere la logica anche a persone intelligenti.
LETTERE
– Ringraziamo per la risposta (di caldo assenso o di blando dissenso) alla nostra interpellazione sul tema della laicità, tra gli altri:
Francesca De Carolis (giornalista e scrittrice), Francesco Costa (scrittore), Lucetta Frisa (scrittrice), Andrea Frova (fisico), Steven Grieco (poeta e traduttore), Silvia Morante (fisica), Agnese Manni (editore).
Francesca De Carolis (giornalista e scrittrice), Francesco Costa (scrittore), Lucetta Frisa (scrittrice), Andrea Frova (fisico), Steven Grieco (poeta e traduttore), Silvia Morante (fisica), Agnese Manni (editore).
venerdì 25 gennaio 2008
Alessandro Centinaro IL PUNTO DI VISTA
Sapere e verità
Il problema che si pone, ancora una volta rispetto ai rapporti che stiamo dibattendo, è quello del rapporto fra “sapere” e “verità”, e fra “ragione” e “tradizione”.
Per il Pontefice, quale depositario di immutabili princìpi della tradizione ecclesiale, non può esservi dubbio che il sapere non è fine in sé, ma strumento di Verità; neppure può esservi (per Lui) dubbio che la Verità non è un “quid in fieri”, un “work in progress”, derivando invece essa la sua essenza da una fonte che ne ha dettato una volta per tutte (per via di rivelazione) i fondamenti.
Qui è il nodo del problema, e qui si pone la questione su quale senso od utilità avrebbe mai potuto avere l’intervento del Pontefice (in quanto Pontefice) in quell’Ateneo.
Contrariamente all’assunto del Pontefice, va infatti detto che i sapienti, se li intendiamo come coloro che ricercano il sapere, non possono, nella loro ricerca, prescindere dal dubbio, che è motore della stessa ricerca e metodo di scelta fra le alternative conoscitive, tutte convalidabili o falsificabili attraverso il confronto fra percorsi argomentativi ed investigativi della logica, od attraverso verifiche sperimentali, ove si tratti “de rebus naturae”: il dubbio è dunque, per chi è alla ricerca del sapere, l’attrezzo fondamentale, come il martello per il fabbro o la bilancia per il mercante: in difetto di quello strumento conoscitivo che è dato dal dubbio, non ha senso parlare di ricerca della verità, poiché in tal caso la verità si intende già data, e dunque non v’è nulla da ricercare, ma solo da ricapitolare, o al massimo chiosare.
Se due sapienti, alla ricerca del vero, procedono per percorsi non coincidenti, un dialogo o confronto fra loro può aver senso solo a patto che ciascuno dei due sia disposto, nella prospettiva dialogica della ricerca speculativa, a mettere in gioco ed in discussione i presupposti del proprio rispettivo percorso.
Esemplificando in termini elementari, poniamo che due presocratici, amanti del sapere, e disposti al confronto critico e speculativo, discutano dell’essenza delle cose, sostenendo l’uno consistere essa nell’essere, l’altro nel divenire: l’uno e l’altro, se realmente vogliono interagire nello sforzo critico verso il vero, dovranno esser disposti ad accettare il punto di vista dell’interlocutore, ed a rinnegare il proprio, se attraverso il confronto (svoltosi con il mezzo condiviso della ragione speculativa ed inquisitrice) sia emersa la prevalenza di una ipotesi sull’altra.
Orbene, se un cristiano ed un non credente discutono su Cristo, il confronto può aver senso solo se il cristiano sia disposto (nella prospettiva del confronto) a mettere in dubbio la esistenza o essenza di Cristo, e se a sua volta il non credente sia disposto a porre in discussione la propria incredulità, accettando il Cristo, laddove il confronto si svolga, anche qui, avvalendosi di un metodo di ricerca e di confronto condiviso.
Il sapere filosofico occidentale è nato così, ed è andato avanti così: attraverso il dubbio ed attraverso la discussione; nelle scuole greco-romane non si insegnava che una cosa è bianca o nera, ma si addestravano i discenti a sostenere prima che una cosa è bianca, e poi che è nera: per l’apprendimento della tecnica del dubbio, e della ricerca attraverso la argomentazione speculativa e la verifica logica od empirica.
Siamo dunque pervenuti ad una prima, graduale conclusione (di tipo alternativo) riguardo agli interrogativi posti in premessa: o la verità è data (presupposta e/o rivelata), oppure essa non è data, ed allora va ricercata e conquistata.
Nel primo caso ha un senso molto limitato porre il problema del rapporto fra verità e sapere, poiché il secondo termine (il sapere) non può esser altro che eterna ricapitolazione o spiegazione o descrizione della verità già data.
A questo punto occorre fare una scelta, trattandosi di posizioni nettamente alternative, quindi inconciliabili.
Come ogni scelta umana, essa non può che dipendere da motivazioni umane.
E’ una scelta umanamente rispettabile quella di ancorarsi ad una verità teologica “data” una volta per tutte, qualunque ne sia la fonte di rivelazione, e quantunque la attendibilità di tale fonte non sia dimostrata, se non autoreferenzialmente; Blaise Pascal diceva che la fede è una “scommessa”, e nulla vi è di censurabile nello scommettere, tanto più che taluni scommettitori vincono (ancorché altri dilapidino tutto il proprio avere).
Ma se si fa ancoraggio su di una idea del divino basata su una rivelazione autoreferenziale, su una verità del divino che si assume discendente “ab alto”, ciò costituisce in effetti una scommessa, che non si può escludere che possa essere una scommessa vincente, come pure non si può escludere che sia ingenuo “credere” (che in latino vuol dire “dare a credito”) incuranti del fatto che il “credito” non sia garantito.
Il problema che stiamo esaminando, dunque, non si pone, in generale, per chi creda in una indeterminata ed invisibile realtà “trascendente” (in senso lato) la dimensione empirica, che può esser essa stessa (il “dio ignoto”) oggetto di ricerca “in interiore homine” e fra i segni del visibile (che potrebbe essere la punta dell’ “iceberg” del reale); il problema si pone invece per coloro i quali credono in una divinità che pretenda di esser “vera” in quanto “rivelata” una volta per tutte, e che sia portatrice di una Verità (sul divino, sul mondo, sull’uomo) che sia stata data attraverso un disvelamento “ab alto”, e che escluda e neghi ogni alternativa ipotesi sulla essenza delle cose, e sul loro essere trascendenti od immanenti.
A questo punto torniamo alle questioni di base: chi già possiede, od ha ricevuto, per via di rivelazione, la Verità, non abbisogna di alcun sapere, se non descrittivo, di quella Verità; chi ritiene di non possedere, o di non aver ricevuto, per via di rivelazione, quella od altra verità data, ha bisogno del sapere, perché il sapere stesso, nel suo naturale divenire, si identifica con la unica possibile verità, una verità “in fieri”, ossia una verità coincidente con il progredire relativo della storia umana, in consonanza con la natura della psiche umana, che è desiderante e diveniente.
Vero è che la idea del “divenire” non necessariamente coincide con quella di “progresso”, giacchè la stessa esperienza storica insegna che può esservi un divenire regredente rispetto a taluni punti di vista; vero è però anche il fatto che l’uomo, per sua costituzione bio-psicologica, è “naturaliter” proteso al cambiamento ed al divenire, come del resto l’intero mondo naturale, del quale l’uomo potrebbe definirsi il vertice consapevolmente diveniente.
Se l’uomo è dotato di braccia e di gambe, di apparato digerente e di apparato visivo, ecc., è naturale che usi tali organi ed apparati; se l’uomo è dotato di quell’organo che è la ragione, è naturale che la usi, ed è invece contro-natura che non ne faccia uso; se la ragione confligge con la “fede” (nel senso che la fede non è razionalmente giustificabile) è contro-natura aver fede in contrasto con la ragione, la quale invece è cosa ed organo naturale.
Peraltro neppure si può dire che la “bontà” o meno dei percorsi della ragione umana sia verificabile in base al fatto di essere essi o meno sedimentati in una Tradizione (come pare evincersi dal testo del Pontefice), posto che l’essersi per lungo sedimentata una consuetudine di convinzioni non è garanzia della loro aderenza alla ragione, che anzi procede spesso per salti e per rivoluzioni; del resto, se la tradizione fosse garanzia di attendibilità, un qualche eschimese potrebbe ben dire che il mondo nasce da una Grande Balena, visto che da tempo immemorabile, da quelle parti, si è magari inclini a crederlo; così pure paradossalmente si dovrebbe credere che il sole gira intorno alla terra solo perché una tradizione scritturale plurimillenaria lo insegnava (qui non pare fuor di luogo accennare alla mal rispolverata “questione” galileiana: vero è che Galileo non aveva prove definitive dell’assetto eliocentrico, vero però è anche che, ai nostri moderni occhi, non è ovviamente accettabile l’idea di un “processo penale” avente ad oggetto i modi di investigazione scientifica; la questione andava, caso mai, storicizzata, e non forzosamente riattualizzata, parlando assurdamente di “processo giusto e razionale”, in termini a-temporali ed in assoluto).
Fin qui non abbiamo fatto altro se non porre in semplice ordine logico (parliamo di logica umana, non potendo esser marziani) alcune considerazioni che crediamo siano di solare evidenza.
A questo punto, però, tirando le fila del discorso (che prende le mosse dal mancato appuntamento del Pontefice con l’Ateneo romano), crediamo di poter affermare quanto segue, pur senza alcuna pretesa di affiggere alcunché sui battenti della cattedrale di Wittenberg:
1) vero è che il Pontefice era stato ufficialmente invitato dalle autorità accademiche, e che, pertanto, è stato forse fuori luogo, da parte di taluni docenti (lasciamo stare i discenti) dar vita ad una imbarazzante protesta.
2) altrettanto vero è, però, il fatto che non si capisce a che titolo, e con quale utilità, il Sommo Pontefice sarebbe andato a tenere una allocuzione magistrale presso la Università romana: se vi fosse stato invitato in qualità di docente di filosofia, come a Ratisbona, la cosa sarebbe stata sensata, poiché, in veste di filosofo, egli avrebbe potuto, al pari di ogni altro filosofo, mettersi in gioco ed in discussione nel confronto dialettico, secondo i moduli già sopra evidenziati; ma, andandovi in veste di Pontefice, depositario di una Verità rivelata ed immutabile nei suoi princìpi, non avrebbe potuto mettere in discussione nulla, e l’incontro non avrebbe dunque potuto avere gran senso, posto che l’Università è invece, da sempre, sin dal medioevo, il tempio del libero, ricercante e diveniente sapere, il luogo ove si discute, ed ove si mettono in gioco ed in discussione tutti i principi (oltre che i prìncipi).
Il giorno in cui il Sommo Pontefice sarà disponibile (come filosofo qual egli ricorda spesso di essere) a mettere pubblicamente in discussione persino la resurrezione di Cristo, discutendone da filosofo, e non da custode del sigillo di Pietro, ebbene, che egli ben venga in qualunque contesto del sapere non-ecclesiale; potrebbe forse convincere tutti, o forse nessuno, ma almeno rivitalizzerebbe un certo spirito del cristianesimo delle origini, quando i padri della chiesa (che non potevano allora contare sulle vocianti moltitudini preconfezionate a mezzo pullmann e sui miracolanti Padre-Pii) dovevano confrontarsi pubblicamente con politeisti, manichei, zoroastristi, donatisti, gnostici, mitraisti, circoncellioni, ecc., ossia con tutto il Pantheon (e con tutto lo “a-theion”) di quella tarda romanità che, per quanto decadente e corrotta, aveva ancora vivo quel senso e quel gusto della discussione e della critica speculativa che ha da allora (pur con successive cadute) animato la civiltà dell’Occidente.
Alessandro Centinaro
scrittore
Il problema che si pone, ancora una volta rispetto ai rapporti che stiamo dibattendo, è quello del rapporto fra “sapere” e “verità”, e fra “ragione” e “tradizione”.
Per il Pontefice, quale depositario di immutabili princìpi della tradizione ecclesiale, non può esservi dubbio che il sapere non è fine in sé, ma strumento di Verità; neppure può esservi (per Lui) dubbio che la Verità non è un “quid in fieri”, un “work in progress”, derivando invece essa la sua essenza da una fonte che ne ha dettato una volta per tutte (per via di rivelazione) i fondamenti.
Qui è il nodo del problema, e qui si pone la questione su quale senso od utilità avrebbe mai potuto avere l’intervento del Pontefice (in quanto Pontefice) in quell’Ateneo.
Contrariamente all’assunto del Pontefice, va infatti detto che i sapienti, se li intendiamo come coloro che ricercano il sapere, non possono, nella loro ricerca, prescindere dal dubbio, che è motore della stessa ricerca e metodo di scelta fra le alternative conoscitive, tutte convalidabili o falsificabili attraverso il confronto fra percorsi argomentativi ed investigativi della logica, od attraverso verifiche sperimentali, ove si tratti “de rebus naturae”: il dubbio è dunque, per chi è alla ricerca del sapere, l’attrezzo fondamentale, come il martello per il fabbro o la bilancia per il mercante: in difetto di quello strumento conoscitivo che è dato dal dubbio, non ha senso parlare di ricerca della verità, poiché in tal caso la verità si intende già data, e dunque non v’è nulla da ricercare, ma solo da ricapitolare, o al massimo chiosare.
Se due sapienti, alla ricerca del vero, procedono per percorsi non coincidenti, un dialogo o confronto fra loro può aver senso solo a patto che ciascuno dei due sia disposto, nella prospettiva dialogica della ricerca speculativa, a mettere in gioco ed in discussione i presupposti del proprio rispettivo percorso.
Esemplificando in termini elementari, poniamo che due presocratici, amanti del sapere, e disposti al confronto critico e speculativo, discutano dell’essenza delle cose, sostenendo l’uno consistere essa nell’essere, l’altro nel divenire: l’uno e l’altro, se realmente vogliono interagire nello sforzo critico verso il vero, dovranno esser disposti ad accettare il punto di vista dell’interlocutore, ed a rinnegare il proprio, se attraverso il confronto (svoltosi con il mezzo condiviso della ragione speculativa ed inquisitrice) sia emersa la prevalenza di una ipotesi sull’altra.
Orbene, se un cristiano ed un non credente discutono su Cristo, il confronto può aver senso solo se il cristiano sia disposto (nella prospettiva del confronto) a mettere in dubbio la esistenza o essenza di Cristo, e se a sua volta il non credente sia disposto a porre in discussione la propria incredulità, accettando il Cristo, laddove il confronto si svolga, anche qui, avvalendosi di un metodo di ricerca e di confronto condiviso.
Il sapere filosofico occidentale è nato così, ed è andato avanti così: attraverso il dubbio ed attraverso la discussione; nelle scuole greco-romane non si insegnava che una cosa è bianca o nera, ma si addestravano i discenti a sostenere prima che una cosa è bianca, e poi che è nera: per l’apprendimento della tecnica del dubbio, e della ricerca attraverso la argomentazione speculativa e la verifica logica od empirica.
Siamo dunque pervenuti ad una prima, graduale conclusione (di tipo alternativo) riguardo agli interrogativi posti in premessa: o la verità è data (presupposta e/o rivelata), oppure essa non è data, ed allora va ricercata e conquistata.
Nel primo caso ha un senso molto limitato porre il problema del rapporto fra verità e sapere, poiché il secondo termine (il sapere) non può esser altro che eterna ricapitolazione o spiegazione o descrizione della verità già data.
A questo punto occorre fare una scelta, trattandosi di posizioni nettamente alternative, quindi inconciliabili.
Come ogni scelta umana, essa non può che dipendere da motivazioni umane.
E’ una scelta umanamente rispettabile quella di ancorarsi ad una verità teologica “data” una volta per tutte, qualunque ne sia la fonte di rivelazione, e quantunque la attendibilità di tale fonte non sia dimostrata, se non autoreferenzialmente; Blaise Pascal diceva che la fede è una “scommessa”, e nulla vi è di censurabile nello scommettere, tanto più che taluni scommettitori vincono (ancorché altri dilapidino tutto il proprio avere).
Ma se si fa ancoraggio su di una idea del divino basata su una rivelazione autoreferenziale, su una verità del divino che si assume discendente “ab alto”, ciò costituisce in effetti una scommessa, che non si può escludere che possa essere una scommessa vincente, come pure non si può escludere che sia ingenuo “credere” (che in latino vuol dire “dare a credito”) incuranti del fatto che il “credito” non sia garantito.
Il problema che stiamo esaminando, dunque, non si pone, in generale, per chi creda in una indeterminata ed invisibile realtà “trascendente” (in senso lato) la dimensione empirica, che può esser essa stessa (il “dio ignoto”) oggetto di ricerca “in interiore homine” e fra i segni del visibile (che potrebbe essere la punta dell’ “iceberg” del reale); il problema si pone invece per coloro i quali credono in una divinità che pretenda di esser “vera” in quanto “rivelata” una volta per tutte, e che sia portatrice di una Verità (sul divino, sul mondo, sull’uomo) che sia stata data attraverso un disvelamento “ab alto”, e che escluda e neghi ogni alternativa ipotesi sulla essenza delle cose, e sul loro essere trascendenti od immanenti.
A questo punto torniamo alle questioni di base: chi già possiede, od ha ricevuto, per via di rivelazione, la Verità, non abbisogna di alcun sapere, se non descrittivo, di quella Verità; chi ritiene di non possedere, o di non aver ricevuto, per via di rivelazione, quella od altra verità data, ha bisogno del sapere, perché il sapere stesso, nel suo naturale divenire, si identifica con la unica possibile verità, una verità “in fieri”, ossia una verità coincidente con il progredire relativo della storia umana, in consonanza con la natura della psiche umana, che è desiderante e diveniente.
Vero è che la idea del “divenire” non necessariamente coincide con quella di “progresso”, giacchè la stessa esperienza storica insegna che può esservi un divenire regredente rispetto a taluni punti di vista; vero è però anche il fatto che l’uomo, per sua costituzione bio-psicologica, è “naturaliter” proteso al cambiamento ed al divenire, come del resto l’intero mondo naturale, del quale l’uomo potrebbe definirsi il vertice consapevolmente diveniente.
Se l’uomo è dotato di braccia e di gambe, di apparato digerente e di apparato visivo, ecc., è naturale che usi tali organi ed apparati; se l’uomo è dotato di quell’organo che è la ragione, è naturale che la usi, ed è invece contro-natura che non ne faccia uso; se la ragione confligge con la “fede” (nel senso che la fede non è razionalmente giustificabile) è contro-natura aver fede in contrasto con la ragione, la quale invece è cosa ed organo naturale.
Peraltro neppure si può dire che la “bontà” o meno dei percorsi della ragione umana sia verificabile in base al fatto di essere essi o meno sedimentati in una Tradizione (come pare evincersi dal testo del Pontefice), posto che l’essersi per lungo sedimentata una consuetudine di convinzioni non è garanzia della loro aderenza alla ragione, che anzi procede spesso per salti e per rivoluzioni; del resto, se la tradizione fosse garanzia di attendibilità, un qualche eschimese potrebbe ben dire che il mondo nasce da una Grande Balena, visto che da tempo immemorabile, da quelle parti, si è magari inclini a crederlo; così pure paradossalmente si dovrebbe credere che il sole gira intorno alla terra solo perché una tradizione scritturale plurimillenaria lo insegnava (qui non pare fuor di luogo accennare alla mal rispolverata “questione” galileiana: vero è che Galileo non aveva prove definitive dell’assetto eliocentrico, vero però è anche che, ai nostri moderni occhi, non è ovviamente accettabile l’idea di un “processo penale” avente ad oggetto i modi di investigazione scientifica; la questione andava, caso mai, storicizzata, e non forzosamente riattualizzata, parlando assurdamente di “processo giusto e razionale”, in termini a-temporali ed in assoluto).
Fin qui non abbiamo fatto altro se non porre in semplice ordine logico (parliamo di logica umana, non potendo esser marziani) alcune considerazioni che crediamo siano di solare evidenza.
A questo punto, però, tirando le fila del discorso (che prende le mosse dal mancato appuntamento del Pontefice con l’Ateneo romano), crediamo di poter affermare quanto segue, pur senza alcuna pretesa di affiggere alcunché sui battenti della cattedrale di Wittenberg:
1) vero è che il Pontefice era stato ufficialmente invitato dalle autorità accademiche, e che, pertanto, è stato forse fuori luogo, da parte di taluni docenti (lasciamo stare i discenti) dar vita ad una imbarazzante protesta.
2) altrettanto vero è, però, il fatto che non si capisce a che titolo, e con quale utilità, il Sommo Pontefice sarebbe andato a tenere una allocuzione magistrale presso la Università romana: se vi fosse stato invitato in qualità di docente di filosofia, come a Ratisbona, la cosa sarebbe stata sensata, poiché, in veste di filosofo, egli avrebbe potuto, al pari di ogni altro filosofo, mettersi in gioco ed in discussione nel confronto dialettico, secondo i moduli già sopra evidenziati; ma, andandovi in veste di Pontefice, depositario di una Verità rivelata ed immutabile nei suoi princìpi, non avrebbe potuto mettere in discussione nulla, e l’incontro non avrebbe dunque potuto avere gran senso, posto che l’Università è invece, da sempre, sin dal medioevo, il tempio del libero, ricercante e diveniente sapere, il luogo ove si discute, ed ove si mettono in gioco ed in discussione tutti i principi (oltre che i prìncipi).
Il giorno in cui il Sommo Pontefice sarà disponibile (come filosofo qual egli ricorda spesso di essere) a mettere pubblicamente in discussione persino la resurrezione di Cristo, discutendone da filosofo, e non da custode del sigillo di Pietro, ebbene, che egli ben venga in qualunque contesto del sapere non-ecclesiale; potrebbe forse convincere tutti, o forse nessuno, ma almeno rivitalizzerebbe un certo spirito del cristianesimo delle origini, quando i padri della chiesa (che non potevano allora contare sulle vocianti moltitudini preconfezionate a mezzo pullmann e sui miracolanti Padre-Pii) dovevano confrontarsi pubblicamente con politeisti, manichei, zoroastristi, donatisti, gnostici, mitraisti, circoncellioni, ecc., ossia con tutto il Pantheon (e con tutto lo “a-theion”) di quella tarda romanità che, per quanto decadente e corrotta, aveva ancora vivo quel senso e quel gusto della discussione e della critica speculativa che ha da allora (pur con successive cadute) animato la civiltà dell’Occidente.
Alessandro Centinaro
scrittore
mercoledì 23 gennaio 2008
LETTERE
DA PERUGIA
Sono un ricercatore dell'Università di Perugia e, da ricercatore, cerco di stare ai dati in questa strana vicenda dell'invito del Papa alla Sapienza. Faccio, quindi, una breve sintesi dei fatti (almeno come io li ho appresi dalla stampa) nella loro sequenza temporale e pongo qualche domanda: Un gruppo di professori della Sapienza invia al Rettore una lettera in cui viene “auspicato” che “l'incongruo evento dell'invito del papa per l'inaugurazione dell'anno accademico possa ancora essere annullato”. E’ questo un atto illegittimo, intollerante, inopportuno o comunque di una gravità tale da suscitare le conseguenze che abbiamo visto? Non mi pare! Si potrebbe obiettare che la lettera incriminata, di per sè legittima, è stata inopportuna o ingenua in quanto ha innescato una serie di reazioni a catena di grande portata. In tal caso, tuttavia, la lettera avrebbe fornito soltanto la cosiddetta “energia di attivazione” a delle reazioni che erano pronte ad evolversi spontaneamente e che hanno cause ben più vaste e remote che non una lettera di “auspicio” di pochi docenti. Se è lecito, si potrebbe addirittura ipotizzare che le "reazioni" non aspettavano altro che un minimo di energia di attivazione per innescarsi e compiersi con le modalità esplosive che abbiamo avuto modo di osservare. Alcuni gruppi di studenti hanno iniziato contestazioni rumorose e goliardiche contro la visita del Papa. Queste sono assolutamente da condannare e, a quanto mi risulta, alcuni dei firmatari lo hanno fatto. Dovevano questi dissociarsi tutti in gruppo? Forse sì, ma la cosa è quanto meno opinabile. Un'altra domanda è se ci sia un rapporto di causa-effetto tra la lettera e le contestazioni studentesche oppure se queste ultime ci sarebbero state comunque, anche se la lettera non fosse stata inviata. A questa domanda non saprei rispondere e in ogni caso, come dicevo, la causa remota di tutta la vicenda, incluse le contestazioni, non è certo la lettera dei docenti. Vista la situazione, il Papa declina l’invito del Rettore, scatenando l’ira universale di politici, di destra e di sinistra, della stampa e anche, ahinoi, di parte del mondo accademico e degli intellettuali laici, oltre che, ovviamente, delle gerarchie ecclesiastiche. Ma le modalità con cui i professori hanno manifestato il loro dissenso mi sembrano appropriate. Pretendere il silenzio da parte dei ricercatori sarebbe, questo sì, un grave atto di censura.
Angelo Peccerillo del Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Perugia
DA ROMA
Trovo alquanto deprecabile questo incidente che con molto ottimismo potremmo definire “diplomatico” tra Santa Sede e Università della Sapienza. Così come mi sembra approssimativo (in entrambe le accezioni, difetto ed eccesso) definire laico tutto ciò che abbia a che fare con la scienza, anche quella linguistica chiamata poesia o, diciamo, più estesamente, con l’arte. Potrebbe darsi che alla fine, il pensiero scientifico finisca col trovarsi davanti il portone del pensiero teologico. Non c’è dato prevederlo e non è detto avvenga. Ma perché il pensiero, per sua natura omnicomprensivo, non può ammettere che una forma religiosa contenga in sé almeno una ragionevole parte di laicità? Qualsiasi termine, ridotto a strettoia, comporta una visione umana e troppo umana, quindi limitativa, del sapere stesso. Comunque sia, penso che il problema risieda altrove, penso che sia un fatto puramente formale. La simbologia estesa non è digeribile. E’ un ossimoro. In un ambito di cultura tout-court, quale è quella universitaria, ogni simbologia (anche quella immanente, vedi potere militare) è inopportuna. Sarebbe come voler infilare trascendenza in un database. Non si dovrebbero mai confondere i mestieri. L’equivoco o errore è partito, a mio giudizio, dal Rettore dell’ Università che non doveva invitare, all’inaugurazione dell’Anno Accademico, l’Anima, quella poi, soltanto, più globalmente riconosciuta. Mondo dunque, e non Vaticano. Premi Nobel, questi sì, nazionali e internazionali della scienza, della letteratura, della pace e così via. Culturalmente rappresentativi, e almeno testimonianze adeguate dell'Anima vera della Sapienza.
Cristina Annino, scrittrice
DA CATANIA
Credo che la reazione di rifiuto dei laici verso il Papa, nel contesto di un evento prettamente accademico, rappresenti un fenomeno interessante, una presa di coscienza notevole per un riscatto dal potere condizionante della Chiesa.
E' ora di cominciare a ribadirla la "sacrosanta" laicità dello stato. E non mi dicano che si tratta di inciviltà o di forme di intolleranza - si tratta semplicemente di senso della convenienza. Avere il Papa a quell'apertura di anno accademico avrebbe significato tornare a uccidere Bruno e Galilei una seconda volta.
Luigi La Rosa, scrittore
Sono un ricercatore dell'Università di Perugia e, da ricercatore, cerco di stare ai dati in questa strana vicenda dell'invito del Papa alla Sapienza. Faccio, quindi, una breve sintesi dei fatti (almeno come io li ho appresi dalla stampa) nella loro sequenza temporale e pongo qualche domanda: Un gruppo di professori della Sapienza invia al Rettore una lettera in cui viene “auspicato” che “l'incongruo evento dell'invito del papa per l'inaugurazione dell'anno accademico possa ancora essere annullato”. E’ questo un atto illegittimo, intollerante, inopportuno o comunque di una gravità tale da suscitare le conseguenze che abbiamo visto? Non mi pare! Si potrebbe obiettare che la lettera incriminata, di per sè legittima, è stata inopportuna o ingenua in quanto ha innescato una serie di reazioni a catena di grande portata. In tal caso, tuttavia, la lettera avrebbe fornito soltanto la cosiddetta “energia di attivazione” a delle reazioni che erano pronte ad evolversi spontaneamente e che hanno cause ben più vaste e remote che non una lettera di “auspicio” di pochi docenti. Se è lecito, si potrebbe addirittura ipotizzare che le "reazioni" non aspettavano altro che un minimo di energia di attivazione per innescarsi e compiersi con le modalità esplosive che abbiamo avuto modo di osservare. Alcuni gruppi di studenti hanno iniziato contestazioni rumorose e goliardiche contro la visita del Papa. Queste sono assolutamente da condannare e, a quanto mi risulta, alcuni dei firmatari lo hanno fatto. Dovevano questi dissociarsi tutti in gruppo? Forse sì, ma la cosa è quanto meno opinabile. Un'altra domanda è se ci sia un rapporto di causa-effetto tra la lettera e le contestazioni studentesche oppure se queste ultime ci sarebbero state comunque, anche se la lettera non fosse stata inviata. A questa domanda non saprei rispondere e in ogni caso, come dicevo, la causa remota di tutta la vicenda, incluse le contestazioni, non è certo la lettera dei docenti. Vista la situazione, il Papa declina l’invito del Rettore, scatenando l’ira universale di politici, di destra e di sinistra, della stampa e anche, ahinoi, di parte del mondo accademico e degli intellettuali laici, oltre che, ovviamente, delle gerarchie ecclesiastiche. Ma le modalità con cui i professori hanno manifestato il loro dissenso mi sembrano appropriate. Pretendere il silenzio da parte dei ricercatori sarebbe, questo sì, un grave atto di censura.
Angelo Peccerillo del Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Perugia
DA ROMA
Trovo alquanto deprecabile questo incidente che con molto ottimismo potremmo definire “diplomatico” tra Santa Sede e Università della Sapienza. Così come mi sembra approssimativo (in entrambe le accezioni, difetto ed eccesso) definire laico tutto ciò che abbia a che fare con la scienza, anche quella linguistica chiamata poesia o, diciamo, più estesamente, con l’arte. Potrebbe darsi che alla fine, il pensiero scientifico finisca col trovarsi davanti il portone del pensiero teologico. Non c’è dato prevederlo e non è detto avvenga. Ma perché il pensiero, per sua natura omnicomprensivo, non può ammettere che una forma religiosa contenga in sé almeno una ragionevole parte di laicità? Qualsiasi termine, ridotto a strettoia, comporta una visione umana e troppo umana, quindi limitativa, del sapere stesso. Comunque sia, penso che il problema risieda altrove, penso che sia un fatto puramente formale. La simbologia estesa non è digeribile. E’ un ossimoro. In un ambito di cultura tout-court, quale è quella universitaria, ogni simbologia (anche quella immanente, vedi potere militare) è inopportuna. Sarebbe come voler infilare trascendenza in un database. Non si dovrebbero mai confondere i mestieri. L’equivoco o errore è partito, a mio giudizio, dal Rettore dell’ Università che non doveva invitare, all’inaugurazione dell’Anno Accademico, l’Anima, quella poi, soltanto, più globalmente riconosciuta. Mondo dunque, e non Vaticano. Premi Nobel, questi sì, nazionali e internazionali della scienza, della letteratura, della pace e così via. Culturalmente rappresentativi, e almeno testimonianze adeguate dell'Anima vera della Sapienza.
Cristina Annino, scrittrice
DA CATANIA
Credo che la reazione di rifiuto dei laici verso il Papa, nel contesto di un evento prettamente accademico, rappresenti un fenomeno interessante, una presa di coscienza notevole per un riscatto dal potere condizionante della Chiesa.
E' ora di cominciare a ribadirla la "sacrosanta" laicità dello stato. E non mi dicano che si tratta di inciviltà o di forme di intolleranza - si tratta semplicemente di senso della convenienza. Avere il Papa a quell'apertura di anno accademico avrebbe significato tornare a uccidere Bruno e Galilei una seconda volta.
Luigi La Rosa, scrittore
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