Avevamo aperto questa rivista lo scorso gennaio, protagonisti i professori della facoltà di Fisica della Sapienza. Nonostante solo pochi mesi siano trascorsi, forse non sarà inutile ricordare: avevano firmato una lettera di protesta al rettore, per difendere l'inaugurazione dell'anno accademico da inopportune sovraesposizioni mediatiche e dall' intromissione del Papa. Per questo furono attaccati da ogni lato, persino – e Lucreziana lo notò con rincrescimento e un'ombra di sdegno – da illustri colleghi di altre facoltà.
Da allora molte cose sono cambiate e quel che molti temevano è avvenuto: il ritorno al governo di una classe politica che di fronte alla parola cultura fa smorfie, arriccia il naso e, concretamente poi, taglia i fondi all'Università e alla scuola. Anche di recente, esponenti di spicco del governo hanno colto l'occasione per difendere e elogiare le veline, loro sì!, contro i detrattori, gli "snob", "gli arroganti" esponenti della cultura.
Tuttavia i professori della facoltà di Fisica della Sapienza non sono scomparsi. Tornano a far discutere, a occupare le pagine dei giornali perché hanno rischiato, in due, ma per ricerche diverse, di vedersi aggiudicato il Nobel. Uno si chiama Giovanni Jona Lasinio ed è cofirmatario col giapponese Joichiro Nambu di un articolo scritto a Chicago nel 1961 per la scoperta del meccanismo di rottura spontanea della simmetria nella fisica subatomica. L'altro è Nicola Cabibbo: infatti è universalmente noto che la formula di fisica (il CKM mixing) per cui sono stati premiati "solo" i due scienziati giapponesi Kobayashi e Maskawa porta "anche" il il suo nome.
Lucreziana qui s'interroga sul motivo per cui gli scienziati italiani sono stati tenuti fuori dal premio. Si è voluto, per motivi pratici evitare di dividere il premio tra due nazioni? ovvero la pessima immagine dell'Italia si è ripercossa sulla scelta svedese, e proprio loro, i fisici da Nobel, ne hanno pagato il prezzo?
Rivista diretta da Piera Mattei --- La rivista pone in primo piano la natura delle cose, la sua indagine, dal punto di vista della scienza, della poesia, della filosofia e dell'arte --- Direttore responsabile: Piera Mattei --- Superstripes Press
domenica 12 ottobre 2008
lunedì 6 ottobre 2008
Alessandro Centinaro-LA RAGIONERIA DEL SESSO
LA RAGIONERIA DEL SESSO
Papa Benedetto XVI è tornato sull’argomento della contraccezione, ribadendo con forza il punto di vista ecclesiale secondo cui l’uso degli strumenti contraccettivi è moralmente illecito e peccaminoso, ritenendo che non si possa “esporre all’arbitrio degli uomini la missione di generare la vita”, e che l’atto sessuale sia lecito unicamente se finalizzato alla procreazione: in tale ottica si è pure ribadito che l’unica forma lecita di controllo delle nascite è il cosiddetto “metodo Ogino-Knaus”, ossia la osservazione dei periodi di fertilità della donna (quindi la astensione dal coito durante i periodi di fertilità, e la pratica dei coito nei periodi di non fertilità).
Bene, ogni dottrina – compresa quella tradizionalistica sopra richiamata- è meritevole di rispetto; tuttavia crediamo che l’intelligenza umana dovrebbe sempre ed almeno esser rispettosa di sé stessa, e degli elementari principi logici che la governano, se è vero che l’intelletto umano è un “riflesso” di quello divino, cosicchè ogni ragionamento viziato da intima contraddizione logica dovrebbe considerarsi una offesa a quella “fonte” soprannaturale dell’umano intelligere: fatta tale premessa, è assai facile dimostrare che il proibire, da un lato, gli strumenti contraccettivi, e consentire, dall’altro, il cosiddetto “metodo Ogino Knaus” (osservazione dei periodi di fertilità della donna, ed esercizio della sessualità limitatamente a tali periodi) è frutto di un percorso contraddittorio sia logicamente che moralmente.
Il principio, riaffermato dalla dottrina ecclesiale, è che sia “male” perseguire il sesso come fine a sé stesso, e quindi praticare il sesso non finalizzato alla procreazione, poiché il sesso sarebbe, moralmente e naturalmente, solo il tramite per la propagazione del dono della vita; orbene, non occorre scomodare alcun filosofo per capire una verità elementare, ossia che chi pratica il metodo “Ogino-Knaus” (pratica del coito limitata ai periodi di non fertilità della donna) altro non fa che un puntiglioso ed egoistico calcolo da ragioniere, finalizzato unicamente a godersi la libidine del coito, accuratamente evitando- e così causalmente impedendo- di far seguire, a tale piacere, il doveroso frutto della procreazione.
I filosofi, non meno dei giuristi, hanno sempre saputo che dal punto di vista della causalità e della responsabilità, una condotta causalmente “omissiva” equivale in tutto e per tutto ad una condotta causalmente “commissiva”.
Chi usa uno strumento “fisicamente” contraccettivo, quale un normale profilattico, interpone, fra il flusso seminale ed il suo naturale alveo di affluenza, un diaframma di lattice, ossia interpone, fra la libidine del coito e la procreazione, una barriera per così dire “idraulica”; chi pratica il metodo “Ogino Knaus” non interpone, rispetto al fine procreativo, una barriera “fisica” o “idraulica”, bensì interpone un altro tipo di barriera, la “premeditata” barriera di un calcolo statistico e ragionieristico, il cui scopo è però pur sempre quello di assicurarsi un piacere sessuale “puro” e fine a sé stesso, il coito per il coito, preordinando la elusione della procreazione: in entrambi i casi, e con entrambi i metodi (il lattice o il calcolo) vi è una “colpevole” e deliberata dispersione del “bonum seminale” (un dono che sarebbe stato concesso all’uomo non per il suo piacere, ma per il dovere di procreare), con l’unica differenza che chi pratica il metodo “Ogino-Knaus” potrebbe esser forse moralmente più colpevole, avendo, di solito, “premeditato” (con una paziente e prolungato “monitoraggio” dei periodi di non fertilità) un atto sessuale elusivo della procreazione, laddove invece l’utente del lattice potrebbe, chissà, aver ceduto ad un impulso occasionale, non premeditato!
Insomma, si al ragioniere, no all’idraulico: l’assurdo, si sa, sconfina sovente nel comico.
Varrebbe forse la pena di approfondire un po’ meglio la riflessione sul rapporto dell’individuo umano con il bene (e con i beni) della vita; vero è (dal punto di vista sia del credente che del laico) che la vita “passa” attraverso l’individuo umano, che ne è – per natura – custode in nome dell’umanità, la quale deve conservarsi e proiettarsi nell’avvenire; vero è anche che stiamo parlando della vita “umana”, nel cui orizzonte spirituale (riflesso, dicono i credenti, del divino intelletto) la bellezza (cui la umana “libido” appartiene “naturaliter”) è anche valore in sé e fine in sè, in quanto intellegibile evocazione e tensione al “senso” dell’universo nel suo essere e divenire: ragionare diversamente (considerando la “libido” umana non come varco spirituale alla bellezza ma come mera e brutale spinta istintuale meccanicamente ordinata alla riproduzione) ci dovrebbe indurre, coerentemente, a concepirci solo come bovini da allevamento e riproduzione (con tutto il rispetto per i sereni animali).
Papa Benedetto XVI è tornato sull’argomento della contraccezione, ribadendo con forza il punto di vista ecclesiale secondo cui l’uso degli strumenti contraccettivi è moralmente illecito e peccaminoso, ritenendo che non si possa “esporre all’arbitrio degli uomini la missione di generare la vita”, e che l’atto sessuale sia lecito unicamente se finalizzato alla procreazione: in tale ottica si è pure ribadito che l’unica forma lecita di controllo delle nascite è il cosiddetto “metodo Ogino-Knaus”, ossia la osservazione dei periodi di fertilità della donna (quindi la astensione dal coito durante i periodi di fertilità, e la pratica dei coito nei periodi di non fertilità).
Bene, ogni dottrina – compresa quella tradizionalistica sopra richiamata- è meritevole di rispetto; tuttavia crediamo che l’intelligenza umana dovrebbe sempre ed almeno esser rispettosa di sé stessa, e degli elementari principi logici che la governano, se è vero che l’intelletto umano è un “riflesso” di quello divino, cosicchè ogni ragionamento viziato da intima contraddizione logica dovrebbe considerarsi una offesa a quella “fonte” soprannaturale dell’umano intelligere: fatta tale premessa, è assai facile dimostrare che il proibire, da un lato, gli strumenti contraccettivi, e consentire, dall’altro, il cosiddetto “metodo Ogino Knaus” (osservazione dei periodi di fertilità della donna, ed esercizio della sessualità limitatamente a tali periodi) è frutto di un percorso contraddittorio sia logicamente che moralmente.
Il principio, riaffermato dalla dottrina ecclesiale, è che sia “male” perseguire il sesso come fine a sé stesso, e quindi praticare il sesso non finalizzato alla procreazione, poiché il sesso sarebbe, moralmente e naturalmente, solo il tramite per la propagazione del dono della vita; orbene, non occorre scomodare alcun filosofo per capire una verità elementare, ossia che chi pratica il metodo “Ogino-Knaus” (pratica del coito limitata ai periodi di non fertilità della donna) altro non fa che un puntiglioso ed egoistico calcolo da ragioniere, finalizzato unicamente a godersi la libidine del coito, accuratamente evitando- e così causalmente impedendo- di far seguire, a tale piacere, il doveroso frutto della procreazione.
I filosofi, non meno dei giuristi, hanno sempre saputo che dal punto di vista della causalità e della responsabilità, una condotta causalmente “omissiva” equivale in tutto e per tutto ad una condotta causalmente “commissiva”.
Chi usa uno strumento “fisicamente” contraccettivo, quale un normale profilattico, interpone, fra il flusso seminale ed il suo naturale alveo di affluenza, un diaframma di lattice, ossia interpone, fra la libidine del coito e la procreazione, una barriera per così dire “idraulica”; chi pratica il metodo “Ogino Knaus” non interpone, rispetto al fine procreativo, una barriera “fisica” o “idraulica”, bensì interpone un altro tipo di barriera, la “premeditata” barriera di un calcolo statistico e ragionieristico, il cui scopo è però pur sempre quello di assicurarsi un piacere sessuale “puro” e fine a sé stesso, il coito per il coito, preordinando la elusione della procreazione: in entrambi i casi, e con entrambi i metodi (il lattice o il calcolo) vi è una “colpevole” e deliberata dispersione del “bonum seminale” (un dono che sarebbe stato concesso all’uomo non per il suo piacere, ma per il dovere di procreare), con l’unica differenza che chi pratica il metodo “Ogino-Knaus” potrebbe esser forse moralmente più colpevole, avendo, di solito, “premeditato” (con una paziente e prolungato “monitoraggio” dei periodi di non fertilità) un atto sessuale elusivo della procreazione, laddove invece l’utente del lattice potrebbe, chissà, aver ceduto ad un impulso occasionale, non premeditato!
Insomma, si al ragioniere, no all’idraulico: l’assurdo, si sa, sconfina sovente nel comico.
Varrebbe forse la pena di approfondire un po’ meglio la riflessione sul rapporto dell’individuo umano con il bene (e con i beni) della vita; vero è (dal punto di vista sia del credente che del laico) che la vita “passa” attraverso l’individuo umano, che ne è – per natura – custode in nome dell’umanità, la quale deve conservarsi e proiettarsi nell’avvenire; vero è anche che stiamo parlando della vita “umana”, nel cui orizzonte spirituale (riflesso, dicono i credenti, del divino intelletto) la bellezza (cui la umana “libido” appartiene “naturaliter”) è anche valore in sé e fine in sè, in quanto intellegibile evocazione e tensione al “senso” dell’universo nel suo essere e divenire: ragionare diversamente (considerando la “libido” umana non come varco spirituale alla bellezza ma come mera e brutale spinta istintuale meccanicamente ordinata alla riproduzione) ci dovrebbe indurre, coerentemente, a concepirci solo come bovini da allevamento e riproduzione (con tutto il rispetto per i sereni animali).
venerdì 19 settembre 2008
5. Piera Mattei– MILOS FORMAN, GOYA's GHOSTS
A proposito di libertà – o di libero arbitrio, se si usa la terminologia dei filosofi e dei teologi – mi è tornato in mente il film di Milos Forman, Goya's Ghosts uscito in Italia nel 2006 col titolo l'"Ultimo Inquisitore". Alla bella Ines è stata estorta con la tortura l'affermazione che un certo suo comportamento fosse originato dalla sua segreta identità "marrana". Il padre della ragazza invita a cena il prete che predica con grande capacità oratoria i metodi che ogni buon cristiano deve usare per smascherare, dai minimi gesti, l'ebreo nascosto. Al padre che gli fa presente come sua figlia, del tutto ignara delle sue lontane origini giudee, poteva confessare qualsiasi cosa per sottrarsi all'insopportabile dolore, il prete ribadisce con teologica sicurezza che anche sotto il condizionamento della tortura (la corda) agiva tuttavia in Ines il libero arbitrio. Il padre allora fa appendere il frate al lampadario della sala, e gli dimostra sulla sua viva carne che le condizioni diminuiscono fino a ridorre a zero la libertà di dire o non dire quello che gli altri vogliono sentire da te.
Film bellissimo, interpretazioni straordinarie, miseria e violenza della storia, delle idee, delle religioni, degli uomini.
Piera Mattei
Film bellissimo, interpretazioni straordinarie, miseria e violenza della storia, delle idee, delle religioni, degli uomini.
Piera Mattei
4.Piera Mattei-Una questione di tortura Alfred W. Mc Coy Edizioni Socrates
In proposito proprio domani, sabato venti settembre, alle 17,30, alla Casa delle Letterature verrà presentato dalle edizioni Socrates "Una questione di tortura" di Alfred W. McCoy, un libro inchiesta dello storico americano sulle forme di tortura "studiate" e applicate negli ultimi cinquant'anni. Questi metodi di tortura, scrive, sono stati affinati con l'apporto più o meno consapevole delle maggiori università americane e canadesi. Dopo l'11 settembre 2001 la tortura psicologica come "deprivazione sensoriale" e "dolore autoinflitto" è diventata l'arma principale della CIA nella guerra al terrorismo.
Quindi lo studio dei meccanismi psicologici e cerebrali è fondamentale. Serve sia a chi vuole condizionare fino a eliminare nell'altro ogni libertà di scegliere, sia a chi riconosce il metodo e, con tutti i mezzi a sua disposizione, cerca di contrastarlo.
Quindi lo studio dei meccanismi psicologici e cerebrali è fondamentale. Serve sia a chi vuole condizionare fino a eliminare nell'altro ogni libertà di scegliere, sia a chi riconosce il metodo e, con tutti i mezzi a sua disposizione, cerca di contrastarlo.
3. Piera Mattei-Dov'è la libertà?
L'occasione mi porta a ribadire un concetto che forse attiene più alla filosofia etica che al commento estemporaneo di film e articoli sullo studio dei meccanismi cerebrali. Dov'è la libertà? chiede Annino. Già in molti se lo sono chiesto nei secoli. In molti hanno affermato che la libertà umana è sempre "in condizione". E' dovere umano far sì che questi condizionamenti siano meno costrittivi possibile, è quella che si chiama ricerca di libertà sul piano personale, sociale e politico. Libertà e condizionamenti vanno insieme. Libertà è ricerca, realizzazione sempre mobile della propria umanità, nasce dalla conoscenza, insieme alla dolorosa responsabilità che quella porta con sé. Dai tempi dell'Eden?
Per difendere la libertà, bisogna essere coscienti dei meccanismi anche occulti di persuasione, che non sono certo un'invenzione di oggi. La scienza ci dà certezza di quanto già sapevamo. Oggi sono cambiati i metodi. Ci sono modi di condizionare compiacendo, le menti degli uomini.
Oggi non siamo ai tempi dell'Inquisizione. I condizionamenti raramente sono violenti, raramente sono cruenti. Raramente? mi chiedo tuttavia.
Piera Mattei
Per difendere la libertà, bisogna essere coscienti dei meccanismi anche occulti di persuasione, che non sono certo un'invenzione di oggi. La scienza ci dà certezza di quanto già sapevamo. Oggi sono cambiati i metodi. Ci sono modi di condizionare compiacendo, le menti degli uomini.
Oggi non siamo ai tempi dell'Inquisizione. I condizionamenti raramente sono violenti, raramente sono cruenti. Raramente? mi chiedo tuttavia.
Piera Mattei
2.Cristina Annino, scrittrice e amica.
Ospito qui una breve nota critica di Cristina Annino al mio commento a "La rabbia" di Pasolini:
Che il presentimento di Pasolini si sia trasformato in certezza è innegabile, come è accaduto con tanti altri suoi timori. Che la televisione- padre- nostro ci propini per lo più squallore, è indubitabile. D'accordo anche con l'informazione scientifica che il bombardamento di notizie possa creare, in chi le assorbe, nuovi neuroni, ecc. Ma spero che ciò sia limitato a fatti di costume, non specificatamente ideologici. Se fosse vera questa ipotesi, l'allarme sarebbe pari a una guerra fredda tra due "menti". Nel senso che:1° , toglierebbe coscienza all'individuo, non solo conoscenza che, al più, può essere distorta. 2°, negherebbe speranza sull'individuo.
Si dovrebbe credere allora alla realtà di un essere umano talmente passivo che se si sostituisse un tipo di informazione con un altro di pari intensità ma contrario, egli reagirebbe allo stesso modo. In entrambi i casi, in un modo cioè programmato. Rimanendo quale unica scelta chi premerà il bottone di comando. Allora, addio libertà!
Per quanto mi riguarda, preferisco leggere nelle parole di Pasolini un effettivo rischio, confermato poi dagli anni che stiamo vivendo, tenendo però presente che oggi usufruiamo di più canali informativi rispetto agli anni 50 o 60 e che se anche si assiste a un indiscutibile livellamento comportamentale in senso lato, non si può nascondere la verticalità di un pensiero fortunatamente ancora presente. Togliere questa fiducia mi sembrerebbe un pericoloso meccanismo di inconscia volontà di sostituzione, ma non l' eliminazione del problema.
Cristina Annino
Che il presentimento di Pasolini si sia trasformato in certezza è innegabile, come è accaduto con tanti altri suoi timori. Che la televisione- padre- nostro ci propini per lo più squallore, è indubitabile. D'accordo anche con l'informazione scientifica che il bombardamento di notizie possa creare, in chi le assorbe, nuovi neuroni, ecc. Ma spero che ciò sia limitato a fatti di costume, non specificatamente ideologici. Se fosse vera questa ipotesi, l'allarme sarebbe pari a una guerra fredda tra due "menti". Nel senso che:1° , toglierebbe coscienza all'individuo, non solo conoscenza che, al più, può essere distorta. 2°, negherebbe speranza sull'individuo.
Si dovrebbe credere allora alla realtà di un essere umano talmente passivo che se si sostituisse un tipo di informazione con un altro di pari intensità ma contrario, egli reagirebbe allo stesso modo. In entrambi i casi, in un modo cioè programmato. Rimanendo quale unica scelta chi premerà il bottone di comando. Allora, addio libertà!
Per quanto mi riguarda, preferisco leggere nelle parole di Pasolini un effettivo rischio, confermato poi dagli anni che stiamo vivendo, tenendo però presente che oggi usufruiamo di più canali informativi rispetto agli anni 50 o 60 e che se anche si assiste a un indiscutibile livellamento comportamentale in senso lato, non si può nascondere la verticalità di un pensiero fortunatamente ancora presente. Togliere questa fiducia mi sembrerebbe un pericoloso meccanismo di inconscia volontà di sostituzione, ma non l' eliminazione del problema.
Cristina Annino
lunedì 15 settembre 2008
1. Piera Mattei-La Rabbia di Pasolini e la nostra rabbia
Indagare, riflettere, scrivere, pensare, sono alcune attività che contraddistinguono gli individui della nostra specie. Essere uomo significa muovere la mente verso queste attività. Chi consegna la sua mente ad altri, tradisce la specie, tradisce il suo destino di uomo, tradisce la ricerca di verità e di bellezza.
Vedevo in questi giorni, restaurato e reintegrato da Giuseppe Bertolucci, il film La Rabbia, realizzato da Pasolini nel 1963 con materiali di cinegiornale, che coprono gli anni cinquanta fino agli inizi degli anni sessanta. Realizzazione ottima, commovente. Giusta la proposizione delle voci di due poeti-intelletuali di oggi, Giuseppe Bertolucci e Valerio Magrelli, come "speakers" per la parte reintegrata-reinventata, in parallelo con Giorgio Bassani e di Renato Guttuso, già a suo tempo scelti come voci fuori campo da Pasolini.
Il mondo è cambiato. La moda, è cambiata, i corpi poi! Neppure i grassi oggi hanno più quell'aspetto compatto e imponente di una volta. I grassi di oggi trasudano tremula infelicità. Anche la bellezza aveva più luminosi diritti, una sua divina eccezionalità. Marilyn Monroe, per quanto creatura e vittima sacrificale del cinema, appare inconfondibile. Il suo sorriso – le labbra semichiuse, gli occhi strizzati – le sue forme, sono la bellezza, non la riproducono in serie, come negli inflazionati corpi di oggi. Spettacolare anche la felicità, che non sembra finzione per la cinepresa, delle folle russe al rientro dell'eroe dello spazio Gagarin, il passo di lui di volata a superare i gradini del palco dove ingoffato nel suo cappottone lo attende per un abbraccio il compagno Kruscev. Immagini di guerra, terribili. Di quelle oggi non ne mancano. Si è introdotta anzi una pigra assuefazione e sembrano ingenui gli appelli alla pace. Chi tenta una risposta all'interrogativo che il poeta, con questo film, propone: Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall'angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?
Mi ha colpito, ancora, lo spirito profetico, tragico quindi, di Pasolini a proposito della realizzazione della prima televisione in Italia. Ne parla come di una calamità, un pericolo che incombe sulla libera ricerca intellettuale, sull'educazione.
Pensare, umanamente, con la propria testa. Dovremmo fare in modo di renderlo possibile.
Torno quindi al tradimento della specie, a chi si lascia manovrare, coinvolgere in quel tradimento. Certo non considero gli istinti distruttivi e autodistruttivi facilmente eliminabili, ma considero dovere umano non adeguarsi, nutrire il nostro risentimento, la nostra rabbia.
A conferma del tragico presentimento di Pasolini leggo in questi giorni (La Stampa di sabato 13 settembre) che le immagini – quindi anche le ossessive immagini che i programmi televisivi e i notiziari mettono davanti agli occhi di milioni di spettatori – creano nuovi neuroni, nuove cellule cerebrali, associazioni indelebili nel cervello. Uniformare le associazioni mentali, ecco realizzato il sogno di poter mobilitare e manovrare masse con una semplice parola d'ordine, facendo appello ad associazioni mentali preformate, creare artificialmente ciò che sembrerà indiscutibilmente vero, senza costringere nessuno, facendo persino un uso moderato di leggi liberticide.
Come questo accada – questa è la notizia – è ora visibile con i mezzi della tecnologia scientifica, con non invasive indagini dei movimenti cerebrali, ma già lo sapevano i padroni dei mezzi di comunicazione, in particolare quelli che si dedicano alla politica.
La poesia che commenta in quel film le immagini, retorica talvolta ma sempre vera, mi ha portato a rileggere in questi giorni i libri di poesia di Pasolini.
Ha sempre voluto essere innanzitutto un poeta, e anche un Maestro, anche quando stava realizzando un film. Scelgo perciò di chiudere qui citando il messaggio poetico-pedagogico con cui si apre "Il pianto della scavatrice" in "Le ceneri di Gramsci". Messaggio che sento vero rispetto all'amore per le persone, ma anche per le idee:
Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Piera Mattei
Vedevo in questi giorni, restaurato e reintegrato da Giuseppe Bertolucci, il film La Rabbia, realizzato da Pasolini nel 1963 con materiali di cinegiornale, che coprono gli anni cinquanta fino agli inizi degli anni sessanta. Realizzazione ottima, commovente. Giusta la proposizione delle voci di due poeti-intelletuali di oggi, Giuseppe Bertolucci e Valerio Magrelli, come "speakers" per la parte reintegrata-reinventata, in parallelo con Giorgio Bassani e di Renato Guttuso, già a suo tempo scelti come voci fuori campo da Pasolini.
Il mondo è cambiato. La moda, è cambiata, i corpi poi! Neppure i grassi oggi hanno più quell'aspetto compatto e imponente di una volta. I grassi di oggi trasudano tremula infelicità. Anche la bellezza aveva più luminosi diritti, una sua divina eccezionalità. Marilyn Monroe, per quanto creatura e vittima sacrificale del cinema, appare inconfondibile. Il suo sorriso – le labbra semichiuse, gli occhi strizzati – le sue forme, sono la bellezza, non la riproducono in serie, come negli inflazionati corpi di oggi. Spettacolare anche la felicità, che non sembra finzione per la cinepresa, delle folle russe al rientro dell'eroe dello spazio Gagarin, il passo di lui di volata a superare i gradini del palco dove ingoffato nel suo cappottone lo attende per un abbraccio il compagno Kruscev. Immagini di guerra, terribili. Di quelle oggi non ne mancano. Si è introdotta anzi una pigra assuefazione e sembrano ingenui gli appelli alla pace. Chi tenta una risposta all'interrogativo che il poeta, con questo film, propone: Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall'angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?
Mi ha colpito, ancora, lo spirito profetico, tragico quindi, di Pasolini a proposito della realizzazione della prima televisione in Italia. Ne parla come di una calamità, un pericolo che incombe sulla libera ricerca intellettuale, sull'educazione.
Pensare, umanamente, con la propria testa. Dovremmo fare in modo di renderlo possibile.
Torno quindi al tradimento della specie, a chi si lascia manovrare, coinvolgere in quel tradimento. Certo non considero gli istinti distruttivi e autodistruttivi facilmente eliminabili, ma considero dovere umano non adeguarsi, nutrire il nostro risentimento, la nostra rabbia.
A conferma del tragico presentimento di Pasolini leggo in questi giorni (La Stampa di sabato 13 settembre) che le immagini – quindi anche le ossessive immagini che i programmi televisivi e i notiziari mettono davanti agli occhi di milioni di spettatori – creano nuovi neuroni, nuove cellule cerebrali, associazioni indelebili nel cervello. Uniformare le associazioni mentali, ecco realizzato il sogno di poter mobilitare e manovrare masse con una semplice parola d'ordine, facendo appello ad associazioni mentali preformate, creare artificialmente ciò che sembrerà indiscutibilmente vero, senza costringere nessuno, facendo persino un uso moderato di leggi liberticide.
Come questo accada – questa è la notizia – è ora visibile con i mezzi della tecnologia scientifica, con non invasive indagini dei movimenti cerebrali, ma già lo sapevano i padroni dei mezzi di comunicazione, in particolare quelli che si dedicano alla politica.
La poesia che commenta in quel film le immagini, retorica talvolta ma sempre vera, mi ha portato a rileggere in questi giorni i libri di poesia di Pasolini.
Ha sempre voluto essere innanzitutto un poeta, e anche un Maestro, anche quando stava realizzando un film. Scelgo perciò di chiudere qui citando il messaggio poetico-pedagogico con cui si apre "Il pianto della scavatrice" in "Le ceneri di Gramsci". Messaggio che sento vero rispetto all'amore per le persone, ma anche per le idee:
Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Piera Mattei
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