domenica 24 gennaio 2010

La casa di Emily


Abbiamo attraversato il Massachusset, per rendere omaggio alla casa di Emily Dickinson 

Massachussets


Un freddo secco,  ma sottozero. Si trovavano perfettamente a loro agio gli husky , mascottes della Northeastern University.

 

Così è finito Così è cominciato


Il 2009 si era concluso con un viaggio a Boston, dove la macchina fotografica a catturato dall'alto del quasi-grattacielo dove eravamo ospitati,  albe di fuoco. Forse era la prima volta che il mio letto si trovava a un piano così alto su una città solo moderatamente ondulata. Il jet-lag, le ampie vetrate soffitto–pavimento facevano il resto e l'alba mi trovava sempre pronta a farmi avvolgere dalla sua coperta di luce.


 

mercoledì 16 dicembre 2009

Gli animali: una poesia di Lucetta Frisa

Gli animali

 

 

Ama il cane il gatto gli animali

perché il mistero ama

delle creature vive che non parlano

e sanno starci accanto

sapendo solo guardarci legarci

al comune precipizio

di una storia senza storia:

lei ama

i loro grandi universi

ignari della mente rovinosa

degli umani e s’inchina

alla divinità

-irraggiungibile, orgogliosa -

fatta di pelo e piume. 

Nella foto Lucetta Frisa parla a
Marco Ercolani e Piera Mattei in attento ascolto 
(La Spezia, Loggia de' Banchi, dicembre 2008).


lunedì 7 dicembre 2009

Agata ovvero dell'impegno e della libertà


Pandemonio blues è un libro scritto in terza persona e dal punto di vista che nei manuali di tecnica cinematografica si chiamerebbe la soggettiva di Agata. Come nel copione di un film dell'ècole du regard vediamo la protagonista riempire le pagine di un giornale enigmistico, prepararsi la colazione a base di riso integrale e verdure cotte al vapore. Accanto a lei, in silenzio ma in costante comunicazione, l'amico gatto. Un gatto straordinario, fortunata Agata!, che, se si tratta di prendere l'automobile non fa storie e molto serio si sistema sul suo sedile, accanto al posto di guida.

Agata ha delle figlie, se ne accenna di sfuggita, ma sono lontane. Di lei non sappiamo se ha genitori o sorelle. Ha amiche e amici, questo sì, e trascorre le sue giornate preferibilmente tra libri e ritagli di giornali. Si circonda di notizie che giungono dal mondo, e accuratamente le divide sul grande tavolo che è una cara eredità, in buone e cattive notizie. Anche gli scambi con le amiche e gli amici ruotano essenzialmente intorno a un unico argomento: in quali condizioni si trova la società? e la Terra? Anche se Agata accetta di ascoltare un richiamo e parte, tornando nel Marocco nel quale si è costruita una parte essenziale della sua storia personale, lo fa sempre nella prospettiva di essere all'erta e captare segnali.

Di Agata sappiamo infatti, ma sempre incidentalmente, che ha avuto una vita intensa, viaggi e studi. Ora dedica volentieri le sue energie, quando è nella città dove si è trasferita orami da molti anni, a spiare il ritorno del tordo, il suo canto. Ama anche, fuori della stagione estiva, rifugiarsi in una casetta in un paesino dominato da un castello, a leggere, scrivere e meditare. Di quel luogo ci racconta le avventure recenti, il carattere di alcuni selezionati abitanti. Devo notare che tanto il suo interesse, la sua palpitazione, vanno al mondo nel suo complesso, alla sua integrità, altrettanto gli ambienti che descrive sembrerebbero vuoti di persone se non facessero la loro comparsa singoli individui contraddistinti da nome proprio, con i quali Agata ha un rapporto diretto, ma sempre molto riservato. Non può farsi troppo distrarre. Perché Agata, infine, è una sentinella. Ed è chiaro che quel paesino è la sua postazione preferita. Sta attenta a cogliere tutti i segnali che arrivano dal mondo, anche se non ha, o non ancora, un piano preciso per difenderlo e salvarlo. Quanto al suo compito lo assolve col suo vegetarianesimo integrale e tenendo sveglie le sue energie, drizzate le sue antenne.

Ho detto che Agata chiama per nome i suoi amici. Un solo amico, se non sbaglio, ha diritto al nome e cognome: Emilio Villa. Il poeta, spirito grande e originale che aveva la sua casetta anche lui tra i monti dove si trova il rifugio di Agata, Rocca Sindibad, come appunto lui la chiamava scherzosamente. Un nome in cui certo non è difficile riconoscere Rocca Sinibalda, dove l'autrice Toni Maraini ha una minuscola casetta appoggiata ad altre piccole abitazioni, ai piedi del castello. Anche i nomi delle amiche li riconosco, mi riconosco.

Allora Agata è la stessa Toni Maraini?

Sì e no. Direi che è una delle possibili proiezioni della persona che scrive. Una donna, certo, ma che tende alla smaterializzazione. Quasi uno spirito. Basta leggere i suoi menù per capirlo, e proprio il fatto che tali menù o un occasionale spuntino siano descritti minuziosamente, mostra l'intenzione di sottolineare il tratto ascetico del personaggio. Non la Toni madre, quindi (le figlie sono partite) non la figlia ( per quanto il tavolo-scrivania lo immaginiamo come un'eredità paterna), e neppure l'artista, la scrittrice, l'antropologa, come se Agata–Toni godesse finalmente di considerarsi ab-soluta, sciolta da legami forti, troppo forti e importanti, per librarsi tutta sola, nella sua proiezione Agata. Guarda con un sorriso compiaciuto, una lieve ironia che alleggerisce il ponderoso compito, quella donna che da un angolo ancora parzialmente incorrotto del mondo sta in vedetta. Non ha armi per fermare il nemico: chi inquina, chi distrugge la flora e la fauna del mondo. Ha solo la sua mente vigile e dalla sua solitaria postazione assolve a quello che sente come dovere verso l'universo, ma ancora più verso se stessa.

Bel personaggio, esemplare. Questo libro quasi un manuale, o una proposta al mondo.

Piera Mattei

Toni Maraini – Pandemonio Blues– Poiesis editrice 2009

Nella foto : La notte scende su Rocca Sinibalda (p.m.)

 

giovedì 3 dicembre 2009

Poesia ascensionale, poesia etica


Questo libro mi ha fatto entrare in un mondo diverso, sotto un cielo diverso direbbe l'autore, per il quale il possesso di "quaggiù" sembra avere meno importanza del possesso, lassù in alto, del nostro spazio di cielo.

Un mondo di forti contrasti: notti con trenta gradi di caldo (Caballeros) e notti di gelo e coprifuoco (Toque de queda), ingiustizia, usura (Y si no fuera, El tio Ezra tenia razon). Il compito del poeta è, per Jorge Palma, additare tutte le contraddizioni con le quali la vita quotidiana lo confronta, senza per questo adattarsi, anzi disadattato sempre all'ingiustizia, all'infelicità, all'inganno esistenziale (Nada es real).

 

Lo stile di Palma lo trovo attento soprattutto a cogliere le immagini reali, a far esplodere, da quelle, altre immagini che restino, come un repertorio, come lampeggianti miti urbani.

Questa esplosione ha spesso una direzione ascensionale, il poeta guarda in alto, sulle impalcature dove un uomo, piccolo per la distanza, si guadagna la vita quotidianamente sfidando la gravità e la morte(Andamios), dove una ragazza incinta s'arrampica a consegnare il pasto del mezzogiorno, e forse anche mostrare le sue gambe dritte come steli, la sua chioma di rossi capelli. In un'altra poesia è il bambino con le ali che in "quella strada" fa volare in aria il suo legnetto rosso e, in quel suo gioco, crea la magia: ferma, per pochi secondi, il traffico e la morte.

Questi miti palpitanti non temperano la violenza della realtà, che è osservata con occhio lucido. Tuttavia la poesia non conosce odio, questa poesia non lo conosce, sebbene non sia tollerante con quanto vede di negativo (Salarios), e con chiarezza indichi alcune scelte etiche imprescindibili.


Ponteggi
 
Si vedono i volti
non i cuori / molto meno
il cuore scheggiato
di chi usa il martello / del lontano
omino sul ponteggio
(piccole mani / sudore quasi
impercettibile / battito
indemoniato sul bordo del vuoto),
solo nella sua barca vacillante
solo nella sua culla di tavole
                                    e ferro
                nel suo feretro mobile
inquieto come un pendolo
come una cometa estravagante
nei cieli remoti
della città che arde
tra vapori / grida / uccelli
che volano via nella pioggia
tra i colpi di martello
che laggiù in basso risuonano
per la folla
come smorzate note musicali
che cadono dal cielo.

 

Lo zio Ezra aveva ragione

                                                              Con l'usura nessun uomo
                                                         ha una casa di buona pietra

                                                          (E. Pound)


Lo zio Ezra aveva ragione
non si può costruire una casa
con l'usura
e neppure un paese
o una qualunque strada
che conduca alle calde
labbra dell'amore.
Ancor meno con l'usura
si può respirare
e andare vestito leggero
nell'aria.
 
Non si può guardare il cielo
con l'usura
non si possono contemplare
le onde che si rompono
sui frangiflutti
dell'infanzia,
né tremare di gioia
al trillo giallino
d'un uccello,
non si può respirare quest'aria
fredda o toccare la neve
né sedersi in una sera
d'autunno sulla gonna
del tramonto
e raccontare al figlio
che ora il vento
s'è nascosto nella chioma sollevata
di quell'albero
e che le stelle
sono lampade che gli spiriti
accendono in cielo.
 
Con l'usura non si può
respirare,
né scambiarsi carezze,
né sentire nel petto,
proprio sulla pelle,
il palpito dell'alba
così giovane e tiepida
mentre si affaccia dalle finestre
nelle minime pieghe della camera.
 
Lo  zio Ezra aveva ragione
non si può costruire una casa
con l'usura
né un cielo né una bandiera
né occhi che guardano
occhi che nel guardare
vedano di scorcio
benché per pochi istanti
il volto del futuro
in attesa. 

Jorge Palma – Lugar de las utopias – Trilce, Montevideo 2007
cura e traduzione di Piera Mattei

 

mercoledì 18 novembre 2009

"I poeti e la città" di Piera Mattei, edito da Il Bisonte, alla Libreria KOOB




Il giorno 12 novembre la libreria Koob – nuova, luminosa, progettuale – situata in via Poletti 2, a Roma, nei pressi del nuovo Museo MAXXI, ha aperto a un pubblico abbastanza numeroso ma soprattutto coinvolto per la presentazione di "I poeti e la città" che ho pubblicato nella collana saggistica di Il Bisonte di Firenze, curata dal poeta Renzo Gherardini.

 

Erano presenti tra gli altri: Paola e Lorenza Mazzetti,Vincenzo Loriga, Laura Levi con un giovane amico praghese, Tiziana Colusso, Gabriella Sica, Salvatore Colella con la sua deliziosa compagna americana, Cesarina Montefoschi, Nicola Poccia, Alessandro Ricci e molti altri. Devo sottolineare inoltre la presentazione dell'evento da parte di Raffaella Di Castro, accurata responsabile degli eventi in libreria, che legge e illustra, con calore e competenza, i libri che presenta, fatto veramente eccezionale di questi tempi.

I presentatori erano gli amici scrittori e critici Luca Benassi, Francesco Costa, Luigi La Rosa, che ringrazio per aver reso l'atmosfera carica di stimoli e di "piacere", quella particolare sensualità che circola in una piccola folla che condivide le stesse passioni culturali. Per tutti e tre loro si è trattato anche di un piccolo successo personale.

 

Pubblico qui alcune foto dell'evento e, di seguito, la riscrittura dell'intervento, insieme affettuoso e ironico, di Luca Benassi, che molto gentilmente mi ha fatto "dono" anche delle pagine scritte.

Nelle foto, al tavolo da sinistra: Luca Benassi, Francesco Costa, Luigi La Rosa, Piera Mattei 



I poeti e la città” (Il Bisonte, Firenze 2009) di Piera Mattei

 

Questo libro, una volta letto, coinvolge il lettore in un problema pratico. È accaduto a chi scrive, il quale, voltata l’ultima pagina, si è accostato agli scaffali gonfi di carta della libreria di casa per trovare una giusta collocazione a “I poeti e la città” (Il Bisonte, Firenze 2009) di Piera Mattei.

Il primo istinto è stato quello di avvicinarsi a quei ripiani che ospitano la poesia. Il libro contiene un elevato numero di testi poetici, per la maggior parte in traduzione della stessa Piera Mattei: si potrebbe cancellare la prosa fino a distillare una piccola antologia di versi dedicati alla città e ai rapporti dei poeti con la città. Ma ciò che maggiormente fa avvicinare il testo alla poesia è quell’aurea poetica che si sostanzia in pagine dal tasso lirico diffiso, e che è l’essenza di Piera Mattei – finissima poetessa – mostrando il suo amore, il vivere visceralmente letteratura e città insieme, attraverso il battito del verso.

Passato il primo istinto, viene in maniera altrettanto naturale di accostarsi a quella sezione della libreria domestica che ospita racconti e romanzi. Emerge, infatti, in queste prose il gusto del racconto, della biografia dettagliata nei particolari, nei tagli di luce, negli aneddoti. Si stagliano così le vite di Pietro Metastasio, Torquato Tasso, Vittorio Alfieri, ma anche Percy Byshe Shelley e John Keats (entrambi sepolti nel cimitero acattolico di Roma, situato in prossimità della Piramide Cestia, che ospita fra l’altro Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Edoardo Cacciatore, Gregory Corso, Antonio Gramsci), James Joyce, Rainer Maria Rilke, Walt Whitman per citare alcuni. Si crea, dunque, un romanzo di vite, frammenti di esistenze che si intrecciano con strade, piazze, monasteri, ville, cimiteri, ma anche abitudini, rumori, tradizioni. Nello scorrere le pagine del libro si mostra agl’occhi del lettore un affresco, prevalentemente concentrato su Roma, ma anche Trieste, New York, Madrid, nel quale viene dipinta un’atmosfera letteraria e cultura, nel Seicento e Settecento, a cavallo fra Ottocento e Novecento, epoche così diverse,  vive e palpitanti rispetto a quella odierna.

 Eppure ciò che fa indugiare il lettore presso gli scaffali della prosa, nel cercare di dare una giusta collocazione al libro, è il fatto che “I poeti e la città” narra la storia dell’attraversamento compiuto dall’autrice. Un attraversamento di letture e degli autori amati come delle città, delle vie e dei vicoli, delle piazze, che rivela l’amore per i luoghi, la passione del viaggio. Il viaggio, insegna Piera Mattei, non è solo quello verso altri continenti, alla ricerca dell’India misteriosa o del Tibet, ma anche la scoperta di ciò che è appena sotto casa e si apre all’occhio attento di chi è in ricerca, del vicolo nascosto della città nella quale si abita, della lapide dimenticata che ricorda un poeta o una scrittrice. Piera Mattei entra ed esce dalle vie e dai versi, compie continuamente questo osmotico attraversamento, fa immaginare, a tratti sognare. Racconta dunque, narra di sé, dei poeti, delle città.

Il lettore o la lettrice, svegliatosi dagli istinti verso la poesia e la prosa, non può che avvicinarsi a quegli scaffali dove sono allineati i testi saggistica. Aiuta il fatto che il libro raccoglie saggi pubblicati sulla rivista di poesia Pagine. Aiuta anche una scrittura ricca, dotta, piena di riferimenti, eppure con quella linearità e con quella semplicità che si riesce a trovare solo negli scritti anglosassoni, letti in lingua originale (lingua della quale la Nostra è profonda conoscitrice e traduttrice). 

Quando però il lettore ha già ben sistemato il libro sullo scaffale è colto dal dubbio. Piera Mattei, infatti, non vuole dimostrare nulla, non porta avanti una tesi critica, per così dire; vuole semmai mostrare, affascinare, sedurre, con quella abilità di scrittura, fatta di un’aggettivazione sensuale, una linearità di sintassi ingravidata di una liricità diffusa, che le sono proprie. L’autrice sembra voler divagare, dilatarsi, perdersi per le vie della città e le pagine degli autori, tanto che anche la definizione stringente di saggio data a questo testo finisce per stare stretta.

Insomma, alla fine il libro viene lasciato sulla scrivania, in attesa di un’ispirazione.

Poi un giorno capita di uscire per una passeggiata al centro di Roma, si prende il portafogli, le chiavi, la sciarpa e quasi per istinto si mette nella tasca del cappotto “i poeti e la città”. Perché questo libro non va letto comodamente seduti in poltrona, bisogna assaporarlo per le vie, i vicoli, i parchi delle città. Bisogna seguire Piera Mattei nei suoi attraversamenti e, insieme a lei, seguire i passi dei poeti e delle poetesse, tracce forse evanescenti come le targhe sbiadite dal tempo e coperte d’edera, frammenti come spesso sono frammenti i versi che si imprimono nella memoria. Bisogna, in queste pagine, assaporare epoche, tramonti, amori, passioni, grandi amanti e grandi dolori.

Il libro ha il suo posto, ben messo fra le guide. Ci sono guide dettagliatissime, fitte di date storiche e artisti; ci sono poi quelle guide quasi inutili per conoscere la storia di un luogo, ma indispensabili per poter mangiare, dormire, spostarsi o cercare divertimento in un night. Ci sono poi quelle guide, rare e preziose, che oltre a indicarci percorsi appartati come è sempre la migliore poesia, ci restituiscono la dimensione del viaggio e della scoperta (sia esso di un luogo o di una letteratura, o di tutt’e due come è il nostro caso), ci guidano verso l’emozione, scostano i veli, aprono squarci inattesi. Libri a volte dotti a volte curiosi, che però sempre lasciano in chi legge il battito del cuore, testimoniano di un attraversamento, lasciando il dubbio se siamo noi ad attraversare un luogo oppure, chissà, il contrario. Proprio come avviene con la poesia.

 Luca Benassi