sabato 29 gennaio 2011

In Tunisia con Moncef Ghachem, il cantore del mare





Il breve diario che segue è stato scritto prima dell'esplosione degli eventi del dicembre 2010. Pertanto con valenza del tutto neutra sono citati nomi di luoghi, come Sidi Bou Said e Mahdia, legati oramai alla storia più recente della Tunisia.

Toni, carissima amica di lunga data, nota poetessa e studiosa del Magreb, vissuta molti anni in Marocco, mi ha fatto da tramite con Moncef Ghachem, poeta che già una decina di anni fa, aveva proposto alla nostra rivista "pagine".
Lo incontro per la prima volta a Sidi Bou Said, dove vive: case bianco calce, finestre e porte verniciate in blu, un paesaggio vario sulla città di Tunisi che dall'altro sembra innocentemente abbracciata al golfo, con il lago che da un lato la stringe. Bellissimi i paesaggi incorniciati sul golfo e la città dalle finestre di quest'albergo, che mi dicono costruito nel 1969 su fondi Unesco da un architetto francese con il lavoro degli studenti della vicina Ecole des hautes etudes touristiques. Con orgoglio il poeta mi rivela che anni fa, nella stessa sala da thè dove c'incontriamo, conobbe Adonis. Mi parla anche commosso del suo breve soggiorno a Roma, a Villa Medici, dopo il conferimento del premio Camus. Fu per lui una grande gioia che Erri De Luca si dimostrasse allora disposto a portarlo con la sua macchina a fare un giro della città. Moncef ha una moglie francese, ha fatto studi in Francia, e per quanto l'arabo sia la sua lingua materna e paterna e la Tunisia il paese a cui è con forza esclusiva legato, il francese è la lingua della sua poesia: nel marzo 2006 ha ricevuto la menzione speciale nell'ambito del premio internazionale di poesia in lingua francese "Léopold Sédar Senghor ", per l'insieme della sua opera.
Ma è stato andando a raggiungerlo a Mahdia, città dove è nato e dove ininterrottamente è vissuto fino ai diciannove anni, che ho meglio compreso la sua ispirazione, perché Mahdia, il Mediterraneo e la vita dei pescatori è l'universo della sua poesia. Un intenso rapporto con il mare, non però sotto il profilo estetizzante: il mare è forza rispetto alla quale misurare le sue proprie forze ed è inoltre risorsa vitale, nutrimento.
Tuttavia una poesia delle prime raccolte, Car vivre est un pays del 1978, la sua nascita è evocata in un contesto quasi astratto: non ci sono il mare e la stretta penisola di Mahdia che osa contrastarlo, solo una madre e il suo dono al figlio di una vita aspra.Versi che mi sembrano anche di amara attualità:

Un'era

in un tempo ormai quasi lontano,
al tempo del pane nero
al tempo della notte di catene
e di rapaci
mia madre ha messo al mondo
il figlio

in un tempo ormai quasi lontano,
ho perso il mio
nome di uomo
sono diventato matricola
in dannate caserme
i cani del tiranno in un giorno di caccia
mi hanno assassinato
e ho pianto per mia madre
ho pianto per il mio volto di bambino
e per il mio cuore
lasciati come fosssero morti
ai rapaci

in un tempo ormai quasi lontano,
al tempo del pane nero
mia madre ha messo al mondo
un figlio di rabbia
e di speranza
ha messo al mondo
la guerra
nel mio viso di bambino

(AGE il y a presque longtemps / au temps du pain noir / au temps de la nuit des chaînes / et des rapaces / ma mère a mis au monde / l'enfant // il y a presque longtemps / j'ai perdu mon nom d'homme / je suis devenu matricule / aux pavillons des damnations / les chiens du tyran m'ont assassiné / un jour de chasse / et j'ai pleuré pour ma mère / j'ai pleuré pour mon visage d'enfant / pour mon coeur / laissés pour morts / aux rapaces // il y a presque longtemps / au temps du pain noir / ma mère a mis au monde / l'enfant de colère / et d'espoir / ma mère a mis au monde / dans mon visage d'enfant / la guerre )
Più spesso tuttavia, in Moncef Gachem il ricordo della nascita torna quasi nella forma del mito. Per comprenderlo occorre sottolineare che nella città storica di Mahdia un'antica porta immette in una stretta penisola che termina in Capo d'Africa, punta orientale della Tunisia. Su questa penisola, c'è un porticciolo, un antico cimitero, un faro e le case dei pescatori, ora per lo più divenute case di vacanza. Moncef che da almeno quattro generazioni discende da famiglie di pescatori è nato nei pressi di quel cimitero marino, dove la madre, scesa dalla barca in preda alle doglie, aveva cercato una sosta. Tombe e mare, le une confinano con l'altro, in una vicinanza che sottolinea la dimensione esistenziale del mare e al tempo stesso la dimensione del tutto naturale della tomba. Scrive il poeta nella raccolta Nouba: L'ombre de la tombe / borde le chemin. / J'amarre ras-la-cale / et à la mort / je tends du pain (L'ombra della tomba / borda il cammino. / Ormeggio alla caletta / e tendo un pane / alla morte)
La casa di Moncef a Mahdia ora non è la stessa in cui lui è nato. L'ha acquistata quando ha disposto di suoi denari, ci si rifugia appena è possibile. L'ha arredata con gusto cittadino, con oggetti che sono colorati frammenti di ricordi. Sulla terrazza di copertura poche assi di legno, che sono quanto rimane di Caesar, la barca da pesca del padre. Una casa a picco sul mare. Mi racconta che era stata la piccola abitazione che un marito, passato a nozze feconde aveva donato a una moglie amata ma sterile. Lui da bambino era stato spesso consolato e curato da quella donna per incidenti occorsi sugli scogli e conserva intatta la pietà per lei, ora che è morta e che lui abita le stanze dove benaccolto era entrato da bambino.
Già prima che a Mahdia Moncef ci aveva fatto da guida nei dintorni di Sidi Bou Said e Tunisi, nei luoghi a lui cari, evitando quelli frequentati da turisti, anche se non aveva potuto escludere, alle mie precise richieste, il Museo del Bardo, che ospita la più ricca collezione di mosaici romani, tra l'altro il solo ritratto di Virgilio – seduto tra due Muse – che ci sia stato tramandato. Ha voluto mostrarci l'antico porto di Cartagine, con la sua struttura a conchiglia ma anche la città marittima di La Goulette, dove attraccano anche i pescherecci dell'altra sponda del Mediterraneo e dove cultura tunisina e siciliana del mare si mescolano, con reciproci prestiti di vocaboli, usanze e tecniche di pesca. Ci conduce a Beit al-Hikma, l'Accademia tunisina di scienze, lettere e arti, nella zona Carthage Annibal: una villa ottocento di grazia Deco, a picco sugli scogli, già residenza del bey. Tra il brillìo delle onde, non lontana dalla riva, la piattaforma in legno dove le donne del palazzo godevano del mare e del sole, al riparo da sguardi indiscreti.
Mentre andavamo non cessavamo di parlare. Ascoltare Moncef significa raccogliere frammenti della sua poesia. Non abbandona i temi fondamentali, primo fra tutti le sue origini e il mare. Ne riporto a memoria alcuni frammenti:
"Quando partono i pescatori con il loro corteo di barche sono simili alle carovane che solcano il deserto. Gli uni e gli altri devono confrontarsi con la forza del vento, più imprevedibile e calamitoso sul mare. Deserto e mare hanno un orizzonte infinito.
Mio padre, i miei nonni, i miei bisnonni e il padre del mio bisnonno, tutti sono stati pescatori. Semplici, analfabeti. Anch'io ho fatto il pescatore. Bambino partivo con loro e da adulto ho fatto il pescatore per piacere, solo talvolta per necessità. Fino a mio padre era una condizione in cui ti trovavi a nascere e che non rinnegavi fino alla morte. Loro erano otto fratelli, sei nella famiglia di mia madre: cugini e fratelli, tutti erano pescatori. Quando era giornata di buona pesca era la festa di un'ampia comunità: tutti al lavoro a togliere i pesci dalle maglie, a prepararlo per la vendita, ma anche a pulirlo e cucinarlo. Ma il mio mondo e quello delle mie sorelle è ormai del tutto diverso. Il mare e il padre sono immagini strettamente connesse:
seul le corps immense de mon père /… mains sur la mer visage tourné / vers le reflets de banc ( solo il corpo immenso di mio padre /…mani sul mare, volto proteso / ai riflessi degli sciami – da Makbara, Cimitero).
Il padre del mio bisnonno aveva comprato una barca, il nome della barca era Caesar. Fu con Caesar che imparai che anche gli oggetti hanno una vita e una fine. Un giorno qualcuno disse a mio padre: Si è fatta vecchia, devi cambiarla. In realtà Caesar è sopravvissuta a mio padre. Ma dopo la sua morte nessuno ha più potuto averne cura. Asse dopo asse si è smembrata ed è rimasta solo parte della chiglia. L'ho presa e portata sulla terrazza della mia casa di Mahdia e a chi mi chiede: Cos'è questo? Rispondo: Assi, pezzi di legno."
Mi racconta che il padre non ha mai abbandonato la lunga tunica tradizionale mentre posso notare che lui veste con eleganza estrosa, con un'evidente ricerca nell'accostamento dei colori, giacche casual in tessuto denim e sciarpe di seta di fabbricazione tunisina che mettono in risalto l'azzurro degli occhi di taglio obliquo.
"I miei compagni di scuola mi davano il nomignolo di "gatto"," dice sorridendo.
Anche se a Mahdia, è facile notarlo anche aggirandosi nel vivace mercato, gli occhi azzurrissimi s'incontrano con una certa frequenza.
Mi conduce poi di fronte alla porta di quella che fu la sua scuola elementare:
"Andavamo tutti scalzi, e in classe eravamo quaranta e più, ma studiavamo seriamente e fu lì, col mio maestro di francese che cominciò la passione per quella lingua.
Sempre a Mahdia, per le sue stradine attorte, ci fermiamo ad ascoltare il canto di un uccellino minuscolo che dalla sua gabbia lancia un richiamo forte e melodioso a un compagno, per noi invisibile, che gli risponde, cerchiamo di stabilire da dove:
"Dell'usignolo si dice che forse non è un uccello diverso dagli altri piccoli uccelli canori e tuttavia esisteva una consuetudine per cui a primavera l'uomo che individua il primo usignolo che canta viene poi festeggiato dalla comunità.
Gli uccelli, non solo il canto, ma la loro spinta a migrare, la possibilità di vedere le cose, la natura e gli uomini dall'alto sono un altro tema ricorrente nella mia poesia : C'est mon frère substantiel / il depose ses ailes d'exil / pour ma barbaresque vie.
(è il fratello della stessa sostanza / chiude le sue ali d'esilio / verso la mia vita errabonda)
Tra i titoli che ho pubblicato c'è L'Épervier, nouvelles de Mahdia. Épervier, ci sto riflettendo ora, è nome che ha assonanza con père. Rimanda all'uso di cacciare i piccoli uccelli, farli cadere nella rete col richiamo, come un pescatore attrae nella rete i suoi pesci…"


Piera Mattei



Nota bibliografica di Moncef Ghachem (Mahdia, Tunisia 1946)
Poesia
Gorges d'enclos, éd. Maison de la culture Ibn Rachid, Tunis, 1970
Cent mille oiseaux, éd. L'Auteur, Paris, 1975
Car Vivre est un pays, éd. Caractères, Paris, 1978
Cap Africa, éd. L'Harmattan, Paris, 1987
Orphie, éd. Maison des écrivains étrangers et des traducteurs, Saint-Nazaire, 1997
Nouba, éd. L'Or du Temps, Tunis, 1997
Matin près de Lorand Gaspar, éd. L'Or du Temps, Tunis, 1998
Racconti
L'Épervier, nouvelles de Mahdia, éd. Société polygraphique Mang, Paris, 1994 - rééd. Arganier, Paris, 2009
Libro + CD
Dalle sponde del mare bianco (Messina, 2003), realizzato insieme al gruppo musicale siciliano Dounia, dove lingue e dialetti delle due sponde del Mediterraneo si uniscono a raccontare una realtà che ha intrecci millenari.

giovedì 20 gennaio 2011

Tunisia: note di viaggio, novembre 2010 di Piera Mattei


(nella foto: Alla sala da thè presso Avenue Bourghiba,Tunisi)
"… gli eventi tunisini covavano da tempo, hai fatto il tuo viaggio just in time...", così mi scrive in questo violento inizio d'anno l'amica Toni Maraini. E tuttavia, per quanto il viaggio in Tunisia, tra la fine di ottobre e la prima settimana di novembre 2010, avesse per me soprattutto il significato d'incontrare anche lì la poesia, non avevo potuto fare a meno di notare insopportabili realtà. A cominciare dall'aggressivo sospetto con cui ero stata pesantemente interrogata al controllo passaporti per aver imprudentemente scritto sulla carta di sbarco, in corrispondenza della voce professione: giornalista. Ci è voluto l'intervento di un responsabile che assicurava della mia buona fede, che non andavo lì per spiare. Proprio a Sidi Bou Said, dove il premier Ben Alì aveva una enorme e presidiatissima residenza, ma anche in altre città, colpiva l'onnipresenza della polizia. All'ingresso dell'hotel anche e poi dovunque ti seguiva tra bandiere e bandierine, il ritratto di Ben Alì. Sorrideva dai palazzi, sulle piazze, la destra sul cuore, nel saluto più "cordiale" appunto: un apparato pronto a celebrare, il 7 novembre, i ventitre anni dall'inizio della Nuova Era, cioè dal suo insediamento. Un'atmosfera in cui di autenticamente festoso si avvertiva molto poco. Non immaginavo però che sarebbe stata l'ultima volta che i tunisini erano costretti a celebrare il potere di un uomo che li opprimeva. Inoltre, a Tunisi soprattutto in Avenue Bourghiba, diventata in questi giorni nota in tutto il mondo, non avevo potuto fare a meno di notare che la folla si manifestava come un fiume di teste di folti capelli neri. "Popolazione di giovani!" mi ero detta e mi ero chiesta intanto dove quella fiumana si stesse dirigendo durante le ore del giorno, verso quale impegno o vuoto d'impegni. Ma intanto avevo notato le proporzioni dell'area universitaria, veramente notevoli per un paese che si mostrava per altri aspetti assai arretrato.

Riflessioni che si erano infiltrate in giornate dedite, come progetto, soprattutto alla cultura, e non solo nel senso più circoscritto del termine. Riconosco ora con pena di fronte allo schermo del computer, le vetrate del locale dove con il poeta Moncef Ghachem ci eravamo seduti a parlare di poesia, davanti a un bicchiere di the alla menta. Lì intorno, in questi primi giorni dell'anno 2011 risuonano colpi d'arma da fuoco, come presso il cancello dell'Ambasciata di Francia dove, nella piccola biblioteca per l'infanzia di cui aveva la cura, eravamo andati a trovare proprio la moglie di Moncef.
Certo mi ero meravigliata della sopportazione di quel popolo non solo verso un regime con le sfumature di una tirannia, ma anche verso le isole di lusso costruite per facoltosi turisti occidentali, dove io stessa, a malincuore, mi ero trovata a dormire un paio di notti. Noi, del resto, mi ero detta allora e oggi non posso fare a meno di ripetermi, abbiamo anche noi nostri gravissimi problemi da affontare.

Mi ero meravigliata, data la brevità del volo, di quanto la Tunisia fosse molto più vicina di quanto avessi mai pensato. Lo sapevano certo con le loro navi i nostri antenati romani. Infatti mi sarei resa conto, anche se dovevo saperlo, che è una terra che conserva ricordi del suo periodo romano più di molte parti della stessa Italia. Una città ogni sessanta miglia, così si stendeva la tela delle colonie sul territorio. Una terra ricchissima dove grandi fortune si erano accumulate con la coltivazione di latifondi a olivo (che ancora persistono), dove i potenti dotavano le loro case di bagni e pavimenti a mosaici, che il clima asciutto ha contribuito a conservare in ottimo stato. Oltre ai ricordi di epoche lontane aveva attratto la mia attenzione la fauna del paese: le varietà di uccelli migratori, soprattutto. Lungo l'autostrada le cicogne fanno il nido sui pali della luce, ai margini della palude salmastra che separa la pista Nord-Sud del paese dal mare. Lì incontro anche piccole carovane di cammelli, provenienti dal sud desertico, o singoli cammelli agghindati accanto ai monumenti, in paziente attesa del turista che voglia farsi fotografare con loro. Mi aveva ferito tuttavia l'immagine di agnelli, tenuti in recinti presso le strade, in vendita, per celebrare con il loro sacrificio la salvezza di Isacco, nella biblica Festa dell'agnello, altra tradizionale ricorrenza, religiosa stavolta, di metà novembre. Ancora agnelli e bovini macellati e appesi in quarti fuori da bettole, schierate l'una dopo l'altra lungo le strade, animali ridotti a carne in esposizione, e fornelli dove i carboni sono accesi già dal tardo mattino. Asini, come fino a poche decine d'anni fa da noi, trattati come bestie da soma, adibiti a portare pesi enormi o a tirare carretti formati solo di tavole accostate.

Prima di partire avevo riletto l'Eneide e le storie narrate da Cesare nel De bello civili e nel De bello africo, per cercare di riconoscere il teatro degli amori di Enea e Didone, degli scontri sanguinosi tra Cesare e i pompeiani, a Utica ripensare al suicidio di Catone e riflettere sull'interpretazione che Dante ne dà nel Purgatorio. Nel nord di colline e laghi ho rivisto poi l'ambientazione dei massacri di mercenari e cartaginesi, d'impazziti elefanti reinventati con ottocentesco esotismo da Flaubert, per il suo Salambô. Per quanto la bellissima Salambô del romanzo sia personaggio di pura invenzione, Salambô si chiama ancora oggi un piccolo centro tra Tunisi e Sidi Bou Said.
Avevo avuto anche la fortuna di trovare in libreria una copia delle traduzioni italiane dei Canti della vita del grande poeta tunisino Shabbi, il fondatore stesso della poesia tunisina moderna. Una personalità eccezionale, proveniente da un ambiente agiato ma lui stesso conoscitore solo della lingua araba, morto a venticinque anni nel 1934. Il libro, pubblicato dall'editore siciliano Di Girolamo, con un illuminante saggio introduttivo di Salvatore Mugno, si è rivelato nel mio viaggio un buon biglietto di presentazione per i poeti tunisini con i quali le amiche Toni Maraini e Elisabetta Messina, entrambe esperte del Maghreb, avevano per me attivato i contatti.

lunedì 20 dicembre 2010

BUON ANNO a tutti, ma in particolare a Michele Serra


Vale la pena acquistare La Repubblica solo per leggere L'Amaca di Michele Serra, esempio di scrittura, e in definitiva d'umanità, se la parola e la scrittura sono quanto distingue quel particolare tipo d'intelligenza che è l'intelligenza umana. Dote preziosa di cui si fa rovina e spreco con la verbosità e l'enfasi pubblicitaria tipica dei nostri giorni. I premi non significano molto, ma se Lucreziana 2008 potesse istituire anziché un "premio" un "ringraziamento" annuale per chi interpreta la dignità della scrittura, questo "Ringraziamento Lucreziana 2008" andrebbe senz'altro a Michele Serra. Ieri ha interpretato in poche righe l'umiliazione e il sussulto d'orgoglio oppositivo di molti in questo nostro paese (me compresa), di fronte ai fatti della nostra attuale politica. Riportiamo di seguito una sintesi del già balenante pensiero:
La soddisfazione dei vescovi per la tenuta del governo Berlusconi[…]fa pensare a una specie di stordito masochismo. I santuomini in abito talare che fronteggiano la secolarizzazione di serie B dell'ultimo ventennio, così ben incarnata dalla triste crapula del premier, non possono non sapere che l'imitazione di massa di quei consumi, di quei costumi, di quella visione delle cose, non è parente nemmeno alla lontana della morale cattolico-romana, e neppure della più generica delle morali correnti.[…] L’idea che le elemosine governative alle scuole cattoliche e alle proprietà immobiliari della Chiesa siano davvero la moneta che basta a comperarne l'amicizia, è così avvilente che non ci si riesce a credere.

venerdì 10 dicembre 2010

Due poesie di Santiago Montobbio


Santiago Montobbio (Barcellona 1966) ha scritto vari libri di poesie. Dopo venti anni di silenzio, l'anno scorso ha ripreso a scriverne dietro una prorompente ispirazione. Chi scrive ha avuto modo di incontrare rivi di questa corrente e qui sceglie di presentare due poesie delle più recenti, inedite in traduzione italiana.
Accanto alla passione per la parola pronunciata e ripetuta, come per assaporarla, come per comprenderla quasi l'incontrasse per la prima volta, e infine drammaticamente affrontarla già propria della prima produzione di Santiago Montobbio, possiamo individuare caratteri nuovi di questa vena poetica:
la riflessione sulla poesia nel suo farsi,
il timbro triste senza compiacimento né grido, ma come necessità della voce,
la velata ironia con esiti prossimi all'aforisma.(p.m.)



LOS POEMAS ESTÁN TRISTES
bajo el adiós
que siempre dicen. Los poemas
no pueden ser de otro modo
y cifran el recodo último
en que el vivir a sí se enfrenta.
Los poemas no se gustan, no complacen.
Pero me encuentran, me buscan y me dicen.
Los poemas no son disciplinados niños
que sigan preceptivas o recetas. Los poemas,
si son buenos, se sorprenden a sí mismos.
Los poemas están tristes y muchas veces no se gustan
pero en su destino está el ser únicos, definitivos.
En los poemas me congrego y cifro
desde el último fondo de mí mismo.
En ellos vivir es siempre abismo.


LE POESIE SONO TRISTI
per gli addii
che sempre pronunciano. Le poesie
non possono essere che così:
danno la misura della curva finale
dove il vivere con se stesso si scontra.
Le poesie non si piacciono e non sono compiacenti.
Però m'incontrano, mi prendono e mi parlano.
Non sono ragazzini disciplinati
che seguono precetti e formule. Le poesie,
se sono buone, sorprendono se stesse.
Le poesie sono tristi e spesso non si piacciono
però è nel loro destino di essere uniche, definitive.
Dentro di loro mi raccolgo e compendio
dal più profondo di me stesso.
Vivere in loro è sempre abisso.




LA LIGERA MAÑANA TAMBIÉN EMPIEZA,
también alienta, está bajo las cosas. Aunque escondida,
aunque pequeña. Debajo de las cosas hay una mañana
y tú tienes que encontrarla. Pero no es fácil.
No siempre se encuentra. A veces una vida no basta
para encontrar en ella una mañana.


IL LIEVE DOMANI COMINCIA TUTTAVIA,
respira, è dentro le cose. Per quanto nascosto,
per quanto piccolino. Dentro le cose c'è un domani
e tu devi incontrarlo. Però non è facile.
Non sempre lo incontri. A volte una vita non basta
per incontrarvi un domani.

traduzione di Piera Mattei
Foto Anna Xalabarder

martedì 30 novembre 2010

Bon Anniversaire à Bernard Noël,



né novembre 1930, poète, essayiste, critique d'art et romancier français.

Ici il est à Rome en 2005, à la librairie Odradek, pour la présentation de la traduction italienne ( pour la cure de Lucetta Frisa et Marco Dotti, edizioni dell'Arca, Joker) de son livre "Artaud et Paule".
Dans la photo: Bernard Noël avec Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Piera Mattei.

venerdì 26 novembre 2010

"Un'Immaginazione Cosmica": Mohamed Ghozzi


è poeta, professore universitario di letteratura araba, critico letterario, scrittore per l'infanzia, nato a Kairuan, città santa della Tunisia, dove risiede. Le sue poesie e i suoi racconti per l'infanzia sono noti in tutto il mondo arabo.
Abdul Kader El-Janabi e Bernard Noel, nella loro antologia della poesia araba così scrivono di lui:" la sua padronanza del ritmo e dell'immagine, il suo modo di evocare l'infanzia con poche parole e il suo desiderio appassionato di tessere con fili dorati tutte le luci della mistica…gratificano ogni poesia di un'illuminazione cosmica capace di rapire l'anima del lettore."

Le poesie qui presentate sono dalla versione francese, approvata dall'autore, di Aymen Hacen, poeta, traduttore e insegnante di letteratura francese.



da Livre des saisons

L'éclair
Quand l'éclair se précipite mettant le feu aux
cendres de l'obscurité
L'enfant lève vers lui sa paume
Serre une braise dans sa main
Puis se replie dans le froid de son lit et s'endort.

Il fulmine
Quando il fulmine si precipita dando fuoco
alle ceneri dell'oscurità
il bambino alza verso di lui il palmo della mano
serra nel pugno un frammento di brace
poi si ravvolge nel freddo del suo letto
e s'addormenta.
*


Je dis
Je dis quand autour de moi les gens deviennent
nombreux
Me suffit le peu qui reste de cette carafe
S'il n'y a plus à boire
Et que mon tour soit passé
Moi, je me contente de sentir les doigts de
l'échanson.

Dico
Dico che quando intorno a me la gente
si fa folla
mi basta il poco che resta in questa caraffa
se non c'è più da bere
e il mio turno è passato
io mi contento di odorare le dita del coppiere.
*

L'aigle
Regardez comment cet aigle
Soulève la terre à l'insu de sa race
Et la suspend comme une pomme
Dans les royaumes de ces nuées.

L'aquila
Guardate come quell'aquila
solleva la terra all'insaputa della sua stirpe
e come un pomo la sospende
nei regno di quei nembi.
*

Le trépas
Si avant le chant du coq survient mon trépas
Et ouvre la porte de ma demeure
Je l'invoquerai: "Patience, Seigneur,

Il est sur terre des vins dont je n'ai pas goûté
Les plus délectables
Maints péchés dont je n'ai pas commis
les plus beaux,
Alors partez aujourd'hui, revenez demain."

La morte
Se prima del canto del gallo, spalancando la porta
della mia dimora, la morte facesse irruzione
lo invocherei: "Aspetti, Signore,

ci sono sulla terra vini deliziosi
che mai ho assaggiato
infiniti stupendi peccati
che mai ho commesso,
perciò oggi andate via, ritornate domani."
*


da Livre de l'étonnement

Jadis
Jadis venait la mer à notre chambre
Venaient de derrière la mer un royaume
Et une troupe de négresses,
Venaient autour de nous les herbes dépourvues de nom
Venait la mer vêtue de ses grands secrets
Heureux je descendais du lit de mon enfance
dans l'eau
Je ballottais la mer habité
Par le feu de l'étonnement premier.

Un tempo
Un tempo il mare arrivava alla nostra camera
dietro il mare venivano un corteo reale
e una turba di donne negre,
venivano intorno a noi erbe che non hanno nome
veniva il mare vestito dei suoi grandi segreti
felice scendevo dal letto della mia infanzia nell'acqua,
agitavo il mare abitato
dal fuoco del primo stupore.
*


À l'âge de sept ans
Quand nous étions ensemble à l'age de sept ans
J'avais serré dans ma main l'étoile
Puis j'étais rentré
Heureux à la maison

Quand nous étions ensemble à l'age de sept ans
J'avais ouvert dans notre solitude la main
Voici que ma main était vide
Et l'étoile que j'avais cachée: lumineuse goutte d'eau.

Quand nous étions ensemble à l'age de sept ans

All'età di sette anni
Eravamo insieme all'età di sette anni
e avevo stretto nella mano la stella
poi ero tornato
felice a casa.

Eravamo insieme all'età di sette anni
e rimasti nella nostra solitudine avevo aperto la mano
ed ecco la mano era vuota
e la stella che vi avevo nascosto: goccia luminosa d'acqua

Eravamo insieme all'età di sette anni
*

La voix
De qui est-ce la voix dans l'obscurité de notre jardin?
Nous ne nous sommes pas familiarisés avec
la voix, nous n'avons pas trouvé de chemin
menant à elle,
De biais nous avons regardé le seuil:
Rien que les chéneaux qui s'égouttent
Rien que les fils de la nuit qui se tissent.
Est-ce une femme de nuit,
Apportant la conque du fleuve sur la soie
de ses mains
Et les algues des ruisseaux
Dans ses cheveux entremêlés?
Ou bien est-ce mon père revenu
trois ans après
Sans rien dans le froid des paumes, sans rien
au fond des yeux,
Sans rien dans l'habit,
Sauf la fatigue de ce chemin et l'obscurité
de ces royaumes?
Nous n'avons pas ouvert la porte au visiteur
suspect
C'est que ma mère nous a réunis dans sa
chambre à coucher
Et nous a habillés avec des lambeaux de
son tablier
Sous le poids de ses habits nous avions peur
Nous suivions les pas du visiteur s'éloigner
derrière les chemins.

La voce
Di chi è la voce nell'oscurità del nostro giardino?
la voce non ci è familiare,
non abbiamo trovato un cammino che a lei ci porti,
abbiamo di sbieco guardato la soglia:
solo le grondaie che sgocciolano
solo i fili della notte che si tessono.
E' forse una donna della notte
che porta la conca del fiume sulla seta delle sue mani
e le alghe dei ruscelli
nei suoi capelli intrecciati?
Oppure è mio padre tornato tre anni dopo
nulla nel freddo dei suoi palmi, nulla nel fondo degli occhi
niente nel vestito
se non la fatica del cammino e l'oscurità di quei regni?
Non abbiamo aperto la porta al visitatore sospetto,
mia madre ci ha riuniti nella sua stanza da letto
e ci ha vestiti con brandelli del suo grembiale
sotto il peso dei suoi vestiti avevamo paura
seguivamo i passi del visitatore allontanarsi oltre i sentieri.
*

da Livre des sources

La ville
Quelle surprise attends-tu?
Les amoureux y sont allés avant toi
Et avant toi des tribus ont juré d'y parvenir
Regard maintenant:
Ces vaisseaux en reviennent sans échos
En reviennent sans nouvelles les voitures à chevaux

En vain y va-tu donc
Les sources sont chimères
Et ce pays que tu désires ne se révèlera pas,
Reviens avant l'avènement de la nuit:
Jamais la soif de l'âme n'est abreuvée par l'eau
Ni le cœur altéré éteint par le sources
jaillissantes
Tous ces qui sont partis sont aujourd'hui
revenus sans échos
Sans nouvelles revenus tous ceux qui y sont
allés les premiers.

La città
Che sorpresa ti aspetti?
Prima di te ci sono andati gli innamorati
e le tribù hanno giurato di arrivare lì prima di te,
ora guarda:
quei vascelli ne tornano senza echi
senza notizie ne ritornano le carrozze a cavalli

Invano dunque ci vai
le sorgenti sono chimere
e il paese che tu desideri non si rivelerà,
torna prima che si faccia notte.
Mai l'arsura dell'anima si è abbeverata all'acqua
né la sete di un cuore s'estingue a fonti
zampillanti,
tutti quelli che sono partiti sono oggi
tornati senza echi
senza notizia sono tornati quelli che
per primi partirono
*

Le revenant
Peut-être l'age l'a-t-il épuisé. Peut-être la
nostalgie l'a-t-elle accablé
Trébuchant il est retourné à sa première
taverne
S'abreuver avant le départ des buveurs

C'est qu'il a perdu ce qu'a amassé.

Perdu l'appétit de l'âme
Mais qu'espèrent de lui les convives
maintenant que l'age l'a amoindri
Et que le poids de la quarantaine a écrasé son corps frêle?
Le voici cette nuit qui vient les paumes froides,
les yeux stupéfaits,

Il vient tremblant, pas de chanvre dans les
mains, pas d'épices
Ce qu'il a amassé est perdu, et perdue la
jouvence du coeur.
Quelle demeure est cette demeure?
Pour quelle raison ses habitants se sont-ils
dispersés?
A' sa première banquette il est retourné
trébuchant
Ni les femmes de la taverne ne sont allées à sa rencontre
Ni les foules des veilleurs ne se sont précipitées
pour le voir
C'est que ses compagnons se sont méfiés
Et ses proches l'ont évité
Mais qu'espèrent de lui les convives
Si ce n'est qu'il s'en aille loin
Et qu'il meure désormais seul comme meurent
les bêtes de somme…

Il fantasma
Forse l'età lo ha estenuato, forse
la nostalgia l'ha oppresso
vacillando è tornato alla sua prima taverna
a dissetarsi prima che i bevitori se ne vadano
Il fatto è che ha perso tutto quello che aveva accumulato,
perso l'appetito dell'anima
Ma cosa sperano da lui i convitati
ora che l'età l'ha smagrito
e che il peso della quarantena ha schiacciato
il suo fragile corpo?
Eccolo che arriva, questa notte, le palme fredde
gli occhi stupefatti,
viene tremando, non ha nelle mani
né canapa né spezie
quello che aveva guadagnato l'ha perso, ha perso
la giovinezza del cuore.

Che dimora è questa dimora?
Perché i suoi abitanti si sono dispersi?
Alla sua panca di prima è tornato
vacillando
le donne della taverna non gli sono andate
incontro
né la folla dei nottambuli si è precipitata
per vederlo
il fatto è che i suoi antichi compagni diffidano
e i suoi vicini lo evitano
ma cosa sperano da lui i convitati
se non che se ne vada lontano
e che muoia solo orami
come muoiono le bestie da soma…
*

da Livre des miroirs

Avant la chute de l'étoile
Avant la chute de l'étoile, mon maître
est parti et m'a abandonné
Il a jeté au fleuve ses bagues
Et s'est enfoncé dans la pénombre des villes
Comment lui ai-je donc libéré mon âme de sa prison
Et ôté en sa présence mon corps?
Boeufs des forets et males des cerfs
Dans l'ombre s'est perdu mon maître et m'à perdu
Tracez pour moi cette nuit une tombe
Voici mes larmes mes ablutions
Et mon habit mon linceul.

Prima che cadesse la stella
Prima che cadesse la stella, il mio Signore
se n'è andato e mi ha abbandonato,
ha gettato nel fiume i suoi anelli
s'è addentrato nella penombra delle città.
Perché ho liberato per lui la mia anima dalla prigione
e schiuso in sua presenza il mio corpo?
Bufali e cervi della foresta
nell'ombra s'è perduto il mio Signore
e m'ha perduto.
Scavate per me stanotte una tomba
ecco le mie lacrime, le mie abluzioni
il mio vestito il mio sudario.

Cura e traduzione di Piera Mattei
Nella foto il poeta a Kairuan presso i "bacini degli Aghlabiti"(IX sec.d.C).

giovedì 18 novembre 2010

Mahdia,Tunisia – La casa del poeta Mocef Ghachem

sulla penisola di Capo d'Africa

accanto all'antico cimitero marino

la casa del poeta



nella piazza:preparano la sposa per la depilazione rituale

brilla la cupola argentea della grande Moschea

Moncef Ghachem, poeta tunisino d'espressione francese, è nato a Mahdia nel 1946 in una famiglia di pescatori. Nella sua lirica (Cent mil oiseaux; Car vivre est un pays; Cap Africa) e nei suoi racconti (Rais Hugo; L'éparvier) il sentimento d'appartenenza si meticcia con lo sguardo critico da un'altra cultura, creando il mito poetico di quel luogo e di quella gente.
Così scrive il poeta nel suo "Curriculum vitae" (in Dalle sponde del mare bianco, Mesogea 2003)
:
A est come a sud e a nord Mahdia è sul mare. Beve il cielo e si lascia lappare dai venti. A ovest si perde negli oliveti. E Mahdia è uno scoglio piuttosto stretto, ma che viaggia sulle onde. Sono andato per mare molto presto con mio padre, i miei zii e i miei cugini […]. E' nel cuore della mia famiglia di pescatori che ho incontrato la poesia. E siccome andavo per mare di giorno e di notte, è lui ad avermi prodigato un po' della sua memoria, del suo mistero, una briciola del suo canto.(p.m.)