giovedì 30 agosto 2012

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE– commento di Piera Mattei


Sfogliando l'intenso piccolo libro, dalle belle pagine ingiallite, "Cento giade del tesoro di Kung – Antologia di filosofia confuciana a cura di Piero Grosso" m'imbatto in un pensiero che troppo somiglia al pensiero che impietoso, di questi tempi, mi viene incontro ogni mattina, appena apro la radio sulle notizie del giorno:


Quando colui che presiede a uno stato o a una famiglia fa della ricchezza il suo scopo principale, egli deve essere sotto l'influenza di un essere malefico.
Questo essere egli potrà forse ritenerlo buono, ma il fatto è che se una persona simile è impegnata nell'amministrazione di uno stato o di una famiglia, questi ultimi saranno ben presto colpiti a un tempo dalle calamità della natura e dalle ingiurie degli uomini. E anche se un uomo buono sarà chiamato a rimpiazzarlo, non riuscirà a rimediare ai malanni già avviati.
Ciò spiega il detto che uno stato non deve considerare il profitto finanziario come un profitto reale, ma deve ritenere profitto reale la giustizia.
(Tseng Tse 505 - 437 a.C.)

lunedì 16 luglio 2012

Dedicato a Istanbul 2







NAZIM HIKMET
[La poesia d'amore più bella, con foto di Piera Mattei]

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l'aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinn...

due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d'argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì

ti farei sedere sull'orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l'aria e l'acqua d'Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l'osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia

ma sta' attenta
sta' attenta non dirmi "avvicinati"
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

(traduzione di Joyce Lussu)

mercoledì 11 luglio 2012

QUELL'INFANTE "in interiore homine" di Piera Mattei


Franco Ferrarotti – L'anno della quota 90 – Empiria 2012
Quanta affettuosa ironia, nelle pagine in cui Franco Ferrarotti rivive e naturalmente reinventa la sua primissima infanzia! Nato, il piccolo menagramo, nell'anno della "Quota novanta", tempi di finanziari disastri, molto simili ai nostri giorni.
L'autore gode nel rientrare in quel museo della sua mente, in quel luogo che non c'è più, che è la grande casa contadina in cui è nato e nell'altra simile casa dei bisnonni, creature ruvide e taciturne, che lo ospiterà nei primi anni di vita.
Entra in quella casa tutto solo, indisturbato ormai, con il suo occhio penetrante, con lo sguardo di un individuo adulto che ha fatto dell'intelligenza e della fantasia, dell'inesauribile gioco intellettuale, la sua principale passione. E quel suo godimento, quella passione, riesce a comunicarla al lettore.
Siamo trascinati a seguirlo nella creazione di un mito, che certamente ha corrispondenze con la realtà, ma diventa mito nel momento in cui è cantato sulla pagina, con accensione che non esiterei a riconoscere come poetica. Dunque, c'è un tema centrale nel racconto di questa infanzia, la storia di una piccola creatura malata, nel gergo veterinario si chiamerebbe lo scarto della cucciolata, che quasi abbandonato dai genitori disperati di ricuperarlo, cresce, più che accudito e educato, appena sorvegliato da questi antenati, antichi ormai, nodosi e soprattutto silenziosissimi, imparando liberamente a usare le sue corde vocali, emettendo suoni anche stranissimi o "ineducati", utilizzando come vuole i propri sensi per capire lo spazio, gli oggetti intorno. Ma l'amore, per quanto inespresso, certo non gli è mancato. Credo ci sia una grandissima forza nel breve capitoletto in cui l'autore racconta dei due lenti abbracci rituali di Ursula, la bisnonna, al mattino e alla sera prima di coricarlo. C'è un grande affetto contenuto che forse l'ha davvero nutrito, in quel nome appena sussurrato "Francu, Francu".
Nel libro questo tema centrale del bambino che cresce solitario, libero e forse (ma non lo sa) felice, tende a mutarsi in basso continuo, sul cui sottofondo s'innestano temi dalle variazioni infinite, sempre sapienti – le famose ferrarottiane digressioni. Dentro quelle, quasi dentro un coloratissimo caleidoscopio, ci trascina la mente, tendenzialmente sempre squadernata su una personale originalissima enciclopedia, del nostro autore.
Dunque questo infante–Franco–Ferrarotti (Francu) si affaccia alla coscienza del nostro autore. "Sclama" è vero, ma avrà le sue ragioni. Profondamente è amabile, curioso, ed è bello seguirlo, osservarlo non visti mentre solitario si aggira, a livello del suolo, si ferma, testa, assaggia, senza essere ostacolato da bruschi divieti. È il caso o una catena di concause che sta creando la creatura che per sempre abiterà, protetta e compresa, "in interiore homine", dentro l'adulto che inesorabilmente diventerà.

Sempre li reinventiamo, e li amiamo così come li abbiamo ricreati, come fossero altro da noi, questi "noi stessi-altri", noi come eravamo quando ancora non eravamo, quando eravamo diversi, non più ovuli, embrioni, già creature che abitano lo spazio esterno ma senza ancora conoscere, muovendosi per imparare a muoversi. Si affacciano da soli, ci costringono a ripercorrere le tappe essenziali della nostra storia personale, a osservarli con curiosa affettuosità, sempre scoprendo qualcosa di nuovo, che conoscevamo perfettamente, nei dettagli, come impresso su una pellicola, e insieme ignoravamo.

Ascoltando il professor Ferrarotti parlare con sorridente ironia e divertito distacco – con amore – del piccolo Franco, ci pare di capire che si senta un po' come il padre di quell'infante (qui in senso etimologico), che lui é stato. Ci viene da pensare che quello, il bambino libero per mancanza di cure, con i suoi lenti personali ritmi di apprendimento, lui e non altri, potrebbe essere "il figlio diletto" nel quale l'adulto carico di cultura e esperienza che è diventato, si riconosce e si "compiace".

Di seguito riportiamo alcuni passi dei capitoli II e VI del libro:

Franco Ferrarotti da "L'anno della quota 90"

II

Il Po mi ha cantato la ninna nanna


Sono dunque nato nel Comune di Palazzolo Vercellese. La partita sembra chiusa; sarebbe bello, ma non è così. È ben vero, infatti, che sono stato registrato negli uffici anagrafici del piccolo comune di Palazzolo in provincia di Vercelli, l’antica Vercellae, Vercellarum, illustrata dal Sant’Andrea, splendida basilica che mira all’impossibile congiunzione dello stile gotico con quello romanico. Ma io sono nato, a voler essere precisi, non dico pedanti, a Palazzolo, ma non proprio in Palazzolo, bensì piuttosto fuori mano, a una certa distanza dal paese, in una località sita fra il paese e il Po, nella cascina chiamata «La Fornace», luogo, come si può facilmente arguire dal nome, di grandi ardori. Purtroppo, pare che non esista più, forse autoconsunta. «Deve esserci nato un menagramo», avrebbe mormorato o mugugnato il padre al mio apparire. Correva infatti l’anno 1926, il tragico anno della Quota Novanta. Sta a vedere – soggiungeva a denti stretti il genitore – che, se andiamo avanti così, costui è piovuto giù non dalle nuvole. Ci è arrivato addosso dall’inferno. E invece no, dirà la comare, anche lui è uscito da un ventre di donna, attraverso quel meato uterino che conosciamo tutti così bene; è nato ed è stato partorito come tutti gli altri. Del resto, quell’uscita non proprio trionfale e, anzi, alquanto tribolata, la ricordo molto bene, acido lisergico adjuvante. Sono nato, in effetti, in Piemonte, nel territorio di Palazzolo Vercellese, in località detta «La Fornace».
Ma dove, precisamente, sono venuto al mondo? In ospedale? In clinica? Non mi si faccia ridere. All’epoca si veniva al mondo nel letto grande dei genitori, nel lettone a due piazze, senza tante storie, nel luogo stesso in cui si era stati concepiti. La Nena Linda, levatrice di generazioni, provvedeva alla bisogna; acqua bollente, asciugamani grandi, appena usciti dal bucato, eccetera. A che ora? Di giorno o di notte? Mia madre sosteneva, con la sua famosa cocciutaggine, alle tre del pomeriggio, del venerdì santo, mentre si sentivano i «botti», cioè i rintocchi che accompagnavano la morte del Salvatore.
Ma il luogo dove io sono nato, ormai quasi un secolo fa, non c’è più. Sono venuto, letteralmente, dal nulla. Il posto se l’è portato via il Po, in una notte di tuoni e fulmini. E di malumore. Amare un fiume, come io ho sempre amato il Po, il suo quieto scorrere, ma anche le sue notti agitate, sembra incongruo. Amarlo, ma anche temerne gli umori; spiarne i cambiamenti improvvisi, i sussulti, i temuti, pericolosi, spesso fatali «mulinelli», sfiora il masochismo.
Non funzionavo. A sei mesi, e ancor prima, mi davano per spacciato. Nel mezzo della crisi determinata dalla sciagurata «Quota Novanta», nella famiglia allargata, ero diventato un peso insopportabile. Piangevo e mi lamentavo, «sclamavo» giorno e notte, per settimane. Si decise di mandarmi a Robella, dai bisnonni Ursula e Battista. L’aria era buona, migliore di quella di Palazzolo. Non ci voleva molto. Quella plaga al di sotto del livello del Po ne costituiva l’isola di sfogo. Robella era meno umida, la sua aria di ostinata «ribelle», o «rubella», era purificata dal bosco.
[...]
Ho sempre amato il Po. Compagno fedele. Musica dell’infanzia. Ma, come forse in tutti i grandi amori, c’è sempre la percezione di una minaccia, l’imprevedibilità dei comportamenti, la capricciosità delle reazioni. In un grande amore non c’è mai nulla di scontato, nulla che possa venir considerato garantito o gratuito. Passione e rottura sono presenti sempre. La qualità dell’onda è mutevole. Cambia il vento e la superficie liquida s’increspa. Cresce il livello e la carezza che lambisce si trasforma in uno schiaffo limaccioso che flagella. La minaccia del fiume, le alluvioni notturne. Esondazioni e inondazioni. La notte della grande fuga verso le colline. Ma non sempre ci sono colline a portata di mano. La pianura è piatta. L’acqua preferisce la posizione orizzontale. Si riposa. Riflette, calma, il cielo.
[...]

VI

Vantaggi della taciturnità e del ritardo mentale


I bisnonni ti vogliono bene, ma non ti parlano. Credono, con qualche buona ragione, che sia tempo buttato. Ma così consentono al bambino di parlare la sua lingua incomprensibile, inventata lì per lì, fatta di interiezioni e brevi esclamazioni, a seconda dei casi, e delle imprevedibili espressioni, scarsamente articolate, di sorpresa, dolore, disappunto, spavento, allegria. Non c’è conversazione. Non c’è scambio linguistico. Il mondo adulto, con la sua grammatica e la sua sintassi, è meravigliosamente lontano, assente. L’ordine del discorso ha da venire, se mai verrà. Ci sono i suoni, i rutti, le raucedini, le pernacchiette, i piccoli gridi di sorpresa.
Nel bambino non c’è la volontà del sapere. C’è solo il gusto, la curiosità del non ancora saputo. Mio Dio! Il bambino non sa niente. Tocca tutto. Vede con le falangi. È immerso nella obnubilata incoscienza del minerale. Non sa che si sta preparando il suo destino. Chi mai potrà raccontare le lunghe grigie giornate invernali della primissima infanzia, deliziosamente fredde, congelate nell’intemporale immobilità di una contemplazione assorta e stupefatta?
Michel Foucault è presuntuoso. L’ordine del discorso nasce dalle macerie. È un atto di censura. D’accordo. Solo l’infante può superare indenne l’interdetto. Il suo balbettio è così creativo, inedito, originale che gli adulti, monopolisti del potere, non sono in grado di capirlo. Ci sono più fonemi nella gola e nelle corde vocali del bambino di quanti si sogna nei trattati dei fonologi. Nelle buone famiglie, specie in quelle in cui trionfano le buone maniere e la mezza cultura, al bambino si proibiscono per tempo certi gesti e certi suoni. Vige la censura della parola «brutta» anche se naturale, primordiale, a suo modo autenticamente selvaggia, ma che non va detta in compagnia.
Nel silenzio ampio e nella sconfinata solitudine del mondo contadino di una volta, il bambino si esercitava, naturalmente, senza proporselo, a imitare i suoni che avvertiva, animati e inanimati. Ma nessuno, per me, era lì ad impedirmi di emettere anche suoni «osceni», rutti, scorregge. Un fonologo di straordinaria acutezza ha formulato in proposito la domanda fondamentale: «Qual’è mai la relazione tra le esclamazioni, sia infantili che adulte, e le lingue in cui sono pronunciate?» In un certo senso le interiezioni sembrano rappresentare una dimensione comune a ogni lingua in quanto tale, poiché sarebbe difficile, se non impossibile, immaginare una forma di linguaggio che ne fosse priva. D’altra parte, le esclamazioni denotano necessariamente un’eccedenza nella fonologia di una lingua singola, poiché sono composte di suoni specifici per definizione non contenuti altrimenti nella lingua. Gli «elementi fonologici distintivi anomali» sono, in breve, contemporaneamente inclusi in una lingua e da essa esclusi; più precisamente, sembrano inclusi in una lingua proprio in quanto sono esclusi da essa. Equivalenti fonetici di quelle entità paradossali che la logica degli insiemi ha bandito dalla propria disciplina all’atto stesso della sua fondazione, i rumori delle esclamazioni costituiscono gli «elementi» interni a ogni lingua che appartengono e non appartengono all’insieme dei suoi suoni. Sono i membri sgraditi ma inalienabili di ogni sistema fonologico, dei quali nessuna lingua può fare a meno ma che nessuna riconoscerà come propri.
Che tali elementi fonetici siano meno «anomali» di quanto potrebbero sembrare, lo suggerisce nientemeno che un pensatore e creatore di lingua quale Dante, affermando – nel suo incompiuto trattato sulla lingua, il De vulgari eloquentia – che, dalla Caduta di Adamo in poi, il discorso umano è sempre iniziato con un’esclamazione disperata: “Heu!”. (Quindi con un’espressione la cui forma scritta contiene almeno una lettera rappresentante un suono che doveva essere assente dal latino medievale noto a Dante: la consonante aspirata pura h). Il suggerimento del poeta è degno di essere preso in seria considerazione. Cosa può significare che la forma primitiva del linguaggio umano non sia un’asserzione, una domanda, una nominazione, ma un’esclamazione? Presa troppo alla lettera, l’osservazione di Dante rischia di essere fraintesa, poiché non definisce tanto le condizioni empiriche del discorso, quanto quelle strutturali che consentono la definizione del linguaggio in quanto tale. Queste condizioni sono quelle dell’interiezione: appena è possibile un’esclamazione, suggerisce il poeta-filosofo, può esserci una lingua, ma non prima; una lingua in cui non si potesse gridare non sarebbe affatto una lingua umana. Forse perchè l’intensità del linguaggio non è mai maggiore che nell’interiezione, nell’onomatopea, e nell’imitazione umana di ciò che non è umano. Mai una lingua è più “se stessa” che quando sembra abbandonare il territorio del suo suono e del suo senso, assumendo la forma fonica di quanto non ha – o non può avere – un linguaggio proprio: versi animali, rumori naturali o meccanici. È qui che una lingua, gesticolando oltre se stessa in un discorso che non può dirsi tale, si apre alla non-lingua che la precede e la segue. È qui, nell’emissione di quegli strani suoni che i parlanti si ritenevano incapaci di produrre, che una lingua si manifesta come una “esclamazione” nel senso letterale del termine: un “chiamar-fuori” (ex-clamare, Aus-ruf), oltre o prima di sé, nei suoni del linguaggio inumano che essa non può né completamente ricordare né del tutto dimenticare» .
Che fortuna non avere troppo solerti genitori, governanti o balie, più o meno asciutte, che per tutto il giorno ti dicano ciò che si può dire, e come vada detto, ciò che non si può dire nella maggioranza dei casi e ancora ciò che non va neppure pensato. Ma esiste forse una gioia più grande, per la curiosità dell’infante, che giocare, rimescolandone gli elementi costitutivi, con le proprie scorie liquide e solide, e con la dolce, melmosa tenerezza del fango e della polvere?
[...]

Ho cominciato a parlare tardi, e solo con difficoltà e rari squarci vocali. E ho cominciato anche più tardi a camminare eretto. Ho sempre, istintivamente, preferito le quattro zampe, vicino a terra, più comode, certamente più sicure, meno esposte al rischio di perdite di equilibrio, di sbandamenti e di cadute, talvolta, rovinose. Ho cominciato a parlare alquanto scioltamente solo verso i quattro anni. Ma da sempre, fra me e me, continuavo a borbottare: un insistente balbettio, con suoni strani, con molte ü e ö, che più tardi mi avrebbero aiutato in modo decisivo nella pronuncia del francese e del tedesco. Creatività inconsapevole del balbettio infantile, così spesso e stupidamente censurato, con le migliori intenzioni, dal mondo adulto e dalle scienze pedagogiche.
È il mondo della taciturnità. La bisnonna Ursula ti abbraccia, senza stringere, tutte le mattine. E poi, la sera, prima di andare a letto. Detto più precisamente, prima di infilarsi fra le lenzuola, scivolare nella busta. Ma senza dire parola. Al più, borbottando, sussurrando il mio nome, che è un breve, misero bisillabo: «Francu, Francu». Le parole sono surrogate dal linguaggio del corpo. Gli occhi. Gli abbracci. Le mani ossute e nodose che ti accarezzano come se ti spazzolassero.
Il bambino parla con gli insetti, con gli animali, con se stesso animale fra gli animali di mezza taglia. Se nessuno ti regge, e tu non stai dritto sulle gambe tenere, non cammini, che fai? Ti limiti a gattonare, riduci i rischi. Errando a quattro zampe, si stabiliscono amicizie, legami piuttosto profondi con gli insetti, piccoli animali, rapidi e furtivi. Si sa che questo accade ai detenuti per lunghi periodi con uccelli attirati alle inferriate, vermi, topolini.
[...]
La vita dell’infante trascorre, l’inverno, fra la cucina e la stalla, luoghi caldi di un caldo naturale, accoglienti, in cui si mangia, ci si riempie e ci si libera, si evacua. Ma la cucina non è il miserabile cucinino degli appartamenti di oggi. È uno stanzone immenso, un vasto antro degno di Polifemo, una sorta di tempio, e la stalla, d’altro canto, è il rifugio nelle brumose serate invernali, dove si raccoglie la convivialità e si celebra la fratellanza fra animali umani e non umani, si raccontano storie antiche e si lega così il passato al presente, si preannuncia e si pregusta l’avvenire. Cucina e stalla, dunque, cibo e calore umano, convivenza e processi fisiologici.
Nell’era del «precotto», la cucina è stata dapprima ridotta a sgabuzzino per riporvi scope, piumini e arnesi vari, e quindi degradata ad «angolo-cottura». Le cucine di una volta erano tutt’altra cosa. La mia cucina del «castello» di Robella era un salone immenso, con volta a cattedrale e un camino sempre acceso, che occupava, praticamente, tutta una parete e mestoli e casseruole di varie dimensioni, padelle di rame lucido e trecce di aglio e cipolle, salami, interi prosciutti impiccati, per così dire, allegramente appesi, impudicamente pendenti dall’alto soffitto, affumicato e variamente istoriato, tanto da far pensare ad una sorta di laica, godereccia Cappella sistina. La cucina era il cuore della casa, il luogo deputato alla preparazione, laboriosa e odorosa, del cibo ma anche alla sua tranquilla, protratta consumazione, debitamente aiutata da libagioni generose, risate omeriche, rutti, fiati posteriori. Forse non poteva neppure immaginare quanta ragione avesse il filosofo Ludwig Feuerbach quando affermava, con teutonica burbanzosità, che «Mensch ist was er isst» (l’uomo è ciò che mangia).

giovedì 21 giugno 2012

Dedicato a Istanbul




I due artworks che aprono questo omaggio a Istanbul sono opera di Erkut Tokman, poeta e artista turco, splendida guida durante una giornata di primavera in quella città che, per dirlo ancora una volta con le parole della poesia che segue, cancella i superlativi che affiorano in superficie. A Erkut è dedicata la poesia.



COL SOLO TATTO TI ASCOLTA (Istanbul)


per Erkut Tokman

non ti guardano
tu li guardi e non rispondono
protetti nella loro felicità estenuata
– i cani di nessuno li riconosci
hanno un contrassegno metallico all'orecchio
un orecchino ben visibile
come sapessero dai libri
di antica appartenenza
di nobile orfanità

secoli di silenzi s'abbattono sul Bosforo
si slanciano dal ponte d'Ataturk
dagli scogli e dalle rive –
dai corpi snelli
che indovini nei pastrani
– de virginibus velandis –
credi di riconoscere le figlie dell'harem,
–oh le madri fanciulle
per l'acuta bellezza rapite
fino negli entroterra!
– così di loro puoi ragionare
insinuare muta
affinità sottintesa
nel loro vocìo smorzato



ti spingi oltre –
Istanbul
neonata nell'aria
col solo tatto ti ascolta
cieca proprio come un neonato in esplosione di vita
– tu senza parole
la stai ascoltando mentre col rosso
di un tramonto dietro il Corno d'oro
(da cartolina, sì)
va cancellando dal vocabolario
i superlativi che affiorano in superficie
– con ginocchia piegate
e piedi piagati
impone il silenzio in una pausa estatica

ti spingi oltre –
ritrovi un Oriente nell'adolescenza
affrontato col presente cruento dei verbi
dove non c'è mai sosta
dove tra balenii metallici di scudi
cade talvolta la palpebra sull'orbita vuota

così ti spingi verso Roma imperiale
alla porta dell'Oriente tra cupole e minareti
– ma soprattutto gli odori
nell'aria che ti accarezza le braccia
sono l'accoglienza alla straniera
l'invito alla turista stordita
dove ogni gesto
è familiare
i volti fraterni
– e mai impronunciabili sono i suoni
di una lingua
del tutto incomprensibile
(forse è lì la risposta?
in un suono la cui estraneità
non t'offende?)

l'anziana mendicante offre una caramella
per un'elemosina
ragazzini selvatici col dorso della manica
coprendosi il volto
per una lira
ti consegnano un pacchetto di fazzoletti
mercanzia leggera da sollevare
quando lasciano le scale del ponte

ma al ponte di Galata
dalla balaustra in folla gettano lenze
perché c'è speranza nel mare
e straripano le strade – vanno
in correnti misteriosamente regolari
schiere compatte di storni
senza mai urtarsi

PIERA MATTEI

giovedì 19 aprile 2012

novità Gattomerlino – Figlia d'Adamo di Debora Greger







Il nucleo della poesia di questo libro vede dunque al centro della scena un'adulta, negli anni Novanta dello scorso secolo, che nella sua poesia interpella quanti erano i responsabili delle scelte gravissime della politica e della scienza, negli anni della sua infanzia. Li interpella senza risentimento ma con un'ironia tagliente, che chiede conto non tanto della malafede, quanto dell'incoscienza:

Golden Deliziose: avevo mangiato del frutto
della conoscenza del bene e del male
ma i miei occhi non si erano aperti, non ero dio.

*****
"Ha bevuto latte da bambina?"
mi chiederà il dottore, la voce della ragione.
"Il latte della fattoria sottovento?"



Quanto rende tuttavia indimenticabile questa poesia è quel profumo di deboli fiori forzati a fiorire, quel paesaggio polveroso nel quale si aggirano come fantasmi greggi senza pastore – greggi, si saprà poi, comprate al pastore e nutrite con erba contaminata, per scopi "scientifici"– le radici che si spingono nel suolo "comunque" alla ricerca del loro nutrimento, i frutti ostinati. E quel modo di rivedere la realtà, nei dettagli e anche nel suo moto fisico, non al microscopio che sarebbe inadeguato, ma tramite un ciclotrone, il mezzo che permette di conoscere, come lo si vedesse, il movimento dell'invisibile:

Fuori una foglia prese tempo per cadere, angelo ribelle,
giù attraverso il pavimento ben lucidato del cielo,
fino all'irragionevole deserto di polvere.

Lì fuori da qualche parte l'uranio si scompose
in figlie-particelle instabili.
Oh vita che si scompone, oh eternità

*****
con l'appena percettibile, sacro blu del decadimento atomico,
madre verso figlia, l'uranio anelava a essere piombo.


(dalla nota critica di Piera Mattei)




Il Paesaggio della Memoria


Richland, Washington

Sono cresciuta in un deserto. Un deserto di ritorno, di seconda nascita: i primi coloni, allevatori e coltivatori, furono costretti dal governo a partire negli anni quaranta, per dare posto al più grande segreto bellico, la costruzione della centrale atomica di Hanford. La centrale, benché neppure chi ci lavorava lo sapesse allora, fabbricò il plutonio per la bomba sganciata su Nagasaki. La squadra del liceo si chiamava "The Bombers". Intorno al sigillo della scuola c'era una nuvola a fungo.
Mio padre si occupava della sicurezza. Non sapevo cosa facesse per vivere. Sapevo solo che prendeva l'autobus per andare nel deserto ogni giorno, come ogni altro padre che conoscevo.
A cena ci avrebbe talvolta raccontato cosa aveva visto nella sua trasferta di quaranta miglia: conigli, cervi, lupi delle praterie, capre inselvatichite. D'inverno le capre si riparavano lungo un terrapieno rimasto lì dove c'era stato un agglomerato urbano, quegli argini di cemento essendo troppo spessi per essere demoliti. Forse lui ci parlava di queste cose perché non gli era consentito parlare del suo lavoro.
Sono cresciuta nel vento. Vento nei pioppi neri della cinta intorno, quindi dentro le pareti della casa o a riempire i vestiti, portando sabbia. Amaranti arrotolati e trasportati dal vento, giù per strade che avevano il nome di ingegneri militari defunti, su lungo quelle con il nome di alberi di un mondo più verde. Passavano davanti alle scuole che prendevano il nome da uomini bianchi che strapparono questo remoto angolo dell' West agli indiani. Passano la strada col nome della loro guida indiana e a quella col nome del capo che sconfissero e non uccisero. Passano davanti all'atomo di neon che ruota sopra l'Uptown Theater, la città "di sopra ", sogno sconclusionato, un solo isolato di negozi a due isolati a nord dal "centro" e il suo gruppetto di rivendite. Passano la strada del Bowling, i Sentieri dell'Atomica.
Questo è il paesaggio rispetto al quale tutti gli altri risultano deludenti. Le colline spoglie: stravaganza di marroni e grigi. I marroni argentati. I grigi ottone, rame e oro. Il Bois de Boulogne, le colline dell'Umbria, persino Seattle appena al di là delle montagne: troppo verdi, troppi alberi. I "canyons" di Manhattan: troppe cose da vedere, non riesci a vedere niente. Richland aveva cielo più di quanto fosse necessario. Il vento era il paesaggio. Il passato cancellato, il presente: polvere. Ne sento quasi il sapore. Dolcemente ne odorava la pioggia. Persino la neve era polverosa. Persino la polvere, per quanto allora non lo sapessimo, era radioattiva.





Breve storia del Sacrilegio
per la Festa dell'Assunzione


Hanford

Cosa sei andato a vedere nel deserto?
Una canna battuta dal vento?
Gli spini sono tornati nella fattoria abbandonata,
ortiche e rovi nella stalla demolita.

Trenta miglia dentro un vuoto ben custodito
fatiche di turni di notte sotto la cupola di contenimento
del reattore, miele da spremere
dalla roccia, olio dallo scisto,

una rosa che fiorisce nel deserto,
la sua nuvola di petali che esplode,
trionfale, da uno stelo di vapore–
no, cosa sei andato a vedere nel deserto?

I vostri padri nelle loro occupazioni
nei loro grembiuli bianchi e scarpe di sicurezza?
Uranio bombardato fino a renderlo dannoso,
le figlie devi cambiarti per vederle,

lì non essendoci niente da vedere?
Sull'orto abbandonato piove radio-iodio.
Una canna battuta dal vento,
cosa sei andato a vedere nel deserto?



Nagasaki

Un agosto mattina, 1945,
cielo vuoto se non per pochi aeroplani,
ali scintillanti, accecanti
nell'obliquo sole del Pacifico,

i fiori di prugna dei paracaduti
di aprivano su una città che si svegliava appena
che nel prossimo soffocato respiro
si sarebbe sollevata in colonna di fumo.

Ma non ancora. Oh, per favore, non ancora
l'areoplano che rapido vira
nella storia, vuoto,
l'acceleratore spinto contro il sole.

Che un missionario provi ancora
inni religiosi nella polvere,
che il lamento funebre della flotta aerea
sull'acqua che brucia sia ancora da cantare

dal coro degli arsi. Che fuoco e zolfo facciano piovere giù
minori flagelli nel benedire
quelli dannati a sopravvivere.



Richland


La chiesa era terribilmente calda. Fiori pallidi, dal profumo
dolciastro forzati a fiorire nel deserto,
erano gli anni Cinquanta, venivano sacrificati
sull'altare laterale ai piedi di legno della Vergine.

I condizionatori ronzavano debolmente.
L'organo provò i suoi polmoni e gemette
coprendo il monotono predicare del sacerdote.
La madre di un'allieva era svenuta ai piedi di lui ben calzati.

Il padre di un'altra aveva lasciato presto la Messa
per il primo turno al reattore.
Chi aveva bisogno dell'intercessione della madre di Dio?
L'angelo Plutonio ci teneva al sicuro.

Così celebrammo la nuova festa di precetto,
l'assunzione della Vergine in cielo,
non più opinione probabile,
che negare sarebbe bestemmia,

ma "desegretato" infine,
il suo corpo non più top secret,
da tempo sparito da una tomba sconosciuta
giustificato dai dottori della chiesa

che avvolsero un vuoto sudario attorno alla loro intelligenza:
il suo corpo fu trasportato in cielo su una nuvola,
era ormai ufficiale,
proprio come l'eretico aveva scritto molto tempo prima.

mercoledì 18 aprile 2012

Stefania Rabuffetti – poesie da "Libertà vigilata"


“Cos’è per me la Poesia?”

Ho iniziato a scrivere poesie per caso, poi è diventata una necessità. Per tirar fuori un mondo segreto che aveva bisogno di venire alla luce e per liberarmi dai demoni che mi abitavano dentro. Oggi la scrittura si è trasformata in una dipendenza, una droga malata. È per me libertà e schiavitù al contempo: non riesco a vivere senza scrivere, non riesco a scrivere perché sono incapace di vivere.




PER VENIRE DA TE


Per venire da te
ho perso il filo del tempo
l’orlo di un discorso imbastito
ha ceduto la lampo al vestito
in un dubbio di vento
il tacco è affondato
nell’asfalto infuocato
lasciandomi in equilibrio precario
il foglio con pensieri da aggiungere
è caduto di mano
inghiottito dalle labbra d’acciaio
di un tombino affamato.




NON SO VIVERE NEL MONDO


Non so vivere nel mondo
perché lui è tondo
e io quadrata
a ogni movimento batterei
di spigolo
portando a casa un gomito
o un ginocchio leso
il mondo gira
e io sono ferma nelle mie paure
angosce stagnanti
che mandano gli oceani alla deriva.




PIANETA SMARRITO


Sono un pianeta smarrito
caduto a terra
che tu hai raccolto
sono lontana anni luce
dalla maglia celeste
dal buco sottile
lasciato nell’universo
sono diversa
da quello che cerchi
un cratere piagato
da pensieri fissi
una massa intoccabile
dalla mano allungata del tempo.





SOLITUDINE


Solitudine
tu che bussi alla mia porta
senza mano
che arrivi con le scarpe
del silenzio
tu che vuoti angoli di luce
che ti appendi alle tende
delle lacrime
tu che scrivi pagine imbiancate
che ti posi sulla forza
che si spezza sottovoce.



FESSURE


Ride e si aprono ai lati
delle guance due piccole fessure
lo spazio circolare di matita
da saggiare con un dito
bottoni simmetrici
nelle pieghe di un sorriso
che si scuciono dal viso
quando l’allegria sparecchia
con la serietà del volto.


LO SO


Lo so che io spavento
forse per lo strano impasto
di anima e chimica
che mi forma
che mi vive dentro
per il pensiero
in costante ammutinamento
per voler procedere in senso antiorario
per dire a ogni costo il vero
anche se scotta
ribolle nella pentola del vivere
dove tutto si rimesta
e la verità rimane a fondo
lo so che sono scomoda
perché agisco per istinto
seguendo come un’ombra
l’impulso primitivo
che mi lancia come boomerang
sulle cose da cambiare
strappando solo attimi di vento
e piegata sulle mie complicazioni
mi chiudo nello spazio di me stessa.

domenica 1 aprile 2012

Novità Gattomerlino – Regina del silenzio di Anonimo scienziato





Regina del silenzio si muove in un’atmosfera quasi
atemporale: un’esaltazione amorosa, un sentimento
forte, radicato nel corpo, nato da “un nulla”, nella
chiara coscienza di questo nulla. Nessun riferimento a
luoghi, a vicende storiche. In mancanza di precise in-
dicazioni, risulta difficile una datazione, anche se
chiari indizi collocano questi versi a molti anni da
quelle poesie giovanili del nostro Anonimo scienziato,
raccolte dalle edizioni Gattomerlino in Dicembre 1947,
dove la data era diventata addirittura parte integrante
del titolo.


.....

Regina del silenzio è un poemetto da cui altri critici
potranno forse trarre significati nascosti, addirittura al-
lusioni, allegorie. Qualcuno vi leggerà il gioco, il ten-
tativo di seduzione. A noi piace presentarlo così, come
un’effusione, un canto sincero, che ripete l’eco di let-
ture e modelli letterari profondamente assimilati e
amati. Modelli classici che l’Anonimo autore rein-
venta e rivive, nella propria originale, ribelle e persino,
a tratti, scandalosa o scandalizzante, sensibilità, per
dare parole a una gelosa e muta ferita
.





Novembre arriva al professore insonne
Brividi umidi
Farà paziente la toilette al giardino
Esame di coscienza speculare
Occhi lucenti fendono il buio
Nella bruma autunnale del mattino
I denti forti quando sorridi obliqua
D’una cerbiatta in calore allineati
Merli di fortezza inespugnabile
Foglie morte rossastre
Moquette
D’antichi parchi
Stinta
Odor di decomposta
Materia inerte
Taccio nel silenzio solo struscio
Il piede avverte la resistenza
Di terriccio amorfo
Amore di lontano
Troppo m’hai dato
Il tuo nulla è immenso
Casto contemplo un universo guasto
Lento m’avvio alle portiere aperte
Tossisco debolmente ripensandoti



REGINA DEL SILENZIO


Vedo i Tuoi occhi la Tua mano santa
È forse un’illusione o forse un nulla
Io canto questo nulla che m’incanta

Scruta il mio corpo scrupolosamente
Vergine mia dagli occhi lucenti
La Tua carne m’è scala alla Tua mente

Scocchi infine per me il Tuo dolce invito
Non procreare né puro godere
Amare per amare all’infinito

Amarti lentamente pregustando
Un bene che nel tempo s’allontana
Con Te dentro di me vivo danzando

Se pur dovessi un dì per sempre andare
Da te lontano terra di delizie
Dolce sarebbe in Te pur naufragare

Morirti tra le braccia una mattina
Di primavera acerba rugiadosa
Dolce spirar baciando la taschina

Avvinto alle Tue membra io già vibrai
Nessuno s’avvicini alle Tue braccia
Camminerò con Te ovunque andrai

Ti penso nella notte penso forte
La notte scorre indifferente al buio
Per me Tu vali più che vita e morte

Anima mia cuor sincronizzato
Espanditi a coprirmi fin che vivo
Il Tuo profumo m’ha tutto inebriato

Delle tue eburnee braccia io devoto
Schiavo mi sento per il tempo mio
Abbracciami Ti prego colma il vuoto

Eletta mente sangue del mio sangue
L’amore di lontano è una tortura
Vieni a curar quest’anima che langue

Gaudio carnale e intellettuale insieme
Ad esplorar m’aiuti il cuore umano
Dell’avvenire nei Tuoi occhi il seme
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