venerdì 19 ottobre 2012

Istanbul Poetry Festival (11-16 settembre)


cronache e riflessioni
di PIERA MATTEI

INTRODUZIONE


Adnan Özer è sempre presente, ma quasi invisibile, in queste giornate istanbulesi. È un poeta turco, l'organizzatore, ormai da anni, dell'Istanbul Poetry Festival e di alcune altre iniziative che, mi pare,  pongono al centro la poesia europea e la sua traduzione in turco. Il suo sorriso, la sua semplicità, ma nello stesso tempo la convinzione del suo progetto lo rendono da subito una persona che ti senti amica. Si esprime oltre che in turco nello spagnolo di una comunità di antico stanziamento, e lo spagnolo è anche la lingua che adotta nelle comunicazioni con noi "stranieri".

"Non sono un accademico!" Ha messo le mani avanti, durante il nostro primo incontro, lo scorso maggio, al Centro Culturale Italiano – un incontro organizzato dalla dinamica direttrice Gabriella Fortunato. 
Certo, non c'è bisogno di essere accademici per comprendere e amare la poesia, per essere poeti. E poi la mia risposta "Io nemmeno! "

Dunque noi, poeti "stranieri"in vario modo incontrati e scelti da Adnan eravamo un piccolo gruppo, in tutto undici, tutti ospitati nello stesso albergo, e l'organizzazione delle nostre giornate permetteva di incontrarci non solo in occasione delle letture comuni, ma anche alla colazione del mattino, a pranzo o la sera a cena. Parlavamo in inglese, per lo più, ma anche uno strano impasto d'italiano-spagnolo, dato che due erano i poeti spagnoli invitati, e poi c'era una poetessa di Malta, così prossima all'Italia, infine come dicevo, lo spagnolo è la seconda lingua parlata da Adnan  Özer.

Tranne che con lui, che del resto con grande discrezione si è escluso dalle letture, con gli altri poeti turchi, alcuni invitati da altre città, altri residenti a Istanbul, invece, tranne rare ma anche fugaci eccezioni di scambio in inglese, abbiamo comunicato molto con sorrisi, con cenni di simpatia, con applausi, quasi in una dimensione prelogica. Infatti la lingua nella maggior parte dei casi si è dimostrata uno scoglio davvero ingombrante, posto di traverso al tentativo di una comunicazione più ragionata. Quanti amori, quante amicizie nascono così, sulla base di un sentimento di riconoscimento, di simpatia, che non si ferma "sulla soglia " della  comunicazione verbale, ma con naturalezza la supera? E la poesia può essere un modo di comprendersi "oltre"?

Queste domande mi sono posta durante la settimana circa di scambi, di letture: noi "europei" nella nostra lingua, e poi nella traduzione turca delle stesse poesie; i poeti turchi nella loro. Al mio ascolto la lingua turca ha questo di peculiare, me ne ero accorta già nei luoghi pubblici, per la strada: suoni  che si modulano discreti, senza  risultare in asprezze (come ad esempio l'arabo, e lo stesso olandese che ascolto qui) o in misteriose  cantilene (come quelle che mi restituiscono lo svedese o altre lingue nordiche).

Potevo notare inoltre che la lettura dei poeti turchi contiene più frequentemente un elemento di drammatizzazione, che giunge all'accompagnamento musicale o addirittura al canto (a cantare nella lettura sul battello, l'ultimo giorno è stato Mevlana Idris). 

Nella Foto Adnan Özer con un amico, sul battello del Bosforo
SEGUE

lunedì 17 settembre 2012

La nostra respirazione


Da – Cento Giade del Tesoro di Kung – Antologia di filosofia confuciana a cura di Piero Grosso – Gino Carabba Editore – Lanciano 1933

Agli ardori dell'estate succedono i languori dell'autunno.
Ai campi di neve succede la gran fioritura dei campi.
Ma il sole, sia che si levi, sia che tramonti, è sempre una grande cosa.
La morte riduce l'uomo a una zolla di terra buona a far spuntare un po' d'erba. E io capisco perché la nostra respirazione non è che un continuo sospiro. ( Confucio 551-479 a.C. – Compilazioni e opere –)

lunedì 3 settembre 2012

NOVITA' GATTOMERLINO



Ancora su proposta e con la cura di Eloy Santos la Gattomerlino edizioni pubblica un autore latinoamericano.

Si tratta di una poeta colombiana, della voce intensa e vibrante di Janet Nunez.
Un voce in cui il pianto e il sorriso, quasi gemelli omozigoti che non riescono a separarsi, decidono di non risolvere la loro differenza. Mostrano così, sempre uniti, la profonda e persino ilare accettazione delle profonde pieghe (piaghe) che la vita produce e la gioia della febbrile, infantile scoperta delle proposte che – impensabili fino al tramonto del giorno prima – quella stessa vita, con innocente candore, non si stanca, ad ogni alba, di variare.(Piera Mattei)


Non sono qui.
una volta ho voluto stare
molto vicino a te, alle cose, alla gente
ma venne a mancare una piega segreta di tenerezza e coincidenza
forse sono mancate anche la mia voce
e la mia sordità.

Potrebbe semplicemente mancare la scintilla originaria
l'illusione di diventare essenziale,
più petalo di sogno
più colpo di fortuna
più cammino fatto ruota,
più germe, più semplicità
però altri vennero meno al compasso del mio errore
e erratici restiamo al di sotto della luna.

Ho voluto capire
–senza fortuna–
il fondo dello sciame,
cercare altre meraviglie, sentirmi più umana,
uscire dall'orbita, ridurmi senza fuoco,
trascorrere la vita integra senza fumo, senza cenere,
vincere la fretta, saziare gli appetiti
alzarmi con voce ferma senza doni di grandezza,
però venne a mancare il caso, mancò il nostro impeto
mancarono le parole e anche mancarono …
mancarono risposte.

Impossibile allora sapere se sono stata qualcuno.
Non importa che fosse un qualcuno normale.
Volli semplicemente esserci, volli venire, fermarmi
per raccontare che esiste il mondo alla distanza
al margine del disprezzo, dell'anima tradita
e così andai al passo, transitoria, grave,
sola,
serena, persuasiva,
senza fauci in minaccia

Al filo del mio corpo ancora confesso
Non sono qui e m'infastidisce
sapere che un giorno volli restarci per trovarti
e udirti cacciare poco a poco lo sconforto
seminare a metà un campo di verità,
accorciare la distanza che separa l'abbraccio
ascoltare che ti pronunciavi contro l'ottusità,
schivare ogni dardo che mi colpisse in centro
però qualcuno mancò, confesso che ho mancato,
perché spesso ci si ripara nei suburbi,
ci si veste di trepidazioni, di fughe, di dintorni
e forse sei arrivato e ti mancava qualcuno
e forse sei fuggito via
perché non mi hai incontrato.


Foto di copertina Federico Oña Álvarez

giovedì 30 agosto 2012

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE– commento di Piera Mattei


Sfogliando l'intenso piccolo libro, dalle belle pagine ingiallite, "Cento giade del tesoro di Kung – Antologia di filosofia confuciana a cura di Piero Grosso" m'imbatto in un pensiero che troppo somiglia al pensiero che impietoso, di questi tempi, mi viene incontro ogni mattina, appena apro la radio sulle notizie del giorno:


Quando colui che presiede a uno stato o a una famiglia fa della ricchezza il suo scopo principale, egli deve essere sotto l'influenza di un essere malefico.
Questo essere egli potrà forse ritenerlo buono, ma il fatto è che se una persona simile è impegnata nell'amministrazione di uno stato o di una famiglia, questi ultimi saranno ben presto colpiti a un tempo dalle calamità della natura e dalle ingiurie degli uomini. E anche se un uomo buono sarà chiamato a rimpiazzarlo, non riuscirà a rimediare ai malanni già avviati.
Ciò spiega il detto che uno stato non deve considerare il profitto finanziario come un profitto reale, ma deve ritenere profitto reale la giustizia.
(Tseng Tse 505 - 437 a.C.)

lunedì 16 luglio 2012

Dedicato a Istanbul 2







NAZIM HIKMET
[La poesia d'amore più bella, con foto di Piera Mattei]

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l'aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinn...

due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d'argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì

ti farei sedere sull'orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l'aria e l'acqua d'Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l'osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia

ma sta' attenta
sta' attenta non dirmi "avvicinati"
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

(traduzione di Joyce Lussu)

mercoledì 11 luglio 2012

QUELL'INFANTE "in interiore homine" di Piera Mattei


Franco Ferrarotti – L'anno della quota 90 – Empiria 2012
Quanta affettuosa ironia, nelle pagine in cui Franco Ferrarotti rivive e naturalmente reinventa la sua primissima infanzia! Nato, il piccolo menagramo, nell'anno della "Quota novanta", tempi di finanziari disastri, molto simili ai nostri giorni.
L'autore gode nel rientrare in quel museo della sua mente, in quel luogo che non c'è più, che è la grande casa contadina in cui è nato e nell'altra simile casa dei bisnonni, creature ruvide e taciturne, che lo ospiterà nei primi anni di vita.
Entra in quella casa tutto solo, indisturbato ormai, con il suo occhio penetrante, con lo sguardo di un individuo adulto che ha fatto dell'intelligenza e della fantasia, dell'inesauribile gioco intellettuale, la sua principale passione. E quel suo godimento, quella passione, riesce a comunicarla al lettore.
Siamo trascinati a seguirlo nella creazione di un mito, che certamente ha corrispondenze con la realtà, ma diventa mito nel momento in cui è cantato sulla pagina, con accensione che non esiterei a riconoscere come poetica. Dunque, c'è un tema centrale nel racconto di questa infanzia, la storia di una piccola creatura malata, nel gergo veterinario si chiamerebbe lo scarto della cucciolata, che quasi abbandonato dai genitori disperati di ricuperarlo, cresce, più che accudito e educato, appena sorvegliato da questi antenati, antichi ormai, nodosi e soprattutto silenziosissimi, imparando liberamente a usare le sue corde vocali, emettendo suoni anche stranissimi o "ineducati", utilizzando come vuole i propri sensi per capire lo spazio, gli oggetti intorno. Ma l'amore, per quanto inespresso, certo non gli è mancato. Credo ci sia una grandissima forza nel breve capitoletto in cui l'autore racconta dei due lenti abbracci rituali di Ursula, la bisnonna, al mattino e alla sera prima di coricarlo. C'è un grande affetto contenuto che forse l'ha davvero nutrito, in quel nome appena sussurrato "Francu, Francu".
Nel libro questo tema centrale del bambino che cresce solitario, libero e forse (ma non lo sa) felice, tende a mutarsi in basso continuo, sul cui sottofondo s'innestano temi dalle variazioni infinite, sempre sapienti – le famose ferrarottiane digressioni. Dentro quelle, quasi dentro un coloratissimo caleidoscopio, ci trascina la mente, tendenzialmente sempre squadernata su una personale originalissima enciclopedia, del nostro autore.
Dunque questo infante–Franco–Ferrarotti (Francu) si affaccia alla coscienza del nostro autore. "Sclama" è vero, ma avrà le sue ragioni. Profondamente è amabile, curioso, ed è bello seguirlo, osservarlo non visti mentre solitario si aggira, a livello del suolo, si ferma, testa, assaggia, senza essere ostacolato da bruschi divieti. È il caso o una catena di concause che sta creando la creatura che per sempre abiterà, protetta e compresa, "in interiore homine", dentro l'adulto che inesorabilmente diventerà.

Sempre li reinventiamo, e li amiamo così come li abbiamo ricreati, come fossero altro da noi, questi "noi stessi-altri", noi come eravamo quando ancora non eravamo, quando eravamo diversi, non più ovuli, embrioni, già creature che abitano lo spazio esterno ma senza ancora conoscere, muovendosi per imparare a muoversi. Si affacciano da soli, ci costringono a ripercorrere le tappe essenziali della nostra storia personale, a osservarli con curiosa affettuosità, sempre scoprendo qualcosa di nuovo, che conoscevamo perfettamente, nei dettagli, come impresso su una pellicola, e insieme ignoravamo.

Ascoltando il professor Ferrarotti parlare con sorridente ironia e divertito distacco – con amore – del piccolo Franco, ci pare di capire che si senta un po' come il padre di quell'infante (qui in senso etimologico), che lui é stato. Ci viene da pensare che quello, il bambino libero per mancanza di cure, con i suoi lenti personali ritmi di apprendimento, lui e non altri, potrebbe essere "il figlio diletto" nel quale l'adulto carico di cultura e esperienza che è diventato, si riconosce e si "compiace".

Di seguito riportiamo alcuni passi dei capitoli II e VI del libro:

Franco Ferrarotti da "L'anno della quota 90"

II

Il Po mi ha cantato la ninna nanna


Sono dunque nato nel Comune di Palazzolo Vercellese. La partita sembra chiusa; sarebbe bello, ma non è così. È ben vero, infatti, che sono stato registrato negli uffici anagrafici del piccolo comune di Palazzolo in provincia di Vercelli, l’antica Vercellae, Vercellarum, illustrata dal Sant’Andrea, splendida basilica che mira all’impossibile congiunzione dello stile gotico con quello romanico. Ma io sono nato, a voler essere precisi, non dico pedanti, a Palazzolo, ma non proprio in Palazzolo, bensì piuttosto fuori mano, a una certa distanza dal paese, in una località sita fra il paese e il Po, nella cascina chiamata «La Fornace», luogo, come si può facilmente arguire dal nome, di grandi ardori. Purtroppo, pare che non esista più, forse autoconsunta. «Deve esserci nato un menagramo», avrebbe mormorato o mugugnato il padre al mio apparire. Correva infatti l’anno 1926, il tragico anno della Quota Novanta. Sta a vedere – soggiungeva a denti stretti il genitore – che, se andiamo avanti così, costui è piovuto giù non dalle nuvole. Ci è arrivato addosso dall’inferno. E invece no, dirà la comare, anche lui è uscito da un ventre di donna, attraverso quel meato uterino che conosciamo tutti così bene; è nato ed è stato partorito come tutti gli altri. Del resto, quell’uscita non proprio trionfale e, anzi, alquanto tribolata, la ricordo molto bene, acido lisergico adjuvante. Sono nato, in effetti, in Piemonte, nel territorio di Palazzolo Vercellese, in località detta «La Fornace».
Ma dove, precisamente, sono venuto al mondo? In ospedale? In clinica? Non mi si faccia ridere. All’epoca si veniva al mondo nel letto grande dei genitori, nel lettone a due piazze, senza tante storie, nel luogo stesso in cui si era stati concepiti. La Nena Linda, levatrice di generazioni, provvedeva alla bisogna; acqua bollente, asciugamani grandi, appena usciti dal bucato, eccetera. A che ora? Di giorno o di notte? Mia madre sosteneva, con la sua famosa cocciutaggine, alle tre del pomeriggio, del venerdì santo, mentre si sentivano i «botti», cioè i rintocchi che accompagnavano la morte del Salvatore.
Ma il luogo dove io sono nato, ormai quasi un secolo fa, non c’è più. Sono venuto, letteralmente, dal nulla. Il posto se l’è portato via il Po, in una notte di tuoni e fulmini. E di malumore. Amare un fiume, come io ho sempre amato il Po, il suo quieto scorrere, ma anche le sue notti agitate, sembra incongruo. Amarlo, ma anche temerne gli umori; spiarne i cambiamenti improvvisi, i sussulti, i temuti, pericolosi, spesso fatali «mulinelli», sfiora il masochismo.
Non funzionavo. A sei mesi, e ancor prima, mi davano per spacciato. Nel mezzo della crisi determinata dalla sciagurata «Quota Novanta», nella famiglia allargata, ero diventato un peso insopportabile. Piangevo e mi lamentavo, «sclamavo» giorno e notte, per settimane. Si decise di mandarmi a Robella, dai bisnonni Ursula e Battista. L’aria era buona, migliore di quella di Palazzolo. Non ci voleva molto. Quella plaga al di sotto del livello del Po ne costituiva l’isola di sfogo. Robella era meno umida, la sua aria di ostinata «ribelle», o «rubella», era purificata dal bosco.
[...]
Ho sempre amato il Po. Compagno fedele. Musica dell’infanzia. Ma, come forse in tutti i grandi amori, c’è sempre la percezione di una minaccia, l’imprevedibilità dei comportamenti, la capricciosità delle reazioni. In un grande amore non c’è mai nulla di scontato, nulla che possa venir considerato garantito o gratuito. Passione e rottura sono presenti sempre. La qualità dell’onda è mutevole. Cambia il vento e la superficie liquida s’increspa. Cresce il livello e la carezza che lambisce si trasforma in uno schiaffo limaccioso che flagella. La minaccia del fiume, le alluvioni notturne. Esondazioni e inondazioni. La notte della grande fuga verso le colline. Ma non sempre ci sono colline a portata di mano. La pianura è piatta. L’acqua preferisce la posizione orizzontale. Si riposa. Riflette, calma, il cielo.
[...]

VI

Vantaggi della taciturnità e del ritardo mentale


I bisnonni ti vogliono bene, ma non ti parlano. Credono, con qualche buona ragione, che sia tempo buttato. Ma così consentono al bambino di parlare la sua lingua incomprensibile, inventata lì per lì, fatta di interiezioni e brevi esclamazioni, a seconda dei casi, e delle imprevedibili espressioni, scarsamente articolate, di sorpresa, dolore, disappunto, spavento, allegria. Non c’è conversazione. Non c’è scambio linguistico. Il mondo adulto, con la sua grammatica e la sua sintassi, è meravigliosamente lontano, assente. L’ordine del discorso ha da venire, se mai verrà. Ci sono i suoni, i rutti, le raucedini, le pernacchiette, i piccoli gridi di sorpresa.
Nel bambino non c’è la volontà del sapere. C’è solo il gusto, la curiosità del non ancora saputo. Mio Dio! Il bambino non sa niente. Tocca tutto. Vede con le falangi. È immerso nella obnubilata incoscienza del minerale. Non sa che si sta preparando il suo destino. Chi mai potrà raccontare le lunghe grigie giornate invernali della primissima infanzia, deliziosamente fredde, congelate nell’intemporale immobilità di una contemplazione assorta e stupefatta?
Michel Foucault è presuntuoso. L’ordine del discorso nasce dalle macerie. È un atto di censura. D’accordo. Solo l’infante può superare indenne l’interdetto. Il suo balbettio è così creativo, inedito, originale che gli adulti, monopolisti del potere, non sono in grado di capirlo. Ci sono più fonemi nella gola e nelle corde vocali del bambino di quanti si sogna nei trattati dei fonologi. Nelle buone famiglie, specie in quelle in cui trionfano le buone maniere e la mezza cultura, al bambino si proibiscono per tempo certi gesti e certi suoni. Vige la censura della parola «brutta» anche se naturale, primordiale, a suo modo autenticamente selvaggia, ma che non va detta in compagnia.
Nel silenzio ampio e nella sconfinata solitudine del mondo contadino di una volta, il bambino si esercitava, naturalmente, senza proporselo, a imitare i suoni che avvertiva, animati e inanimati. Ma nessuno, per me, era lì ad impedirmi di emettere anche suoni «osceni», rutti, scorregge. Un fonologo di straordinaria acutezza ha formulato in proposito la domanda fondamentale: «Qual’è mai la relazione tra le esclamazioni, sia infantili che adulte, e le lingue in cui sono pronunciate?» In un certo senso le interiezioni sembrano rappresentare una dimensione comune a ogni lingua in quanto tale, poiché sarebbe difficile, se non impossibile, immaginare una forma di linguaggio che ne fosse priva. D’altra parte, le esclamazioni denotano necessariamente un’eccedenza nella fonologia di una lingua singola, poiché sono composte di suoni specifici per definizione non contenuti altrimenti nella lingua. Gli «elementi fonologici distintivi anomali» sono, in breve, contemporaneamente inclusi in una lingua e da essa esclusi; più precisamente, sembrano inclusi in una lingua proprio in quanto sono esclusi da essa. Equivalenti fonetici di quelle entità paradossali che la logica degli insiemi ha bandito dalla propria disciplina all’atto stesso della sua fondazione, i rumori delle esclamazioni costituiscono gli «elementi» interni a ogni lingua che appartengono e non appartengono all’insieme dei suoi suoni. Sono i membri sgraditi ma inalienabili di ogni sistema fonologico, dei quali nessuna lingua può fare a meno ma che nessuna riconoscerà come propri.
Che tali elementi fonetici siano meno «anomali» di quanto potrebbero sembrare, lo suggerisce nientemeno che un pensatore e creatore di lingua quale Dante, affermando – nel suo incompiuto trattato sulla lingua, il De vulgari eloquentia – che, dalla Caduta di Adamo in poi, il discorso umano è sempre iniziato con un’esclamazione disperata: “Heu!”. (Quindi con un’espressione la cui forma scritta contiene almeno una lettera rappresentante un suono che doveva essere assente dal latino medievale noto a Dante: la consonante aspirata pura h). Il suggerimento del poeta è degno di essere preso in seria considerazione. Cosa può significare che la forma primitiva del linguaggio umano non sia un’asserzione, una domanda, una nominazione, ma un’esclamazione? Presa troppo alla lettera, l’osservazione di Dante rischia di essere fraintesa, poiché non definisce tanto le condizioni empiriche del discorso, quanto quelle strutturali che consentono la definizione del linguaggio in quanto tale. Queste condizioni sono quelle dell’interiezione: appena è possibile un’esclamazione, suggerisce il poeta-filosofo, può esserci una lingua, ma non prima; una lingua in cui non si potesse gridare non sarebbe affatto una lingua umana. Forse perchè l’intensità del linguaggio non è mai maggiore che nell’interiezione, nell’onomatopea, e nell’imitazione umana di ciò che non è umano. Mai una lingua è più “se stessa” che quando sembra abbandonare il territorio del suo suono e del suo senso, assumendo la forma fonica di quanto non ha – o non può avere – un linguaggio proprio: versi animali, rumori naturali o meccanici. È qui che una lingua, gesticolando oltre se stessa in un discorso che non può dirsi tale, si apre alla non-lingua che la precede e la segue. È qui, nell’emissione di quegli strani suoni che i parlanti si ritenevano incapaci di produrre, che una lingua si manifesta come una “esclamazione” nel senso letterale del termine: un “chiamar-fuori” (ex-clamare, Aus-ruf), oltre o prima di sé, nei suoni del linguaggio inumano che essa non può né completamente ricordare né del tutto dimenticare» .
Che fortuna non avere troppo solerti genitori, governanti o balie, più o meno asciutte, che per tutto il giorno ti dicano ciò che si può dire, e come vada detto, ciò che non si può dire nella maggioranza dei casi e ancora ciò che non va neppure pensato. Ma esiste forse una gioia più grande, per la curiosità dell’infante, che giocare, rimescolandone gli elementi costitutivi, con le proprie scorie liquide e solide, e con la dolce, melmosa tenerezza del fango e della polvere?
[...]

Ho cominciato a parlare tardi, e solo con difficoltà e rari squarci vocali. E ho cominciato anche più tardi a camminare eretto. Ho sempre, istintivamente, preferito le quattro zampe, vicino a terra, più comode, certamente più sicure, meno esposte al rischio di perdite di equilibrio, di sbandamenti e di cadute, talvolta, rovinose. Ho cominciato a parlare alquanto scioltamente solo verso i quattro anni. Ma da sempre, fra me e me, continuavo a borbottare: un insistente balbettio, con suoni strani, con molte ü e ö, che più tardi mi avrebbero aiutato in modo decisivo nella pronuncia del francese e del tedesco. Creatività inconsapevole del balbettio infantile, così spesso e stupidamente censurato, con le migliori intenzioni, dal mondo adulto e dalle scienze pedagogiche.
È il mondo della taciturnità. La bisnonna Ursula ti abbraccia, senza stringere, tutte le mattine. E poi, la sera, prima di andare a letto. Detto più precisamente, prima di infilarsi fra le lenzuola, scivolare nella busta. Ma senza dire parola. Al più, borbottando, sussurrando il mio nome, che è un breve, misero bisillabo: «Francu, Francu». Le parole sono surrogate dal linguaggio del corpo. Gli occhi. Gli abbracci. Le mani ossute e nodose che ti accarezzano come se ti spazzolassero.
Il bambino parla con gli insetti, con gli animali, con se stesso animale fra gli animali di mezza taglia. Se nessuno ti regge, e tu non stai dritto sulle gambe tenere, non cammini, che fai? Ti limiti a gattonare, riduci i rischi. Errando a quattro zampe, si stabiliscono amicizie, legami piuttosto profondi con gli insetti, piccoli animali, rapidi e furtivi. Si sa che questo accade ai detenuti per lunghi periodi con uccelli attirati alle inferriate, vermi, topolini.
[...]
La vita dell’infante trascorre, l’inverno, fra la cucina e la stalla, luoghi caldi di un caldo naturale, accoglienti, in cui si mangia, ci si riempie e ci si libera, si evacua. Ma la cucina non è il miserabile cucinino degli appartamenti di oggi. È uno stanzone immenso, un vasto antro degno di Polifemo, una sorta di tempio, e la stalla, d’altro canto, è il rifugio nelle brumose serate invernali, dove si raccoglie la convivialità e si celebra la fratellanza fra animali umani e non umani, si raccontano storie antiche e si lega così il passato al presente, si preannuncia e si pregusta l’avvenire. Cucina e stalla, dunque, cibo e calore umano, convivenza e processi fisiologici.
Nell’era del «precotto», la cucina è stata dapprima ridotta a sgabuzzino per riporvi scope, piumini e arnesi vari, e quindi degradata ad «angolo-cottura». Le cucine di una volta erano tutt’altra cosa. La mia cucina del «castello» di Robella era un salone immenso, con volta a cattedrale e un camino sempre acceso, che occupava, praticamente, tutta una parete e mestoli e casseruole di varie dimensioni, padelle di rame lucido e trecce di aglio e cipolle, salami, interi prosciutti impiccati, per così dire, allegramente appesi, impudicamente pendenti dall’alto soffitto, affumicato e variamente istoriato, tanto da far pensare ad una sorta di laica, godereccia Cappella sistina. La cucina era il cuore della casa, il luogo deputato alla preparazione, laboriosa e odorosa, del cibo ma anche alla sua tranquilla, protratta consumazione, debitamente aiutata da libagioni generose, risate omeriche, rutti, fiati posteriori. Forse non poteva neppure immaginare quanta ragione avesse il filosofo Ludwig Feuerbach quando affermava, con teutonica burbanzosità, che «Mensch ist was er isst» (l’uomo è ciò che mangia).

giovedì 21 giugno 2012

Dedicato a Istanbul




I due artworks che aprono questo omaggio a Istanbul sono opera di Erkut Tokman, poeta e artista turco, splendida guida durante una giornata di primavera in quella città che, per dirlo ancora una volta con le parole della poesia che segue, cancella i superlativi che affiorano in superficie. A Erkut è dedicata la poesia.



COL SOLO TATTO TI ASCOLTA (Istanbul)


per Erkut Tokman

non ti guardano
tu li guardi e non rispondono
protetti nella loro felicità estenuata
– i cani di nessuno li riconosci
hanno un contrassegno metallico all'orecchio
un orecchino ben visibile
come sapessero dai libri
di antica appartenenza
di nobile orfanità

secoli di silenzi s'abbattono sul Bosforo
si slanciano dal ponte d'Ataturk
dagli scogli e dalle rive –
dai corpi snelli
che indovini nei pastrani
– de virginibus velandis –
credi di riconoscere le figlie dell'harem,
–oh le madri fanciulle
per l'acuta bellezza rapite
fino negli entroterra!
– così di loro puoi ragionare
insinuare muta
affinità sottintesa
nel loro vocìo smorzato



ti spingi oltre –
Istanbul
neonata nell'aria
col solo tatto ti ascolta
cieca proprio come un neonato in esplosione di vita
– tu senza parole
la stai ascoltando mentre col rosso
di un tramonto dietro il Corno d'oro
(da cartolina, sì)
va cancellando dal vocabolario
i superlativi che affiorano in superficie
– con ginocchia piegate
e piedi piagati
impone il silenzio in una pausa estatica

ti spingi oltre –
ritrovi un Oriente nell'adolescenza
affrontato col presente cruento dei verbi
dove non c'è mai sosta
dove tra balenii metallici di scudi
cade talvolta la palpebra sull'orbita vuota

così ti spingi verso Roma imperiale
alla porta dell'Oriente tra cupole e minareti
– ma soprattutto gli odori
nell'aria che ti accarezza le braccia
sono l'accoglienza alla straniera
l'invito alla turista stordita
dove ogni gesto
è familiare
i volti fraterni
– e mai impronunciabili sono i suoni
di una lingua
del tutto incomprensibile
(forse è lì la risposta?
in un suono la cui estraneità
non t'offende?)

l'anziana mendicante offre una caramella
per un'elemosina
ragazzini selvatici col dorso della manica
coprendosi il volto
per una lira
ti consegnano un pacchetto di fazzoletti
mercanzia leggera da sollevare
quando lasciano le scale del ponte

ma al ponte di Galata
dalla balaustra in folla gettano lenze
perché c'è speranza nel mare
e straripano le strade – vanno
in correnti misteriosamente regolari
schiere compatte di storni
senza mai urtarsi

PIERA MATTEI