Indagare, riflettere, scrivere, pensare, sono alcune attività che contraddistinguono gli individui della nostra specie. Essere uomo significa muovere la mente verso queste attività. Chi consegna la sua mente ad altri, tradisce la specie, tradisce il suo destino di uomo, tradisce la ricerca di verità e di bellezza.
Vedevo in questi giorni, restaurato e reintegrato da Giuseppe Bertolucci, il film La Rabbia, realizzato da Pasolini nel 1963 con materiali di cinegiornale, che coprono gli anni cinquanta fino agli inizi degli anni sessanta. Realizzazione ottima, commovente. Giusta la proposizione delle voci di due poeti-intelletuali di oggi, Giuseppe Bertolucci e Valerio Magrelli, come "speakers" per la parte reintegrata-reinventata, in parallelo con Giorgio Bassani e di Renato Guttuso, già a suo tempo scelti come voci fuori campo da Pasolini.
Il mondo è cambiato. La moda, è cambiata, i corpi poi! Neppure i grassi oggi hanno più quell'aspetto compatto e imponente di una volta. I grassi di oggi trasudano tremula infelicità. Anche la bellezza aveva più luminosi diritti, una sua divina eccezionalità. Marilyn Monroe, per quanto creatura e vittima sacrificale del cinema, appare inconfondibile. Il suo sorriso – le labbra semichiuse, gli occhi strizzati – le sue forme, sono la bellezza, non la riproducono in serie, come negli inflazionati corpi di oggi. Spettacolare anche la felicità, che non sembra finzione per la cinepresa, delle folle russe al rientro dell'eroe dello spazio Gagarin, il passo di lui di volata a superare i gradini del palco dove ingoffato nel suo cappottone lo attende per un abbraccio il compagno Kruscev. Immagini di guerra, terribili. Di quelle oggi non ne mancano. Si è introdotta anzi una pigra assuefazione e sembrano ingenui gli appelli alla pace. Chi tenta una risposta all'interrogativo che il poeta, con questo film, propone: Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall'angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?
Mi ha colpito, ancora, lo spirito profetico, tragico quindi, di Pasolini a proposito della realizzazione della prima televisione in Italia. Ne parla come di una calamità, un pericolo che incombe sulla libera ricerca intellettuale, sull'educazione.
Pensare, umanamente, con la propria testa. Dovremmo fare in modo di renderlo possibile.
Torno quindi al tradimento della specie, a chi si lascia manovrare, coinvolgere in quel tradimento. Certo non considero gli istinti distruttivi e autodistruttivi facilmente eliminabili, ma considero dovere umano non adeguarsi, nutrire il nostro risentimento, la nostra rabbia.
A conferma del tragico presentimento di Pasolini leggo in questi giorni (La Stampa di sabato 13 settembre) che le immagini – quindi anche le ossessive immagini che i programmi televisivi e i notiziari mettono davanti agli occhi di milioni di spettatori – creano nuovi neuroni, nuove cellule cerebrali, associazioni indelebili nel cervello. Uniformare le associazioni mentali, ecco realizzato il sogno di poter mobilitare e manovrare masse con una semplice parola d'ordine, facendo appello ad associazioni mentali preformate, creare artificialmente ciò che sembrerà indiscutibilmente vero, senza costringere nessuno, facendo persino un uso moderato di leggi liberticide.
Come questo accada – questa è la notizia – è ora visibile con i mezzi della tecnologia scientifica, con non invasive indagini dei movimenti cerebrali, ma già lo sapevano i padroni dei mezzi di comunicazione, in particolare quelli che si dedicano alla politica.
La poesia che commenta in quel film le immagini, retorica talvolta ma sempre vera, mi ha portato a rileggere in questi giorni i libri di poesia di Pasolini.
Ha sempre voluto essere innanzitutto un poeta, e anche un Maestro, anche quando stava realizzando un film. Scelgo perciò di chiudere qui citando il messaggio poetico-pedagogico con cui si apre "Il pianto della scavatrice" in "Le ceneri di Gramsci". Messaggio che sento vero rispetto all'amore per le persone, ma anche per le idee:
Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Piera Mattei
Rivista diretta da Piera Mattei --- La rivista pone in primo piano la natura delle cose, la sua indagine, dal punto di vista della scienza, della poesia, della filosofia e dell'arte --- Direttore responsabile: Piera Mattei --- Superstripes Press
lunedì 15 settembre 2008
giovedì 24 luglio 2008
Piera Mattei-Residenze Estive 2 Diario-cronaca di una partecipante
Residenze Estive 2008
IX Edizione
4–8 luglio 2008
Anche quest'anno Gabriella Musetti, è riuscita infine a organizzare questa "collegiale" occasione d'incontro, nella cornice misteriosa e ancora intatta dove echeggiano la poesia di Rilke, le due guerre mondiali, i più recenti propositi di pace.
Fulcro di Duino è il castello della famiglia che, italianizzando definitivamente il suo nome si chiamò, dall'inizio degli anni venti del secolo scorso, della Torre e Tasso.
A picco sul mare è circondata da un parco "asburgicamente" fiorito. All'esterno è ancora visibile il tavolo di marmo al quale il poeta stese la prima versione delle Elegie. Ma si possono visitare anche i bunker, ostili difese durante la prima guerra mondiale, scavate nella roccia con sbocchi "vista mare". Gli alleati della seconda guerra mondiale, dopo avere occupato le stanze e i saloni del castello, costringendo in una tenda il legittimo proprietario, avevano infine destinato quei profondi cunicoli a deposito di munizioni. Lì, all'ingresso del bunker, trovi una dichiarazione della nuova Germania nata dalla sconfitta, che si giustifica (cito a memoria) "per dodici anni di dittatura e barbarie che non possono e non debbono pesare come giudizio sull'intera storia del popolo tedesco", e pertanto giura fedeltà ai principi di convivenza tra i popoli.
La passeggiata "Rilke" è uno stretto sentiero che corre al bordo degli scogli (prediletti dai suicidi, c'informa Gabriella) e s'insinua nella macchia in direzione di Trieste. Si fregia di questo nome anche se la stessa Contessa della Torre in un suo vivace libro di memorie, bestseller alla biglietteria del castello, c'informa che il poeta raramente s'incamminava in quella direzione. Percorrerlo concede certamente un'esperienza estetica singolare, soprattutto in compagnia di persone amiche e poeti, specialmente se a un piccolo slargo si può fare tappa, per improvvisare una lettura di testi, la faccia rivolta al mare.
Una diversa emozione, durante il soggiorno a Duino, può darla anche il sapore di una "coda di rospo" molto fresca, cucinata semplicemente alla griglia, gustata sotto un pigro pergolato, alla trattoria "Il pescatore", sempre in compagnia degli amici (ho di fronte Biancamaria Frabotta e Gabriella, di lato Loriano Macchiavelli) con un gattino grigio striato accoccolato sotto il tavolo nella esplicita richiesta di partecipare se non alla conversazione, almeno alla degustazione.
Gabriella Musetti è di quelle donne che dentro una struttura fisica minuta e morbida, racchiude un'energia eccezionale. Durante le cinque giornate di Residenze Estive non ha mai un'espressione stanca o contrariata, sembra che lasci che le cose vadano, per così dire, lungo la corrente, come se tutto non fosse già accortamente previsto e accuratamente progettato.
E' lei l'organizzatrice "in capo" e l'anima stessa di queste giornate.
venerdì 4 luglio
La prima sera ci ritroviamo a San Canzian d'Isonzo, in provincia di Gorizia, i microfoni sistemati su un prato attiguo alla Chiesa dei santi Martiri Canziani. Martiri delle persecuzioni di Diocleziano, il sito è archeologico.
Legge Diego Zandel, scrittore figlio di profughi istriani, che per quanto non possa avere memoria diretta dell'esodo, tuttavia non può dimenticarlo. Scrive trame che a quel tema si riallacciano, e nel dibattito che segue alla lettura, parla di sé che è cresciuto a Roma e ha una moglie greca, si augura un superamento dei nazionalismi, nella conservazione delle diversità. Il suo discorso è seguito dai suoni e dalle voci di un duo originale, Erica e Gabriele Benfatto, lei soprattutto dotata di una gamma vocale eccezionalmente estesa, con note scure molto particolari. Canta le sue poesie in dialetto del luogo, il bisiàc, che, secondo la definizione che mutuo da una nota di Ivan Crico, è un raro “sermo rusticus” di tipo arcaico veneto - ma che al suo interno contiene anche numerosi termini ladini, sloveni, tedeschi e francesi - parlato ancora nei paesi del monfalconese. Interessante: l'uso corrente del termine è di recente acquisizione.
Poi, dopo la musica e il canto, succede che la corrente elettrica s'interrompe in tutto il paese: niente luce (sono alle dieci di sera), niente microfoni e siamo all'aperto. Così, nel buio e senza microfono, il poeta di turno (sono io) recita a memoria, nel buio, qualche poesia, fiduciosa che la corrente ritorni. Invano, solo la casa del prete è illuminata, probabilmente grazie all'istallazione di un gruppo elettrogeno. Privilegio che merita commenti vivaci e perplessi, in una zona di forte tradizione cattolica.
Infine si desiste, non resta che appressarsi a cenare, al lume di candele.
sabato 5
La mattina seguente, giornalisti, poeti, accademici si ritrovano nella Lecture room del collegio del Mondo Unito. Il tema è "Poesia e memoria: raccontare il presente". Si finisce a parlare della speranza, nella nostra situazione politica così disperata. Su questo concetto si segnalano l'intervento di Maria Inversi, autrice e regista di teatro al femminile, che cita in proposito (e la riporto come la ricordo) l'espressione dell'Antigone di Anouilh "non so cosa farmene della vostra sporca speranza". Anche Loriano Macchiavelli, notissimo autore di noir-politici, afferma con un sorriso forse un po' amaro, che solo da quando ha smesso di sperare, i progetti si sono realizzati per lui. E forse si riferisce al successo editoriale che meritatamente gode, non ai progetti politici per un mondo meno ingiusto. La speranza, intesa però come virtù attiva, viene da altri relatori considerata imprescindibile, non solo come virtù teologale.
Al pomeriggio è programmata un'escursione in Slovenia, alla casa-museo del poeta Srecko Kosovel, nel piccolissimo paese di Tomaj. Ci offrono frutta, bevande, dolci. Siamo nell'area europea (dell'euro) e a pochi kilometri da Trieste, ma si avverte che, volontariamente, l'Italia è tenuta a distanza. Ci conducono a vedere dove il poeta, morto a soli ventidue anni, nacque e dove è sepolto con il resto della sua famiglia. Ci mostrano, nella credenza della casa-museo, un servizio di piatti da dodici (o forse sedici) persone, ed altri ingenui oggetti il cui solo privilegio è quello di essere appartenuto alla famiglia Kosovel. Sui commenti di Diego Zandel a questa esperienza e agli incontri di quella stessa sera, nella casa carsica, rimando al sito della sua newsletter DIEGOZANDEL.IT - 09/07/2008 - NAZIONALISMI
Per quanto riguarda la lettura dei poeti di turno quella sera, devo dire che mi ha colpito, per la forza e la semplicità dell' interpretazione e della scrittura, la bellunese Serena Dal Borgo. Mi ha interessato inoltre la chiave filosofico-satirica della poesia di Franco Insalaco, persona discreta, disponibile, aperta, che si dedica a temi molto seri con preziosa leggerezza. Paolo Ruffilli, atteso, giustificava la sua assenza per motivi di salute.
Domenica 6
La mattina della domenica è dedicata alla Passeggiata Rilke, di cui ho già accennato. Il castello avevo avuto modo di visitarlo la mattina di sabato e devo dire che il parco e il panorama sono le caratteristiche che lo rendono imperdibile, oltre ai documenti della famiglia, custoditi in bacheche, su cui si legge parte della storia di Trieste e la politica italiana dell'ultimo secolo sul confine orientale.
Concludiamo la bellissima mattinata facendo tappa alle risorgive del Timavo. La gente è in chiesa, con gli abiti della domenica. Il luogo è sacro già da prima dell'inizio dell'era cristiana. Noi poeti, tra cui Alberto Bertoni e la sua bella compagna Anna, Bianca Garavelli, aspettando i solerti pulmini che vengano a prenderci, ci siamo un po' sparsi per il sito, sostiamo sulle lastre di pietra dell'antico cimitero, chiacchierando dei nostri progetti.
Dopo il pranzo, come sempre generoso, ci ritroviamo di nuovo, nel tardo pomeriggio, sotto gli ippocastani del piccolo parco dell'albergo Ples per conversazioni letterarie. Poiché ha preso la parola Maria Inversi, introducendo il progetto che porta avanti da anni sul teatro al femminile, Isabella Panfido le risponde, definendo il progetto ormai "desueto". Si apre quindi un dibattito piuttosto acceso di cui si fa anima Biancamaria Frabotta. Ma davvero come afferma anche Franco Insalaco, i diritti delle donne sono ormai acquisiti? Qualcuno (sono io) cita l'attuale rappresentanza femminile nel nostro Parlamento per confutare anche solo l'impressione di tale "raggiunta parità", almeno da noi, in Italia. Il fervore del dibattito dimostra che l'argomento è ancora, e sarà per molto, materia scottante.
La sera ci trasferiamo a Trieste, nel parco di S. Giovanni, ex-ospedale psichiatrico. Il cielo sta preparando un temporale. Così la lettura si sposta sotto il colonnato prospiciente la chiesa. Fa da cornice un cielo nero squarciato da lampi e, a tratti, piove a dirotto. Bello sfondo per una serata dedicata a Alberto Bertoni (le sue belle e tristi poesie sull'Alzheimer, al padre!), a Claudio Grisancich e a Maarja Kangro.
Maarja è una donna di aspetto gentile. Certo la sua forza è intuibile. Ma quando legge, la sua poesia è una sorpresa per l'originalità e la totale mancanza di ogni leziosità liricheggiante. Credo che in questa serata lei e Grisancich costituiscano i due opposti: lui, molto noto ma soprattutto a un pubblico triestino, lei estone, quindi non conosciuta qui, personalità internazionale, ampiamente poliglotta. Non solo conosce la lingua italiana quasi perfettamente, ma è traduttrice in estone di alcuni tra i maggiori nostri poeti contemporanei, tra cui Magrelli e Zanzotto (grato regalo questi suoi libri di traduzioni con testo a fronte). La sera si conclude – da un certo punto di vista ha il suo apice – con una conversazione-intervista a Loriano Macchiavelli, autore che, a differenza della maggior parte dei partecipanti, è riuscito a scalare le classifiche delle vendite. E infatti l'incontro è ripreso dalla televisione triestina. Loriano ci parla degli inizi, dei progetti, sciorina aneddoti. E' un maestro, forse il maestro per gli scrittori di noir, ma la sua personalità è tutt'altro che tenebrosa.
Intanto ha spiovuto e, molto compostamente sciamiamo verso Il posto delle fragole, per un ristoro.
Lunedì 7
Questa giornata ha il suo culmine, nuovamente a Trieste, al Giardino di Androna degli Orti. La manifestazione si tiene in collaborazione con l'Associazione di volontariato culturale Luna e l'Altra e col Progetto Donna Salute Mentale. Siamo all'aperto, dove è allestito uno schermo per la proiezione di un film del 1993 su Alda Merini. Il vento agita il telone, e muove anche le palanche di un vicino ponteggio. Ma a Trieste non ci sia scompone per questo. Biancamaria Frabotta apre la serata, magistrale come sempre nella sua lettura, anche di testi recenti, di tema politico, il tono tra ironia e biasimo. Chiude una conversazione con Pino Roveredo, ancora un autore originario di qui, che ha raggiunto fama nazionale con racconti anche autobiografici di emarginazione e riscatto.
Martedì 8
E' dedicato a un viaggio in Croazia, presso la Comunità degli Italiani di Rovigno. La mattina a Trieste il mare sembra agitato. Del resto avevo già deciso di restare a terra, perché, per usare un eufemismo, non amo l'aliscafo.
A Trieste lungo le Rive il vento ha una bella forza, ma il gruppo dei poeti, di ritorno, mi assicura invece che la navigazione è stata piacevole, che a Rovigno splendeva il sole e l'accoglienza era calorosa.
Per concludere la giornata e definitivamente siglare il soggiorno, Cristina Benussi, dell'Università di Trieste, presenta l'ultimo libro edito dal Ramo d'oro e curato da Gabriella Musetti, sull'esperienza della Società delle Letterate.
Sotto gli alberi, riprendo il filo della lettura che avevo dovuto interrompere per mancanza di luce, la prima sera, sul prato dei santi Canziani. Vorrei mostrare (ci riesco) la relazione tra i temi del mio ultimo libro "Melanconia animale" e il filo rosso dell'idea di vita, "una" nelle sue diverse epifanie, che lega molte delle mie poesie. Tra il mio pubblico, silenziosi ma infreddoliti, i ragazzi di un Istituto Tecnico serbo che si preparano a cantare canzoni popolari della loro tradizione, Maarja Kangro, Loriano Macchiavelli, e molti altri. Sembrano gradire le mie parole, i miei versi, i grandi ippocastani, gli alberi, protagonisti di tanta mia poesia.
IX Edizione
4–8 luglio 2008
Anche quest'anno Gabriella Musetti, è riuscita infine a organizzare questa "collegiale" occasione d'incontro, nella cornice misteriosa e ancora intatta dove echeggiano la poesia di Rilke, le due guerre mondiali, i più recenti propositi di pace.
Fulcro di Duino è il castello della famiglia che, italianizzando definitivamente il suo nome si chiamò, dall'inizio degli anni venti del secolo scorso, della Torre e Tasso.
A picco sul mare è circondata da un parco "asburgicamente" fiorito. All'esterno è ancora visibile il tavolo di marmo al quale il poeta stese la prima versione delle Elegie. Ma si possono visitare anche i bunker, ostili difese durante la prima guerra mondiale, scavate nella roccia con sbocchi "vista mare". Gli alleati della seconda guerra mondiale, dopo avere occupato le stanze e i saloni del castello, costringendo in una tenda il legittimo proprietario, avevano infine destinato quei profondi cunicoli a deposito di munizioni. Lì, all'ingresso del bunker, trovi una dichiarazione della nuova Germania nata dalla sconfitta, che si giustifica (cito a memoria) "per dodici anni di dittatura e barbarie che non possono e non debbono pesare come giudizio sull'intera storia del popolo tedesco", e pertanto giura fedeltà ai principi di convivenza tra i popoli.
La passeggiata "Rilke" è uno stretto sentiero che corre al bordo degli scogli (prediletti dai suicidi, c'informa Gabriella) e s'insinua nella macchia in direzione di Trieste. Si fregia di questo nome anche se la stessa Contessa della Torre in un suo vivace libro di memorie, bestseller alla biglietteria del castello, c'informa che il poeta raramente s'incamminava in quella direzione. Percorrerlo concede certamente un'esperienza estetica singolare, soprattutto in compagnia di persone amiche e poeti, specialmente se a un piccolo slargo si può fare tappa, per improvvisare una lettura di testi, la faccia rivolta al mare.
Una diversa emozione, durante il soggiorno a Duino, può darla anche il sapore di una "coda di rospo" molto fresca, cucinata semplicemente alla griglia, gustata sotto un pigro pergolato, alla trattoria "Il pescatore", sempre in compagnia degli amici (ho di fronte Biancamaria Frabotta e Gabriella, di lato Loriano Macchiavelli) con un gattino grigio striato accoccolato sotto il tavolo nella esplicita richiesta di partecipare se non alla conversazione, almeno alla degustazione.
Gabriella Musetti è di quelle donne che dentro una struttura fisica minuta e morbida, racchiude un'energia eccezionale. Durante le cinque giornate di Residenze Estive non ha mai un'espressione stanca o contrariata, sembra che lasci che le cose vadano, per così dire, lungo la corrente, come se tutto non fosse già accortamente previsto e accuratamente progettato.
E' lei l'organizzatrice "in capo" e l'anima stessa di queste giornate.
venerdì 4 luglio
La prima sera ci ritroviamo a San Canzian d'Isonzo, in provincia di Gorizia, i microfoni sistemati su un prato attiguo alla Chiesa dei santi Martiri Canziani. Martiri delle persecuzioni di Diocleziano, il sito è archeologico.
Legge Diego Zandel, scrittore figlio di profughi istriani, che per quanto non possa avere memoria diretta dell'esodo, tuttavia non può dimenticarlo. Scrive trame che a quel tema si riallacciano, e nel dibattito che segue alla lettura, parla di sé che è cresciuto a Roma e ha una moglie greca, si augura un superamento dei nazionalismi, nella conservazione delle diversità. Il suo discorso è seguito dai suoni e dalle voci di un duo originale, Erica e Gabriele Benfatto, lei soprattutto dotata di una gamma vocale eccezionalmente estesa, con note scure molto particolari. Canta le sue poesie in dialetto del luogo, il bisiàc, che, secondo la definizione che mutuo da una nota di Ivan Crico, è un raro “sermo rusticus” di tipo arcaico veneto - ma che al suo interno contiene anche numerosi termini ladini, sloveni, tedeschi e francesi - parlato ancora nei paesi del monfalconese. Interessante: l'uso corrente del termine è di recente acquisizione.
Poi, dopo la musica e il canto, succede che la corrente elettrica s'interrompe in tutto il paese: niente luce (sono alle dieci di sera), niente microfoni e siamo all'aperto. Così, nel buio e senza microfono, il poeta di turno (sono io) recita a memoria, nel buio, qualche poesia, fiduciosa che la corrente ritorni. Invano, solo la casa del prete è illuminata, probabilmente grazie all'istallazione di un gruppo elettrogeno. Privilegio che merita commenti vivaci e perplessi, in una zona di forte tradizione cattolica.
Infine si desiste, non resta che appressarsi a cenare, al lume di candele.
sabato 5
La mattina seguente, giornalisti, poeti, accademici si ritrovano nella Lecture room del collegio del Mondo Unito. Il tema è "Poesia e memoria: raccontare il presente". Si finisce a parlare della speranza, nella nostra situazione politica così disperata. Su questo concetto si segnalano l'intervento di Maria Inversi, autrice e regista di teatro al femminile, che cita in proposito (e la riporto come la ricordo) l'espressione dell'Antigone di Anouilh "non so cosa farmene della vostra sporca speranza". Anche Loriano Macchiavelli, notissimo autore di noir-politici, afferma con un sorriso forse un po' amaro, che solo da quando ha smesso di sperare, i progetti si sono realizzati per lui. E forse si riferisce al successo editoriale che meritatamente gode, non ai progetti politici per un mondo meno ingiusto. La speranza, intesa però come virtù attiva, viene da altri relatori considerata imprescindibile, non solo come virtù teologale.
Al pomeriggio è programmata un'escursione in Slovenia, alla casa-museo del poeta Srecko Kosovel, nel piccolissimo paese di Tomaj. Ci offrono frutta, bevande, dolci. Siamo nell'area europea (dell'euro) e a pochi kilometri da Trieste, ma si avverte che, volontariamente, l'Italia è tenuta a distanza. Ci conducono a vedere dove il poeta, morto a soli ventidue anni, nacque e dove è sepolto con il resto della sua famiglia. Ci mostrano, nella credenza della casa-museo, un servizio di piatti da dodici (o forse sedici) persone, ed altri ingenui oggetti il cui solo privilegio è quello di essere appartenuto alla famiglia Kosovel. Sui commenti di Diego Zandel a questa esperienza e agli incontri di quella stessa sera, nella casa carsica, rimando al sito della sua newsletter DIEGOZANDEL.IT - 09/07/2008 - NAZIONALISMI
Per quanto riguarda la lettura dei poeti di turno quella sera, devo dire che mi ha colpito, per la forza e la semplicità dell' interpretazione e della scrittura, la bellunese Serena Dal Borgo. Mi ha interessato inoltre la chiave filosofico-satirica della poesia di Franco Insalaco, persona discreta, disponibile, aperta, che si dedica a temi molto seri con preziosa leggerezza. Paolo Ruffilli, atteso, giustificava la sua assenza per motivi di salute.
Domenica 6
La mattina della domenica è dedicata alla Passeggiata Rilke, di cui ho già accennato. Il castello avevo avuto modo di visitarlo la mattina di sabato e devo dire che il parco e il panorama sono le caratteristiche che lo rendono imperdibile, oltre ai documenti della famiglia, custoditi in bacheche, su cui si legge parte della storia di Trieste e la politica italiana dell'ultimo secolo sul confine orientale.
Concludiamo la bellissima mattinata facendo tappa alle risorgive del Timavo. La gente è in chiesa, con gli abiti della domenica. Il luogo è sacro già da prima dell'inizio dell'era cristiana. Noi poeti, tra cui Alberto Bertoni e la sua bella compagna Anna, Bianca Garavelli, aspettando i solerti pulmini che vengano a prenderci, ci siamo un po' sparsi per il sito, sostiamo sulle lastre di pietra dell'antico cimitero, chiacchierando dei nostri progetti.
Dopo il pranzo, come sempre generoso, ci ritroviamo di nuovo, nel tardo pomeriggio, sotto gli ippocastani del piccolo parco dell'albergo Ples per conversazioni letterarie. Poiché ha preso la parola Maria Inversi, introducendo il progetto che porta avanti da anni sul teatro al femminile, Isabella Panfido le risponde, definendo il progetto ormai "desueto". Si apre quindi un dibattito piuttosto acceso di cui si fa anima Biancamaria Frabotta. Ma davvero come afferma anche Franco Insalaco, i diritti delle donne sono ormai acquisiti? Qualcuno (sono io) cita l'attuale rappresentanza femminile nel nostro Parlamento per confutare anche solo l'impressione di tale "raggiunta parità", almeno da noi, in Italia. Il fervore del dibattito dimostra che l'argomento è ancora, e sarà per molto, materia scottante.
La sera ci trasferiamo a Trieste, nel parco di S. Giovanni, ex-ospedale psichiatrico. Il cielo sta preparando un temporale. Così la lettura si sposta sotto il colonnato prospiciente la chiesa. Fa da cornice un cielo nero squarciato da lampi e, a tratti, piove a dirotto. Bello sfondo per una serata dedicata a Alberto Bertoni (le sue belle e tristi poesie sull'Alzheimer, al padre!), a Claudio Grisancich e a Maarja Kangro.
Maarja è una donna di aspetto gentile. Certo la sua forza è intuibile. Ma quando legge, la sua poesia è una sorpresa per l'originalità e la totale mancanza di ogni leziosità liricheggiante. Credo che in questa serata lei e Grisancich costituiscano i due opposti: lui, molto noto ma soprattutto a un pubblico triestino, lei estone, quindi non conosciuta qui, personalità internazionale, ampiamente poliglotta. Non solo conosce la lingua italiana quasi perfettamente, ma è traduttrice in estone di alcuni tra i maggiori nostri poeti contemporanei, tra cui Magrelli e Zanzotto (grato regalo questi suoi libri di traduzioni con testo a fronte). La sera si conclude – da un certo punto di vista ha il suo apice – con una conversazione-intervista a Loriano Macchiavelli, autore che, a differenza della maggior parte dei partecipanti, è riuscito a scalare le classifiche delle vendite. E infatti l'incontro è ripreso dalla televisione triestina. Loriano ci parla degli inizi, dei progetti, sciorina aneddoti. E' un maestro, forse il maestro per gli scrittori di noir, ma la sua personalità è tutt'altro che tenebrosa.
Intanto ha spiovuto e, molto compostamente sciamiamo verso Il posto delle fragole, per un ristoro.
Lunedì 7
Questa giornata ha il suo culmine, nuovamente a Trieste, al Giardino di Androna degli Orti. La manifestazione si tiene in collaborazione con l'Associazione di volontariato culturale Luna e l'Altra e col Progetto Donna Salute Mentale. Siamo all'aperto, dove è allestito uno schermo per la proiezione di un film del 1993 su Alda Merini. Il vento agita il telone, e muove anche le palanche di un vicino ponteggio. Ma a Trieste non ci sia scompone per questo. Biancamaria Frabotta apre la serata, magistrale come sempre nella sua lettura, anche di testi recenti, di tema politico, il tono tra ironia e biasimo. Chiude una conversazione con Pino Roveredo, ancora un autore originario di qui, che ha raggiunto fama nazionale con racconti anche autobiografici di emarginazione e riscatto.
Martedì 8
E' dedicato a un viaggio in Croazia, presso la Comunità degli Italiani di Rovigno. La mattina a Trieste il mare sembra agitato. Del resto avevo già deciso di restare a terra, perché, per usare un eufemismo, non amo l'aliscafo.
A Trieste lungo le Rive il vento ha una bella forza, ma il gruppo dei poeti, di ritorno, mi assicura invece che la navigazione è stata piacevole, che a Rovigno splendeva il sole e l'accoglienza era calorosa.
Per concludere la giornata e definitivamente siglare il soggiorno, Cristina Benussi, dell'Università di Trieste, presenta l'ultimo libro edito dal Ramo d'oro e curato da Gabriella Musetti, sull'esperienza della Società delle Letterate.
Sotto gli alberi, riprendo il filo della lettura che avevo dovuto interrompere per mancanza di luce, la prima sera, sul prato dei santi Canziani. Vorrei mostrare (ci riesco) la relazione tra i temi del mio ultimo libro "Melanconia animale" e il filo rosso dell'idea di vita, "una" nelle sue diverse epifanie, che lega molte delle mie poesie. Tra il mio pubblico, silenziosi ma infreddoliti, i ragazzi di un Istituto Tecnico serbo che si preparano a cantare canzoni popolari della loro tradizione, Maarja Kangro, Loriano Macchiavelli, e molti altri. Sembrano gradire le mie parole, i miei versi, i grandi ippocastani, gli alberi, protagonisti di tanta mia poesia.
lunedì 9 giugno 2008
RESIDENZE ESTIVE 2008
Avrà luogo dal 4 all'8 luglio il IX Festival di poesia e Laboratorio culturale che riunisce in vita comunitaria per un attivo e vivace confronto poeti e scrittori italiani e stranieri, con particolare riferimento all'area culturale e geografica del Friuli Venezia Giulia che ospita l'evento, dell'Est e del Nord Europa.
Gabriella Musetti, ideatrice dell'evento, ha invitato poeti, scrittori e artisti a un soggiorno itinerante nell'area di Duino e del Carso, per incontri con poeti, scrittori e artisti anche della vicine Slovenia, Croazia, Albania e delle più distanti Svezia e Estonia.
Un'esperienza di cui torneremo a parlare, da Lucreziana, dopo la metà di luglio.
Trascriviamo una sintesi del progetto e del programma che Gabriella Musetti ci ha fatto pervenire:
Il Festival di poesia e Laboratorio culturale Residenze Estive attraversa varie espressioni e contaminazioni artistiche. Crea occasioni di confronto e scambio attraverso rapporti formali e informali, con poeti/e, scrittori, scrittrici e artisti/e di diverse tendenze, attraverso letture, seminari, video, esposizioni, performances. Caratteristica del progetto è la residenzialità “aperta” degli ospiti che soggiorneranno per cinque giorni a Duino (Trieste), presso l’ex Albergo austriaco Ples (Collegio del Mondo Unito) e incontreranno il pubblico e gli appassionati di letteratura in diverse occasioni e luoghi, condividendo momenti e spazi della vita quotidiana. Il progetto punta sulla riappropriazione di un tempo più disteso, nel quale l’incontro con “l’autore” non avviene solo nel momento pubblico e già organizzato dello spettacolo. Le letture si svolgono in diversi luoghi della provincia di Trieste, di Gorizia. e nella città di Parenzo (Croazia) attraverso un viaggio in nave lungo le coste dell’Istria. Tutti gli incontri sono gratuiti e aperti al pubblico.
I luoghi
La regione carsica, caratterizzata da lievi alture, si affaccia direttamente sul mare con notevoli salti di quota, con punti panoramici unici nel loro genere: ciò rende quest'area uno dei luoghi più singolari e affascinanti del paesaggio dell’Alto Adriatico.
Il Castello di Duino, dei principi di Torre e Tasso, è uno degli edifici più fascinosi e ricchi di storia del Carso triestino. Un castello che ispirò anche un poeta come Rainer Maria Rilke, che qui soggiornò tra il 1911 e 1912 e che dall'incanto di questi luoghi trasse l'ispirazione per le famose "Elegie duinesi".
Il Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico di Duino annualmente ospita circa 200 studenti, di età compresa tra i 16 e i 19 anni, provenienti da circa 75 diversi Paesi. Sono ammessi dopo una severa selezione e accedono al Collegio esclusivamente con borsa di studio. Ciò permette di scegliere i candidati in base al merito, senza distinzione di censo, razza, lingua o religione. I Collegi del Mondo Unito sono istituzioni che si prefiggono di fornire ai giovani, prima dell’accesso all'Università, un'educazione globale in un ambiente disegnato per promuovere la comprensione internazionale, la pace e la giustizia. Nati nel 1962, con la fondazione dell'Atlantic College, nel Galles, devono la loro esistenza all'intuizione del pedagogo tedesco Kurt Hahn. Il principio di base del Collegio è impostato sulla valorizzazione delle attitudini umane con l'obiettivo di sviluppare negli allievi la comprensione internazionale attraverso l’istruzione e il lavoro comune.
Sono invitati:
Claudio Grisancich, Biancamaria Frabotta, Diego Zandel, Maarja Kangro (Estonia), Josip Osti (Slovenia), Mardena Klemadi (Albania), Bianca Garavelli, Pino Roveredo, Ragnar Strömberg (Svezia), Isabella Panfido, Elfriede Gerlst (Austria), Serena Dal Borgo, Velvet Afri, Piera Mattei, Paolo Ruffilli, Franco Insalaco, Loriano Macchiavelli, Giacomo Scotti, Laura Marchig;
Renata Caruzzi (Univ. Trieste), Elvio Guagnini (Univ. Trieste), Marzio Porro (Univ. Milano), Alberto Bertoni, (Univ. Bologna), Ellis Deghenghi (Univ. Pola), Silvio Forza (giornalista), Martina Gamboz (giornalista), Luciana Tufani (editrice)
Gabriella Musetti, ideatrice dell'evento, ha invitato poeti, scrittori e artisti a un soggiorno itinerante nell'area di Duino e del Carso, per incontri con poeti, scrittori e artisti anche della vicine Slovenia, Croazia, Albania e delle più distanti Svezia e Estonia.
Un'esperienza di cui torneremo a parlare, da Lucreziana, dopo la metà di luglio.
Trascriviamo una sintesi del progetto e del programma che Gabriella Musetti ci ha fatto pervenire:
Il Festival di poesia e Laboratorio culturale Residenze Estive attraversa varie espressioni e contaminazioni artistiche. Crea occasioni di confronto e scambio attraverso rapporti formali e informali, con poeti/e, scrittori, scrittrici e artisti/e di diverse tendenze, attraverso letture, seminari, video, esposizioni, performances. Caratteristica del progetto è la residenzialità “aperta” degli ospiti che soggiorneranno per cinque giorni a Duino (Trieste), presso l’ex Albergo austriaco Ples (Collegio del Mondo Unito) e incontreranno il pubblico e gli appassionati di letteratura in diverse occasioni e luoghi, condividendo momenti e spazi della vita quotidiana. Il progetto punta sulla riappropriazione di un tempo più disteso, nel quale l’incontro con “l’autore” non avviene solo nel momento pubblico e già organizzato dello spettacolo. Le letture si svolgono in diversi luoghi della provincia di Trieste, di Gorizia. e nella città di Parenzo (Croazia) attraverso un viaggio in nave lungo le coste dell’Istria. Tutti gli incontri sono gratuiti e aperti al pubblico.
I luoghi
La regione carsica, caratterizzata da lievi alture, si affaccia direttamente sul mare con notevoli salti di quota, con punti panoramici unici nel loro genere: ciò rende quest'area uno dei luoghi più singolari e affascinanti del paesaggio dell’Alto Adriatico.
Il Castello di Duino, dei principi di Torre e Tasso, è uno degli edifici più fascinosi e ricchi di storia del Carso triestino. Un castello che ispirò anche un poeta come Rainer Maria Rilke, che qui soggiornò tra il 1911 e 1912 e che dall'incanto di questi luoghi trasse l'ispirazione per le famose "Elegie duinesi".
Il Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico di Duino annualmente ospita circa 200 studenti, di età compresa tra i 16 e i 19 anni, provenienti da circa 75 diversi Paesi. Sono ammessi dopo una severa selezione e accedono al Collegio esclusivamente con borsa di studio. Ciò permette di scegliere i candidati in base al merito, senza distinzione di censo, razza, lingua o religione. I Collegi del Mondo Unito sono istituzioni che si prefiggono di fornire ai giovani, prima dell’accesso all'Università, un'educazione globale in un ambiente disegnato per promuovere la comprensione internazionale, la pace e la giustizia. Nati nel 1962, con la fondazione dell'Atlantic College, nel Galles, devono la loro esistenza all'intuizione del pedagogo tedesco Kurt Hahn. Il principio di base del Collegio è impostato sulla valorizzazione delle attitudini umane con l'obiettivo di sviluppare negli allievi la comprensione internazionale attraverso l’istruzione e il lavoro comune.
Sono invitati:
Claudio Grisancich, Biancamaria Frabotta, Diego Zandel, Maarja Kangro (Estonia), Josip Osti (Slovenia), Mardena Klemadi (Albania), Bianca Garavelli, Pino Roveredo, Ragnar Strömberg (Svezia), Isabella Panfido, Elfriede Gerlst (Austria), Serena Dal Borgo, Velvet Afri, Piera Mattei, Paolo Ruffilli, Franco Insalaco, Loriano Macchiavelli, Giacomo Scotti, Laura Marchig;
Renata Caruzzi (Univ. Trieste), Elvio Guagnini (Univ. Trieste), Marzio Porro (Univ. Milano), Alberto Bertoni, (Univ. Bologna), Ellis Deghenghi (Univ. Pola), Silvio Forza (giornalista), Martina Gamboz (giornalista), Luciana Tufani (editrice)
Mercedes Parodi I GIARDINI DI MARRAKECH
Ricevo da Mercedes Parodi, che ama definirsi giardiniera, ed è in effetti una donna che ama vivere nella natura addomesticata dal suo sguardo e dal suo amore, questo breve confronto tra i giardini di Marrakech che ha da poco visitato con amici che condividono la sua stessa passione, e quelli della nativa Sanremo. Mi sembra un modo originale e elegante di comparare culture. La passione ci rende sempre "profondamente" intelligenti e ci mette in grado di comprendere anche la diversità in un modo qualitativamente diverso (p.m.).
Il Marocco... si è trattato di un'emozione, un coup-de-coeur, la durata di un'occhiata lunga una settimana. I giardini privati di Tangeri e di Marrakech sono europei, ritagliati in un contesto arabo, dal quale traggono le esperienze locali connesse al clima e all'acqua. Ma sono due realtà geografiche ben distanti l'una dall'altra perché Tangeri e le sue ville primo novecento in collina è così simile alla Liguria e alla Costa Azzurra da confondere le idee, con i tetti e la sommità dei muri di cinta coperti di tegole invetriate color acquamarina, turchesi o verdi- da cui sporgono ficus enormi, bouganvillee, bignonie,jacarande, gelsomini, dature-affacciata sul Mediterraneo,ventosa, le coste dell'Andalusia a vista di fronte a sé: non è sorella di Marrakech, pianeggiante, rossa e ocra di terra grezza nelle lunghe mura che la cingono, in cui la lotta per l'acqua é millenaria e strapparla al Sahara ha rappresentato e rappresenta il problema costante che coinvolge le amministrazioni indigene ( e estere durante i protettorati) perché quando finisce la primavera, dal deserto comincia ad arrivare quell'aria caldissima che fa salire il termometro a 50 gradi. Mohammed El Faiz che è professore di Storia Economica all'università di Marrakech ed è autore di molti studi sui problemi dell'urbanizzazione e dell'approvvigionamento della città ci ha accompagnati nella visita ai giardini imperiali dell'Agdal (XII sec.), ricostruiti secondo il progetto originario nel tracciato delle canalizzazioni che portavano l'acqua attraverso cunicoli principalmente ipogei dai monti dell'Atlante, raccogliendo anche acque sotterranee lungo il percorso per poi ridistribuirle tramite quel sistema di irrigazione per orti e punti di ristoro delle carovane che consentirono a Marrakech la definizione di città-giardino. I giardini dell'Agdal nella realtà sono un antico esempio di agricoltura razionale, un ampio territorio destinato a frutteto, uliveto e vigneto piantato a settori secondo il criterio della maggiore o minore necessità d'acqua delle colture quindi a maggiore o minore vicinanza dal bacino di raccolta d'acqua. Sia Tangeri che Marrakech sono in forte sviluppo abitativo e secondo El Faiz il sottosuolo di Marrakech che è piatto era canalizzato a 4 metri di profondità e ora le fondamenta dei nuovi condomini e dei grandi alberghi scavate ben più a fondo hanno tagliato le antiche condotte sconvolgendo i vecchi equilibri.In effetti i palmizi della città sono stenti e polverosi, le piante impoverite e prostrate.
Il giardino arabo è un elegante cortile interno alla abitazione, pavimentato di pietra o di marmo, ornato di piastrelle di ceramica o mosaici con una fontana o una vasca d'acqua, profumato da rose, gelsomini e zagare. Gli Arabi dicono che questo schema è stato esportato da noi nel medioevo, noi potremmo replicare però che i Romani lo avevano fatto prima, come per esempio Pompei con impluvi, vasche e porticati attesta chiaramente.
Ad ogni modo, si può semplificare dicendo che il giardino europeo in Marocco è un luogo di collezioni di piante non solo marocchine ma provenienti
da tutte le aree omologhe per condizioni climatiche, quindi ricchissimo di varietà differenti, mentre arabi sono arredi, lampade, stoffe, ceramiche e cibi.
Noi la fantasia e l'anarchia, loro la matematica e l'obbedienza.
Nei giardini degli europei gironzolano anche cani ben pasciuti e vezzeggiati dai padroni di casa e dai loro ospiti, mentre fuori non se ne vedono e al di là di qualche raro gatto nelle strade circolano solo molti piccoli asini strappacuore carichi di masserizie, strapazzati e malnutriti.
A Marrakech sono stati creati viali lunghissimi urbani di rose e fontane che a sera sino a notte sono gremiti di famiglie in cerca di frescura. Nell'impronta occidentale della città moderna avverti come un vuoto, manca qualcosa: sono privi di monumenti e statue, secondo il loro dettato religioso. C'è come una maggiore libertà, però,senza riferimenti obbligati, solo i segni della scrittura incisi nella pietra e la linea verticale delle moschee trattengono brevemente il pensiero.
Mercedes Parodi
domenica 25 maggio 2008
Piera Mattei - FRANCESCO COSTA – Presto ti sveglierai – Salani 2008
Può uno scrittore napoletano smettere di prendere Napoli a scenario delle sue trame? Oppure come la voce manterrà la cadenza ironica e orgogliosa di quella città, anche la fantasia continuerà a frequentare i luoghi dove, per la prima volta si accese? La Napoli di questo romanzo è Fuorigrotta, vera protagonista di questo romanzo, vero personaggio a tutto tondo, fondale di una black comedy, ritratto grottesco di una società.
Un contesto piccolo borghese: una coppia di professori di scuola media superiore, a cui per primi la cultura non dice proprio nulla. Come per molti, dietro il titolo, il ruolo presunto, ci sono il vuoto e la frustrazione. I valori sono sempre e solo il denaro e l'apparire. Anche se, la protagonista, Laura, ama i fiori e l'albero del suo giardino e, di certo, è una creatura buona. Potenzialmente, almeno agli inizi, una vittima del marito e della figlia e una creatura di cui prendersi gioco nell'ambiente di lavoro.
Napoli di Fuorigrotta è, secondo come soffia il vento, odore di monnezza o di corpi che si decompongono dal vicino cimitero, un vicino stravagante che va in giro travestito da Cristo, una madre che ne è fiera: non siamo lontani dalle atmosfere di certo surrealismo alla Totò. Ma i tempi sono cambiati, ora ciò che è vero non è soltanto quello che appare agli occhi della gente, ma quello che si vede in televisione, e il finale a sorpresa è la rivelazione di una realtà non solo napoletana.
Come in una favola, l'autore ha rinunciato a scavare psicologie, per designare archetipi, marionette, incapaci di uscire dal personaggio che il burattinaio ha ritagliato per loro. Ma il congegno è perfetto, i tasselli di una storia incredibile ma proprio per questo possibile, alla fine trovano tutti il loro incastro.
Sulla copertina si baciano, perfetti e bugiardi, una coppia di sposi da un quadro di Giovanna Picciau, che a me ricorda perché aveva curato delle esposizioni di suoi quadri, una cara amica gallerista, Sandra Gerace, anche lei una vera napoletana trapiantata a Roma, una di quelle che il loro accento e la loro arguzia partenopea, dopo anni e le esperienze più varie, non li dismettono mai.
Piera Mattei
Un contesto piccolo borghese: una coppia di professori di scuola media superiore, a cui per primi la cultura non dice proprio nulla. Come per molti, dietro il titolo, il ruolo presunto, ci sono il vuoto e la frustrazione. I valori sono sempre e solo il denaro e l'apparire. Anche se, la protagonista, Laura, ama i fiori e l'albero del suo giardino e, di certo, è una creatura buona. Potenzialmente, almeno agli inizi, una vittima del marito e della figlia e una creatura di cui prendersi gioco nell'ambiente di lavoro.
Napoli di Fuorigrotta è, secondo come soffia il vento, odore di monnezza o di corpi che si decompongono dal vicino cimitero, un vicino stravagante che va in giro travestito da Cristo, una madre che ne è fiera: non siamo lontani dalle atmosfere di certo surrealismo alla Totò. Ma i tempi sono cambiati, ora ciò che è vero non è soltanto quello che appare agli occhi della gente, ma quello che si vede in televisione, e il finale a sorpresa è la rivelazione di una realtà non solo napoletana.
Come in una favola, l'autore ha rinunciato a scavare psicologie, per designare archetipi, marionette, incapaci di uscire dal personaggio che il burattinaio ha ritagliato per loro. Ma il congegno è perfetto, i tasselli di una storia incredibile ma proprio per questo possibile, alla fine trovano tutti il loro incastro.
Sulla copertina si baciano, perfetti e bugiardi, una coppia di sposi da un quadro di Giovanna Picciau, che a me ricorda perché aveva curato delle esposizioni di suoi quadri, una cara amica gallerista, Sandra Gerace, anche lei una vera napoletana trapiantata a Roma, una di quelle che il loro accento e la loro arguzia partenopea, dopo anni e le esperienze più varie, non li dismettono mai.
Piera Mattei
Piera Mattei – FILIPPO LA PORTA – Diario di un patriota perplesso negli USA
Forse non c'è occasione più adatta che quella di un soggiorno di media durata, sei mesi, per sapersi guardare intorno con occhi vivaci, facendo confronti. E' la situazione ideale. Può significare contrarre alcune abitudini, ma senza che spuntino radici, senza che si trasformino in una sorta di necessità che impedisce di ricordare quando i gesti, i panorami, le parole intorno, erano diverse. Significa tenere sempre presente la distanza che separa dal ritorno, e cercare di fare tesoro di esperienze nuove da riutilizzare una volta tornati.
Filippo La Porta, reduce da un soggiorno, di sei mesi appunto, a New York, ha pubblicato questo agile libro "civile". Mettendo per una volta da parte l'analisi dei titoli e dei linguaggi, ha voluto portare a casa qualcosa di utile e provare a rinnovare, anche scanzonatamente ma fermamente, la coscienza di un'identità.
Dal di fuori si nota meglio: sembra che davvero i tempi siano maturi per uscire dal vezzo dell'autodenigrazione e riconoscere, quello che tutti al di fuori ci riconoscono, una sostanziale unità nei difetti, e nei pregi anche, fortunatamente. Forse di nuovo, come altre volte in tempi confusi o difficili, voci originali senza scadere nella predica e nella retorica, sapranno dirlo. La proposta di Filippo La Porta così la riassumiamo: l'importanza, forse la necessità, di un mito positivo che, con la guida di Primo Levi e dei Simpson, individua nell’"amore per la bellezza". Certo c'è bello e bello. La Divina Commedia non è una Lamborghini, la moda e il design non sono la cura e la genialità nel ridisegnare il paesaggio. E tuttavia il nostro amore per la bellezza, "resta pur sempre un'influente, suggestiva narrazione, non importa quanto ancora empiricamente fondata, diffusa nel mondo." Dipende solo da noi non disprezzare la nostra eredità, non dissiparla nella costruzione di parchi giochi per turisti di tutto il mondo.
Questo libro, semplice, agile, lo consiglio particolarmente ai giovani e giovanissimi. Non costerebbe loro un'eccessiva fatica leggerlo e forse alzerebbe loro il morale, ne trarrebbero spunti per letture e conversazioni. Potrebbero scalfire l'inclinazione a scimmiottare, a scimmiottarsi, sempre in maschera, sempre annoiati, a imporsi di fare quello che la società globale spietatamente suggerisce.
I più impegnati, perché ancora ce ne sono, avrebbero la conferma di non essere soli.
Quelli che quando viaggiano si sentono rimproverare un'identità in cui non si riconoscono, avrebbero qualche strumento in più per non inabissarsi nella vergogna.
Piera Mattei
Filippo La Porta, reduce da un soggiorno, di sei mesi appunto, a New York, ha pubblicato questo agile libro "civile". Mettendo per una volta da parte l'analisi dei titoli e dei linguaggi, ha voluto portare a casa qualcosa di utile e provare a rinnovare, anche scanzonatamente ma fermamente, la coscienza di un'identità.
Dal di fuori si nota meglio: sembra che davvero i tempi siano maturi per uscire dal vezzo dell'autodenigrazione e riconoscere, quello che tutti al di fuori ci riconoscono, una sostanziale unità nei difetti, e nei pregi anche, fortunatamente. Forse di nuovo, come altre volte in tempi confusi o difficili, voci originali senza scadere nella predica e nella retorica, sapranno dirlo. La proposta di Filippo La Porta così la riassumiamo: l'importanza, forse la necessità, di un mito positivo che, con la guida di Primo Levi e dei Simpson, individua nell’"amore per la bellezza". Certo c'è bello e bello. La Divina Commedia non è una Lamborghini, la moda e il design non sono la cura e la genialità nel ridisegnare il paesaggio. E tuttavia il nostro amore per la bellezza, "resta pur sempre un'influente, suggestiva narrazione, non importa quanto ancora empiricamente fondata, diffusa nel mondo." Dipende solo da noi non disprezzare la nostra eredità, non dissiparla nella costruzione di parchi giochi per turisti di tutto il mondo.
Questo libro, semplice, agile, lo consiglio particolarmente ai giovani e giovanissimi. Non costerebbe loro un'eccessiva fatica leggerlo e forse alzerebbe loro il morale, ne trarrebbero spunti per letture e conversazioni. Potrebbero scalfire l'inclinazione a scimmiottare, a scimmiottarsi, sempre in maschera, sempre annoiati, a imporsi di fare quello che la società globale spietatamente suggerisce.
I più impegnati, perché ancora ce ne sono, avrebbero la conferma di non essere soli.
Quelli che quando viaggiano si sentono rimproverare un'identità in cui non si riconoscono, avrebbero qualche strumento in più per non inabissarsi nella vergogna.
Piera Mattei
domenica 11 maggio 2008
Piera Mattei –Leoni per agnelli
La testimonianza di Nicola Poccia, studente di Fisica, mi ha fatto tornare in mente, per contrasto, il recente film di Robert Redford "Leoni per agnelli", che si muove, in parte almeno, sui temi dell'impegno e della guerra.
Lì un non più giovane professore, con un passato non rinnegato di contestatore, cercava di scuotere l'abulìa di uno studente bravo, ma deciso al disimpegno, di cui il junk food consumato con passivo posizionamento davanti al teleschermo, era solo indigesto simbolo.
Qui, nel caso di Nicola Poccia trovo all'opposto uno studente, un cittadino, un uomo, che non vorrebbe accomodarsi, non vorrebbe restarsene seduto a farsi invadere dalle morbose curiosità scatenate dai più insulsi (ma pervasivi) programmi TV. Potrebbe farlo per disperazione, se non troverà il modo di uscire da un sentimento di delusione e di smarrimento. Non vorrebbe neppure farsi occupare da impulsi aggressivi, da ciò che chiamiamo in senso metaforico e reale, la guerra.
Sono diversa da Redford-professore. Nonostante che da decenni io non sia più una studentessa, mi sento di somigliare di più a Nicola, in questo preciso momento. Mi sento smarrita, perplessa e delusa, anche se sto cercando di rimettermi in forze, di vaccinarmi con dosi abbondanti d'ironia. Le buone maniere sono un grande valore, certo. Ma, sono d'accordo, non possono esprimere l'intera sostanza di quanto si dice, di quanto si progetta.
Vorrei continuare con Nicola Poccia, studente di Fisica, e con molti altri, a fare chiarezza, con interventi brevi ma puntuali, sul nostro presente, su quanto riteniamo giusto, senza volere imporlo a tutti gli altri, ma cercando, senza pregiudizi quegli "altri" con cui il dibattito sia condivisibile.
Gli ambiti in cui vorrei continuare il dibattito:
I. Etica, Religioni, Chiese
II. Etica, Lingue, Letterature
Lì un non più giovane professore, con un passato non rinnegato di contestatore, cercava di scuotere l'abulìa di uno studente bravo, ma deciso al disimpegno, di cui il junk food consumato con passivo posizionamento davanti al teleschermo, era solo indigesto simbolo.
Qui, nel caso di Nicola Poccia trovo all'opposto uno studente, un cittadino, un uomo, che non vorrebbe accomodarsi, non vorrebbe restarsene seduto a farsi invadere dalle morbose curiosità scatenate dai più insulsi (ma pervasivi) programmi TV. Potrebbe farlo per disperazione, se non troverà il modo di uscire da un sentimento di delusione e di smarrimento. Non vorrebbe neppure farsi occupare da impulsi aggressivi, da ciò che chiamiamo in senso metaforico e reale, la guerra.
Sono diversa da Redford-professore. Nonostante che da decenni io non sia più una studentessa, mi sento di somigliare di più a Nicola, in questo preciso momento. Mi sento smarrita, perplessa e delusa, anche se sto cercando di rimettermi in forze, di vaccinarmi con dosi abbondanti d'ironia. Le buone maniere sono un grande valore, certo. Ma, sono d'accordo, non possono esprimere l'intera sostanza di quanto si dice, di quanto si progetta.
Vorrei continuare con Nicola Poccia, studente di Fisica, e con molti altri, a fare chiarezza, con interventi brevi ma puntuali, sul nostro presente, su quanto riteniamo giusto, senza volere imporlo a tutti gli altri, ma cercando, senza pregiudizi quegli "altri" con cui il dibattito sia condivisibile.
Gli ambiti in cui vorrei continuare il dibattito:
I. Etica, Religioni, Chiese
II. Etica, Lingue, Letterature
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