Se non sapessimo che Antonio Porta ci ha lasciati vent'anni fa – perché appunto si celebrano quest'anno i venti anni dalla sua morte – potremmo pensare che i versi che qui sotto riportiamo li abbia scritti per noi che viviamo la dura realtà italiana del 2009, mentre portano la data della seconda metà degli anni settanta, più di trent'anni fa.
Erano i suoi versi carichi di una forza profetica? O dobbiamo pensare che resta immobile il negativo, mentre il positivo procede quasi invisibile tra mille contraddizioni?
La poesia di Antonio Porta ha diritto anzitutto a un giudizio critico-estetico, ma non pensiamo certo di tradirlo se, nel contesto di questa rivista, la scelta è operata anche in base ai contenuti, seguendo un progetto in senso lato, politico.
Dedico l'ultima poesia di questa breve serie a mia figlia partita in questi giorni dall'Italia per insegnare in un'Università bostoniana.
(Piera Mattei)
Le poesie di Antonio Porta qui riportate per gentile concessione degli eredi, nella persona di Rosemary Ann Liedl, sono in:
Antonio Porta – Tutte le poesie (1956-1989) a cura di Niva Lorenzini – Garzanti 2009
Le traduzioni, di Anthony Molino, sono in : Antonio Porta – Kisses, Dreams & Other Infidelities (translated by A. Molino). Xenos Books: Riverside, CA, 2004
educare al razionale all'interrogare
così come s'interroga il linguaggio col fare
la poesia ricercare la poesia ragionare
è non per quell'educazione sentimentale
da maiale feroce da tacchino omicida da bufalo
dunque fuori dalla famiglia questo sì molto fuori
luogo dell'educazione sentimentale
vi ho portato fuori questo è vero per via della salute:
passeggiare ragionare opporre
baciare senza mordere
19.4.1976
educate yourselves to be rational to question
the way making poetry questions
language seek out the poetry learn to reason
against the sentimental education
of wild boars killer turkeys buffalos
so away with the family away
from the locus of all sentimental education
yes, I've taken you away, for your health:
so you can take walks reason oppose
kiss without biting
April 19, 1976
se dice: è una misura
tu pensa: è una contromisura
se dice: è contro l'inflazione
tu pensa: è per l'inflazione
se dice: stangata
tu sai: stavolta deve essere vero
(questa lettera è semplice
come il gioco delle tre tavolette)
pur conosciuto il marchingegno inganna
per davvero Achille non raggiunge mai la tartaruga
il dire non è mai il fare
12.10.1976
if they say: it's a measure
you think: countermeasure
"it's to fight inflation"
you think: pro-inflation
they say: tax hike
it's not bluff
(this letter's simple
like dealing blackjack)
you know the trick but still get fooled
it's true, Achilles never does catch up with the tortoise
nor do people practice what they preach
Oct.12,1976
le finestre si chiudono tutte
(guardando dentro le case avete
chiesto: buongiorno, c'è lavoro?)
le porte si chiudono tutte
(premendo una mano sopra i vetri
avete chiesto: buon giorno, c'è un posto?)
lunga fila in processione salite e scendete
la penisola nazionale formiche spruzzate col DDT
(ma una volta lo avevano proibito)
di queste schiere di dannati
anche voi due fate parte
per questo vi ho partorito
(ora vi passo i soldi per sopravvivere)
per questo giro la macina
(a porte chiuse, a finestre chiuse)
vi dicono: fate i contadini
mentre gli altri fuggono dai campi
(continuerò a passarvi dei soldi)
fuggono la siccità, la grandine, i mercati
(ma un giorno non ci sarò più, lo sapete)
un sorso d'acqua a una fontana (è buona)
ricomincia la questua
in fila indiana cercano di passare le Alpi
(il Bel Paese è un formaggio scremato)
24.8.76
they're shutting all the windows
(as you got a peek at their homes did you ask: "good morning, any work?")
they're closing all the doors
(when you pressed a hand against the glass
did you ask: "good morning, any jobs?")
long lines up and down the peninsula
a procession of ants sprayed with DDT
(they'd banned it not too long ago)
you two are damned
like the rest of the horde
that's why I had you in the first place
(now I slip you the money you need to survive)
that's why 1 turn a millstone
(behind closed doors and windows)
"go back to being peasants," they say
(I'll still be giving you money)
when everyone else is leaving the fields
escaping the droughts, the hail, the markets
(there'll come a day, you know, when I won't be around):
a sip of water, good water, from a fountain
and they're off begging again
trying to cross the Alps in single file
(our Bel Paese is a low-fat cheese)
Aug. 24, 1976
Rivista diretta da Piera Mattei --- La rivista pone in primo piano la natura delle cose, la sua indagine, dal punto di vista della scienza, della poesia, della filosofia e dell'arte --- Direttore responsabile: Piera Mattei --- Superstripes Press
sabato 5 settembre 2009
venerdì 28 agosto 2009
Piera Mattei– per Galilei nel quarto centenario della sua prima osservazione del cielo
Era appunto l'ottobre 1609.
Nel 1611 Galilei divenne membro dell'Accademia die Lincei. Nelle foto, a Roma, la zona e il palazzo allora sede dell'Accademia, in via della Maschera d'oro, dove era nato Federico Cesi, fondatore dei Lincei.
La cultura occidentale raggiunse una punta massima allora, quando qualcuno volle esibire la sua convinzione che l'intelligenza applicata allo studio della natura può e deve liberamente affermarsi, senza che da questo derivi alcun male per l'umanità.
Sembrerebbe una convinzione del tutto accettabile, eppure la storia dimostra il contrario, e guardando a quanto succede oggi non ci siamo molto allontanati dai tempi in cui, come osservava con aguzza polemica Galilei, si attribuiva il diritto di giudicare della scienza chi ne fosse completamente digiuno: "ammettere che persone ignorantissime di una scienza o arte abbiano ad esser giudici sopra gli intelligenti, e per l'autorità concedutagli sian potenti a volgergli a modo loro".
Galilei, appunto. Che riconosciamo oggi, nel quarto centenario delle sue esplorazioni celesti, grande non soltanto né soprattutto per le sue scoperte astronomiche e le sue invenzioni ottiche, per avere fondato una meccanica nuova, quanto forse per questa sicurezza nell'affermare i diritti "naturali" della mente.
Galilei usa molto il concetto di verità e certezza, ma lo usa in maniera rivoluzionaria. Per la Chiesa è vero ciò che lei stessa ha stabilito come tale. Ai tempi di Galilei, era l'autorità di Aristotele.
Per Galilei è vero quanto la ragione dimostra tramite l'esperienza. Che può anche sbagliare ma l'errore va dimostrato nuovamente in base all'esperienza e del confronto non sulla base dell' "Ipse dixit".
Rimase incrollabile in questa certezza, con una forza che oggi gli intellettuali non hanno o non hanno più. Purtroppo i diritti della ragione, anche affermati da uno spirito religioso quale indiscutibilmente Galilei era, continuano dopo quattro secoli a essere ignorati, se non direttamente posti in discussione facendo prevalere non, come qualcuno dice, i diritti della religione, ma quello dei potentati delle varie chiese.
domenica 2 agosto 2009
Piera Mattei – Paolo Rumiz e il Pitagora di Ovidio

Ultimamente Lucreziana è rimasta un po' in disparte. In questi ultimi mesi ho seguito la pubblicazione di tre miei nuovi libri, per i quali mi auguro il meglio.
Del resto, ora che quell'impegno si è concluso – manterrò un impegno preso col caro amico Luigi La Rosa – mi sono tuffata, per una scuola di scrittura che lui tiene qui a Roma, nella preparazione di un discorso, che vorrei interessante e nuovo, sulla letteratura scientifica del Seicento e sul significato rivoluzionario che ha avuto per la scrittura anche al di fuori di quell'ambito specifico.
Argomento non da poco e per prepararlo degnamente mi aggiro rapita tra letture interessantissime: Keplero, Galilei, e le personalità scapigliate e romantiche dei Lincei. E poiché Galilei noto che attribuisce, secondo l'uso dell'epoca alla teoria copernicana l'aggettivo di pittagorica, torno a leggere lo stupendo ritratto che Ovidio traccia del grande sapiente nelle sue Metamorfosi:
"…c'era un uomo nativo di Samo, ma fuggito da Samo, e dai padroni dell''isola, per odio verso la tirannide viveva in volontario esilio (che attualità !) […] E una volta sviscerato tutto il pensiero e con attento impegno, insegnava alla gente, e a schiere di discepoli muti e compresi d'ammirazione spiegava i principii dell'universo e le cause delle cose e che cos'è la natura: cos'è dio, come si forma la neve, qual è l 'origine del fulmine, se è Giove oppure sono i venti a fare i tuoni squarciando le nubi, che cosa fa tremare la terra, secondo quali leggi viaggiano le stelle, e tutto ciò che è mistero. […] Tutto si trasforma, nulla perisce. […] Neppure le cose che noi chiamiamo elementi, neppure esse durano. [...] Ho visto essere mare quello che un giorno era terra fermissima, ho visto terre che prima erano mare, e lontano dal mare si disseppelliscono spesso conchiglie marine e vecchie àncore sono state trovate in cima ai monti. […] I contadini che abitavano anticamente a Leucade, abitavano sul continente: oggi, tutt'intorno, c'è mare."
Attraverso queste letture tornavo con il pensiero al terremoto dell'Aquila, per il quale tra pochi giorni si compirà il quarto mese, tempo lunghissimo orami. Penso a quel villaggio di Tempera che mi sono promessa di non dimenticare, a cui pertanto dedico queste righe. Proprio la lettura di Galilei mi faceva riflettere sul fatto che gli scienziati si sono spinti a esplorare con le loro menti il cielo, ma non molto sappiamo ancora, e soprattutto ben poco riusciamo a prevedere, di quanto avviene sotto i nostri piedi, nel cuore della Terra.
E proprio oggi, trovo ad apertura di giornale su La Repubblica "Il nuovo viaggio di Paolo Rumiz tra abissi vulcani, antri dove nascono i terremoti" che mi colpisce e si scontra con i miei pensieri.
Leggo:
"Italia. Non esiste paese che viva un intrico così affascinante di scienza, mito e storia, eventi di sottosuolo e di superficie. […] Il ferry brancola nel buio,viaggia sui vulcani sommersi già descritti da Plinio il Vecchio: Ante nos et iuxta Italiam inter Aeolias Insulas…"
Anche Plinio parla dei grandi moti della terra, dell'affiorare e scomparire di isole in mezzo al Mediterraneo. E il mito ci sostiene ancora: Rumiz si sente un novello Teseo e il filo di Arianna glielo porgono schiere di vulcanologi, storici dei terremoti, sismologi, geofisici.
Un articolo appassionante, la prima tappa di un viaggio che voglio seguire in parallelo col mio viaggio tra i classici della scienza del Seicento. La cultura è un ambito in cui ancora potersi rallegrare di corrispondenze, far muovere la mente in sincronia lungo tragitti interessanti e avventurosi, in questa Italia per molto aspetti sprofondata nella decadenza.
venerdì 10 luglio 2009
Piera Mattei –Tempera (AQ) – 6 luglio 2009

Quanto scrivono i giornali negli ultimi mesi, terremoti, disastri aerei e ferroviari, centinaia di corpi di clandestini morti di sfinimento in mare, mentre siamo privi di un governo in cui riconoscersi, ci fa sentire degli orfani, dei sopravvissuti, con il senso di colpa che a tali condizioni si accompagna.
Come uscire dalla condizione d'impotenza? Non possiamo, no, non siamo in grado, noi che continuiamo a vivere sicuri nelle nostre case, farci carico di tutti. Dobbiamo tuttavia, anche per superare il complesso di sopravvissuti, non dimenticare almeno coloro che il caso, la Fortuna, ci ha posto accanto.
Così, perché lo sentivamo necessario e doveroso per noi, lunedì 6 luglio, a tre mesi dall'orribile notte dell'Aquila e provincia, siamo tornati, lontani dai riflettori, con la guida di Marco, studente di Fisica alla Sapienza, nel suo piccolo borgo di Tempera, per vedere cosa è cambiato dal sabato Santo 11 aprile, quando per la prima volta visitammo i luoghi di quella tragedia. Non sapevamo cosa offrire, oltre alla nostra presenza e il nostro ascolto e siamo stati colmati d'attenzione e di doni: non solo il pranzo ma frutta dal sapore diverso, vedure colte nell'orto e annaffiate con l'acqua del fiume Vera, così prossimo alla sua origine.
A Tempera nulla è cambiato, tranne che tutto il piccolo centro, prima del 6 aprile una realtà idilliaca da RioBo, è stato classificato ZONA ROSSA e l'accesso ne è vietato a tutti.
Ma almeno il campetto di calcio, sul quale non minaccia nessuna costruzione, devono considerarlo agibile! Questo è il ragionamento del fratello minore di Marco che, batti e ribatti con i responsabili della Protezione Civile, ha avuto ragione. Nel suo racconto una sfumatura divertente è proprio questo sottolineare i rapporti di mentalità e di accento nell'uso della lingua, tra i cittadini aquilani e i soccorritori giunti da tutte le parti d'Italia.
Il nostro unico punto di riferimento a Tempera è stata la famiglia di Marco, ma non è stato poco. Ognuno aveva una sua storia da raccontare. Il padre che, negli anni passati, ha avuto responsabilità politiche e amministrative nel progetto di una Riserva naturale del fiume Vera, nonché nel ridare decoro alle vie del piccolo centro, ora, sopratutto per quel che riguarda l'abitato, vede tutto il lavoro ridotto in polvere.
Nel discorso della mamma, che allertata dalle scosse dei mesi precedenti, quella notte aveva organizzato tutto per fuggire rapidamente verso l'aperto, mi colpisce la descrizione del pavimento agitato da un'onda come lo scuotesse un serpente, il terrore del "rumore" del terremoto. Torno a pensare a Lucrezio, alla furia dei venti sotterranei.
Da quello che ascolto le donne sono le più ferite, perché con la casa hanno un rapporto d'amore e ora si sentono, da una parte, tradite, dall'altra quasi colpevoli di quell'amore, di volere vivere all'interno, di curare tanto e desiderare quel tetto che si è tramutato per tutte in luogo di spavento, per alcune, in trappola mortale.


Marco ci accompagna a vedere i cantieri dei nuovi quartieri che dovranno sorgere, lì dove per il momento iniziano a impiantare pilastri. Il progetto è che, dopo la ricostruzione, quegli alloggi diventino quartieri per gli studenti.
Lungo la strada nei pressi di Onna, restiamo bloccati in un imponente traffico di mezzi blindati e auto della polizia. Sta arrivando Angela Merkel, perché il progetto tedesco è di offrirne la ricostruzione in riparazione di un orribile eccidio compiuto lì sui civili, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vediamo le chiese imbrigliate, ma le case, dice polemicamente Marco, ancora aspettano. Bisognerebbe rimboccarci le maniche, come avvenne in Friuli, ma chissà se ne saremo capaci. I fondi per le catastrofi sono stati stanziati dalla Comunità Europea, speriamo non finiscano nelle tasche degli amministratori.
Tra due giorni, qui, il G8. Lungo l'autostrada tutti i ponti sono presidiati, dovunque forze dell'ordine. Nel pomeriggio tuoni e fulmini, ma dopo mezz'ora il sole torna a splendere.

domenica 28 giugno 2009
Piera Mattei – Una Demetra in prendisole bianco

La collana Sguardi della Casa editrice milanese è diretta da Gabriela Fantato e occorre qui notarlo, per sottolinearne, in contrasto con tanta editoria frettolosa e distante, la cura e la rivendicazione delle scelte. La partecipazione e condivisione del libro si manifesta, in questo caso come in altri, anzitutto nell'intelligente nota introduttiva.
Come in tutti i testi di spessore, molti sono i livelli di fruizione: Gabriela Fantato legge questo libro soprattutto seguendo uno schema simbolico: la spiaggia come soglia tra terra e mare dove il mare è l'Acqua dell'origine, uno degli Elementi Primi del mondo degli antichi. Suggerimento suggestivo, dato che l'acqua è insieme simbolo di vita e di morte, di rinascita, simbolo materno, anzi amniotico, che precede ogni rapporto responsabile.
A contatto con la mia sensibilità reagisce anche la forte dimensione sensoriale, tattile. Seguo gesti delle mani, movimenti del corpo, della schiena sulla sabbia, che restano indelebili. Nel poemetto Senza voce dove è la madre scomparsa a parlare, la volontà e le finalità artistiche di Lucetta sono enunciate per suo tramite: Ai tuoi versi dicevi: statemi intorno / fatemi caldo voglio il tepore / la pelle l'odore / e nessuna metafora nessuna / finzione: da voi voglio / realtà.
La madre appunto. E' un libro dedicato alla madre, non a una madre simbolica, una madre vera che al mare, sulla spiaggia, si sentiva ringiovanire:…Mi precedi / in prendisole bianco pelle scura / borsa rossa.
Una madre amata, laboriosa e ottimista: una vera madre, mi verrebbe da dire. Ridotta infine come la vita spesso riduce: regredita, svuotata, disperata, fino a sviluppare un impossibile desiderio di fuga, attraverso una magica porta. Questa è tutta la mia casa – dici – e indichi il letto / con le sbarre intorno. Fammi uscire di qui. Da un buco del pavimento / dietro una mattonella / si troverà una strada / che fugge verso il porto…
Senso del tatto, il primo dei sensi a risvegliarsi con l'olfatto, mentre la vista e l'udito elaborano più lentamente le loro più complesse potenzialità. Quando Frisa afferma di essere la regina assoluta del piccolo, penso intenda questo, far seguire alle parole gli impulsi che vengono dai sensi più semplici, un frammento d'infanzia conservato intatto alla poesia.
Questo è vero soprattutto nel primo poemetto: una lunghezza molto varia dei versi, inserti di prosa poetica e un volontario restringersi, un guardare all'indietro, alla ripetizione, al cerchio che torna su se stesso ingrandendosi di un giro come in quel lavoro all'uncinetto col quale la madre si rappresenta come parca di stessa. La voce vibra, oscilla, recita incipit di favole, il c'era una volta, che passa dalla fantasia alla realtà, perché tutto quanto c'era muta e si dissolve, scompare, alla vista, alla vita.
Il bisogno che la figlia avverte ancora dolorosamente della madre, ci fa rivivere, invertito direi, il mito di Demetra e Proserpina. Lì era la madre impazzita di dolore a desiderare a qualsiasi costo il ritorno della figlia, qui la madre torna, nel già citato poemetto in cui parla in prima persona, con desiderio di essere sciolta dal legame, di vivere, per se stessa, come individuo:Vorrei dirti che sono stanca / stanca di essere ancora tua madre…
Il rimpianto che la figlia ha per il suo nome pronunciato dalle labbra di lei, il desiderio di udire ancora il richiamo materno è tema che torna più volte . Lo cito da 6 Luglio : ma rimandami il nome – il mio – andato via insieme alla tua voce.
La presenza dell'uomo, come nel mito, riporta alla necessità di una separazione, anche se l'avvicinamento e la resa all'Altro, al maschile che impedisce il ricongiungimento nel ventre e nel sogno, avviene nella solarità, non nel sotterraneo inverno di Ade. Così in Spiaggia di Ariana: Per la prima volta ho sognato mia madre / Aveva il prendisole bianco / le ho detto fai qualche passo / verso di me voglio fotografarti. / Nell'attimo dello scatto / tu mi hai svegliato.
Non so se scrivendo questo libro, o alcune sue parti, Lucetta Frisa abbia avuto presente Ginsberg e il suo Kaddish non rituale, il suo laico pianto sulla madre morta. Lì certo c'era la presenza di una madre precocemente allontanatasi dalla realtà, madre giovane impazzita, qui in un modo diversamente tragico si tratta di una malattia della senescenza, ma in entrambi i casi colpiscono i lampi di disperata lucidità che il poeta-figlio sa cogliere nell'oggetto d'amore con l'ambivalente desiderio di liberarlo dalle catene della decadenza.
In un contesto meno autobiografico, anzi totalmente trasferito in una fantasia che ha raffinatezze e echi rilkiani, il rimpianto del nome chiamato torna nel bellissimo poemetto Porta rosa che chiude il libro, anche formalmente molto distante da Gioia piccola che lo apre. Qui, in un verso compatto che non conosce rotture Lucetta Frisa delega i propri pensieri a un personaggio sconosciuto, una donna velata di nero, sperduta tra le rovine di Velia, una creatura che è uscita dalla tomba, incerta e spaesata ma pacata, benché segua le tracce di un ricordo che non corrisponde alla visione attuale di silenti rovine, e non trovi più la sua casa. I luoghi, le persone, i dati sensoriali della vita da viva, tornano lentamente al suo ricordo di antica trapassata, e tra tutti forte è quello della madre che la chiama per nome. Qui Lucetta Frisa definitivamente ha abdicato alla consegna di restare la bambina di "quella" madre, alla sua voluta, edenica e insieme dolorosa, condizione di regina assoluta del piccolo. Trasferendo su una creatura della sua invenzione il dolore, il senso di mancanza, dona alla poesia un valore oggettivo, ci dà testimonianza di un'alta elaborazione del lutto, ci fa ascoltare, in musica perfetta, un discorso severo e forte.
Lucetta Frisa – Ritorno alla spiaggia, poesie 2001-2007 – La vita felice 2009
venerdì 19 giugno 2009
Ettore è un soldato disperso
sulla mia morte non ci sono dubbi. Ne rimangono invece / intorno ai modi...
Ettore B, voce narrante e protagonista del poemetto esordisce con l'uso di una minuscola, riprendendo un ragionare mai interrotto, un andare e riandare ai fatti che eliminarono per lui la dimensione del futuro. Sprizza umore sarcastico. Soldato obbligato dalla leva a combattere, incolpevole e forse in parte o in tutto ignaro, morì di morte violenta e il suo corpo non fu ritrovato. Non avendo lui stesso deciso di passare alla storia come eroe, fu obbligato dagli eventi e dai superiori a morire eroicamente.
Nelle linee generali, l'episodio storico a cui Luigi Ballerini fa riferimento è noto, addirittura abusato, in tempi recenti. Si tratta di Cefalonia, luogo-sinonimo del massacro di soldati italiani da parte di soldati tedeschi, nel settembre '43. Un episodio che ha sedimentato nella mente, allora infantile e prelogica, dell'autore, più che vittima – che a tale non si atteggia – parte lesa e offesa, cui ripugna ogni strumentalizzazione retorica.
Più o meno ogni pagina, alternando al nome di Ettore B quello di Hans D, esordisce con la stessa minuscola e termina senza il punto. Neppure tra il discorso dell'uno e dell'altro c'è un vero stacco, anche se sappiamo che Ettore è un sottoproletario italiano, Hans un borghese tedesco, chi ha subito la guerra e chi l'ha preparata. Il nome – Ettore – completa la premessa tragica. Forse è una scelta obbligata ma corrisponde – sia intenzionale o corrisponda a un dato anagrafico – al mito del duellante destinato alla sconfitta.
Nonostante la struttura formalmente dialogica tutto il poemetto si svolge in realtà sul tono del monologo, stempera nel gioco formale – intrecci di canzonette, proverbi e dialetti a schegge di letteratura alta – l'infelicità di un morto non pianto, di un marito-padre che dalla guerra non è ritornato.
Un ritmo sempre sostenuto – una valanga di detriti della memoria – mescola frammenti della Commedia e assonanze del Dolce Stile a un rabbioso digrignare:
noi siam li tristi sgarbi accalorati, le formicuzze/ il forellin dolente, noi siam le tristi penne scalcagnate...
L'oggi e quel lontano '43 sono compresenti nel giudizio. Non solo Ettore ma ognuno dei giovani soldati delle due sanguinose guerre mondiali sembra "elargito a sproposito", oggi che la guerra si è mutata da dovere verso la patria, in lavoro crudele ma ben retribuito. Lì nasce il contrasto tra la visione che esalta quei morti come eroi e il senso di rabbiosa inutilità del martirio:
...Ma io vago insepolto, / elargito a sproposito, e mi è chiara la violenza di un pensiero in linea / retta, che si posa sui clivi e sui colli...
Ettore, insepolto, può esserci tematica più epica? Eppure il lessico adottato e il racconto che, come trama visibile, sottostà al monologo impone di dissipare l'equivoco :
Meno che mai martirio per cui si accede, anche non battezzati (che /
ne basta il desiderio) alla gloria dei santi...
Del resto strumentalizzazioni, trappole, allucinazioni, sono sempre all'origine di comportamenti che sfidano spavaldamente la morte, nelle guerre guerreggiate come nei racconti poetici. Questo è anche il senso della sconfitta di Ettore omerico, narrata nel libro XXII dell'Iliade: nell'Olimpo, dopo tanto litigare, finalmente la decisione finale è presa, e per l'inganno allucinatorio ordito da Atena l'eroe troiano si offre al duello con colui che è, con ogni evidenza, il più forte.
L'Iliade rimane qui sullo sfondo imitata, sofferta e in qualche modo irrisa. La seconda parte del libro s'intitola "Se il tempo è matto", italianizzando, come spiega in una delle illuminanti note lo stesso autore, una locuzione lombarda (se 'l temp l'è matt, mi sont minga matt"), che designa un certo comportamento eccentrico, schematico fino all'autolesionismo. Si conferma la chiave sarcastica e, sul piano formale, la mescolanza di registri come cifra stilistica. La citazione classica si meticcia con la canzone appassionata e ironica ("siempre que te pregunto"), offrendo spunto alla considerazione morale, allo sfogo di un fastidio esistenziale. Ossessione per le responsabilità eluse, per le fatalità cospiranti, cantata tra i denti come si canta una canzone che s'è incisa nella mente e ne scarica il lavorio.
Anche in questa parte del libro l'autore si serve, per stemperare il pathos, massimamente della parodia, molto frequentata dalle avanguardie degli anni '60, con le quali lo stile di Ballerini da allora si apparenta, riprendendo con grande maestria e senza maniera un filo mai interrotto della scrittura.
Luigi Ballerini – Cefalonia – Mondadori 2005
Piera Mattei
Ettore B, voce narrante e protagonista del poemetto esordisce con l'uso di una minuscola, riprendendo un ragionare mai interrotto, un andare e riandare ai fatti che eliminarono per lui la dimensione del futuro. Sprizza umore sarcastico. Soldato obbligato dalla leva a combattere, incolpevole e forse in parte o in tutto ignaro, morì di morte violenta e il suo corpo non fu ritrovato. Non avendo lui stesso deciso di passare alla storia come eroe, fu obbligato dagli eventi e dai superiori a morire eroicamente.
Nelle linee generali, l'episodio storico a cui Luigi Ballerini fa riferimento è noto, addirittura abusato, in tempi recenti. Si tratta di Cefalonia, luogo-sinonimo del massacro di soldati italiani da parte di soldati tedeschi, nel settembre '43. Un episodio che ha sedimentato nella mente, allora infantile e prelogica, dell'autore, più che vittima – che a tale non si atteggia – parte lesa e offesa, cui ripugna ogni strumentalizzazione retorica.
Più o meno ogni pagina, alternando al nome di Ettore B quello di Hans D, esordisce con la stessa minuscola e termina senza il punto. Neppure tra il discorso dell'uno e dell'altro c'è un vero stacco, anche se sappiamo che Ettore è un sottoproletario italiano, Hans un borghese tedesco, chi ha subito la guerra e chi l'ha preparata. Il nome – Ettore – completa la premessa tragica. Forse è una scelta obbligata ma corrisponde – sia intenzionale o corrisponda a un dato anagrafico – al mito del duellante destinato alla sconfitta.
Nonostante la struttura formalmente dialogica tutto il poemetto si svolge in realtà sul tono del monologo, stempera nel gioco formale – intrecci di canzonette, proverbi e dialetti a schegge di letteratura alta – l'infelicità di un morto non pianto, di un marito-padre che dalla guerra non è ritornato.
Un ritmo sempre sostenuto – una valanga di detriti della memoria – mescola frammenti della Commedia e assonanze del Dolce Stile a un rabbioso digrignare:
noi siam li tristi sgarbi accalorati, le formicuzze/ il forellin dolente, noi siam le tristi penne scalcagnate...
L'oggi e quel lontano '43 sono compresenti nel giudizio. Non solo Ettore ma ognuno dei giovani soldati delle due sanguinose guerre mondiali sembra "elargito a sproposito", oggi che la guerra si è mutata da dovere verso la patria, in lavoro crudele ma ben retribuito. Lì nasce il contrasto tra la visione che esalta quei morti come eroi e il senso di rabbiosa inutilità del martirio:
...Ma io vago insepolto, / elargito a sproposito, e mi è chiara la violenza di un pensiero in linea / retta, che si posa sui clivi e sui colli...
Ettore, insepolto, può esserci tematica più epica? Eppure il lessico adottato e il racconto che, come trama visibile, sottostà al monologo impone di dissipare l'equivoco :
Meno che mai martirio per cui si accede, anche non battezzati (che /
ne basta il desiderio) alla gloria dei santi...
Del resto strumentalizzazioni, trappole, allucinazioni, sono sempre all'origine di comportamenti che sfidano spavaldamente la morte, nelle guerre guerreggiate come nei racconti poetici. Questo è anche il senso della sconfitta di Ettore omerico, narrata nel libro XXII dell'Iliade: nell'Olimpo, dopo tanto litigare, finalmente la decisione finale è presa, e per l'inganno allucinatorio ordito da Atena l'eroe troiano si offre al duello con colui che è, con ogni evidenza, il più forte.
L'Iliade rimane qui sullo sfondo imitata, sofferta e in qualche modo irrisa. La seconda parte del libro s'intitola "Se il tempo è matto", italianizzando, come spiega in una delle illuminanti note lo stesso autore, una locuzione lombarda (se 'l temp l'è matt, mi sont minga matt"), che designa un certo comportamento eccentrico, schematico fino all'autolesionismo. Si conferma la chiave sarcastica e, sul piano formale, la mescolanza di registri come cifra stilistica. La citazione classica si meticcia con la canzone appassionata e ironica ("siempre que te pregunto"), offrendo spunto alla considerazione morale, allo sfogo di un fastidio esistenziale. Ossessione per le responsabilità eluse, per le fatalità cospiranti, cantata tra i denti come si canta una canzone che s'è incisa nella mente e ne scarica il lavorio.
Anche in questa parte del libro l'autore si serve, per stemperare il pathos, massimamente della parodia, molto frequentata dalle avanguardie degli anni '60, con le quali lo stile di Ballerini da allora si apparenta, riprendendo con grande maestria e senza maniera un filo mai interrotto della scrittura.
Luigi Ballerini – Cefalonia – Mondadori 2005
Piera Mattei
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