mercoledì 16 dicembre 2009

Gli animali: una poesia di Lucetta Frisa

Gli animali

 

 

Ama il cane il gatto gli animali

perché il mistero ama

delle creature vive che non parlano

e sanno starci accanto

sapendo solo guardarci legarci

al comune precipizio

di una storia senza storia:

lei ama

i loro grandi universi

ignari della mente rovinosa

degli umani e s’inchina

alla divinità

-irraggiungibile, orgogliosa -

fatta di pelo e piume. 

Nella foto Lucetta Frisa parla a
Marco Ercolani e Piera Mattei in attento ascolto 
(La Spezia, Loggia de' Banchi, dicembre 2008).


lunedì 7 dicembre 2009

Agata ovvero dell'impegno e della libertà


Pandemonio blues è un libro scritto in terza persona e dal punto di vista che nei manuali di tecnica cinematografica si chiamerebbe la soggettiva di Agata. Come nel copione di un film dell'ècole du regard vediamo la protagonista riempire le pagine di un giornale enigmistico, prepararsi la colazione a base di riso integrale e verdure cotte al vapore. Accanto a lei, in silenzio ma in costante comunicazione, l'amico gatto. Un gatto straordinario, fortunata Agata!, che, se si tratta di prendere l'automobile non fa storie e molto serio si sistema sul suo sedile, accanto al posto di guida.

Agata ha delle figlie, se ne accenna di sfuggita, ma sono lontane. Di lei non sappiamo se ha genitori o sorelle. Ha amiche e amici, questo sì, e trascorre le sue giornate preferibilmente tra libri e ritagli di giornali. Si circonda di notizie che giungono dal mondo, e accuratamente le divide sul grande tavolo che è una cara eredità, in buone e cattive notizie. Anche gli scambi con le amiche e gli amici ruotano essenzialmente intorno a un unico argomento: in quali condizioni si trova la società? e la Terra? Anche se Agata accetta di ascoltare un richiamo e parte, tornando nel Marocco nel quale si è costruita una parte essenziale della sua storia personale, lo fa sempre nella prospettiva di essere all'erta e captare segnali.

Di Agata sappiamo infatti, ma sempre incidentalmente, che ha avuto una vita intensa, viaggi e studi. Ora dedica volentieri le sue energie, quando è nella città dove si è trasferita orami da molti anni, a spiare il ritorno del tordo, il suo canto. Ama anche, fuori della stagione estiva, rifugiarsi in una casetta in un paesino dominato da un castello, a leggere, scrivere e meditare. Di quel luogo ci racconta le avventure recenti, il carattere di alcuni selezionati abitanti. Devo notare che tanto il suo interesse, la sua palpitazione, vanno al mondo nel suo complesso, alla sua integrità, altrettanto gli ambienti che descrive sembrerebbero vuoti di persone se non facessero la loro comparsa singoli individui contraddistinti da nome proprio, con i quali Agata ha un rapporto diretto, ma sempre molto riservato. Non può farsi troppo distrarre. Perché Agata, infine, è una sentinella. Ed è chiaro che quel paesino è la sua postazione preferita. Sta attenta a cogliere tutti i segnali che arrivano dal mondo, anche se non ha, o non ancora, un piano preciso per difenderlo e salvarlo. Quanto al suo compito lo assolve col suo vegetarianesimo integrale e tenendo sveglie le sue energie, drizzate le sue antenne.

Ho detto che Agata chiama per nome i suoi amici. Un solo amico, se non sbaglio, ha diritto al nome e cognome: Emilio Villa. Il poeta, spirito grande e originale che aveva la sua casetta anche lui tra i monti dove si trova il rifugio di Agata, Rocca Sindibad, come appunto lui la chiamava scherzosamente. Un nome in cui certo non è difficile riconoscere Rocca Sinibalda, dove l'autrice Toni Maraini ha una minuscola casetta appoggiata ad altre piccole abitazioni, ai piedi del castello. Anche i nomi delle amiche li riconosco, mi riconosco.

Allora Agata è la stessa Toni Maraini?

Sì e no. Direi che è una delle possibili proiezioni della persona che scrive. Una donna, certo, ma che tende alla smaterializzazione. Quasi uno spirito. Basta leggere i suoi menù per capirlo, e proprio il fatto che tali menù o un occasionale spuntino siano descritti minuziosamente, mostra l'intenzione di sottolineare il tratto ascetico del personaggio. Non la Toni madre, quindi (le figlie sono partite) non la figlia ( per quanto il tavolo-scrivania lo immaginiamo come un'eredità paterna), e neppure l'artista, la scrittrice, l'antropologa, come se Agata–Toni godesse finalmente di considerarsi ab-soluta, sciolta da legami forti, troppo forti e importanti, per librarsi tutta sola, nella sua proiezione Agata. Guarda con un sorriso compiaciuto, una lieve ironia che alleggerisce il ponderoso compito, quella donna che da un angolo ancora parzialmente incorrotto del mondo sta in vedetta. Non ha armi per fermare il nemico: chi inquina, chi distrugge la flora e la fauna del mondo. Ha solo la sua mente vigile e dalla sua solitaria postazione assolve a quello che sente come dovere verso l'universo, ma ancora più verso se stessa.

Bel personaggio, esemplare. Questo libro quasi un manuale, o una proposta al mondo.

Piera Mattei

Toni Maraini – Pandemonio Blues– Poiesis editrice 2009

Nella foto : La notte scende su Rocca Sinibalda (p.m.)

 

giovedì 3 dicembre 2009

Poesia ascensionale, poesia etica


Questo libro mi ha fatto entrare in un mondo diverso, sotto un cielo diverso direbbe l'autore, per il quale il possesso di "quaggiù" sembra avere meno importanza del possesso, lassù in alto, del nostro spazio di cielo.

Un mondo di forti contrasti: notti con trenta gradi di caldo (Caballeros) e notti di gelo e coprifuoco (Toque de queda), ingiustizia, usura (Y si no fuera, El tio Ezra tenia razon). Il compito del poeta è, per Jorge Palma, additare tutte le contraddizioni con le quali la vita quotidiana lo confronta, senza per questo adattarsi, anzi disadattato sempre all'ingiustizia, all'infelicità, all'inganno esistenziale (Nada es real).

 

Lo stile di Palma lo trovo attento soprattutto a cogliere le immagini reali, a far esplodere, da quelle, altre immagini che restino, come un repertorio, come lampeggianti miti urbani.

Questa esplosione ha spesso una direzione ascensionale, il poeta guarda in alto, sulle impalcature dove un uomo, piccolo per la distanza, si guadagna la vita quotidianamente sfidando la gravità e la morte(Andamios), dove una ragazza incinta s'arrampica a consegnare il pasto del mezzogiorno, e forse anche mostrare le sue gambe dritte come steli, la sua chioma di rossi capelli. In un'altra poesia è il bambino con le ali che in "quella strada" fa volare in aria il suo legnetto rosso e, in quel suo gioco, crea la magia: ferma, per pochi secondi, il traffico e la morte.

Questi miti palpitanti non temperano la violenza della realtà, che è osservata con occhio lucido. Tuttavia la poesia non conosce odio, questa poesia non lo conosce, sebbene non sia tollerante con quanto vede di negativo (Salarios), e con chiarezza indichi alcune scelte etiche imprescindibili.


Ponteggi
 
Si vedono i volti
non i cuori / molto meno
il cuore scheggiato
di chi usa il martello / del lontano
omino sul ponteggio
(piccole mani / sudore quasi
impercettibile / battito
indemoniato sul bordo del vuoto),
solo nella sua barca vacillante
solo nella sua culla di tavole
                                    e ferro
                nel suo feretro mobile
inquieto come un pendolo
come una cometa estravagante
nei cieli remoti
della città che arde
tra vapori / grida / uccelli
che volano via nella pioggia
tra i colpi di martello
che laggiù in basso risuonano
per la folla
come smorzate note musicali
che cadono dal cielo.

 

Lo zio Ezra aveva ragione

                                                              Con l'usura nessun uomo
                                                         ha una casa di buona pietra

                                                          (E. Pound)


Lo zio Ezra aveva ragione
non si può costruire una casa
con l'usura
e neppure un paese
o una qualunque strada
che conduca alle calde
labbra dell'amore.
Ancor meno con l'usura
si può respirare
e andare vestito leggero
nell'aria.
 
Non si può guardare il cielo
con l'usura
non si possono contemplare
le onde che si rompono
sui frangiflutti
dell'infanzia,
né tremare di gioia
al trillo giallino
d'un uccello,
non si può respirare quest'aria
fredda o toccare la neve
né sedersi in una sera
d'autunno sulla gonna
del tramonto
e raccontare al figlio
che ora il vento
s'è nascosto nella chioma sollevata
di quell'albero
e che le stelle
sono lampade che gli spiriti
accendono in cielo.
 
Con l'usura non si può
respirare,
né scambiarsi carezze,
né sentire nel petto,
proprio sulla pelle,
il palpito dell'alba
così giovane e tiepida
mentre si affaccia dalle finestre
nelle minime pieghe della camera.
 
Lo  zio Ezra aveva ragione
non si può costruire una casa
con l'usura
né un cielo né una bandiera
né occhi che guardano
occhi che nel guardare
vedano di scorcio
benché per pochi istanti
il volto del futuro
in attesa. 

Jorge Palma – Lugar de las utopias – Trilce, Montevideo 2007
cura e traduzione di Piera Mattei

 

mercoledì 18 novembre 2009

"I poeti e la città" di Piera Mattei, edito da Il Bisonte, alla Libreria KOOB




Il giorno 12 novembre la libreria Koob – nuova, luminosa, progettuale – situata in via Poletti 2, a Roma, nei pressi del nuovo Museo MAXXI, ha aperto a un pubblico abbastanza numeroso ma soprattutto coinvolto per la presentazione di "I poeti e la città" che ho pubblicato nella collana saggistica di Il Bisonte di Firenze, curata dal poeta Renzo Gherardini.

 

Erano presenti tra gli altri: Paola e Lorenza Mazzetti,Vincenzo Loriga, Laura Levi con un giovane amico praghese, Tiziana Colusso, Gabriella Sica, Salvatore Colella con la sua deliziosa compagna americana, Cesarina Montefoschi, Nicola Poccia, Alessandro Ricci e molti altri. Devo sottolineare inoltre la presentazione dell'evento da parte di Raffaella Di Castro, accurata responsabile degli eventi in libreria, che legge e illustra, con calore e competenza, i libri che presenta, fatto veramente eccezionale di questi tempi.

I presentatori erano gli amici scrittori e critici Luca Benassi, Francesco Costa, Luigi La Rosa, che ringrazio per aver reso l'atmosfera carica di stimoli e di "piacere", quella particolare sensualità che circola in una piccola folla che condivide le stesse passioni culturali. Per tutti e tre loro si è trattato anche di un piccolo successo personale.

 

Pubblico qui alcune foto dell'evento e, di seguito, la riscrittura dell'intervento, insieme affettuoso e ironico, di Luca Benassi, che molto gentilmente mi ha fatto "dono" anche delle pagine scritte.

Nelle foto, al tavolo da sinistra: Luca Benassi, Francesco Costa, Luigi La Rosa, Piera Mattei 



I poeti e la città” (Il Bisonte, Firenze 2009) di Piera Mattei

 

Questo libro, una volta letto, coinvolge il lettore in un problema pratico. È accaduto a chi scrive, il quale, voltata l’ultima pagina, si è accostato agli scaffali gonfi di carta della libreria di casa per trovare una giusta collocazione a “I poeti e la città” (Il Bisonte, Firenze 2009) di Piera Mattei.

Il primo istinto è stato quello di avvicinarsi a quei ripiani che ospitano la poesia. Il libro contiene un elevato numero di testi poetici, per la maggior parte in traduzione della stessa Piera Mattei: si potrebbe cancellare la prosa fino a distillare una piccola antologia di versi dedicati alla città e ai rapporti dei poeti con la città. Ma ciò che maggiormente fa avvicinare il testo alla poesia è quell’aurea poetica che si sostanzia in pagine dal tasso lirico diffiso, e che è l’essenza di Piera Mattei – finissima poetessa – mostrando il suo amore, il vivere visceralmente letteratura e città insieme, attraverso il battito del verso.

Passato il primo istinto, viene in maniera altrettanto naturale di accostarsi a quella sezione della libreria domestica che ospita racconti e romanzi. Emerge, infatti, in queste prose il gusto del racconto, della biografia dettagliata nei particolari, nei tagli di luce, negli aneddoti. Si stagliano così le vite di Pietro Metastasio, Torquato Tasso, Vittorio Alfieri, ma anche Percy Byshe Shelley e John Keats (entrambi sepolti nel cimitero acattolico di Roma, situato in prossimità della Piramide Cestia, che ospita fra l’altro Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Edoardo Cacciatore, Gregory Corso, Antonio Gramsci), James Joyce, Rainer Maria Rilke, Walt Whitman per citare alcuni. Si crea, dunque, un romanzo di vite, frammenti di esistenze che si intrecciano con strade, piazze, monasteri, ville, cimiteri, ma anche abitudini, rumori, tradizioni. Nello scorrere le pagine del libro si mostra agl’occhi del lettore un affresco, prevalentemente concentrato su Roma, ma anche Trieste, New York, Madrid, nel quale viene dipinta un’atmosfera letteraria e cultura, nel Seicento e Settecento, a cavallo fra Ottocento e Novecento, epoche così diverse,  vive e palpitanti rispetto a quella odierna.

 Eppure ciò che fa indugiare il lettore presso gli scaffali della prosa, nel cercare di dare una giusta collocazione al libro, è il fatto che “I poeti e la città” narra la storia dell’attraversamento compiuto dall’autrice. Un attraversamento di letture e degli autori amati come delle città, delle vie e dei vicoli, delle piazze, che rivela l’amore per i luoghi, la passione del viaggio. Il viaggio, insegna Piera Mattei, non è solo quello verso altri continenti, alla ricerca dell’India misteriosa o del Tibet, ma anche la scoperta di ciò che è appena sotto casa e si apre all’occhio attento di chi è in ricerca, del vicolo nascosto della città nella quale si abita, della lapide dimenticata che ricorda un poeta o una scrittrice. Piera Mattei entra ed esce dalle vie e dai versi, compie continuamente questo osmotico attraversamento, fa immaginare, a tratti sognare. Racconta dunque, narra di sé, dei poeti, delle città.

Il lettore o la lettrice, svegliatosi dagli istinti verso la poesia e la prosa, non può che avvicinarsi a quegli scaffali dove sono allineati i testi saggistica. Aiuta il fatto che il libro raccoglie saggi pubblicati sulla rivista di poesia Pagine. Aiuta anche una scrittura ricca, dotta, piena di riferimenti, eppure con quella linearità e con quella semplicità che si riesce a trovare solo negli scritti anglosassoni, letti in lingua originale (lingua della quale la Nostra è profonda conoscitrice e traduttrice). 

Quando però il lettore ha già ben sistemato il libro sullo scaffale è colto dal dubbio. Piera Mattei, infatti, non vuole dimostrare nulla, non porta avanti una tesi critica, per così dire; vuole semmai mostrare, affascinare, sedurre, con quella abilità di scrittura, fatta di un’aggettivazione sensuale, una linearità di sintassi ingravidata di una liricità diffusa, che le sono proprie. L’autrice sembra voler divagare, dilatarsi, perdersi per le vie della città e le pagine degli autori, tanto che anche la definizione stringente di saggio data a questo testo finisce per stare stretta.

Insomma, alla fine il libro viene lasciato sulla scrivania, in attesa di un’ispirazione.

Poi un giorno capita di uscire per una passeggiata al centro di Roma, si prende il portafogli, le chiavi, la sciarpa e quasi per istinto si mette nella tasca del cappotto “i poeti e la città”. Perché questo libro non va letto comodamente seduti in poltrona, bisogna assaporarlo per le vie, i vicoli, i parchi delle città. Bisogna seguire Piera Mattei nei suoi attraversamenti e, insieme a lei, seguire i passi dei poeti e delle poetesse, tracce forse evanescenti come le targhe sbiadite dal tempo e coperte d’edera, frammenti come spesso sono frammenti i versi che si imprimono nella memoria. Bisogna, in queste pagine, assaporare epoche, tramonti, amori, passioni, grandi amanti e grandi dolori.

Il libro ha il suo posto, ben messo fra le guide. Ci sono guide dettagliatissime, fitte di date storiche e artisti; ci sono poi quelle guide quasi inutili per conoscere la storia di un luogo, ma indispensabili per poter mangiare, dormire, spostarsi o cercare divertimento in un night. Ci sono poi quelle guide, rare e preziose, che oltre a indicarci percorsi appartati come è sempre la migliore poesia, ci restituiscono la dimensione del viaggio e della scoperta (sia esso di un luogo o di una letteratura, o di tutt’e due come è il nostro caso), ci guidano verso l’emozione, scostano i veli, aprono squarci inattesi. Libri a volte dotti a volte curiosi, che però sempre lasciano in chi legge il battito del cuore, testimoniano di un attraversamento, lasciando il dubbio se siamo noi ad attraversare un luogo oppure, chissà, il contrario. Proprio come avviene con la poesia.

 Luca Benassi




giovedì 29 ottobre 2009

Guido Zingari – Ontologia del rifiuto – Le Nubi edizioni 2006



COINCIDENZE - Un filo ha legato per me l'incontro con i due piccoli centri di Tempera e Poggio Mirteto

 

Pochi giorni fa. Ero di ritorno da un viaggio a Boston. Lì si celebrava la stagione delle foglie d'autunno, i colori e la caduta di quei colori in una tempesta di gialli e di rossi.

 

Decido di fare un breve viaggio anche qui, a Poggio Mirteto, dove s'inaugura un Festival dell'editoria così detta indipendente, piccole imprese talvolta velleitarie, più spesso coraggiose.

Nel viaggio, deviando dalla Salaria e immettendomi nelle strade secondarie, scopro che, almeno quest'anno, la Sabina è una sorta di New England quanto a colori autunnali. Sbagliamo strada ma non ci dispiace troppo perché è rilassante guidare, come ancora pochi giorni fa in Massachusetts, in un panorama dolce e solitario, tra chiazze armoniose di colore.

 

Arriviamo in tarda mattinata. In un luogo centrale ma appartato, all'aperto, alcuni banchetti, con la merce-progetto esposta nonostante soffi un vento fastidioso, anche se non gelido.

Qui l'incontro, la coincidenza che mi riporta alla mente un progetto non dimenticato.

 

Le Nubi edizioni espone tra i suoi libri quelli di un professore di Filosofia, Guido Zingari. Mi colpisce il titolo "Ontologia del rifiuto", ma sopratttutto il sottotitolo "Pasolini e i rifiuti dell'umanità in una società impura". Gli espositori mi informano che Guido Zingari è un professore dell'Università di Tor Vergata, che aveva acquistato per sé una casetta a Tempera, località in provincia dell'Aquila, che è andata distrutta nel terremoto. E di Tempera m'ero impegnata a non smettere di parlare, qui su Lucreziana, almeno fino a quando non si desse l'avvio a seri progetti di rimozione delle macerie, e di ricostruzione.

 

Guido Zingari che si trovava fatalmente nella sua casetta abruzzese, la notte del 6 aprile, è tra quanti sono rimasti lì, sotto le macerie. Ho nelle mani un suo libro, pubblicato nel 2006, che di rifiuti e macerie fa il soggetto delle sue riflessioni etico-estetico-filosofiche.

Questa coincidenza, viaggiare fino a Poggio Mirteto, cittadina dove mai prima d'allora mi ero recata , e ritrovare lì i libri, le parole di una persona il cui destino, senza ricordarne il nome, mi aveva già colpito nel racconto degli amici  di Tempera, mi ha fatto sentire nuovamente e con altre modalità interpellata da quel luogo. La prossimità della data del 2 novembre che è il giorno dei morti, ma anche la ricorrenza della fine violenta di Pasolini, autore scelto come perno del discorso di Guido Zingari, aggiunge senso a questo incontro.

Leggo "Ontologia del rifiuto" e insieme a una visione cruda e pessimista della società, trovo la premonizione certo involontaria, ma chiara, di un destino personale. Quel parlare di rifiuti, ma anche di macerie, come l'unico luogo dove è possibile oramai andare a frugare per ritrovare frammenti di senso:

 "Saranno inguaribili cercatori di conoscenza e di gnoseologie future, quelli che, simili a cani festosi tra le immondizie, continueranno ostinatamente a scavare e a rovistare e frugare tra rovine e rifiuti di saperi. Questi brani e resti portati alla luce, riportati miracolosamente in vita e semplicemente rubricati, permetteranno di far riemergere, adunare, abbozzare, ricomporre e dare ancora un senso di ciò che è stato, di ciò che è rimasto, per ciò che sarà.

E' una ricerca affannosa tra i rifiuti, tra gli avanzi di civiltà, nelle sontuose e fatiscenti anticaglie del vero, del giusto o del bello. Una ricerca nelle faglie e di ciò che resta ancora nel respiro di vita di questi segni e detriti, di membra di corpi feriti e di ciò che è irrimediabilmente remoto nel tempo e tuttavia ostinatamente perenne e presente".

( Guido Zingari – Ontologia del rifiuto – pag116 - 117)

domenica 27 settembre 2009

Maria Luisa Spaziani – L'incrocio delle mediane – Edizioni San Marco dei Giustiniani 2009

La poesia dove ritrovo l'espressione che dà il titolo all'opera è forse, tra tutte, la più misteriosa del libro. Si compone di due quartine dove i primi tre versi sono endecasillabi e l'ultimo un settenario:
Ecco le anforette del mio tesoro, / cor cordium, un incrocio di mediane. / Una è piena di lacrime, ma l'altra / sprizza lampi di gloria. // Come i due seni, i due occhi, i piedi, / l'uno all'altro è equilibrio, salvezza. / Qualcuno con due mani mi percorra / tutta, e mi benedica.
Il verso più enigmatico è il secondo della prima quartina, perché appunto all'incrocio delle mediane c'è il baricentro o centro di gravità, concetto geometrico astratto nonché preciso luogo che permette l'equilibrio dei corpi nello spazio. Spaziani ne fa il sinonimo di cor cordium, espressione ripresa dalla lapide di Shelley, per quanto lì sotto, in quella tomba, non ci siano che poche ceneri e non certo quel cuore che una bella leggenda vuole fosse incorruttibile: non bruciò col resto del corpo, e Mary lo portò in Inghilterra e lo tenne con sé fino all'ultimo.
Dunque un mito romanticissimo, quello del cuore superlativo e immortale, s'interseca, è il caso di dire, con un concetto ricavabile dal disegno di un geometra, a indicare due qualità diverse del tesoro. Ancora più complesso si fa il discorso se risaliamo alle due anforette che conterrebbero le qualità forse equivalenti ma anche opposte. E tuttavia neppure opposte perché l'una è colma di lacrime, l'altra però non di gioia, come una netta opposizione richiederebbe, sprizza bensì "lampi di gloria". Da questa immagine concreta ma fantasiosa delle anforette che contengono la vita stessa, il dualismo si diffonde al corpo che duale è naturalmente, come tutti i corpi animali. Ma sentirlo, tornare a scoprirlo, conferisce a questa dualità una valenza nuova, quasi la conferma di una scissione perturbante. Un dualismo, una scissione che richiedono di essere percorsi da mani guaritrici, di essere benedetti, per realizzare la miracolosa ricomposizione.

La stessa condizione, ancora in una poesia in due quartine, Spaziani fa vivere alla luna, corpo astrale molto presente in queste pagine. La cito per intero:
Newton ci spiega perché la luna non può / cadere sulla terra né allontanarsi di un metro. / Due forze opposte la spingono e incatenano: / l'attrazione terrestre e la forza d'inerzia : // La luna aspira a ricongiungersi a noi? La sua radice lo vorrebbe, ma / un alieno destino sempre la chiama altrove. / Vuole tornare a casa o vuole andarsene?
Questa poesia si trova nella sezione "Cieli", ma è chiaro che la luna, qui come altrove, non è una fredda pietra che gira nel cosmo seguendo le leggi di tutti i gravi. Se anche lei si muove secondo la risultante di due forze diverse è perché è una sorta di gemella, quale Spaziani la chiama nella poesia che ricorda l'attimo del suo concepimento sotto un plenilunio d'aprile: Sorella, pastorella, ostia sacrale, / verrai, estrema, per riportarmi a casa.

Vorrei tornare, lasciando ora la luna, alla dicotomia, alla concordia discors delle due anforette. Dato che L'incrocio delle mediane è il titolo dell'intera raccolta, questo vorrà additare la preferenza dell'autore per la sua parte equilibrata, oraziana, sorridente e misurata, rispetto all'elemento romantico, passionale? Questa forse è la scelta consapevole. Il tono, la metrica con la brevità musicale e conchiusa delle strofe, la ricerca di una risposta certa e rassicurante agli interrogativi, sembrano esserne conferma: Massimo sogno è vivere come un frutto o un fiore / e fare della morte una cellula di vita. E, d'altra parte, anche al di fuori dell'armonia naturale, Spaziani sembra amare in tutto l'eleganza misurata di cui qui compare, simbolo primaverile culturalmente connotato, un tailleur di Chanel: Comprare a marzo un tailleur di Chanel, / come per l'olmo mettere le foglie. // Ora lo so che l'abito fa il monaco, / che la brutta stagione è finita. Proprio questi versi di brevità aforìstica fanno riflettere sul concetto prescelto di semplicità e naturalezza: preziosa e fissata a canoni di classicità storicamente determinata, cui si tende a dare una valenza assoluta, appunto, come, per l'olmo mettere le foglie. Ritrovo qui, oltre la misura, un'accettata obbedienza alla "buona" alla "giusta" tradizione, col sospetto di un'ironia leggera, clima nel quale si muovono anche le liriche delle sezioni "Arie cristiane" e "Chiuse".

Eppure tra tanta ragionevolezza e serenità, colpisce in questo libro un'immagine lugubre e tragica, mutuata dalla Ballata degli impiccati di Villon. Corpi che pendono senza vita, fantocci, sono ciò che rimane di coloro che non hanno raggiunto la gloria: …Milioni di uomini passano / e uno solo ha un nome. // Gli altri, invisibili scheletri, // pendono dai rami, fantocci di Villon. / Invano li diedero alla luce, le madri, / urlando di dolore e di dolore inutile. Quindi, se l'uomo non lascia il suo nome, se non è baciato dalla gloria, sarà stato inutile il suo venire al mondo. L'artista avverte il suo destino come super-natura se non anti-natura: non si adegua al tempo, ma si oppone, intende ritardarne la corsa travolgente. Non si realizzerà pertanto col rinnovare stagionalmente l'abito, come avviene, per l'appunto agli alberi, alle foglie. Trovo conferma di questa opposizione in altri versi: Scende la sera, il ritmo imperturbato / da milioni di anni, cerimonia / ripetitiva, senza fantasia / né scarti d'imprevisto. La natura / copia se stessa, formula vincente / legata a sbocci, semine e maree. / Dille che non ci stai, che a comandare / all'universo nessun Dio l'ha eletta.
Contro la serena ripetizione, una delle due anforette almeno deve sprizzare lampi di gloria. E il tempo poi, col suo ritmo imperturbato, Maria Luisa vorrebbe morderlo …come il pane, / lasciarci il segno dei miei denti, dove è evidente non solo il desiderio di gustare con slancio la vita senza arrendersi a ritmi prestabiliti, ma anche la volontà di lasciare un'impronta persino fisica del proprio passaggio.

Un'altra serie di poesie esondano dalla misura per liberarsi nella passione, nella sezione "Affetti", dalla quale pure ho scelto la prima lirica presa in esame. Compaiono nomi che tanta importanza hanno avuto nella vita di Spaziani, come quello di Montale, ricordato in un infantile scoppio di pianto, il volto celato in una gardenia, il giorno che, lui avanti negli anni, nessuno ricorda il suo anniversario. Ma non c'è pianto nel notare che ormai, alla stessa età, succede lo stesso a lei: che nessuno si sia ricordato del suo compleanno.
Altri nomi sono quelli di Oriana e, infine, di Stelvio a cui mi pare siano dedicate le poesie più appassionate. Tra tutte, devo evidenziare le due quartine costruite su tre immagini, dove quella centrale (il confessionale) collega due immagini lontane e diversissime. Nella prima si ricorda re Mida, che per il desiderio di confessare il suo segreto scava un buco nella terra e lo riversa lì. Re Mida però doveva gridare quanto nessuno doveva sapere, qui l'autore vuole assolutamente essere ascoltato, il foro nel terreno diventa appunto, uno stratagemma, un confessionale dove sacramento è l'attenzione estrema alla voce dell'altro, per convincere quello, che non vuol saperne, a inginocchiarsi in ascolto: Il difficile è indurti ad ascoltare, / a mettere l'orecchio contro il suolo. / Chi ti vedesse riderebbe: ecco / l'indiano sulla rotaia del treno. Ecco il geniale scarto finale: in otto versi trapassiamo dalla favola classica ai fumetti, passando per il tramite di un rituale cattolico. Gioco perfetto, dove l'ironia la vince sul desiderio, sulla richiesta appassionata.
Dobbiamo ricordare che sorriso e autoironia sono due corde che Spaziani sa far risuonare magistralmente. Assento in pieno a quanto Stefano Verdino scrive, nella ottima introduzione, sulla voce di Maria Luisa "netta e mai tremante", a cui sono naturali ironia, "autoironia e capacità di distacco da sé," mentre dimostra "fede nella parola e in particolare nella parola della poesia". Sottolinerei questo aspetto, che mi pare abbia la forza di una militanza.
Perfetta misura e ironia trovo nella poesia che inizia senza falsi pudori inalberando il pronome di prima persona: Io sono intatta, pare. La fanciulla / che fui, qui mi rinasce a giorni alterni. / E oggi è aprile a tutto sole, scendono / dal Pincio viole e zenzeri d'oriente. // Rinasco? pare. Dicono Vangeli / purtroppo rifiutati, che vagava / Lazzaro, dopo, macilento zombie / fra complimenti e abbracci all'infinito. Dopo quel pronome impudico, una ancòra meno pudica dichiarazione è subito smorzata da un verbo dubitativo-assertivo nella sua forma impersonale. Nel pronunziare quel "pare" sembra di vederlo fiammeggiare divertito lo sguardo di Maria Luisa, anche se lo splendore di un aprile assollato potrebbe invece suggerire conferma della prima certezza. Solo nella seconda quartina l'ironia sceglie toni più amari, con la figura di Lazzaro che è rinato sì, ma quasi inutilmente anche lui, se va vagando macilento ormai, tra baci e abbracci.
PIERA MATTEI

venerdì 25 settembre 2009

Gianfranco Chiarotti ricorda Giorgio Careri

Gianfranco Chiarotti e Giorgio Careri, due professori dell'Università "La Sapienza" che hanno dedicato la loro vita alla fisica. Il primo, nel commemorare l'amico a un anno della sua scomparsa, ne sottolinea la versatilità e quella passione a indagare e scoprire l'invisibile comune alla scienza e all'arte.

Le idee di Giorgio Careri sui rapporti tra la scienza e l'arte appaiono, tra l'altro, in un articolo apparso nell'ottobre 2008 sulla rivista "Leonardo" [1]. 

Con grande piacere ospitiamo questo ricordo su Lucreziana 2008, che proprio da un importante episodio della vita di quella università romana prese il suo avvìo.
(Piera Mattei)


RICORDO DI GIORGIO CARERI


E’ trascorso più di un anno da quando Giorgio ci ha lasciati dopo una tenace lotta contro il mieloma, che comunque non gli ha impedito di condurre una vita attiva, anche scientificamente, fino agli ultimi giorni.
La Fisica italiana, e in particolare quella del Dipartimento della Sapienza, ha perso un protagonista che ha lasciato una impronta duratura in molti campi della Fisica , compianto dai famigliari, dagli allievi , dagli amici, e dai molti che, in Italia e all’estero, hanno condiviso e ammirato le sue ricerche nel campo della spettrometria di massa, delle basse temperature, dei superfluidi e della biofisica. Altri parlerà con maggior competenza di me dei risultati delle sue ricerche.
A me piace ricordare che Giorgio era affascinato dai processi di ordinamento spontaneo che si manifestano in molti sistemi naturali: nei superfluidi (ordinati nello spazio dei momenti) e nei sistemi biologici. Espresse questa sua convinzione in un aureo libretto (“Ordine e disordine nella materia “, Laterza 1981, tradotto anche in Inglese e in Russo) nel quale esponeva in modo piano ma molto profondo , senza formule , con disegni schematici, la sua filosofia della ricerca, applicandola ai superfluidi, alle transizioni di fase, ai Laser e infine all’ordine funzionale della materia biologica.

A partire dagli anni ’70 Giorgio (anche dietro suggerimento di quelli che ha sempre considerato i suoi maestri di pensiero: L. Onsager e H. Froelich) cominciò ad occuparsi di biofisica e in particolare dei problemi al confine tra la Fisica e la Biologia molecolare. Anche ad essi egli applicò la sua filosofia : processi collettivi, fluttuazioni, ordinamento spontaneo. Un suo lavoro sulle fluttuazioni negli enzimi (“fluctuating enzymes” , svolti in collaborazione con Paolo Fasella ed Enrico Gratton) ottenne subito una notevole risonanza internazionale e viene ancor oggi ricordato come il capostipite delle ricerche che hanno trasformato la visione delle proteine, allora considerate come delle strutture statiche (un po’ come i cristalli) in strutture dinamiche più adatte a descrivere le molteplici attività che caratterizzano i processi biologici.

Non è possibile ricordare Giorgio Careri senza menzionare i suoi interessi culturali e artistici sempre considerati in una visione unitaria del settore Scienza/Cultura/Arte . Ha illustrato questo concetto in vari articoli pubblicati sulla rivista artistico-letteraria “Leonardo” edita da Pergamon Press. Giorgio è stato anche un apprezzato scultore in legno. Nel 1985 ha esposto alcune sue opere a una mostra collettiva a Palazzo Venezia. E’ illuminante su questi problemi un manoscritto inedito ricuperato tra le sue carte dalla moglie Lina. “Io credo che arte e scienze abbiano in comune un punto fondamentale: quello di percepire una struttura che resta fuori dalle apparenze sensoriali. Muovendo da questa linea, ho operato sperimentalmente nel campo della struttura della materia e, in particolare, ho cercato di mettere in evidenza lo stato di alto ordine dei superfluidi e delle biomolecole. Nel campo delle arti visive [. . . ] utilizzando del legno allo stato naturale e modificando ad arte alcune sue parti ho cercato di mettere in evidenza la struttura non apparente”.
Sono gli stessi principi espressi nell’introduzione del libro “Ordine e disordine nella materia” dove scrive: “Questo discorso interessa il pensiero scientifico contemporaneo per la possibilità di estendere l’uso di questo concetto [ossia ordine nascosto] all’analisi di un contesto naturale sempre più ampio e non più strettamente fisico”.
Sono sicuro che questi insegnamenti e in particolare la interdisciplinarità che gli stava molto a cuore saranno raccolti dalle generazioni future e specialmente dai giovani.
Gianfranco Chiarotti


[1] Giorgio Careri,  "Artists and Scientists: Open and Hidden Connections", LEONARDO, MIT press, Oxford,  41, October 2008