mercoledì 13 ottobre 2010

Ricevo a Boston da Biagio Propato per Giulia Perroni




Giulia Perroni Lo scoiattolo e l’ermellino Edizioni Del Leone 2009


UN POEMA INFINITO E SEMPRE AL SUO INIZIO


“ Inizierò non da qui, ma da lontano,
inizierò dalla fine, che è anche l’inizio.
Il mondo era il mondo. E questo significava
tutto ciò che volete in questo mondo.”

Come la poetessa russa Bella Achmadùlina, comincia la sua poesia “ In memoria di Boris Pasternack”, iniziando dalla fine, cosi anche noi inizieremo con una lettura “ A rebours”, dell’opera precipua di Giulia Perroni. Viaggio Totale, senza fine, che investe tutto l’esperibile dai sensi e va oltre, denudandosi del suo carico, simile al leggero e pesante rimbaudiano battello, per cercare il porto, la meta, un Ararat sulle cui cime posare la chiglia per contemplare i rigurgiti dei marosi, ormai lontani, dopo il diluvio, dopo la divina catartica tempesta. L’arca su cui naviga la poetessa non teme scogli, bufere, s’inerpica sino alle altezze e scende sino agli abissi, lasciandosi trascinare senza opporre resistenza, anzi, cercando di accogliere ogni cosa in sé, in un mistico afflato tantrico, in un abbraccio berniniano. A volte, il timoniere abbandona per un lasso il suo timone e guarda il legno cavo scorrere tra le correnti, verso un dove ignoto, tutto da vedere.

“ Guarderò la polvere nei tuoi occhi
per vedervi chiara la vita
e come l’estasi del viaggio
possa frantumare l’attesa
e come non siamo portati a comprendere
che il mistero è una vita più grande
quando in punta di piedi
per l’iniziativa del maestro
si raccapriccia il sondaggio
delle nuvole basse
della corona.”


Agile come uno scoiattolo e innocente e puro come un ermellino, il pensiero smette di pensare e ritorna alle origini, al Giardino, mai perduto interamente, per poi ripartire, in una sorta di viatico interminabile, che reca in sé il germe dell’eterno divenire, sia pur affondando, naufragando, morendo ogni giorno, ogni istante, ma risorgendo sempre.
Quando parliamo della novità, e ci lamentiamo per la sua assenza, dovremmo invece estinguere la pigrizia che ci costringe a non vedere ciò che accade dentro e intorno, per accorgerci subito che tutto è sempre in moto, nuovo.

Novità aggiunge al vecchio preesistente, questa opera potente, onnicomprensiva di Giulia Perroni, che cerca in modo strenuo la bellezza… e la trova.


“Solo la bellezza eguaglia i campi di viole
quando le punte si affidano ai miraggi
e come una domanda il paradiso si allarga
nel deserto che neanche il questurino
riesce a dimenticare.”


Che cerca in modo instancabile Poesia… e la trova, ma deve continuamente ricercare, per ritrovare.


“ La poesia
è una proposta di sangue
sotto al gelso abitudinario,
per sette corone
ha devastato l’istante
e le ho detto resisti
anima della luna.”



Il flusso di coscienza è irrefrenabile, spinge ogni natura dell’autrice a completarsi nella totalità e si ferma solo per riprendere fiato, abbeverandosi alle fonti primigenie, da dove l’umano è scaturito, discende.
Inizio è fine coincidono, come in un ciclo entropico, hegeliano, eliotiano. Sembra che il frutto proibito, anche se staccato, mangiato e digerito, non sia stato mai veramente colto, sembra non vi sia bisogno di un’Apokatàstasis panthon, poiché l’innocenza originaria permane, e se il male imperversa , funesto, elefantiaco e devastante, è solo per una tantrica assenza di bene, per una agostiniana “Privatio boni.”

“Se l’origine è l’Eden
da quel giardino non ci siamo mai mossi
tutto ciò che di vero e di bello
spasima e canta
è frutto della sua ombra deliziosa e da quell’ombra il fianco non s’è scucito
guarda con stupore il male
e dice questo certo non mi appartiene
il lupo malvagio non mi prenderà.

L’agilità e la velocità dello Scoiattolo, simbolo dell’esperienza, come la Tigre, per William Blake ne “ I canti dell’esperienza”, fa compiere a Giulia Perroni un andare a ritroso, per riportarla al Giardino incontaminato, dove ritrova l’ermellino, con la sua mitezza, con la sua innata purezza, simbolo dell’innocenza, come l’Agnello per William Blake, ne “ I canti dell’innocenza”, come se nulla nel mondo fosse avvenuto, cambiato. L’Eva primèva si ricongiunge al suo ambiente e continua a generare frutti di umanità. Si legge, nella prima poesia biblica, per voce di Enàsh, Adamo, in Genesi 2, versetto 23 :


“ Questa è finalmente osso delle
mie ossa
E’ carne della mia carne.
Questa sarà chiamata Donna,
perché dall’ uomo questa è stata tratta.”


Giulia Perroni ribalta totalmente questa visione maschiocentrica, invertendo i ruoli, e la prerogativa di chi è fonte generatrice di vita, con questi versi gnomici, apodittici, che non lasciano spazi a confutazioni, tale è la decisione e la certezza, l’energia intensa con cui sono stati pensati, pronunciati, cantati, danzati, dipinti, scolpiti, incisi, e scritti.

“ E l’inizio fu donna
fu maestrale
dalla donna si genera la donna
dall’uomo non può sorgere nessuno
nemmeno la tempesta.



Il libro, diviso in undici movimenti, è un affresco in continuo sviluppo, differente, a volte, per stilemi, tematiche, lessico e visioni combinatorie, dai cinque o sei precedenti volumi, che aggiunge e sottrae, sovrappone rimembranze, nel suo farsi opera totale, che vuole non essere mai Hortus Conclus, Conventio ad excludentur, ma un Segno sempre aperto agli altri. Luoghi, persone, personaggi, antenati, fiori, piante, odori e colori isolani, storia e fiaba, si intrecciano in un connubio indissolubile, in cui tutto è sempre sospeso e sotteso da un Rùach invisibile, che continua ad alitare: permanente, immanente, trascendente, immantinente, imminente.
La hishshàh, La DONNA edenica, Generatrice e Conservatrice della Specie, assume un ruolo portante, riproponendo una lettura della storia, al femminile, facendo tutto dalla sua creatività discendere”, mentre “la teologia è maschio”, è il continuo ritornello connettivo che vuole denunciare l’ingiustizia e lo squilibrio dei ruoli nella storia.

L’autrice de “ Lo scoiattolo e l’ermellino”, si ribella a tutto ciò, dal profondo della sua consapevolezza, cerca di ripristinare la verità, contro la realtà schiacciante e opprimente, che vede la supremazia dell’uomo-maschio sui simili, sugli elementi e sulle cose.
Non è una ribellione femminista, ma una rivolta dell’anima contro l’Animus, dello Ying contro lo Yang, tesa a stabilire equilibri, armonie, eludendo alla fine, e superando la dicotomia dei sessi con una gnosi ossimorica, con lo Spirito, che non ha sesso, ma solo ali per volare e dissolvere le diatribe e le opposizioni consumate perennemente negli oscuri, fangosi e puzzolenti ipogei della storia personale e sociale.
“Lo scoiattolo e l’Ermellino", è il frutto e il compimento del primo volume “ La libertà negata”.
L’iniziazione alla poesia, il meticoloso apprendistato, l’auscultazione continua, hanno forgiato l’esperienza di Giulia Perroni facendole acquistare conoscenza e sapienza. Ella, come Rut ha saputo rinunciare ai suoi idoli, ai suoi meticci, come Naomi, ha saputo accogliere l’altro e continuando a spigolare nei campi di grano di Boaz, ha conosciuto le virtù della donna. Ha urlato il suo amore, taciuto il suo odio, seguendo l’ispirazione di Saffo, delle sorelle Bronte, di Emily Dickinson, di Jane Austen, di Virginia Woolf, di Marceline Desbordes Valmore, di Giorgina Rossetti, di K. Mansfield Beauchamp, di Edith Sitwell, di Anna Achmàtova, di Irina Cvetaeva, di Cristina Campo, di Atonia Pozzi, di Amelia Rosselli, di Marcia Theophilo, Lucianna Argentino e tante tante altre singolari nobili voci, che continuano a sussurrare in questo piccolo Rione dell’universo, che è la terra, il loro esserci state, il loro esserci.
Ma chi può veramente dire che tutto è compiuto? Il Gran Poema di Giulia, incede, sa che deve arrotolare con sé tutto ciò che ancora gli è ancòra ignoto , affinché ogni cosa ritorni al punto iniziale, come il salmone che affronta rapide controcorrente e morsi di orsi, per ritrovare il luogo di nascita: deporre le uova. Perire. Quindi il Viaggio. In altro. Eterno. Continuare…

“ Il ripetersi muta
il rito dell’acque ha una pace
di sovrumano silenzio
il piede d’alabastro
una meta per il ritorno
l’inizio folgorante del sempre.

Mi inoltro
il cammino è lucido di anemoni
la sospensione dura come un ricordo
ho più fiaccole al grido
che non questa sera struggente:
nel viola depongo le rose
vesti allucinate per il ritorno.

Avrò paura d’essermi avventurata lì dove l’acqua muta?
Il gorgoglio cammina fino a notte nel misurato senno
ma chi amando il silenzio si sarà fatta oscura
avrà rose a settembre? “

Biagio Propato

martedì 28 settembre 2010

Lungo il Tevere di Roma


Gli abitanti degli argini. Al mattino quando scendo al fiume per la passeggiata sono ancora sulla scala opposta, dove su cartoni e stracci, in una mezza dozzina almeno, hanno trascorso la notte. Non li invado col mio sguardo, non li vedo quasi, ma tra loro c'è un giovane rossiccio, rossa la pelle del viso, occhi chiarissimi, quando è sveglio. E' lui a salutarmi per primo, con accento straniero. Più spesso lo vedo rincantucciato sotto le coperte, accanto una bottiglia vuota.
Subito dopo, sotto il ponte Duca d'Aosta trovi altri tre "letti" già disfatti. Seduti su uno sgabellino pieghevole due hanno gettato l'amo e aspettano che il pesce abbocchi. Chi mangerà quel pesce? In questo tratto il fiume è più facile tirare su bottiglie di plastica e stracci. Le anatre ci sguazzano volentieri perché tra le piante acquatiche sicuramente trovano pasto abbondante. Le cornacchie invece restano a terra e se ti avvicini saltellano via goffamente a zampe pari. I passeri con discrezione indagano la presenza d'insetti tra le foglie. Qualche volo di piccioni scende talvolta con turistica curiosità. Ieri un cormorano piluccava un pesce sulla banchina. Pochi invece, in queste mattinate, i gabbiani.

Più avanti incontro altri stranieri. Sono al lavoro per smontare le tende e le baracche dell'Estate romana. L'aria è mite, il sole cerca di farsi spazio nella foschìa, segnale che più tardi esploderà in un cielo limpidissimo. Lavorano che lentezza, per terra rimangono residui delle costruzioni smontate, nastri di metallo e chiodi.

Sull'acqua nei giorni feriali c'è poco traffico. Due piccoli battelli di linea che partono sempre semivuoti e poche canoe, dove i rematori si addestrano sotto l'imperativo gridato da un istruttore che viaggia a ridosso, pressante, su una barca a motore.

Sull'acqua c'è anche chi abita: una casa a due piani, vasi con piante di limoni, due scialuppe ormeggiate, biciclette e motorini parcheggiati. Invece di porte chiuse a chiave hanno un piccolo ponte levatoio. Un giorno li ho visti partire in due sulla moto, padre e figlio, un ragazzino di circa sei anni. Ho pensato che chi vive lungo il fiume dovrebbe fare a meno dei motori a benzina.

Una mattina ho incontrato gli spazzini. Lavoro molto sommario, come sempre. Si lamentano di essere solo in otto per tutta la lunghezza degli argini. In verità si muovono molto rilassati. Quella degli spazzini è una categoria strana. Ricordo quando ancora erano degli ometti quasi invisibili, legati ai loro carretti come un prigioniero ai suoi ferri. Ora, all'estremo opposto, sono ragazze longilinee truccatissime, giovani del fisico atletico e, da come si muovono, sembrano dire che quel lavoro lo stanno facendo, ma non è il loro lavoro. Passano svogliatamente con i mezzi acquistati ex novo dalla municipalità recentemente insediatasi, e metà dello sporco rimane al suolo.





Una domenica siamo arrivati dove la città quasi scompare e sembra di non riuscire a riconoscere Roma. Sull'acqua scivolavano poche canoe, ma lungo gli argini, nessuno. Poi sono comparse le due mandibole del nuovo ponte, due archi a spingersi l'uno verso l'altro. Senti il rumore dei lavori solo se tendi l'orecchio.
Queste note si riferiscono alla riva destra del Tevere che percorro, a giorni, anche in direzione della foce, ma, fino ad oggi, solo fino al ponte dell'Isola, dove una scala più comoda si apre verso il fiume, rivelando tra la terra e l'acqua una consuetudine antica.

sabato 18 settembre 2010

Roberto Piperno – Esseri – Edizioni dell'Istituto di Cultura di Napoli 2010



Quanto più avanzo verso la fine aborrita / tanto più gli altri non sono creature sparse / […] ma il segno della mia stessa esistenza / del suo limite reale di nascita e di morte / parte stessa della mia persona / misura di essere me stesso in libertà.
Questa strofe della poesia Comunicazione, parte dalla prima persona per riflettersi immediatamente non nell'Altro, ontologico e astratto, inattingibile, ma in una pluralità di altri, per ritornare poi a un "me stesso", che quella pluralità ha fecondato. C'è un'esistenza che vuole trovare la sua voce, il suo significato, e additarlo senza usare toni comiziali, solo pronunciando l'evidenza, un uomo che ha capito che giustizia è, il rifiuto di una società composta / da una sola testa assunta a direzione, e inversamente i vincitori che uscendo allo scoperto / si sono impadroniti di territori / dove imporre la legge / del più forte, sono la personificazione dell'ingiustizia.
Una poesia civile, certo, ma a chiusura di libro quante cose sappiamo anche della vita quotidina del poeta. Il mattino, al risveglio, è l'ora del giorno con più frequenza evocata. Il letto è un grande protagonista in questo libro: "letto" è una delle parole che ricorrono con maggiore frequenza, luogo dove restare rincattucciato, nascosto sotto le lenzuola, tra la veglia e il sonno, perché antichi nemici che non avevano colpe da imputare, ma solo un nome o un numero, non vengano a portarlo via. Ma il mattino è anche il chiasso dell'AMA che viene a ritirare i rifiuti, il trillo della sveglia che incita la sua donna ad alzarsi, la cucina che lo accoglie per gesti rituali della colazione: Ora mi nutre di sostanza il miele / con la noce matura che schiaccio / rientrando in cucina dopo una notte spesa / in minuscoli ragni di silenziose attese. Nelle altre stanze della casa, i testi delle antiche preghiere, e libri, scaffalature di libri, anche libri appoggiati in pile, di cui forse liberarsi per fare spazio, il battere di una pendola che chissà da quanto tempo sa attendere la sua ritmica settimanale ricarica.
Ma importante è vincere la paura di non essere accettato, e spingersi fuori a cercare occasioni e incontri. Con educazione fare tutto il proprio dovere, senza pensare che il mondo, o Dio, chieda altro che essere sé stesso, senza spingersi verso destini eroici, al confronto con Mosè: essere fino in fondo/ Siussi / solo Siussi. Fuori c'è la città, una Roma che affaccia su viale Trastevere. C'è il fiume, una tragedia sfiorata e regredita per la spontanea umanità e tenerezza di una passante, c'è il commercio e il chiasso a cui questa poesia ha messo la sordina.
Il sentimento posto in maggiore evidenza è una paura esistenziale che solo in parte deriva da un'infanzia che ha conosciuto la persecuzione, il ricorso a variazione di nome, per non farsi riconoscere come ebreo. La poesia Paure distingue tra paura sociale, paura del terrorismo, ma infine dà il maggiore risalto a quella paura che occorre vincere ogni mattina, per poter riprendere a vivere nel consorzio degli uomini: La paura personale è l'altro volto/ di quotidianità più circospette / si spalma con la sveglia del mattino / nella mezzora di attesa dentro il letto / che ancora protegge dai riscontri / di costanti scelte senza speranze […] e da errori senza più rimedio. L'altro sentimento è l'amore verso la sua donna, a cui sono dedicate per intero due belle poesie,che rendono il ritratto di una personalità forte, osservata con tenerezza e ammirazione. Un rapporto, quello con la donna, che la coppia di sostantivi rispetto e passione ben definisce, anche quando sono riferiti al sentimento che il poeta sente, reciprocamente, di suscitare.
Queste poesie, collocate sulla pagina con grafiche variazioni di metro, sono scritte in uno stile molto vicino alla prosa, il lessico è essenziale e dignità, pari in tutto, hanno gli oggetti della quotidianità domestica e tecnologica. Poco spazio davvero è concesso all'effusione lirica, all'autocompiacimento e al pianto, come si addice alla virile affermazione che il destino di solitudine, nei due momenti che scandiscono l'inizio e la fine della vita, è condiviso da ogni vivente.
PIERA MATTEI

Nella foto Roberto Piperno e Piera Mattei,estate 2010, all'Isola dei poeti, di cui Piperno è uno degli organizzatori,con Bettini e Farina.

domenica 5 settembre 2010

Laura Rainieri – Angelo pazzo e altri racconti – Ex cogita editore 2007

Vorrei cominciare, parlando di questo libro, dal piacere che la lettura me ne ha dato. L'ho letto più volte, trovando ogni volta il sapore del giusto ritmo, dell'intelligenza narrativa.
Non sto parlando del libro perfetto – non so neppure se esista – ma di un libro dal quale parla una voce originale, che si fa ascoltare con attenzione, spesso con ammirata meraviglia.
I personaggi, i temi, i luoghi sono variati ma mai discordi. Non è difficile intessere, tra i vari racconti, raccordi e rimandi, alcuni proposti dall'autore. Fondamentale quello che si riferisce al nome Marta, già presente nella precedente raccolta, alter-ego di chi tiene in mano le fila del racconto, strumento ottimo, sul piano della resa, per creare distanza, soprattutto quando il tono potrebbe scivolare verso il melò. Vedi il primo racconto, Clelia, primo anche cronologicamente, mi rivela l'autrice, che si chiude sul rimpianto per la fine tragica di un'amica d'infanzia ricca e bella.
La posizione subalterna di Marta rispetto alle persone di bell'apparenza, soprattutto se longilinee e bionde, è un tratto che serpeggia nel libro, con ingenuo pregiudizio dei personaggi verso certi archetipi, per cui biondi sono gli angeli, e le madonne e i Cristi, ma anche le regine e le principesse. Quest'atteggiamento è alla base del racconto L'ultimo guancho, che dà il titolo alla raccolta precedente dove la protagonista proietta su un piccolo ristoratore canario la personalità di Glenn Gould, per la complessione chiara del volto e delle mani, per una questione di pelle, quindi, non certo per una disposizione eccezionale all'esecuzione pianistica, di cui nel racconto non v'è cenno. Racconto che ci dice forse anche qualcos'altro: che non ci innamoriamo di chi ci sta di fronte, ma di un fantasma che passa rapido con una carezza sfuggente. Ci innamoriamo di fantasmi, del riflesso di noi stessi colto nello specchio di fronte, come racconta la parte iniziale ed essenziale di Fiorediloto.
Ma, lasciando da parte Marta, veniamo a un'altra proiezione in un personaggio alla terza persona. Il racconto s'intitola Nibelungenstrasse, e racconta di una donna che raggiunge in Germania, dove lui vive e lavora, il figlio ricoverato in ospedale per una malattia che lo spossa ma difficile da diagnosticare. La protagonista, esibendo le sue predilezioni culturali, non lascia di sottolineare che è stata lei a inculcare nel figlio l'amore per quel paese, che quell'amore lui l'ha poi stravolto, sviandolo dalla cultura, dai libri e dalla musica, per rivolgerlo a potenti marche automobilistiche. Eterogenesi dei fini di un'educazione, che getta un raggio di autoironia sul personaggio. Che qui, come del resto dovunque in Laura Rainieri, è un personaggio alla terza persona, ma non ha questa volta un nome proprio ma un nome di ruolo, monumentale direi: Madre, con la emme maiuscola. Questo permette il distacco narrativo che è essenziale a questa scrittura e fa giocare l'ironia e l'autoironia con la partecipazione palpitante, senza scadere nella retorica o negli esiti buffi che caratterizzano, nei racconti a lieto fine, quindi, secondo i canoni antichi, nella commedia, la descrizione dei rapporti affettivi tra madre e figlio maschio adulto. In realtà – e lo rivela, all'avvicinarsi della protagonista all'ospedale, la lenta decrittazione di quel nome "Krankenhaus" dalla lingua straniera – il figlio è, soprattutto un amato estraneo, per cui ogni ipotesi di malattia, anche quella per definizione impronunciabile, è possibile, ma, fatto ancora più grave, non è più lecito a lei, ormai, fare al figlio quelle domande che potrebbero rassicurarla. Nello sfondo del rapporto tra Madre e figlio due personaggi grotteschi, due anziani malati cronici, legati alla loro malattia e ai loro vizi, fastidiosi nel loro chiacchiericcio, per la Madre solo rumore di fondo, per il figlio scambio di vuote battute "cose rozze e semplici, non si sanno tenere è una cascata continua".
La rozzezza che confina con la brutalità, la bizzarria che confina con la stoltezza, qui nello sfondo, diventa tratto protagonista nel già citato Fortunato Soldi, in La Rossa e, almeno nella parte iniziale di Angelo Pazzo, cioè i racconti che fanno riferimento a personaggi di un non identificato paese della Bassa padana. Un realismo che dilatando lo sguardo spietato sfocia in un espressionismo che squarcia sorrisi, dilata addomi mette in risalto gambe senza caviglie e gonfie di vene, groszianamente, direi, ma qui non siamo tra la crassa borghesia tedesca, qui siamo tra contadini e paesani, fittavoli e vinai nell'Emilia anni '50-'60.
La voce che racconta si sta facendo interprete della voce di un piccolo paese, creando, senza sentirne il peso o la responsabilità dirette, miti negativi, favole crudeli.

Personaggi da Amarcord. Ma, secondo una logica localistica, che oggi sembra dappertutto avere la meglio, la Rimini di Fellini è all'altro estremo della via Emilia rispetto alla Bassa di cui qui si tratta, quindi un mondo diverso? Fellini diceva di se stesso "un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo". La forma, l'amore per la forma. Certo: qualcosa realmente era esistito del mondo che Fellini ricordava ovvero lui, nel ricordo l'aveva inventato, per lasciarcelo incorruttibile, talmente perfetto da diventare topos, inciso tra gli archetipi culturali? Stessa domanda, con i dovuti distinguo, per questo mondo rievocato dalla Rainieri. Anche qui un mondo libero e strampalato, una volontà di vivere la vita con pienezza e prepotenza: sesso, cibo e – marginale invece in Fellini – un grande appetito di denaro.
Rimane in questi racconti paesani, inesplicabile sul piano narrativo, qualche incrostazione di antichi livori, di cui l'autrice sembra considerare secondaria la consapevolezza, come quel sottotitolo di "il comunista" per Fortunato Soldi, epiteto spiegato poco e, direi, malvolentieri. Quest'uomo non fa mai niente di "comunista" mentre è evidente il fatto che ci troviamo di fronte a un individuo ripugnante, dedito solo all'acquisto e non redimibile, secondo un rigido presupposto deterministico : "Ognuno nasce con la sua pelle che mantiene coriacea per tutta la vita. Ogni cambiamento è fluttuante come piegolina d'organza." Questa idea che ognuno è ciò che è una volta per tutte, che presuppone anche si sappia chi si è e chi sono gli "altri", come è la gente da questa o da quella parte della nazione o del mondo, mi pare sottinteso in tutti i racconti di Laura Rainieri e sul piano narrativo fa giustizia di remore e dubbi conferendo al tempo stesso la massima forza alle sue caratterizzazioni.
L'autrice guarda a questi personaggi con riprovazione ma finisce per farne, nel loro genere, delle creature perfette. Soprattutto la Rossa ha un suo incrollabile "progetto di vita", un arrivismo che – lo ignora certo il personaggio tutto istinto – ha finezze machiavelliche: da quella che definirei economia della morte, cioè profittare dei morti per conquistare nuovi spazi, all' "infilarsi negli interstizi", con la malignità, con la chiacchiera. Quella capacità che fa, in ambiti più vasti, la fortuna dei politici. Dante non avrebbe saputo in quale girone dell'inferno situarla questa Rossa, talmente la sua perversione è polimorfa, Laura sembra divertircisi un mondo. In particolare il trattamento lunghissimo e, a suo modo, raffinato, che la Rossa riserva ai corpi maschili mi sembra metafora di quanto lei riserva alla lingua, perché la lingua è per lei non solo strumento di comunicazione ma anche gioco, divertimento, acrobazia da circo. Laura non solo s'identifica con la voce di un intero paese che racconta il personaggio ma raggiunge una sapienza ventriloqua della lingua, perché quanto scrive, la sua incisiva crudeltà sembra spesso uscire da lei, non dico senza che lei ne abbia piena consapevolezza, ma certamente al di là delle intenzioni.
Temo non si riconoscerebbe in una mentalità che, come a me sembra invece evidente, guarda alla coppia uomo-donna, moglie-marito con grande pessimismo. Marito è il vecchio Ninnolo, un fabbro nientemeno che di fattezze minute, che la Rossa vezzeggia sulle ginocchia, prima, e fa morire, sembra, di sete, poi. Ben presto delusa, maltrattata e abbrutita è Imelda, la irretita moglie di Fortunato. Il matrimonio è, nella chiusa di Fiorediloto "male minore" per non affogare nel mare di solitudine di sperse periferie; è delusione e tradimento in Clelia. Se di sesso, molto e con bravura si parla, per l'amore pare non ci sia posto. Amore è solo quanto può essere intravisto nel riflesso di uno specchio e si piange l'allontanamento non di una persona, ma di ciò che si è visto. L'unico sentimento autentico sembra l'amicizia tra donne, rapporto che Marta, personaggio di cui si è già parlato, vive nella posizione di osservatrice incantata della più piena femminilità dell'altra (Clelia, Fiorediloto), non senza esiti di amara rivincita finale.

Un'altra voce c'è in questi racconti, che rimane interna e celata dentro la storia. Racconta soprattutto l'ambivalente passione per luoghi estremi, che hanno solo indirette indicazioni geografiche, in realtà, sono luoghi simbolici dove l'ambiente circostante è ridotto alla sua essenza. Sto parlando di Callura e di Circolo polare artico. Il primo racconto, che da indizi diversi, dovrebbe svolgersi in Spagna, ha un inizio solare, luminoso. La luce ha, nel suo significato più usuale e fondamentale, un valore positivo, ma rapidamente quella valenza si tramuta nel suo contrario. Presto è chiaro che ci troviamo in un giallo in cui il killer da cui occorre difendersi è misterioso e onnipresente, come la luce del sole e il calore che produce. La narrazione scivola impercettibilmente dalla contentezza della protagonista per aver raggiunto una nuova meta, dalla quale si riprometteva svago e divertimento, alla comprensione del vero significato del nome del paese, che difatti non aveva mentito sulla sua identità. Metafora che racconta il potere sottovalutato del nome, la distrazione che ci fa trascurare i segnali che dovrebbero metterci all'erta. Callura come demonio, il mostro da cui fuggire si presenta col suo vero nome, inalberando l'unico consiglio possibile (dove si vive solo di notte), il cui assoluto significato viene frainteso. Solo una grande capacità di resistenza, brillantemente narrata, permette la sopravvivenza nel caldo davvero infernale e quindi la fuga.
Più complesso l'altro racconto, dove riecheggiano l'episodio biblico di Giona e Melville nel mistero aspro dell'Oceano, al nord. Un racconto che deve essere lieve come la neve, ma come tutti sanno, se la neve non si scioglie, se il gelo la tramuta in ghiaccio, niente è più pesante di quella sostanza che prima appariva leggera. Niente è più estremo del paesaggio e del clima al Polo Nord. Deduciamo da diversi segnali, tra cui la citazione della corrente Malestom, di trovarci in Norvegia, paese dei fiordi, ma qui mai si fa riferimento a quel paese. Si parla solo della natura, come se la protagonista vi si trovasse da sola. Da sola, lei con le montagne, le isole e il mare. Un viaggio in barca di notte. La barca, come il Pequod è di modeste dimensioni, ma non ci sono né il capitano Achab né il resto della ciurma. Con il sole che sfiora l'orizzonte ci sono le orche intorno che fanno paura, senza forse volere fare paura (visto che forse si tratta di un viaggio organizzato per incontrare la fauna marina, e chi conduce la barca sa a che distanza tenersi) e loro del resto, le orche, si allontanano a due a due per le loro dolcezze notturne. Ma orca richiama Orco, come nelle fiabe fa paura e "noi abbiamo infranto". Così scrive senza complemento oggetto, alludendo forse a un divieto di potenze superiori, forse solo come reminiscenza letteraria della crudeltà di Moby Dik. Il divieto potrebbe alludere anche a quello di non invadere il territorio dei grandi cetacei, che in Norvegia sono stati cacciati per secoli? Di questo non si fa cenno, nessuna identità politica o sociale del luogo interferisce qui con la riverenza, la paura, la meraviglia, il senso di colpa, sentimenti assoluti che nascono dalla protagonista e sulla protagonista ricadono. Vietata ogni possibile uscita da sé. All'avvicinarsi di un'orca, Marta s'inginocchia nella barca: è certamente in presenza di Moby Dik, non pensa ai diritti infranti dei grandi cetacei.
Torna qui la passione per la comparazione tra luoghi e atteggiamenti , postulati diversi o addirittura opposti. Al circolo polare artico bisogna dimenticare il laghetto Mediterraneo, le coste lambite dalle calde acque, la macchia verde, la dolce scogliera per il sole e l'amore. La passione per i paesi con clima opposto a quello del Mediterraneo, cose che solo a pensarle mettono in corpo frenesia e timore sono all'origine di questa avventura che Marta compie proprio per amore di assaggiare e configurare l'opposto, espresso nell'idea dello scambio di casa. Poi avviene il fatto inimmaginabile. Il mare in una eccezionale burrasca si porta via porti e aeroporti. Marta deve imparare a vivere, per sempre, nel freddo, trasformarsi dalla persona che guarda il diverso, con senso di curiosità e di avventura, a chi deve pensare a sopravvivere nelle condizioni che la natura attorno le concede, adattamento che in Callura riguardava lo spazio di un solo, anche se terribile, giorno.
Amore per la metafora e per la trasfigurazione fantastica di canonici intrecci di relazioni ed emozioni, quali i rapporti tra fratelli di fronte alla morte della madre e all'eredità che lei lascia, si configura infine in I draghi.
Rende la lettura di questi racconti così godibile una lingua fresca, una mente libera, – anche quando invece riferisce di un mondo di grande chiusura. Ma a quel mondo, mentre lo schernisce, è legata l'autrice, perdutamente in contraddizione.
Curiosità, amore e metabolizzazione della cultura, anche quando echi classici ricadono sulla pagina, nell'uso del linguaggio giovanile o goliardico (c'è ad esempio un "pietosa insania", mutuato dal Foscolo, a commento della gelosia della giovane sfortunata moglie per Fortunato Soldi). La scrittura e la lingua di Laura Rainieri fa tesoro di tutto e lo rigenera in racconti che si scolpiscono nella memoria.

Piera Mattei

mercoledì 1 settembre 2010

Da Tempera (L'AQUILA)

Ricevo dal fisico Marco Jovinitti, con cui sono in rapporto dagli eventi del 6 marzo 2009, una lettera di cui, di seguito, riporto alcuni brani sulla situazione attuale. Marco è di Tempera, località che prima del terremoto aveva circa mille abitanti, poi quasi totalmente distrutta dal sisma:

[...]
Per quanto riguarda la situazione Terremoto...bhe', l'attivita' si e' di nuovo intensificata di molto...ieri ci sono stati tre eventi di 3.3, 3.7, 3.4 gradi della scala Richter in poche ore.
Gli epicentri sono stati localizzati nella zona "monti Reatini", in prossimita' del paese di Montereale. in linea d'aria lontano una 20ina di Km da Tempera.

Ieri e' stato chiuso di nuovo il centro storico dell'Aquila ed oggi e' stato dato lo stato di allerta ROSSO per la citta' per i prossimi 3 giorni.

Quindi si ricade nel terrore....

Il paese di Montereale e' stato in parte "evacuato" nel senso che una buona parte degli abitanti si stanno organizzando per passare le notti all'aperto qualora ce ne fosse la necessita'.

Il nostro grande "scienziato" Giampaolo Giuliani (scienziato in senso ironico!!) dice che non si possono escludere scosse piu' forti (questa volta sembra che anche INGV dica la stessa cosa...).

A quanto sembra, li' nella zona di Montereale, storicamente, si verifica sempre un terremoto di forte entita' dopo (o prima -temporalmente parlando-) che si sia verificato a L'Aquila.

Cosi' e' stato 300 anni fa.

Si dice (non conosco la fonte scientifica!) che le faglie intorno a Montereale possono sprigionare enrgia pari al sesto/settimo grado della scala Richter e L'Aquila puo' cosi' prendere un nuovo "colpo" di quinto grado..

Almeno questo e' quello che si dice tra i corridoi degli uffici provinciali e comunali..


Io le do' la mia visione dei fatti: non posseggo dati o analisi fatte ultimamente, quindi a livello di "previsione" (non si dovrebbe usare questo termine perche' errato in tale contesto sismico.) non posso dire nulla.
Quello che potrei dire (ma e' solo un mio pensiero) e' il fatto che questa volta il Comune dell'Aquila (con tutti gli annessi e connessi..sindaco, assessori,,,ecc ecc..) sembra che per non commettere la stessa "imprudenza" (??? non saprei come definirla..) del 5 aprile 2009 e dei giorni precedenti al grande Botto del 6 aprile e per non essere di nuovo sotto una serie di furenti critiche, abbia emanato un allarme che a me sa di "precauzione" (se mi lascia passare il termine, un allarme per "pararsi il culo"..)

Invece che dare sempre spazio a personaggi che poco hanno a che fare con Ricerca e Scienza (vedi Sindaco, vedi Giampaolo Giuliani che e' un tecnico e non uno scienziato, ecc), sarebbe opportuno dare la possibilita' a noi scienziati, a noi ricercatori, di cercare di capire il fenomeno in gioco cosi' come il nostro padre G. Galileo ci ha insegnato; metodo scientifico! E non solo e soltanto con voci, con "sensazioni" e con ricerche approssimative.

Ma purtroppo questa e' l'Italia! Non si da' mai ascolto agli scienziati e non si finanzia la ricerca; ed e' facile capire il perche': il pressappochismo generale, l'ignoranza generale, la mediocrita' FANNO COMODO!!!!

Perche' se ci fossero piu' persone informate e interessate e meno mediocrita' in giro, bhe', credo proprio che molte e ripeto molte cose sarebbero diverse in Italia.

domenica 15 agosto 2010

LA CONIUGAZIONE DI AULICO E POPOLARE

Novostilvecchio o della metamorfosi delle pipe, omaggio ai sec. XIII-XVII (Azimut 2009) di Paolo Borzi e Esuli a domicilio (Universitalia 2009) di Daniela Negri: tra queste ultime prove di due autori che da tempo conosco e stimo ho trovato una particolare assonanza, un'affinità non superficiale che ho "sentito" di dovere approfondire, per così dire, in parallelo.
I due autori non fanno, in alcun modo riferimento l'uno all'altro, non si conoscono, non appartengono a una maniera di fare poesia, sono autori eccezionalmente "singolari". Né tanto meno io stessa li avrei posti accanto "a priori", come chi, avendo a disposizione una serie di contenitori precostituiti o formule di recente invenzione, li vada poi a riempire trovando nella sua collocazione la giustificazione a questo o quell'autore. Per me infatti il primato è alla poesia, è lei che interpella la critica. Il critico ha certamente i suoi strumenti, ma la sua dote imprescindibile è, credo, una particolare disponibilità all'ascolto e, solo in seconda istanza, al raffronto, alla comparazione, alla categorizzazione. Anticipando le conclusioni del mio discorso, entrambi, per vie diverse, raggiungono un obbiettivo simile, quello di percorrere luoghi da tempo vietati alla poesia, attraverso antichi canali, che nell'atto della poesia rinnovano per un'estetica attuale.
Entrambi gli autori, mi pare, mostrano di questo una notevole consapevolezza.


Borzi dal quale comincerò a parlare, esibisce già nel titolo un solido progetto letterario. Novostilvecchio è infatti, nel più alto senso, una parodia, o meglio un pastiche, che ritrova, nella sua struttura composita e "non finita" i suoi lontani modelli nelle Silvae di Stazio e poi nel Poliziano. Parodia come memoria irrinunciabile, eco che ritorna naturale e necessariamente contraffatta, eco in parte involontaria, accolta con un sorriso come in posizione di riposo, in situazione di gioco.
Il primo autore la cui voce qui risuona è nientemeno che Dante, se il Prologo in Terra così comincia: Il maggior Vate del sobborgo antico, Gaetano Pollastri, venne a noi come l'uomo che malmischiati sogni e beveraggi affatica. Nonostante il riferimento al vino, ai sogni "malmischiati" per effetto di quello, la parodia non ha per fine qui, il volontario goliardico abbassamento, il dileggio. L'autore dedica la sua opera, (che tripartita è appunto come la Commedia), in omaggio, ai secoli della nostra gloria letteraria, dal Dolce Stile al Barocco. Ciò che distingue questo ripetere il verso dal "fare il verso", dallo sberleffo, è l'immedesimazione dell'autore sia nei classici richiamati che nel pastiche della loro rivisitazione.
L'opera si compone quindi di tre parti. La prima si presenta come un poema breve, che riguarda addirittura la visione di Dio, il dantesco desiderio d'indiarsi e, infine, la delusione dell'esperienza, il silenzio, il nulla che inghiotte. Cantore è Gaetano Pollastri, maestro ottavarolo. E' un ambiente, questo degli improvvisatori in ottava rima – ancora vivo soprattutto tra l'Alto Lazio e la Maremma – che il Borzi frequenta o ha lungamente frequentato. Da loro Borzi riprende quello stile di improvvisazione – una naturale posa, una maniera autentica – per cui quando la rima giusta non soccorre si può candidamente cambiare la finale di un nome, correggendosi poi all'inizio del verso precedente: Ma non considerava un tale imbrolio…/ imbroglio dico, messo in preventivo. / L'interpretare aveva un monopolio.
Il protagonista del viaggio verso una divinità deludente, e in definitiva ingorda, è Gordini. La divinità mostra due volti: quello di un enorme occhio, con penetrazione e seduttività femminile e quello di un disgustoso Calamaro, fritto nell'olio, elemento, che permette di giocare, per assonanza, sul passato felice di un'età dell'olio. Dicevamo che risuona da subito il ritmo contraffatto della terzina dantesca, ma la strofa è invece l'ottava, che permette brevi blocchi narrativi, quello sfiatarsi e riprendere il fiato, proprio della poesia a braccio. Inoltre nel prologo, attribuito, in questo pastiche a "io stesso" ragioniere-reporter del gruppo, toccando di morte e di tomba, si esorbita dall'ambito dei secoli a cui l'omaggio è esplicitamente reso, col riferimento, che torna poi più volte, all'arbore amica foscoliana. Poiché il tema è quello dello Spaventevole avvento del dio Calamaro, c'immergiamo in un mondo in cui un Medioevo indeterminato, si riferisce lo stato monastico del protagonista, e barbarico futurismo alla moda degli inizi di questo millennio, si combinano con gusto pulp. Si canta di un Dio Calamaro, un antidio orrendo e tentacolare che ricorda anche, non so quanto voglia citare, gli Squids di Matrix e le immagini finali della visione nell'ultimo film della serie, di una potenza somma, appunto simile a uno spaventoso tentacolato. Il Dante borziano, il Gordini, scoperto questo aspetto opposto e complementare della divinità non vorrebbe certo più "indiarsi", ma la divinità positiva, Monocol, nel suo grande occhio amorosamente lo ingloba simile a Donna…in fronte a fiero sposo […]/E il ciglio allor fu sopra a lui richiuso. Nell'epilogo del breve poema in cinque cantari tutti i discepoli del cantore Pollastri ne commentano il senso letterale, morale e psicologico (cosa avrà voluto dire il Pollastri?)

Se in questa prima parte, e ne fanno testimonio i commenti degli allievi, l'essenza stessa del femminile è vista come divina predazione, nella seconda sezione al femminile è veramente reso un omaggio poetico, degno della grande e antica tradizione della poesia d'amore: Canto il tuo seno e canto l'amarezza per impazzire se ne resto privo; e il fremito che i glutei le accarezza. E d'anima e di pelle quella tinta lodo, sì bianca, che mia vita ha vinta […] Una ternaria pena d'amor mi squassa e non arretra: di vuoto e fuoco e ghiaccio in parte varia. Impugno questa penna ed essa immetra canti, lanciati a un vuoto più lontano: lapilli d'uomo e versi di vulcano! Bellissimi endecasillabi, tutto cantati sul ritmo, come talvolta ama fare "il Borzi", senza necessità di "a capo". Ma ecco l'estasi s'attenua e la donna mostra, anche lei come la divinità, la sua duplice natura: Porta del Cielo e buca per l'averno, madre di Vita Nuova e anche matrigna nel rischio d'ammattirsi per l'eterno

Siamo in Urbe e altro tema centrale alla narrazione, oltre il contrasto tra il rapimento per una nuova Beatrice e la tentazione di ritornare a una più nota e terrena, meno angelicata, Mirella, è la triste attesa della morte del genitore. Di seguito sono anche protagonisti: una sintetica enciclopedia filosofica, di uso scolastico, La "storia della filosofia" del famigerato "Gnoccacci", quindi il sor Pippa, un artigiano di pipe e sua moglie Peppa, un oste. Lo "spirare" del Congiunto si confonde con l'ispirazione di una dolcissima poesia augurale che altrettanto bene può essere dedicata sia al padre morto che alla compagniuccia del primo bacio, che lontana sapevo e infelice per nozze malandate e incipiente e grave depressione. Dolore e amore nello sfondo di una spiaggia novembrina e dei giardinetti del nosocomio.
L'omaggio giocoso alla letteratura dal Dolce Stile, passando per le Rime a Forese Donati, la Commedia, Poliziano e Pulci, arriva all'esaltazione barocca degli oggetti, non come espansione dell'io, non come segnali psichici, ma nella loro misteriosa pluralità, apertura alla metafora, alla fantasia, in un gioco di fuochi d'artificio: e qui diventa protagonista la pipa. Oggetto della parodia, sempre nel senso di qualcosa che profondamente appartiene al mondo dell'autore, sono anche i rudimenti filosofici classici, il dibattito sul tema di Universali. Un trattatello in prosa rimata e rime, che passando attraverso un seicentesco gioco delle metafore, una Fenomenologia del Pipare che descrive gli infiniti usi e connotazioni della pipa, cerca d'estrarne infine l'Universale forma.
La terza parte del poema s'intitola Gli Arconti invisibili di Zebràs e canta di eventi avvenuti in un lontano mitico passato: 9746 a. C., in Atlantide. Zebràs è, come dice una didascalia, la più ripugnante delle città-stato atlantidee

Qui la voce del poeta, che riparte con le ottave del tradizionale poema eroicomico, torna a mescolare la sua fantasia con le suggestioni di una Città del Sole all'inverso e immagini che la letteratura fantascientifica e il cinema ha impresso nella memoria. Ascolto echi di Dune di Frank Herbert celebre romanzo di fantascienza ridotto per lo schermo del cinema e della televisione, mi pare di udire echi dei vizi dei sanguinari Harkonnen, del ripugnante Barone, nel macabro nutrirsi di sangue e feci. La carica di Arconti richiama gli arconti della tradizione gnostica, che sottomettono gli uomini in uno stato di servitù, cui pure si fa riferimento nella popolare serie di Matrix. In Zebràs gli umani sono asserviti e piegati, educati a non provare piacere da cibo, da sesso o da qualunque altra attività e costretti a riprodursi solo meccanicamente. L'eroe di questo racconto, Novello Porcari, ha la speranza di tornare a provare gusto e passione quando incontra Ninetta. Fuggono insieme su una cinquecento. Ma poi l'eroe si trova nuovamente abbandonato e repentinamente ricatapultato nel secolo ventesimo, così come repentinamente il racconto si conclude.

Nonostante i nomi popolareschi dei cantori e dei personaggi cantati, già presenti alcuni nel precedente romanzo comico–epico le Sciamanicomiche, siamo nell'ambito di una ricerca stilistica appassionata. Il gusto per le ottave dei poemi cavallereschi e eroicomici contaminò negli anni Settanta gli scrittori più raffinati o d'avanguardia come Manganelli, Sanguineti, Calvino. Di Sanguineti molti ricordano la riduzione per il teatro di Ronconi dell'Orlando Furioso, di Manganelli vorrei citare una lettura e spiegazione del Morgante del Pulci per la radio, di recente ripubblicata dalle Edizioni Socrates, infine è inutile addirittura ricordare Calvino, citato indirettamente per l'assonanza tra il titolo Le cosmicomiche e quello del già menzionato romanzo di Paolo Borzi.
Poesia quella di Borzi, che appartiene meno alla letteratura del riso che a quella del paradosso, in chiave appunto Morgantesca. Di cibo, come nei poemi eroicomici e nella letteratura comica in generale, si parla anche qui con esagerazione. Olio e vino, primeggiano come forze della natura, liquido in cui galleggia l'Essere, il primo, fonte d'energia creativa, il secondo. La lirica, in questo universo s'inserisce come cammeo, pregiato elogio della donna. Ogni riferimento alla vita personale dell'autore, anche quando è presente, come nella morte del Congiunto, è allontanato col sorriso verso un universo di cantastorie e mito. Borzi, per l'originalità con cui rivisita la tradizione nello stile dei cantori in ottava rima, contaminandoli con i miti dell'oggi, finisce per collocarsi nella letteratura italiana attuale, contro lo stanco riprodursi degli schemi lirici novecenteschi, come un autorevole ousider.


Outsider, alla lettera e con orgoglio, si vuole Daniela Negri: Dai vicini, all'oscuro del nostro esilio a domicilio / le è stato detto: vendi e te ne fuggi via. Ringrazio del consiglio e faccio come voglio / io che assaggio del bene e del male il frutto. In ogni pagina di questo libro, che è di poche pagine solo perché è densissimo di una stampa minuta, l'autrice si ribadisce abitante e proprietaria di casa e orti presso Malaporta, cioè in una zona ancora salva dalla urbanizzazione, alle porte dell'Urbe. Un piccolo libro premiato da una rispettosa Presentazione di Carlo Bordini e dal riconoscimento della rivista di poesia Lìnfera, dal titolo, appunto, Esuli a domicilio.
Da questo titolo siamo subito avvisati che, a differenza dall'altro libro, siamo al cospetto di una scrittura lontana dal gioco letterario, animata invece da profonda emotività e dalla contraddizione, non solo accettata, ma senz'altro scelta. L'esergo dedica la fatica poetica ai membri della famiglia: a nonna Filo, la fata / a nonno Pasqua, contadino suo consorte / alla zia Francesca, che non ho conosciuto / a nonno Sebio, l'emigrante / a Tonino, scomparso / a mio Padre, il sognatore.
Queste dunque saranno le figure positive a cui si farà riferimento, gli ispiratori, i lari. Figure tramutate, come dice la connotazione che ciascuno porta accanto al nome, in creature della personale mitologia della Negri. La dedica successiva è invece rivolta al lettore ideale: per quelli che perseguono la virtù, / da leggere lentamente al lume degli altari / come fanno le streghe.
Ci troviamo quindi di fronte a una poesia che ha certamente in sé la propria giustificazione, ma che fa parte, o è la modalità, di un progetto che va oltre. E' stata pronunciata la parola ormai da tempo impronunciabile: virtù. E di una lettura lenta certo questo libro ha bisogno, perché, sebbene si srotoli con foga e maestria, seguire tutte le implicazioni, etiche, politiche, polemiche e mistiche del discorso non si rivela impresa facile.
I primi inni sono composti in terzine, metro che la nostra tradizione ha adottato per il discorso di lungo respiro, narrativo essenzialmente. Ma questi non sono endecasillabi, come nella misura classica. Sono versetti lunghi che ricordano il ritmo delle traduzioni bibliche e l'uso che di quella versificazione ha fatto un poeta–profeta come Walt Withman. Un richiamo, non so quanto consapevole, al cantore dell'energia umana è il poemetto "Alle aquile", anche se rispetto alla visione folgorante dell'accoppiarsi dei regali uccelli in volo del poeta americano, qui il viaggio delle aquile è inizio enfatico di un discorso che termina accusando e condannando con violenza le religioni (il papa), per rivendicare, argomento anche questo withmaniano, la sola potestà della Natura : Oh Natura, Natura, tu sola puoi rassegnarci alla sfida, la pace! // Crudelissima tu, Natura, ci fai vendetta e ci riappari ai lari
Credo non ci possano essere dubbi che ci troviamo davanti a una poesia di tipo profetico, interpretazione confermata dal consiglio di leggerla al lume degli altari, e non si tratta certo degli altari delle religioni tradizionali.
Così posti sull'avviso, apriamo La Costituzione, prima parte di Romitorio. Ci rendiamo conto di essere in piena sensibilità tragico-pulp con sfumature grottesche. Nella casa di pelle e tendini tesi e sangue / versato nelle ore del riposo di quelli dai quali corpi / è stata fatta in carne e ossa Bruna, la pupa ora // tutta in similpelle. La lingua è un arcaicizzante postmoderno, pieno di colori e oggetti, di passione e di distinguo. Con la forza che deriva da una consapevolezza: il microcosmo che racconta nei minimi dettagli – e pare di vederlo – è il mondo. Profetismo dicevamo, nel senso di un linguaggio impregnato di sdegno, che, come ogni messaggio profetico, ha direzioni diverse d'indirizzo, livelli molteplici di comprensione. Notiamo da subito l'uso abbondante delle preposizioni relative, così come, vedremo, di congiuntivi e condizionali, in periodi che spesso si avvolgono per più terzine. Inoltre ci troviamo all'interno di un idioletto per cui occorre essere edotti del significato inequivocabile di determinate parole, e difatti un essenziale vocabolario e apparato di note ci soccorre nelle pagine finali del libro.
…Non come certe donne / di società mondana, e senza tetto e senz'arte altra // che fare del pinco legamento ai ruderi del grembo,
leggiamo un paio di terzine dopo. "Pinco", ad esempio, sta per l'organo sessuale maschile, ma direi non in sé, piuttosto nella sua relazione all'uso strumentale che certe donne ne farebbero per motivi di promozione sociale o convenienza economica. "Legamento ai ruderi del grembo" è espressione dura, spregiativa che rimanda allo squallore, alla paura dell'abbandono, del decadimento. Ma più avanti con ardito riferimento alla politica :
… E' concesso e necessario alla stato di merde secche che scrivo / – dove gl'intellettuali s'arruotano ai Palazzi, dove le troie / sono intente a abbuffare i nuovi arrivati e saltare su la carrozza // in corsa al parlamento […] che qualcuno detto artista s'inventi una via règia / per l'arte che persegue, dove non sono ammesse le ruffiane / né gl'intelletuali in vendita, dove sia // l'unica sua famiglia utile al gaudio del cuore, la poesia.
Ho voluto proporre questa lunga citazione (tagliandone via un' incisa dove strali aguzzi erano rivolti senza mezzi termini anche al "piddì" e al sindaco) per sottolineare il trapasso dalla furia dell'invettiva alla dolcezza, "gaudio del cuore", della poesia che crea "versi e narrazioni e fatti", lingua d'armi ch'è dei miei versi e per la quale via regale io lavoro / notte e giorno presso le torri e nel giardino sotto vento e piogge. Sembra ascoltare nel contrasto tra la rusticità del luogo e la regalità o dignità del ruolo, l'eco lontana di un Machiavelli in esilio. Qui c'è già molto di quanto è necessario al bagaglio autocritico: consapevolezza e materia del proprio poetare. Una poesia dunque, anche questa di narrazioni e fatti, ma lontano è il gioco, questa è una "lingua d'armi" e molte sono le ingiustizie contro cui combatte, pochi, anzi pochissimi e eletti gli ospiti e gli amici del cuore, i simili. A parte, con grande risalto sui loro altari, i lari della dedica, gli antenati circonfusi di aureole di rispetto e amore.
Alla rabbia contro quanto è sentito negativo, ripulsivo, s'oppone l'amore per il luogo, i suoi orti. Luogo amato di amore geloso, esposto alle incursioni di ospiti, che s'impongono con versi non graditi e si fanno la spesa all'orto, con scarso rispetto per la fatica che costa crescerlo: fatta di bestemmie e di sudore a pane e a acqua la casa. In quel luogo, MalaPorta o Le Torri che si chiami, l'ospitalità è sacra se si annuncia il generoso ospite regale: da ospitato sa scambiare le parti e / ora dopo ora si adopera a ospitare e / insieme all'ospite re spazza con la ramazza di zeppi, // Lava, ripara e stira, impara, vanga negli orti sarchia e stima / di gioie e di letizia la casa, la fa ricca. Orto tanto amato, da cui tuttavia la madre la caccia: …scacciandola dalla scena dell'orto che io adoro //[…] Va' a scrivere una poesia… Dove c'è un'affettuosa implicita svalutazione della poesia da parte di chi sa curare la terra, non solo perché è la madre, ma perché è più sapiente giardiniera.
"Costituzione", è chiaro, è la legge delle leggi che vale solo per i "pazienti dell'arte", che vivono in libertà monastica, da sé facendo da sé decidendo. Il luogo dove la Costituzione si applica si compone di una casa e di un orto, ma fa parte di un Vico.
Il capitolo che porta questo nome, si apre su una descrizione della popolazione che lo abita dove l'umorismo sottile si mescola al giudizio morale con tono inconsuetamente lieve. Chi scrive fa parte del gruppo "monaci della Torri", ci sono poi gli slavi, le reginette di gran vita, ma soprattutto delle incorruttibili vecchie che con pioggia sole o neve spazzano e ripuliscono gli spazi comuni per gettare segretamente tutto, foglie e feci di cani, in un giardino privato.
Nella casa invece si svolgono i Colloqui con il padre, lui muto perché / lui non può rispondere, perduto il pedale di Broca, // ma ci capiamo con gli occhi il cenno le mani. Il padre pensa che forse tutto sarebbe diverso se lei avesse un figlio. Il tema del figlio e del procreare è uno dei perni tematici di questa poesia. Figli non se ne possono avere e sola / una generazione è troppo poco per me che sono in forma di anni assai. E poi i figli sono per sé, le loro qualità non appartengono al genitore : …Invece qui voglio tanto da me, / me bella me buona, me figlia madre donna amante poeta e dell'orto curatrice ubbidiente di Lei.

Mi accorgo di procedere per commenti puntuali a brevi citazioni: in questo libro densissimo lo stile è essenziale. Grottesco e solenne, procede con grande sicurezza su tematiche a cui chi scrive è appassionatamente legata: il chiodo che si conficca nella coscia lasciando un segno indelebile, quasi un tatuaggio alla moda, quando lei cade in una fossa durante il solitario lavoro nei campi, il sudore e l'emozione di scavare un pozzo per l'acqua: Questa terra sa di me io di lei, modulate cose al carbonio. L'amore per la Natura, vera divinità al di fuori delle religioni, porta con sé l'amore per essenziali concetti scientifici, che rendono la verità della sostanziale unità di tutte le cose. Ma la terra non è solo in senso stretto il fondamento, non costruisce solo le fondamenta della poesia, è anche proprietà, appassionatamente rivendicata con una sottolineatura del possessivo di prima persona, così forte e rabbioso da ricordare un'analoga foga di S. Pietro nel Paradiso dantesco. Spavalda è ancora l'energia con cui proclama suo lo spazio delle Porcilaie, che danno vita al poemetto omonimo, dove si gioca di paranomasia, con uno scambio di consonante tra porci e proci, coloro che siedono e banchettano insieme pronti a tradire, ad appropriarsi indebitamente.

Poiché infine siamo partiti dall'aver sentito un'affinità tra questi due libri, ecco un argomento su cui Paolo Borzi e Daniela Negri hanno forti parole: quello della riproduzione. In Borzi si parte dal presupposto di parlare di un mondo lontano nel tempo ma certo la riproduzione in Zebràs, per legge, deve avvenire senza amore. Daniela Negri in Il punto di utopia chiede a sua volta che la funzione riproduttiva sia considerata arte sacrissima e che professare la genitrice sia uno / di questi piaceri stipendiato / e poi sia legge di stato / la cessione dei nati in soprannumero. Dove è chiaro che la Costituzione, non ambisce a restare solo legge nel Vico, ma avrebbe proposte – utopie – da proporre a tutta questa penisola assediata.
La tendenza profetica, quindi iussiva, quindi legiferante di questa opera si rende definitivamente esplicita nell'ultimo capitolo del libro intitolato appunto Dodecalogo dove in dodici articoli si struttura lo statuto della poesia. Così suona l'articolo III: I poeti lasciano al pubblico i versi, Come l'esseoesse un naufrago in mare. Ma infine si conclude con la legge, la XII, che dichiara il primato della vita: Le più grandi poesie di tutti i Poeti di ogni terra e di ogni tempo non valgono la vita di uno solo.

Credo, con questi excursus necessariamente rapidi sulla materia assai complessa di questi due libri, di aver dato l'idea di quale selva di pensieri, parole, in quale azzardato miscuglio di arcaico e attuale, alto e bassissimo ci troviamo trasportati: si tratta di poesia antilirica e antirealistica, o a volte di un lirismo e di un realismo completamente rivisitati con una fantasia che, letteralmente, non conosce confini, con voce che non conosce divieti. In entrambi gli autori la forma arcaicizzante accusa l'inadeguatezza della lingua attuale a dire quanto è necessario con la dovuta forza. Il metro svolge la narrazione, i fatti, scaglia le accuse, sussurra le poche intense gioie con un'immediatezza che trae vantaggio, più che non impaccio, da un linguaggio sintatticamente strutturato e sonoro, come si crederebbe impossibile ormai esprimersi. Invece questi due autori rappresentano, mi pare, la prova che si può coniugare aulico e popolare, all'interno della lingua italiana, trovando in essa la forza di dire, in poesia, quanto non sarebbe poetico secondo i canoni tradizionali, ma utilizzando proprio la forza della tradizione. Mengaldo, alcuni decenni fa lamentava assente nella nostra letteratura contemporanea, il coraggio di unire i due registri, con la conseguenza di una dispersione nelle prove dei dialetti. Borzi e Negri mostrano quanta forza rimanga da snidare nella nostra lingua, azzerando o quasi nella loro lingua poematica, la lingua dei poeti contemporanei, quindi proponendosi – o inventandosi ?– culturalmente e socialmente come outsider. Chiarisco il significato del termine che, credo, li definisca, perché non sfuggirà al lettore che il libro di Borzi ha una prefazione e una postfazione di noti critici, che a Daniela Negri non manca certo – dagli amici che la vanno a trovare – della critica giusta per lei. Outsider significa qui scelta volontaria e irrinunciabile di luoghi periferici, di temi e toni al di fuori del linguaggio medio – anche della poesia – senza per questo ricadere nella maniera dell'avanguardia, nella parola che vuole essere pronunciata ma non intende dire, portando invece avanti un racconto, descrivendo mondi complessi, veri e fantastici. Essere "fuori" significa cantare – per Paolo Borzi con la voce del Vate del sobborgo antico, per Daniela Negri dal Vico fuori porta, dalla Laga dei querceti – la disperazione per la decadenza del mondo, i progetti di salvezza, la disperata fiducia nella forza della poesia.
Piera Mattei


Apparso sulla rivista di poesia internazionale "pagine"n.61, anno XX

Fabriela Fantato – Codice terrestre – La vita felice 2008

Milo De Angelis nella sua precisa e attenta introduzione definisce questo ultimo complesso libro di Gabriela Fantato come il libro "del destino e della maturità". Si compone infatti di una serie di poemetti che, in stile omogeneo, toccano le originali tematiche, sostanziali a questa poesia.
Proprio per il suo carattere di libro della maturità, tornano qui, non come miti, ma concretamente come radici, molte figure e voci dell'infanzia.
Chi dice che i ricordi dell'infanzia siano luminosi? In queste poesie il sostantivo infanzia è abbinato a due aggettivi deprivativi: infanzia "orfana" (La forma della vita) e infanzia "rubata" (Città in sotterranea). E, ancora, l'infanzia non sarà accolta e amorevolmente compresa ma severamente "giudicata". In questo libro l'età prima sembra una stagione della vita legata all'imposizione di "saltare", sentito non come gioioso rimbalzo di un agile corpo, ma come sfida che non si vuole o non si può accettare, un salto mai imparato. Il rimando è a lezioni di ginnastica quando il corpo s'impuntava, saldamente a terra, se si trattava di superare a comando l'ostacolo, nel salto alla cavallina, mentre il piede invece scivolava via se doveva tenersi in riga, sull'asse d'equilibrio.
Una durezza, una disciplina dalla quale adesso la poesia celebra il riscatto, perché adesso è la poetessa a imporre a se stessa e alla sua scrittura le regole di un codice, che ritorna, con i suoi modi, a quelle origini, senza tradirle, legato alla terra, codice terrestre, come si definisce.

Fin dal primo poemetto Una geometria, forse compare una natura in fiore con piante selvatiche o spontanee: viole, papaveri, edera, corbezzoli. Ma non emerge un mondo multicolore per la prevalenza ossessiva del bianco e del rosso, con graffiature di un terzo colore-non colore, il nero. Ho scritto di questo libro, altrove, come di una bicromia in bianco e rosso, una sanguigna dove il bianco è la figura in luce, il rosso segna le zone d'ombra. Mille sfumature di significato assume in questo libro quel bianco che tutto lo attraversa.
Un'incisione, dunque, a puntasecca. Tagliare, incidere, scavare col bulino, col coltello. Quest'ultimo lo troviamo anche in cucina, sulla tavola apparecchiata, suo luogo naturale, ma tradisce la sua natura di arma, che può produrre la ferita, far scorrere il rosso sangue. Tradisce la sua natura di simbolo e metafora di rapporti umani taglienti. Ma coltello è anche, come abbiamo sopra notato, strumento che ritaglia, definisce, incide, segna la nettezza dei contorni. Questo album in bicromia rimane sombre perché la vita che descrive è segnata dalla forte consapevolezza del processo lineare del vivere. Di questa ineluttabile direzionalità sono l'immagine – in più luoghi – le formiche come linea che si getta in un nero buco del terreno (pag. 58)

Sappiamo che la poesia di Gabriela si è sposata più volte alla musica, non conosciamo che tipo di musica, immaginiamo percussioni e fiati, suoni delle gamme estreme della scala, per un verso che è tutt'altro che cantabile. Sono rime scabre, e non uso l'aggettivo a caso. Verbi e aggettivi (come"sghembo") sono scelti con preferenza sui loro sinonimi per una certa predilezione per l'esse impura iniziale: scordare a preferenza di dimenticare, scorrere, (dove quell'esse impura in inizio della parola ha sicuramente un valore onomatopeico), scivolare (scivoliamo nel passo sulla trave, / come alle elementari), slabbrare (anche la città si slabbra), stagliarsi, spezzare, spaccare, dove sulla doppia consonante iniziale la voce fa forza a rendere lo sforzo dell'azione che designa.
Sono rime petrose, dove l'emozione è sempre trattenuta e sempre poggia sulla corporeità, di preferenza facendo riferimento a parti del corpo dove, sotto la pelle, l'osso sia visibile, parti del corpo aguzze, come, zigomo, gomito, spalle. Queste ultime in particolare sono sentite come la parte del corpo dalla quale si è indifesi, dove si può essere attaccati.

E' come se, dato un caos emozionale, la necessità di fare ordine, diventi obbligo di creare geometrie – sebbene si tratti di geometria del dolore (pag. 50) – geografie, carte dai confini determinati, consultabili.
Nel poemetto sul tema dell'eros Un bacio dopo l'ultimo trovo molto indicativo che l'esergo sia ripreso da Guillelma di Rosers, una trobairitz del XII secolo che firma, nella parte femminile, un partimen, una tenzone sul tema dell'etica amorosa, con Lanfranco Cigala, dove la donna esprime un ideale intransigente della fedeltà e della dedizione del cavaliere. Quello di Guillelma è tuttavia un "trobar leu", una lingua che scorre facile e diretta a ciò che, imperiosamente, vuole affermare, mentre direi che lo stile di Gabriela sia più prossimo a un "trobar clus", d'interpretazione difficile e con riferimenti che solo il destinatario afferra completamente. L'eros (pag. 34) non è pacificatorio, l'immagine è una sorta di continuo incontro-scontro.
Mentre la memoria è sempre presente, per rapide accensioni e rimandi, raramente Gabriela si abbandona all'onda del ricordo. Per disporre sulla pagina frammenti narrativi la memoria preferisce compiere un salto di generazione, alla giovinezza non sua ma di sua madre, alla giovinezza di uno zio mai conosciuto ma di cui la madre le consegna la responsabilità della somiglianza, un'eredità della specie: Tu gli somigli è il conferimento di un privilegio e un'imposizione (Per un Addio).
Segnale dei luoghi della madre è, a pag. 12 e a pag. 60, la pianta del gelso, sono le rane del galleratese.
Luogo del padre è in vece il delta del Po, a cui Gabriela ha dedicato altre poesie, il fiume, simbolo forte di ciò che corre a gettarsi lì dove si annulla, come ogni forma di vita.
L'acqua e la città: Milano e i suoi navigli, l'acqua là sotto sembra volere esplodere (pag. 67). Milano può essere pertanto simile alla donna che (pag. 35) contiene fiumi in piena. E' la città teatro del vivere quotidiano, microcosmo dal quale si può ascoltare il racconto della vicenda universale.

La poesia che chiude il libro (A pochi) compendia i diversi temi a cui ho fatto qui, brevemente, riferimento. Tornano il bianco ostinato, la strada rossa. In particolare il tema del taglio, dell'incisione a puntasecca. Solo nel taglio esatto /a volte riposo, sono le parole conclusive del libro, una sorta di sintesi della poetica di Gabriela Fantato, ma anche asserzione di forte valenza esistenziale.

Piera Mattei


Apparso sulla rivista di poesia internazionale "pagine" n.61 anno XX