venerdì 10 dicembre 2010

Due poesie di Santiago Montobbio


Santiago Montobbio (Barcellona 1966) ha scritto vari libri di poesie. Dopo venti anni di silenzio, l'anno scorso ha ripreso a scriverne dietro una prorompente ispirazione. Chi scrive ha avuto modo di incontrare rivi di questa corrente e qui sceglie di presentare due poesie delle più recenti, inedite in traduzione italiana.
Accanto alla passione per la parola pronunciata e ripetuta, come per assaporarla, come per comprenderla quasi l'incontrasse per la prima volta, e infine drammaticamente affrontarla già propria della prima produzione di Santiago Montobbio, possiamo individuare caratteri nuovi di questa vena poetica:
la riflessione sulla poesia nel suo farsi,
il timbro triste senza compiacimento né grido, ma come necessità della voce,
la velata ironia con esiti prossimi all'aforisma.(p.m.)



LOS POEMAS ESTÁN TRISTES
bajo el adiós
que siempre dicen. Los poemas
no pueden ser de otro modo
y cifran el recodo último
en que el vivir a sí se enfrenta.
Los poemas no se gustan, no complacen.
Pero me encuentran, me buscan y me dicen.
Los poemas no son disciplinados niños
que sigan preceptivas o recetas. Los poemas,
si son buenos, se sorprenden a sí mismos.
Los poemas están tristes y muchas veces no se gustan
pero en su destino está el ser únicos, definitivos.
En los poemas me congrego y cifro
desde el último fondo de mí mismo.
En ellos vivir es siempre abismo.


LE POESIE SONO TRISTI
per gli addii
che sempre pronunciano. Le poesie
non possono essere che così:
danno la misura della curva finale
dove il vivere con se stesso si scontra.
Le poesie non si piacciono e non sono compiacenti.
Però m'incontrano, mi prendono e mi parlano.
Non sono ragazzini disciplinati
che seguono precetti e formule. Le poesie,
se sono buone, sorprendono se stesse.
Le poesie sono tristi e spesso non si piacciono
però è nel loro destino di essere uniche, definitive.
Dentro di loro mi raccolgo e compendio
dal più profondo di me stesso.
Vivere in loro è sempre abisso.




LA LIGERA MAÑANA TAMBIÉN EMPIEZA,
también alienta, está bajo las cosas. Aunque escondida,
aunque pequeña. Debajo de las cosas hay una mañana
y tú tienes que encontrarla. Pero no es fácil.
No siempre se encuentra. A veces una vida no basta
para encontrar en ella una mañana.


IL LIEVE DOMANI COMINCIA TUTTAVIA,
respira, è dentro le cose. Per quanto nascosto,
per quanto piccolino. Dentro le cose c'è un domani
e tu devi incontrarlo. Però non è facile.
Non sempre lo incontri. A volte una vita non basta
per incontrarvi un domani.

traduzione di Piera Mattei
Foto Anna Xalabarder

martedì 30 novembre 2010

Bon Anniversaire à Bernard Noël,



né novembre 1930, poète, essayiste, critique d'art et romancier français.

Ici il est à Rome en 2005, à la librairie Odradek, pour la présentation de la traduction italienne ( pour la cure de Lucetta Frisa et Marco Dotti, edizioni dell'Arca, Joker) de son livre "Artaud et Paule".
Dans la photo: Bernard Noël avec Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Piera Mattei.

venerdì 26 novembre 2010

"Un'Immaginazione Cosmica": Mohamed Ghozzi


è poeta, professore universitario di letteratura araba, critico letterario, scrittore per l'infanzia, nato a Kairuan, città santa della Tunisia, dove risiede. Le sue poesie e i suoi racconti per l'infanzia sono noti in tutto il mondo arabo.
Abdul Kader El-Janabi e Bernard Noel, nella loro antologia della poesia araba così scrivono di lui:" la sua padronanza del ritmo e dell'immagine, il suo modo di evocare l'infanzia con poche parole e il suo desiderio appassionato di tessere con fili dorati tutte le luci della mistica…gratificano ogni poesia di un'illuminazione cosmica capace di rapire l'anima del lettore."

Le poesie qui presentate sono dalla versione francese, approvata dall'autore, di Aymen Hacen, poeta, traduttore e insegnante di letteratura francese.



da Livre des saisons

L'éclair
Quand l'éclair se précipite mettant le feu aux
cendres de l'obscurité
L'enfant lève vers lui sa paume
Serre une braise dans sa main
Puis se replie dans le froid de son lit et s'endort.

Il fulmine
Quando il fulmine si precipita dando fuoco
alle ceneri dell'oscurità
il bambino alza verso di lui il palmo della mano
serra nel pugno un frammento di brace
poi si ravvolge nel freddo del suo letto
e s'addormenta.
*


Je dis
Je dis quand autour de moi les gens deviennent
nombreux
Me suffit le peu qui reste de cette carafe
S'il n'y a plus à boire
Et que mon tour soit passé
Moi, je me contente de sentir les doigts de
l'échanson.

Dico
Dico che quando intorno a me la gente
si fa folla
mi basta il poco che resta in questa caraffa
se non c'è più da bere
e il mio turno è passato
io mi contento di odorare le dita del coppiere.
*

L'aigle
Regardez comment cet aigle
Soulève la terre à l'insu de sa race
Et la suspend comme une pomme
Dans les royaumes de ces nuées.

L'aquila
Guardate come quell'aquila
solleva la terra all'insaputa della sua stirpe
e come un pomo la sospende
nei regno di quei nembi.
*

Le trépas
Si avant le chant du coq survient mon trépas
Et ouvre la porte de ma demeure
Je l'invoquerai: "Patience, Seigneur,

Il est sur terre des vins dont je n'ai pas goûté
Les plus délectables
Maints péchés dont je n'ai pas commis
les plus beaux,
Alors partez aujourd'hui, revenez demain."

La morte
Se prima del canto del gallo, spalancando la porta
della mia dimora, la morte facesse irruzione
lo invocherei: "Aspetti, Signore,

ci sono sulla terra vini deliziosi
che mai ho assaggiato
infiniti stupendi peccati
che mai ho commesso,
perciò oggi andate via, ritornate domani."
*


da Livre de l'étonnement

Jadis
Jadis venait la mer à notre chambre
Venaient de derrière la mer un royaume
Et une troupe de négresses,
Venaient autour de nous les herbes dépourvues de nom
Venait la mer vêtue de ses grands secrets
Heureux je descendais du lit de mon enfance
dans l'eau
Je ballottais la mer habité
Par le feu de l'étonnement premier.

Un tempo
Un tempo il mare arrivava alla nostra camera
dietro il mare venivano un corteo reale
e una turba di donne negre,
venivano intorno a noi erbe che non hanno nome
veniva il mare vestito dei suoi grandi segreti
felice scendevo dal letto della mia infanzia nell'acqua,
agitavo il mare abitato
dal fuoco del primo stupore.
*


À l'âge de sept ans
Quand nous étions ensemble à l'age de sept ans
J'avais serré dans ma main l'étoile
Puis j'étais rentré
Heureux à la maison

Quand nous étions ensemble à l'age de sept ans
J'avais ouvert dans notre solitude la main
Voici que ma main était vide
Et l'étoile que j'avais cachée: lumineuse goutte d'eau.

Quand nous étions ensemble à l'age de sept ans

All'età di sette anni
Eravamo insieme all'età di sette anni
e avevo stretto nella mano la stella
poi ero tornato
felice a casa.

Eravamo insieme all'età di sette anni
e rimasti nella nostra solitudine avevo aperto la mano
ed ecco la mano era vuota
e la stella che vi avevo nascosto: goccia luminosa d'acqua

Eravamo insieme all'età di sette anni
*

La voix
De qui est-ce la voix dans l'obscurité de notre jardin?
Nous ne nous sommes pas familiarisés avec
la voix, nous n'avons pas trouvé de chemin
menant à elle,
De biais nous avons regardé le seuil:
Rien que les chéneaux qui s'égouttent
Rien que les fils de la nuit qui se tissent.
Est-ce une femme de nuit,
Apportant la conque du fleuve sur la soie
de ses mains
Et les algues des ruisseaux
Dans ses cheveux entremêlés?
Ou bien est-ce mon père revenu
trois ans après
Sans rien dans le froid des paumes, sans rien
au fond des yeux,
Sans rien dans l'habit,
Sauf la fatigue de ce chemin et l'obscurité
de ces royaumes?
Nous n'avons pas ouvert la porte au visiteur
suspect
C'est que ma mère nous a réunis dans sa
chambre à coucher
Et nous a habillés avec des lambeaux de
son tablier
Sous le poids de ses habits nous avions peur
Nous suivions les pas du visiteur s'éloigner
derrière les chemins.

La voce
Di chi è la voce nell'oscurità del nostro giardino?
la voce non ci è familiare,
non abbiamo trovato un cammino che a lei ci porti,
abbiamo di sbieco guardato la soglia:
solo le grondaie che sgocciolano
solo i fili della notte che si tessono.
E' forse una donna della notte
che porta la conca del fiume sulla seta delle sue mani
e le alghe dei ruscelli
nei suoi capelli intrecciati?
Oppure è mio padre tornato tre anni dopo
nulla nel freddo dei suoi palmi, nulla nel fondo degli occhi
niente nel vestito
se non la fatica del cammino e l'oscurità di quei regni?
Non abbiamo aperto la porta al visitatore sospetto,
mia madre ci ha riuniti nella sua stanza da letto
e ci ha vestiti con brandelli del suo grembiale
sotto il peso dei suoi vestiti avevamo paura
seguivamo i passi del visitatore allontanarsi oltre i sentieri.
*

da Livre des sources

La ville
Quelle surprise attends-tu?
Les amoureux y sont allés avant toi
Et avant toi des tribus ont juré d'y parvenir
Regard maintenant:
Ces vaisseaux en reviennent sans échos
En reviennent sans nouvelles les voitures à chevaux

En vain y va-tu donc
Les sources sont chimères
Et ce pays que tu désires ne se révèlera pas,
Reviens avant l'avènement de la nuit:
Jamais la soif de l'âme n'est abreuvée par l'eau
Ni le cœur altéré éteint par le sources
jaillissantes
Tous ces qui sont partis sont aujourd'hui
revenus sans échos
Sans nouvelles revenus tous ceux qui y sont
allés les premiers.

La città
Che sorpresa ti aspetti?
Prima di te ci sono andati gli innamorati
e le tribù hanno giurato di arrivare lì prima di te,
ora guarda:
quei vascelli ne tornano senza echi
senza notizie ne ritornano le carrozze a cavalli

Invano dunque ci vai
le sorgenti sono chimere
e il paese che tu desideri non si rivelerà,
torna prima che si faccia notte.
Mai l'arsura dell'anima si è abbeverata all'acqua
né la sete di un cuore s'estingue a fonti
zampillanti,
tutti quelli che sono partiti sono oggi
tornati senza echi
senza notizia sono tornati quelli che
per primi partirono
*

Le revenant
Peut-être l'age l'a-t-il épuisé. Peut-être la
nostalgie l'a-t-elle accablé
Trébuchant il est retourné à sa première
taverne
S'abreuver avant le départ des buveurs

C'est qu'il a perdu ce qu'a amassé.

Perdu l'appétit de l'âme
Mais qu'espèrent de lui les convives
maintenant que l'age l'a amoindri
Et que le poids de la quarantaine a écrasé son corps frêle?
Le voici cette nuit qui vient les paumes froides,
les yeux stupéfaits,

Il vient tremblant, pas de chanvre dans les
mains, pas d'épices
Ce qu'il a amassé est perdu, et perdue la
jouvence du coeur.
Quelle demeure est cette demeure?
Pour quelle raison ses habitants se sont-ils
dispersés?
A' sa première banquette il est retourné
trébuchant
Ni les femmes de la taverne ne sont allées à sa rencontre
Ni les foules des veilleurs ne se sont précipitées
pour le voir
C'est que ses compagnons se sont méfiés
Et ses proches l'ont évité
Mais qu'espèrent de lui les convives
Si ce n'est qu'il s'en aille loin
Et qu'il meure désormais seul comme meurent
les bêtes de somme…

Il fantasma
Forse l'età lo ha estenuato, forse
la nostalgia l'ha oppresso
vacillando è tornato alla sua prima taverna
a dissetarsi prima che i bevitori se ne vadano
Il fatto è che ha perso tutto quello che aveva accumulato,
perso l'appetito dell'anima
Ma cosa sperano da lui i convitati
ora che l'età l'ha smagrito
e che il peso della quarantena ha schiacciato
il suo fragile corpo?
Eccolo che arriva, questa notte, le palme fredde
gli occhi stupefatti,
viene tremando, non ha nelle mani
né canapa né spezie
quello che aveva guadagnato l'ha perso, ha perso
la giovinezza del cuore.

Che dimora è questa dimora?
Perché i suoi abitanti si sono dispersi?
Alla sua panca di prima è tornato
vacillando
le donne della taverna non gli sono andate
incontro
né la folla dei nottambuli si è precipitata
per vederlo
il fatto è che i suoi antichi compagni diffidano
e i suoi vicini lo evitano
ma cosa sperano da lui i convitati
se non che se ne vada lontano
e che muoia solo orami
come muoiono le bestie da soma…
*

da Livre des miroirs

Avant la chute de l'étoile
Avant la chute de l'étoile, mon maître
est parti et m'a abandonné
Il a jeté au fleuve ses bagues
Et s'est enfoncé dans la pénombre des villes
Comment lui ai-je donc libéré mon âme de sa prison
Et ôté en sa présence mon corps?
Boeufs des forets et males des cerfs
Dans l'ombre s'est perdu mon maître et m'à perdu
Tracez pour moi cette nuit une tombe
Voici mes larmes mes ablutions
Et mon habit mon linceul.

Prima che cadesse la stella
Prima che cadesse la stella, il mio Signore
se n'è andato e mi ha abbandonato,
ha gettato nel fiume i suoi anelli
s'è addentrato nella penombra delle città.
Perché ho liberato per lui la mia anima dalla prigione
e schiuso in sua presenza il mio corpo?
Bufali e cervi della foresta
nell'ombra s'è perduto il mio Signore
e m'ha perduto.
Scavate per me stanotte una tomba
ecco le mie lacrime, le mie abluzioni
il mio vestito il mio sudario.

Cura e traduzione di Piera Mattei
Nella foto il poeta a Kairuan presso i "bacini degli Aghlabiti"(IX sec.d.C).

giovedì 18 novembre 2010

Mahdia,Tunisia – La casa del poeta Mocef Ghachem

sulla penisola di Capo d'Africa

accanto all'antico cimitero marino

la casa del poeta



nella piazza:preparano la sposa per la depilazione rituale

brilla la cupola argentea della grande Moschea

Moncef Ghachem, poeta tunisino d'espressione francese, è nato a Mahdia nel 1946 in una famiglia di pescatori. Nella sua lirica (Cent mil oiseaux; Car vivre est un pays; Cap Africa) e nei suoi racconti (Rais Hugo; L'éparvier) il sentimento d'appartenenza si meticcia con lo sguardo critico da un'altra cultura, creando il mito poetico di quel luogo e di quella gente.
Così scrive il poeta nel suo "Curriculum vitae" (in Dalle sponde del mare bianco, Mesogea 2003)
:
A est come a sud e a nord Mahdia è sul mare. Beve il cielo e si lascia lappare dai venti. A ovest si perde negli oliveti. E Mahdia è uno scoglio piuttosto stretto, ma che viaggia sulle onde. Sono andato per mare molto presto con mio padre, i miei zii e i miei cugini […]. E' nel cuore della mia famiglia di pescatori che ho incontrato la poesia. E siccome andavo per mare di giorno e di notte, è lui ad avermi prodigato un po' della sua memoria, del suo mistero, una briciola del suo canto.(p.m.)

venerdì 12 novembre 2010

Sergio Givone – Marco Ercolani: due libri sul tema dell'illuminazione conoscitiva

Sergio Givone – Vivavoce, Filosofia e narrazione - Riflessione critica di Umberto Curi – Itinera Biblioteca Anterem XIX Edizioni Anterem 2010

La Collana Itinera, di scelte Edizioni Anterem, alla sua diciannovesima uscita, ha già pubblicato testi di Gramigna, Sanguineti, Ermini, Ortesta, Cortellessa, Ferri, Niccolai, Prete, per non citarne che alcuni. Questa pubblicazione costituisce il riconoscimento del Premio speciale della Giuria a Sergio Givone nell'ambito del Premio Lorenzo Montano, "perché con la sua opera dimostra di rivolgersi alla narrazione per dare vita a un racconto ulteriore". Il libro riunisce la trascrizione di una serie d'interventi su temi vari fatti di fronte a un pubblico non specialistico, che conservano sulla pagina la vivacità e l'immediatezza dell'esposizione orale. Alcuni dei titoli, tutti accattivanti: Coscienza e malattia; Chi ha ucciso l'arte?; Libertà; Destino e tragedia; La dignità della persona.
Uno stile gradevole, lontano dall'accademia, che utilizzando gli strumenti tradizionali della filosofia sconfina verso le regioni dell'arte, confermando la stretta connessione, che talvolta diventa simbiosi, tra letteratura pensante e pensiero filosofico.

Marco Ercolani – L'opera non perfetta, Note tra arte e follia 1999-2009 – NICOMP Saggi 2010

I rapporti tra arte e follia: tema centrale nella produzione di Marco Ercolani, psichiatra e scrittore estremamente produttivo e versatile. La ricerca quasi ossessiva intorno a un solo tema non contraddice in lui al progetto di ricorrere a variazioni sempre diverse che fa di lui un perfetto poligrafo, uno scrittore polimorfo, con l'attinenza assoluta a una sola tematica.
Qui nella forma del saggio, l'enunciazione fondamentale che l'energia creativa (artistica ma anche scientifica), nel momento che si rivela implica un "trapassare oltre", dove la sofferenza estrema si risolve in estasi e attività creatrice, sul crinale di un baratro oltre il quale c'è silenzio e delirio. Il libro quindi è denso di rimandi e citazioni, secondo quella rete stilistica che altrove (cfr."L'immaginazione critica" Zone 2009 pp 30-35) ho definito della citazione come elemento costitutivo del discorso critico. Ercolani si mostra lettore inesauribile alla creativa ricerca di conferme, nelle parole degli autori più amati, senza mai dare l'impressione di trovarsi finalmente appagato. La copertina del libro, con scelta molto attinente, riporta un particolare di un Carcere d'invenzione del Piranesi dove il segno si sovrappone al segno, mostrando una prospettiva insieme conchiusa e infinita – caratteri propri anche a questa ricerca.

martedì 9 novembre 2010

Sette poesie inedite di Maria Gabriella Canfarelli

Maria Gabriella Canfarelli che è nata e vive a Catania, ha pubblicato diverse raccolte di poesie e collabora assiduamente come critico a importanti riviste di poesia, tra le quali "pagine".

Queste sette poesie inedite tornano sul tema della fisicità e del dolore, modulato dalla consapevolezza che nel parlare del male e del dolore occorre tenere ben affilato lo strumento dell'ironia e dell'autoironia.
Il mare non suscita una contemplazione estetica ma una diagnosi o meglio una percezione, di quanto lutto e distruzione muova nella sua livida massa.
Come poeta e come donna lei s'avvia di buon mattino verso il luogo di lavoro, verso il dovere amaro, mentre il corpo avverte insufficiente il riposo notturno, anzi trattiene nel suo tessuto l'incubo della notte.
Le ossa i vasi sanguigni: questa poesia, nella sua forma breve, nel suo lessico sonoro, è in continua auscultazione della vita che l'attraversa, delle pause, dei trasalimenti, dei mutamenti. E cerca una pace distante, prova ancora una volta a darsi i consigli per vivere bene.
(piera mattei)



sbarchi

carta strappata,
mare grosso e maggio
piumato alla cima dell’onda
che spiaggia, si sfascia,
ritira le dita
e a terra lascia poco
fiato a rendere:
corde sfibrate, bottiglie
senza tappo né mappa
d’isola del tesoro,
panni di schiuma e sale
tanta livida acqua
che insieme tutti
liberati sbarca
da un’altra
a questa inumidita sponda.


all’osso che conserva

vado per questo
tempo e per
quest’ora
stranita penso
al primo itinerario
del mattino
al riposo turbato
da un punto all’altro
del corpo
dove l’umido è entrato
passando dalla carne
indolenzita all’osso
che conserva del dolore
un ricordo perfetto,
dove la mano corre.


corpo domestico

nella casa
dimorano gli umori,
solstizio
guasto e pulviscolo.
La memoria ossidata,
il silenzio cresciuto
negli occhi. Vene
stracolme sbattono,
scricchiola l’ossatura.
Ci sarebbe da
prendere a cuore,
lucidare un
antico amuleto
da mettere al muro
o alla porta, se
veglia o dorme
in un dolore tattile
l’immagine del cielo
rosicchiato,
rosso cupo di ruggine.


scena e sipario

potesse
alleggerirsi del peso
non resterebbe
a stringersi le braccia
e l’istante che spiccica
parole in fronte
scritte cancellate
se incontra una riga
di freddo per finire
l’estate
e pienaluna
che ha fretta di
cambiare (e può
sparire)
dopo l’occhiata
dei visitatori.



veduta interna

la prossima
distanza è questa notte
di polpa sgranata
e indoviniamo intrighi
e male in pancia
senza un esame autoptico
che dimostri l’insidia
ingoiata, pronta
a scattare di lama
il giorno che saremo distratti
come le volte accade,
d’un tratto, di vedere dai rami
del corpo fiorire altre ferite,
altro sangue a perdere.


consigli per vivere bene

suggerisci
una sana equidistanza
tra residui compensi,
risultati asfittici
fin troppo stretti, anche
per la mia taglia calibrata.
Definisci la somma
vitale d’esperienza
in prima persona,
testimonia sanezza di mente
portando pronto all’uso
il timbro ironico,
come un coltello in tasca
che faccia più sanguigna la battuta.


imperfetto

per anni
il sonno le fioriva
l’occhio, a tutto chiaro
aperto sulla fronte
a vedersi la faccia
sognata. Adesso scende
senza un punto fisso
su cui restare in piedi
portando a mente nomi
addormentati, cose che
a ripensarci fanno male:
il bene diluito ogni mattina
sotto il coro stonato dell’acqua
come una voce andata fuori tempo,
come un canto imperfetto
in una chiesa.

domenica 31 ottobre 2010

Silvano Anania – Orologio a vento per preghiera – Albatros 2010

L'enigma delle origini, del tempo. Da chi discendiamo e cosa, infine, diventeremo. L'inconscio ripercorre incessantemente il passato anche remotissimo: il libro si apre sul sogno del protagonista, che si comporta, nel sogno, come un primate, in un ambiente dove la percezione del pericolo, dell' abbondanza, della bellezza, si alternano a ritmo mozzafiato. Il presente invece, al risveglio, mostra il suo volto opulento (Il frigorifero era pieno di roba che correva il rischio di andare a male) tecnologico (pubblicità alla radio-televisiva, cellulari che squillano), noioso e privo d'imprevisti (Erano mesi che non accadeva assolutamente niente). Noia che addormenta e tormenta nell'attesa di "qualcosa", un fatto, una sorpresa, che non arriva o, se si presenta, è già irriconoscibile, scialbo e sfumato. Massimo, il protagonista, agli inizi del libro, appare come un uomo sull'orlo della depressione. Si distrae con le trasgressioni erotiche e amorose dei suoi amici, la cosiddetta combriccola. Sono uomini rimasti fissi ai rituali del branco adolescenziale (urinare contro la quercia che segna il limite del bosco, parlare tra loro di donne), a cui hanno aggiunto il rituale delle grasse mangiate. Le descrizioni dei manicaretti sono eccellenti occasioni di una scrittura compiaciuta, di una divertita esibizione di grande competenza culinaria, tuttavia da sconsigliare a risentite sensibilità vegetariane.
Una serie di episodi raccontati con abilità e divertimento, che ricordano blandamente le "zingarate" dello storico film "Amici miei", dove le donne sono ritratte sempre come creature libere, spesso infedeli, estremamente scanzonate, con una punta di crudeltà e cinismo. Massimo tuttavia, se da un lato si distrae e si diverte con gli amici, dall'altra è preso da un amore esclusivo, "eterno" per Teresa. All'inizio della storia, Teresa è una donna che ormai evita gli incontri erotici con Massimo, anche se non rifiuta viaggi con altri corteggiatori. Lui, nonostante tutto, continua ad amarla e a desiderarla. C'è poi un'altra persona a cui lui è legato profondamente: è un artista di origine contadina, Liborio, uno scultore che affida al bosco le sue creazioni. Agli inizi del racconto Liborio è misteriosamente scomparso.
Il protagonista ritorna, in una serie di flashback, ai tempi in cui ha conosciuto l'amico, agli inizi della storia con Teresa. In questi ricordi la Natura non fa da sfondo, piuttosto campeggia come altra grandiosa protagonista. La natura è il mare da cui avrebbe origine la vita, cioè la donna – come sembra ribadire il mito di Venere – ma è soprattutto il bosco con i suoi misteriosi ripari, con i colori e i profumi, con la sorpresa della sempre svariante bellezza. Nella concezione di Liborio, rivista e confermata da Massimo, la donna è lei stessa la Natura, la donna è divina. L'uomo non è, alle origini, che un essere creato dalla donna, per sottrarsi alla noia. Creato però non a sua immagine e somiglianza, bensì a somiglianza dei rozzi primati che lei, liscia e delicata, doveva vedersi attorno. L'uomo non può che desiderare di tornare a lei, dentro di lei, che in tutto gli è superiore, e i migliori tra gli uomini non possono pensare se non a dare alla donna ciò per cui lei li ha creati: il piacere e una rassicurante protezione. Questa concezione così elevata dell'altro sesso è purtroppo complementare ai misogini vizi della combriccola, all'uso, seguito da Liborio, di allontanare le donne, al termine del pranzo di Ognissanti, per restare tra uomini, in ragionamenti e meditazione.
Gli inizi della storia con Teresa sono rivissuti con sensibilità favolistica. Nel bosco, il protagonista che si è perso, incontra una ragazzina, che, proprio come in una fiaba, vive non lontana da lì, con la nonna. Anche se lei si dice "quasi quindicenne", ha parole e comportamenti infantili, sebbene molto intraprendenti, da rustica Lolita. Massimo sta con palpitante perplessità al gioco, per la coscienza dell'equivocità dell'esperienza vissuta. Si incontrano nuovamente e lei è già sposata, ma questo dettaglio non è d'ostacolo all'inizio del loro "assoluto" amore.
L'ultima parte della storia è la più complessa. Nel testamento, che è stato ritrovato nonostante non sia ritrovato il corpo, Liborio ha lasciato a Massimo in eredità il suo computer. Massimo riesce ad aprirlo e vi trova un messaggio che si riferisce al luogo dove sarebbe possibile costruire l'orologio a vento, di cui insieme avevano fantasticato. L'orologio è lo strumento per la misura del tempo, quel tempo opprimente, che fa spesso rimuginare Massimo sui suoi sessantacinque anni, ogni volta che il corpo si mostra inadeguato o tardo ai sempre giovanili desideri, alla voglia di salire, di appartarsi, di cercare i decisivi incontri portandosi in alto, o lontano dagli altri.
Infatti si metterà in viaggio, meta la Terra del Fuoco. La terra agli antipodi, come la montagna del Purgatorio. Senza che ce ne fossero vere premonizioni ci troviamo in un mondo carico di simboli, in cui mi è parso di leggere i riferimenti al viaggio di purificazione dantesco. Gli elefanti marini che, Massimo scaccia con lancio di sassi, potrebbero personificare, pensa il protagonista, i vizi dell'avarizia e dell'invidia, da cui sempre ha voluto tenersi lontano. Ci sono donne gentili, che lo incoraggiano al viaggio, mediatrici necessarie, come nella Commedia Lucia e Matelda. Infine, sulla vetta di questo monte dalle sette balze, che lo porta fuori dal bosco nel quale non deve ricadere, c'è l'incontro con Teresa. Un incontro essenziale: sedersi accanto e restare, mentre l'amore si esprime con parole e gesti semplici, con tenerezza, in modo definitivo. E scopriamo infine anche il giallo della scomparsa di Liborio: non è morto, viaggia verso nuove avventure, forse non è se non un alterego del protagonista.

Al di là dell' intreccio, questo romanzo è, essenzialmente, un'interrogazione sulle origini e il tempo. Sono trascorsi lunghi anni di una vita alla quale non è mancato quasi nulla di quanto si pensa la renda completa: gli amici, le donne, una rispettabile posizione sociale, un amore "eterno". Nulla è mancato, ovvero Massimo ha fatto di tutto perché quella sola, unica vita, risultasse, a sé e agli amici, invidiabile, perfetta? Ora, al punto in cui si colloca la storia, non è rimasto che ripercorrere il passato, cercando finalmente di comprenderlo, di fissare il tempo e i valori. Allora, insieme all'Amore, la scrittura si presenta come la sola efficace "trasgressione", consolazione e sollievo alla noia, non per nulla in epoche precedenti, durante il legame coniugale, sembrava unico vero motivo di gelosia per una moglie delusa e lontana. Di più, come nel Dolce Stile, Amore e scrittura si confondono, se la donna oggetto dell'Amore è anche protagonista privilegiata della maggior parte delle storie che Massimo ha scritto, e ragione stessa dello scrivere.
Perfetto nei quadri d'ambiente contadino e nelle situazioni conviviali, abile a intrecciare episodi anche molto lontani nel tempo, nel descrivere le contraddizioni nella sostanziale coerenza del suo protagonista, svariando nelle note dell'elegia e della favola, dell'ironia e della satira, della memoria e del mito, della riflessione e dell'onirico, Silvano Anania ci pone, in definitiva, di fronte a un romanzo di ascesa e purificazione. Partiti dalle bolge di una provincia annoiata, ce ne trasporta agli antipodi, in un clima simbolico e rarefatto. Si completa così un viaggio verso la conoscenza, verso il riconoscimento dell'appartenenza al Tutto, verso la vicinanza eterna all'Amore, che è non è stato concesso una volta per tutte, ma, dal primo incontro e poi contro le avversità, fortemente voluto e trattenuto.
Piera Mattei