lunedì 9 dicembre 2013

798: il linguaggio dell’arte in Cina - di Augusto Marcelli





Torno dalla Cina dove si affronta quotidianamente un allarme ambientale di proporzioni gigantesche, come d’altra parte è quasi tutto in questo paese. In questo momento l’est della Cina è sotto un cielo “grigio” e la gente comincia a guardare al futuro prossimo con grande preoccupazione.

Tuttavia, nonostante il clima e un livello di polveri sottili ben superiore alla soglia di allarme, Pechino è certamente una delle città con maggiori attrattive e posti da visitare. La Città proibita, il Palazzo d’estate, la Grande muraglia, sono solo le maggiori attrazioni turistiche, ma esistono molte altre opportunità spesso molto più stimolanti, tra le quali in particolare lo spazio artistico del 798. Il nome o meglio il numero di questo “distretto artistico” che copre un’area di quasi un km quadrato è l’identificativo originale di una fabbrica di armi costruita negli anni ‘50 nel distretto di Dashanzi.


Questa gigantesca area espositiva, ormai in pieno centro urbano, non è solo una collezione straordinaria di gallerie d’arte moderna, in parte all’aperto, ma un vero e proprio incubatore d’idee e di espressione del pensiero, della cultura e dell’arte contemporanea cinese. (http://www.798district.com/)


La storia del 798 inizia una decina di anni fa, quando nel 2002 artisti e organizzazioni culturali cominciarono a utilizzare, affittare e ricostruire gli enormi spazi di questa immensa area industriale trasformandoli in gallerie per esibizioni temporanee, studio’s, negozi di moda, ristoranti e bar, luoghi d’incontro di giovani e di artisti cinesi. Il suo stile molto simile a un’architettura Bauhaus rende il 798 assolutamente originale e per certi aspetti stridente, nell’attuale contesto urbano di Pechino. Luogo unico per guardare, pensare e riflettere, confrontarsi, questo spazio è aperto a tutti e decine di artisti provenienti dall’Europa e da tutto il mondo espongono qui creando opportunità culturali, e non solo.


Gli artisti cinesi in questo momento, anche se con risultati non sempre convincenti, tendono ad azzardare nelle dimensioni e nelle tecniche, sentendo l’arte come provocazione, come possibilità di esprimere idee e opinioni senza alcuna “censura”. Nei vastissimi spazi, in grado di ospitare progetti ambiziosi e/o provocatori, si può trovare di tutto: quadri, foto, installazioni monumentali, video, etc.


Il 798 Art Zone si può considerare quindi un hotspot della città. Dal 2008 in questi immensi spazi, ideali non solo per gallerie d'arte, ma anche per altri progetti “artistici” a dimensione di questo immenso paese, centinaia di organizzazioni culturali e artistiche provenienti da tutto il mondo hanno stabilito una loro sede o una galleria. Oltre all’Art Festival che si tiene in primavera, altre importanti manifestazioni attirano durante tutto l’anno politici, star del cinema e celebrità che vengono a comprare opere d’arte, ma anche a farsi vedere. Fino ad oggi, probabilmente, hanno visitato il 798 più di ottanta milioni di visitatori.


Le collezioni di arte moderna e di opere esposte sono ben più di una semplice espressione del pensiero delle avanguardie artistiche cinesi. L’arte moderna ha oggi un ruolo straordinario nella società cinese influenzando profondamente il quotidiano. La recente apertura di un grande centro commerciale a Pechino “popolato” di opere prestate dal 798 testimonia il peso anche economico e sociale che l’arte ha oggi in Cina (foto 1). Dietro la dimensione spesso gigantesca di queste opere non c’è solo la voglia di egemonia, ma probabilmente la necessità di occupare lo “spazio” non riempito dalle parole, in una società troppo occupata a fare affari per fermare a riflettere sul suo futuro. Le molte emergenze di questa società sono però ormai dietro l’angolo: l’inquinamento è forse solo la prima di queste.
Il linguaggio e gli spazi concessi all’arte in questo paese sono una grande opportunità da cogliere per tutti.


Il 798 è molto di più di un enorme complesso industriale che celebra, con le sue installazioni di lavoratori con le casacche maoiste, con le enormi scritte rosse con gli slogan maoisti che decorano gli interni di molte gallerie, con le statue di lavoratori e le lanterna rosse, le radici proletarie del periodo comunista. È un posto dove è quotidianamente sperimentata e proposta l'arte contemporanea, l'architettura e la cultura in una posizione urbana unica, un posto da visitare e soprattutto “vivere” per riflettere sul movimento artistico di un paese guidato da un’avanguardia numerosissima e da personalità artistiche con obiettivi molto spesso divergenti. Un luogo del pensiero per cercare di capire dove sta andando questo paese e forse, anche dove andrà l’arte e la cultura del XXI secolo.


Molto spesso gli stranieri vengono in Cina con il desiderio e forse anche la convinzione di portare il loro pensiero e cambiare la Cina e i cinesi, ma forse è la Cina che finisce per trasformarli. Solo per fare un esempio, uno dei maggiori architetti di oggi, John Van de Water, nel suo libro: “You can’t change China, China changes you” pubblicato nel 2011, scrive “…. quello che ho imparato in Cina è che non c’è un solo modo di immaginare il design, e spesso, ragionare solo con la logica non è il modo corretto di pensare.”


(foto 1) Interno del centro commerciale di Pechino con una grande opera molto provocatoria di un artista cinese dal titolo “Non sempre quello che vediamo è reale”.


(foto 2) “La speranza” della pittrice cinese Ziqi (proprietà privata). Un’opera particolarmente simbolica ed emblematica della moderna società cinese.

domenica 24 novembre 2013

Fuori dal silenzio – poesie di Maria Gabriella Canfarelli







Ottobre 2013. Di questi giorni è la notizia della morte di un uomo –Priebke– passato alla Storia con il nome di “boia delle Fosse Ardeatine”. I cittadini di Roma, dove è stato estradato dall’Argentina e ha trascorso gli ultimi anni di una lunghissima vita, non vogliono che nel loro territorio sia sepolto chi, il 24 marzo 1944, pianificò e realizzò presso una cava sulla via Ardeatina, alla periferia di Roma, l’eccidio di 335 concittadini.

Mentre il ricordo storico e umano dei pochi sopravvissuti ancora sanguina, per un caso fortuito ritrovo tra i miei libri un volume letto a vent’anni: Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943- 25 aprile 1945), a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli (Einaudi, 1974). Centonovantaquattro lettere di detenuti politici, di uomini, donne e ragazzi condannati alla fucilazione o all’impiccagione, scritte ai familiari e agli amici, ai figli, alle mogli, ai padri, a fratelli e sorelle, alle madri soprattutto. Per chiedere scusa del dolore inevitabile loro inflitto, ed esortarli a vivere con dignità, in nome degli ideali di libertà e giustizia per i quali andranno a morire. Sono lettere semplici, talvolta sgrammaticate, in cui baci e saluti e rassicurazioni s ‘intrecciano ai percorsi della clandestinità, nella scelta coraggiosa di combattere per liberare l’Italia dai nazi-fascisti. 

Parte di queste lettere sono state fonte d’ispirazione per una riscrittura in versi nella quale ho voluto mantenere l’originale tono testamentario e testimoniale (Maria Gabriella Canfarelli)


Una poesia discreta. Versi che appena si sporgono e subito si ritraggono dalla pagina. Un periodare spezzato. Perché i documenti da cui nascono sono un estremo battito di vita e non tollerano di diventare pretesto alla retorica.

Sulla poesia civile ci sono stati, negli anni, infiammati contraddittori, finché quella fiamma quasi del tutto si è spenta. La memoria di cosa significhi Guerra, di cosa Guerra ha significato anche nelle strade delle nostre città, nelle nostre case, nei semplici ed essenziali rapporti umani, deve essere tuttavia conservato. Dobbiamo tuttavia sottolineare che ai Martiri delle Fosse Ardeatine non fu neppure concesso il tempo di un addio: deciso il loro destino, l’immediata vendetta, dall’oggi (23 marzo) al domani (24marzo).

Maria Gabriella, con la delicatezza dei suoi versi, dà qui il suo prezioso contributo a tenere desta la memoria delle lotte e dei grandi lutti civili (Piera Mattei)

FUORI DAL SILENZIO


Achille B. (Gilberto della Valle)

Non
vergognarti di me,
non
abbassare la testa.
Guarda la gente
negli occhi e porta
fieramente il sacrificio di oggi
incollato sul petto.
Dalle vite spezzate,
dai miei vent’anni uccisi,
verrà un domani più nuovo,
più alto e libero il giorno.



Domenico Q. (studente, ai genitori)

Sarà fatta
la volontà di Dio
-per chi ci crede-
sarò di certo andato
altrove
quando toccherà
le vostre mani
la lettera che scrivo.
Catturato ferito,
seviziato per giorni
interminabili, oscuri,
nulla da confessare
nulla di cui pentirmi.


Paola G. (pettinatrice)

Non ho avuto
un processo giusto
o ingiusto che fosse,
e i tuoi giovani anni
come un dolore sfiancano
le forze che ho raccolto
questo giorno
ch’è l’ultimo.
Non ti vedrò crescere,
altri a te penseranno:
perdona la brutale sparizione,
l’ assenza non voluta.



Giuseppe B.( sarto)

Il cielo è scivolato
in fondo all’ombra. Più volte
seviziato, non ho fatto la spia.
Torturato nel corpo,
non nell’anima,
sono pronto. Il tempo dei saluti
è pensiero che batte:
non la paura del fuoco dei fucili
ma l’epitaffio che vorrete
scrivere: resistere è un dovere
non da poco.

Ermete V. (commerciante)


Non datevi pensiero
-non mi rimproverate.
Prima di finire
prima che sia
troppo tardi,
alla famiglia il lascito
della calma che sento
come un abbraccio
tenero, come la neve soffice
cui cedo le ultime impronte,
i passi sempre più brevi,
che si fermano al muro.


 Pietro B. (ebanista)


Trascorsi sei giorni
la notte sesta
ho sognato la casa di mio padre,
nella sua voce severi rimproveri.
Ho visto te, Enrichetta, sorridevi
con la bocca precisa di mia madre
e c’era nostra figlia
sulla porta di casa qualcuno
bussava forte,
qualcuno diceva “aprite”.
Echeggia
la voce infantile di Ivana
che nel sogno diceva ”no”.


Ignoto (alla madre)


Dicono sia il destino,
invece è il boia.
L’alba mi spinge
dove saranno i fucili
e non da solo,
in questo luogo prego,
mi sarà di soccorso
il tuo nome in silenzio
pronunciato.


Maria Luisa A. (impiegata)


L’ufficio mi stava stretto
mentre altri morivano.
Staffetta
partigiana, clandestina
sui monti
a portare le armi, vettovaglie.
Mi hanno presa, sbattuta
dentro un carcere
per tanto tempo che
non so contare.
Ora vi prego,
non parlate, non fate
inutili chiacchiere,
ricordatevi Giuda.



Mario L. (operaio)


Ho un filo di speranza
annodato per poco
alla fiducia
di un Dio che non
mi sente. Stamani
la tortura, la sentenza
è domani. E viene sabato,
un prete mi confessa.
Non portatemi fiori.

Le foto:

Per la festa dei morti (1-2 novembre) a Mexico D. F. fiori tanti  fiori. Focacce, frutta, semi di varia forma e colore. Nomi, ritratti, colori, amore, protesta. Le foto che qui riportiamo, ritraggono alcuni dei numerosissimi altari ai Morti costruiti dalla popolazione per ricordare, in quella ricorrenza, ciascuno i "suoi morti". Sono state scattate lo scorso novembre 2013 nel lunghissimo viale Alvaro Obregon tutto affollato, nella sezione centrale-pedonale, da questi altari.
Le foto che ho scelto, per accompagnare le poesie di Maria Gabriella, si riferiscono in un caso alla memoria di coloro che sono morti nel tentativo di attraversare la frontiera con gli Stati Uniti, nell'altro all'altare dedicato a giornalisti e fotografi di cose politiche assassinati dai loro nemici. Ancora una volta memoria, amore, impegno per continuare a vivere da umani. 
(foto Piera Mattei)






giovedì 31 ottobre 2013

XV Encuentro de poetas del mundo latino – Aguascalientes, Mexico, 7-10 novembre 2013






Dal 7 al 10 novembre 2013 a Aguascalientes, Mexico, si terrà il XV Incontro di poeti del Mondo Latino.

Con l'espressione Mundo Latino s'intende tutto l'universo linguistico delle lingue neolatine, non l'America ispanofona soltanto, come da uso invalso negli ultimi decenni. Dando tuttavia uno sguardo al manifesto che verrà esposto ad Aguascalientes, i poeti che hanno aderito all'invito sono per lo più ispano-americani, una poeta giungerà dal Canada. Dall'Europa giungono tre poeti spagnoli, tra cui uno dei due premiati, Joan Margarit, catalano. L'altro poeta premiato sarà José Emilio Pacheco, messicano.


Io ci sarò, dall'Italia.  Mi attendo di registrare esperienze positive e di fare poetici incontri.

Prima del festival a Aguascalientes sono previste letture di poesia a Mexico DF, presso il Palacio de Bellas Artes (domenica 3 novembre) e presso l'Universidad Nacional Autonoma de México (martedì 5 novembre).

Nel manifesto, il ritratto dei poeti presenti. Al centro il ritratto dei poeti premiati. La maggior parte delle foto sono firmate dal fotografo messicano di origini italiane, Borzelli

mercoledì 23 ottobre 2013

Alessandro Centinaro – Il ragazzo che volò dal ponte








Alessandro Centinaro pubblica il suo omaggio al figlio Giorgio








martedì 22 ottobre 2013

Tempi d’Europa antologia poetica internazionale a cura di Lino Angiuli e Milica Mariancovic prefazione di Amedeo Anelli




Conoscendo il temperamento ironico di Lino Angiuli potrebbe venire il dubbio che questo titolo non disdegni una nota beffarda.
Tempi d’Europa con i tempi che corrono? Con la moneta unica che attira i piccoli ma che sembra non voler trattenere i negligenti stati mediterranei, non a tutti i costi, almeno?

Eppure, sì, un’antologia di poesie nelle varie lingue d’Europa di questi tempi ha ancora più senso. Proprio nella varietà delle culture e degli idiomi di questa frastagliatissima penisola dell’Eurasia possiamo riconoscerci e sentire che ci sono legami forti e connessioni storiche a  volte insospettabili.
Diversità ma anche tendenza ad assimilare: non possiamo ignorare che alcune di queste lingue europee hanno poi fagocitato, storicamente, attraverso la conquista delle armi, del capitale ma anche della cultura, le lingue varie, frazionate, di interi continenti, non solo delle Americhe.

Il tema di questa raccolta che traduce in italiano poesie da idiomi diversissimi, ponendo sulla pagina a fronte i caratteri della scrittura originaria,  è quello delle stagioni.
Così, finalmente, non di antagonismi si tratta, ma di quella ciclica vita che tutto comprende, animali e piante, dentro e oltre i confini del nostro continente.

PIERA MATTEI

Immagini da:http://it.wikipedia.org/wiki/Europa

sabato 12 ottobre 2013

Conversazione con Opus Lapidus di Piera Mattei


 


(l’amore e la famiglia, le esperienze lavorative e culturali, le letture, la religione, la partenza)

Incontro Dan Opus Lapidus (Danut Dogaru), in un bar del quartiere romano di San Lorenzo, un quartiere proletario ormai ampiamente colonizzato dagli studenti della vicina Università La Sapienza.
Dan è alla vigilia del suo definitivo trasferimento in Germania. Il guadagno di una giornata di lavoro non qualificato, mi dice, è lì mediamente inferiore, ma tutto, nella piccola storica città dove andrà a vivere, sembra più sicuro, e la vita costa la metà che a Roma. Lo raggiungerà presto dalla Romania la moglie. I figli restano a Focsani dove hanno la casa. Focsani si trova a circa 200 km da Bucarest dove studiano e lavorano. Il maggiore sta prendendo un dottorato in Filosofia comparata. La figlia studia lingue, italiano e arabo, ma l’italiano sarà una passeggiata per lei perché è molto brava. Inoltre tutti e due i figli di Danut hanno fatto le scuole, per dieci anni, qui a Roma.

Sono le sette della sera quando c’incontriamo. Quando ci salutiamo sono quasi le dieci. Danut è un ottimo parlatore. Lo interrompo di tanto in tanto con alcune domande, ma non ha certo bisogno di stimoli. Il discorso spazia dalla sua storia personale ai libri che legge, al suo atteggiamento nei confronti della religione, delle religioni anzi, a riferimenti polemici che riguardano la storia recente dell’Italia.

“Ricominciare a quarantasette anni, dopo quattordici anni trascorsi in Italia. Ricominciare a parlare una lingua straniera… Sono stato lì,  in Germania, quindici giorni e tutto quanto ho imparato sono quindici parole. È cinese per me. Quando sono arrivato in Italia è stato più facile. L’Italia è più prossima linguisticamente e culturalmente. Pochi giorni fa, quando sono rientrato dal mio primo viaggio, a Bressanone sono sceso dalla macchina, sono entrato in un bar ho chiesto un caffè. Mi sembrava di tornare a parlare la mia lingua.

Sono nato in Romania, una piccola città che appunto si chiama Roman. Sorge su un castrum fondato da Traiano 1900 anni fa.

[Parla di Traiano come il più crudele dei tiranni. Si meraviglia molto quando gli dico che Dante, , nel Purgatorio della sua Commedia, lo propone tra gli esempi di clemenza. Non proseguo, non gli dico che per Dante l’anima di quell’imperatore risplende addirittura lucentissima in Paradiso, nell’occhio dell’aquila. Medito sulla complessità delle distanze culturali, sulle diverse prospettive storiche]

“Venne da conquistatore su un popolo che credeva primitivo e disorganizzato militarmente, e tuttavia solo dopo due tremende sconfitte riuscì a impadronirsi di quelle terre.
Contribuì così all’etnogenesi dei rumeni. Per quanto, certo non so quanto di sangue romano ci fosse in quei legionari che venivano da tutte le parti dell’Impero”.

 [Gli chiedo se posso fargli una foto da mettere nel libro]

“La foto ce l’ho già!”

[me la dà tutta arrotolata come un papiro, come già faceva con le sue poesie].

“È una foto di tre anni fa, quando ho cominciato ad aderire al Buddismo e a scrivere poesie.
Ho la barba e sembro più vecchio di quanto non sia adesso. Forse sto ringiovanendo.”

[Guardo la foto e lo guardo, ha ragione!]

“Sono circa 50.000 i buddisti romani, e il 90% aderisce a una scuola giapponese. Mi hanno battezzato da bambino nella chiesa cattolica romana– noi aggiungiamo questo secondo aggettivo, romana– ma sono un cristiano riluttante e forse anche un buddista riluttante.  Sono stato sempre un libero pensatore. Un buddista non prega, recita. Così io, cristiano-buddista, al mattino recito le preghiere, le cinque preghiere della mia tradizione cattolica, una dietro l’altra come un mantra.
Quando poi nella mia vita ha fatto irruzione il Trattato di ateologia di Michel Onfray  tutto si è ulteriormente complicato. In molte cose lui ha  ragione, i suoi libri mi convincono. Forse quindi sono anche un ateo.
In realtà mi dispiace di non essere un prete, passerei il tempo a celebrare i riti e cantare.

Non voglio essere frainteso: amo la mia famiglia. Mia moglie che chiamo la foca, perché dovresti vederla, proprio somiglia a una foca. Le foche riescono a comandare e poi, tra splendore e buffo [dice proprio così] ti fanno un po’ divertire.
Amo i miei figli. La piccola che ora a venti anni ed è bravissima, ha vinto le olimpiadi di lingua italiana. Ora, potresti crederlo? è andata a innamorarsi di un poliziotto di primo livello. La foca dice di stare tranquillo che le passerà. I padri crescono le figlie con tanto amore e poi viene uno qualunque, un estraneo, e se le porta via!
Mio figlio, 24 anni, brillantemente laureato, come quasi tutti i laureati di Bucarest lavora in un call center. È  pagato abbastanza bene perché è un call center ricco, in quanto risponde alle stupide domande di quelli che giocano al casinò.

A proposito di amore voglio raccontarti un episodio. Era inverno e avevo lavorato fino a tardi. Faceva freddo – anche a Roma fa freddo – forse eravamo a zero gradi. Come un disperato mi sono comprato una birra e mi sono messo a berla seduto sul gradino del marciapiedi, proprio qui accanto, in piazza dei Sanniti. Sopra di me si apre una finestra e alcune ragazze, potevano essere studentesse in vena di scherzare, mi chiamano:
“Signore, scusi, stiamo facendo un’indagine di mercato, vuole rispondere, per favore? Secondo lei, l’amore è eterno?” Io lì, miseramente seduto sul gradino con la mia birra in mano, ho risposto ”Non ne sarei sicuro, ma il lavoro, sì, è eterno!”

Quanti dicono che i quattordici anni che ho trascorso a Roma, non sono poi tanti sono superficiali. Vorrei veramente il parere di una persona che è stata fuori del suo paese per un periodo altrettanto lungo. Quattordici anni non si possono cancellare.


Ho cominciato a scrivere nel 2010, appunto quando mi sono anche rivolto al buddismo e ho cominciato a leggere poeti orientali. Ero un po’esaurito. Mia moglie era tornata in Romania con i figli. Del resto, non so se è un’immagine poco originale, se qualcun altro lo ha già detto, ma sento di essere come una candela che brucia lo stoppino da tutte e due le estremità. La sensibilità è un difetto. Distrugge. Così ho cominciato a scrivere le mie cose ingenue, le mie poesie. Del resto so di non essere un uomo di lettere, sono un tecnico.

In Romania la mia qualifica è quella di ingegnere agrario, che è anche la qualifica di mia moglie. Quando mi sono laureato, nel 1990, c’era appena stata la Caduta del Muro. Dal 1990 al 1994 ho fatto ricerca agraria, ho seguito corsi di genetica animale sperimentando incroci con tre differenti razze di mucche. A ventisei anni dirigevo 40 persone.
Nel 1994 sono stato trasferito alla carica d’ispettore della Banca Agricola. Facevo analisi dei crediti per quella banca, cioè, da esperto del settore, controllavo se il piano d’investimento del prestito richiesto era ben strutturato e sarebbe stato produttivo. Sono rimasto in quella carica per cinque anni, quando la Banca Agricola è fallita ed è stata acquistata dalla Raiffeisen Bank austriaca.

Sarebbe legittimo chiedersi perché non ho continuato nella mia attività, anche una volta giunto a Roma. Ma nel Lazio non c’è ricerca agricola. Invece c’era richiesta di manodopera nell’edilizia e, dato che sono molto pigro, alla cucchiara [dice così, col termine usato dai muratori romani] ho preferito il pennello. Con questo lavoro ho potuto comprare una casa che ho intestato ai figli e una bellissima Mercedes – che però ormai ha dieci anni – di cui è proprietaria mia moglie. Niente del genere potevo permettermi prima, col mio lavoro in Romania. A meno che non avessi accettato le bustarelle che mi proponevano i richiedenti prestiti, per avere una relazione positiva.

Io però non sono venuto qui per restare, per morire qui, come tanti che non hanno nulla. Sono venuto per fare esperienza.

Quanto al nome con cui mi firmo: il nome con cui mi hanno battezzato, Danut, Daniele, è molto bello, ma non l’ho scelto io. Quindi per firmare le mie poesie ne ho scelto uno nuovo: Lapidus.

Di Daniele mi dice che era nell’esercito di Nerone e molto amato dall’imperatore. Che gli invidiosi lo denunciano come cristiano, che Nerone lo fa gettare in una fossa con i leoni, ma i leoni videro intorno a lui un’aura divina e non osarono toccarlo.”

[Qui davvero mi meraviglio ma non gli chiedo da dove gli venga questa riedizione cristiana dell’episodio biblico. Il racconto di Daniele, che ha come coprotagonista Dario, re dei persiani nel secolo ottavo a. C. , l’ha trasportato ai tempi di Nerone, imperatore romano, nel primo secolo d.C.
Lo registro come riferimento ostinato, e polemica ancora viva verso il mondo della Roma Imperiale]

“Il nome Lapidus l’avevo incontrato a Parigi nel 1993, quando ero andato a seguire lì dei corsi di genetica animale. L’ho letto su una vetrina di gioielli. I Lapidus sono grandi gioiellieri parigini, ma di origine romana. Non che mi piaccia l’oro, ma quel nome mi è rimasto dentro fino al 2010, quando l’ho scelto per il suono e il significato. Ho anche elaborato una firma in cui si può leggere il mio cognome al rovescio [sì, certo, l’avevo notato. Firma ciascuno dei fogli su cui scrive le sue poesie, come fossero quadri].

È  tardi, ci salutiamo. Auguro a lui un buon viaggio e una buona fortuna nella città in cui andrà a vivere. Ma già me ne parla con simpatia per l’uso intensivo delle biciclette, per il verde, per la cura che ogni proprietario direttamente (senza fare ricorso a extracomunitari o stranieri) riserva al suo giardino privato, abitudini tutte che approva.

Saluto quest’uomo gentile, curioso, versatile, insieme umile e orgoglioso.
Ho nella borsa uno dei foglietti che mi lasciava in dono quando veniva a lavorare da noi. Lì, sul retro di una poesia, mi aveva abbozzato – ancora una volta in versi – una sorta di breve autopresentazione del suo stile:
Lo stile lapidico, cupo e
                     malinconico
non è unico come sentiero
via, originale per la tristezza
                             trasmessa

nascita e morte, cose consuete
ma dimenticate da qualche
             frenesia quotidiana
debbono essere rilevate
                    ripetutamente
perché Lapidus ha una
sola promessa (utopica)
afferrare l’inafferrabile

Anticipazione edizioni Gattomerlino

dal volume “Il mio letto ha tre gambe”

di Dan Opus Lapidus