lunedì 1 agosto 2011

Nella storia di un uomo, una data – di Piera Mattei


All'inizio dell'estate 2011 ho ricevuto dal suo autore questo piccolo tesoro custodito negli anni: la fotocopia di una copia a carta carbone di alcune poesie. Sulla prima pagina il titolo, Quaderno Inglese, e l'indice. Poi, in alto a destra, tracciata a penna, come chi a distanza di anni cercasse di fissare esattamente nel tempo quei fogli, una data: dicembre 1947. I caratteri dattiloscritti sono piccolissimi e la carta carbone spande un po'.

Sarebbe stato bello poter conservare quei caratteri nella stampa del libro. Avrebbero restituito con la loro vibrante e porosa impressione sulla materia-carta, la realtà di un salto temporale che direttamente ci porta a prima dell'invenzione dei computer. Sarebbero stato bello, non solo perché l'uso della carta copiativa rimanda a un'idea della scrittura come lavoro di precisione e fatica – a suo modo un manufatto – ma perché il leggero sforzo che la lettura di quei caratteri piccoli e sfumati comporta, subito dissuade da un incontro superficiale, costringe a porsi degli interrogativi, a cercare sul recente atlante della storia i fatti, il contesto culturale a cui si fa riferimento.

Avverti che si tratta del disseppellimento di scritti e di emozioni, mai veramente dimenticati. Anzi la scrittura sembra riferirsi a esperienze che ancora bruciano. Un "quaderno", appunto, messo da parte -– senza mai l'intenzione di separarsene davvero – solo perché gli eventi, gli incontri, e le decisioni esistenziali hanno richiesto, di lì a poco, la concentrazione su altre letture, su altri scritti, su teorie che per loro stessa definizione si staccano dalla lirica, dal canto. L'autore di queste poesie si sarebbe infatti dedicato, con totale concentrazione ed espansione a un tempo, al sociale, al confronto di teorie e indagini sul campo, al dato oggettivo, al calcolo delle sue costanti, della sua prevedibilità.
Ma nel 1947 il giovane che scrive non sa chi diventerà, ha solo ventun anni, tutto in lui è potenziale. Per temperamento e per il momento storico in cui sta vivendo, addirittura, direi, è un concentrato di potenzialità.
A momenti sente la poesia come espressione ineludibile, pensa che ciò che più conta per lui e conterà di più negli anni avvenire è proprio la poesia:

Se almeno Iddio mi concedesse ogni anno
Dono d'alcuni versi
E pur col sangue pagare li dovessi
E con l'avara salsedine delle lagrime condirli.

Parrebbe di udire un'eco romantica, alfieriana, o anche del Leopardi della poesia civile, ma il sangue di cui qui si parla non è immagine retorica. Del sangue che effondendosi porta via con sé la vita chi scrive ha già conosciuto la consistenza vischiosa, mentre il corpo dell'amico ferito a morte, compagno nei giorni della resistenza, provvidenzialmente per lui, lo ricopriva, durante i rastrellamenti:

Mi coprivi col gran corpo caldo
Bocconi sulla mia adolescenza impaurita
Ma il sangue io dico
Il sangue chi può fermarlo
Il sangue viscoso e dolciastro?

La ferita è mortale Leandro.

Dopo aver conosciuto la violenza liberatoria della lotta armata lascia ora esplodere la sua irrequietezza, la sua voglia d'andare, di vivere la sua particolare avventura nel mondo, questa sì, di marcata connotazione romantica:

È triste e bello a un tempo
Non aver casa e andare come il fiume

Tutta la breve raccolta è percorsa da riferimenti al viaggio, anche con la descrizione delle ingenue vedute di città d'arte, dentro gli scompartimenti di seconda classe (Il Viaggio). E affiora anche un'altra passione: quella di coniugare nella propria mente e nella propria sensibilità i mondi che lingue diverse lasciano affiorare. Meticciato linguistico, incontro di culture e teorie che diventerà più tardi una caratteristica preziosa del suo pensiero e dei suoi scritti:

Inutilmente passeggi. Eterna è la promenade
Di pietra liscia come un cuore morto

Si era trasferito dapprima a Parigi, poi in Inghilterra. Lì sta raccogliendo questi suoi pensieri, appuntando i suoi ricordi. Ha già certamente conosciuto la povertà, lo smarrimento, che drammaticamente affiora nella già citata Promenade, e, con dettagli poeticissimi, in Vicarege Road, infine con più sommessi toni, nei versi di Voi dovete perdonarmi:

Voi dovete perdonarmi
Perdonarmi perdonarmi
Vecchie panche del parco verde stinto
Se la notte qui siedo
Talvolta, solo,
E non pago affitto
Non ho pagato mai
Il mio debito cresce

Emergeva il ricordo di quali erano stati, quasi necessariamente in quei tempi, i primi incontri – incontri venali – con il sesso, nell'autocommiserazione di una prostituta non più giovane, che sembra prendere in prestito la sua ironia dal tenero sarcasmo di certo Gozzano (Lamento della sgualdrina povera):

Serviva bene una volta questa vecchia carcassa
Fra queste braccia c'era del caldo
Gli studenti erano timidi e goffi
Qualcuno si dava delle arie
Un maniscalco era il più naturale
E non parlava mai.

Il presente tuttavia era l'amore, le promesse, più spesso la solitudine e il freddo del cuore, lo strappo dei traslochi, delle partenze (Come piangono dentro), era il disagio di non conoscere la perfezione del proprio desiderio (Vicarage Road):

Come il bacio rubato nel vano di una porta
Una notte di nebbia
Il sapore di un frutto proibito
Hanno i giorni inquieti della vigilia.


"Tempo di uccidere" s'intitolava il romanzo col quale, in quel medesimo 1947, Ennio Flaiano vinceva la primissima edizione del premio Strega.
L'atmosfera culturale era in quegli anni vivacissima, carica di promesse. Le strade delle città erano ancora segnate dalle distruzioni e dai lutti della guerra, ma nei vivi, che si sentivano, con senso di colpa e incontrollabile gioia, indegni o fortunati sopravvissuti, era ormai tempo di sanare, di edificare, di ridere, di saltare, tempo d'amare, tempo di pace, come appunto recita, nell'opposto positivo, l'Ecclesiaste, da cui il titolo di quel romanzo era tratto:
tempo di uccidere, e tempo di sanare; tempo di distruggere, e tempo di edificare
tempo di piangere, e tempo di ridere; tempo di far cordoglio, e tempo di saltare;[…] tempo di amare, e tempo di odiare; tempo di guerra, e tempo di pace.

Per un giovane uomo pieno di talento, desideroso di vita, assetato di cultura, colmo di progettualità, era tempo di vivere. Di questo ci parla la raccolta, del coraggio e degli scoramenti, del piacere e delle dolorose complicazioni che comporta una vita pienamente etica, cioè proiettata infine verso le proprie libere scelte.

Piera Mattei

domenica 26 giugno 2011

François Cheng – l'uomo di lunga erranza


Double Chant

Roccia che propelle albero
Albero che aspira roccia

Cerchio stabilito che rinnova
L'alleanza terra e cielo

Cerchio aperto che rinnova
Il mistero dai tre volti

Nell'ombra qui offerta
L'uomo di lunga erranza

Fissa infine il suo regno

Questa poesia che apre la raccolta Double chant potrebbe essere considerata come una balenante autobiografia poetica. Se l'uomo è, secondo la teoria taoista il "cerchio aperto che rinnova / il mistero dai tre volti", sembra sia proprio l'uomo François Cheng che fissi infine il suo regno nell'ombra "qui offerta". Il "qui" a cui si farebbe riferimento sarebbe espresso allora dalla cultura e dalla lingua francese, ma anche, più ampiamente, europea, certamente anche italiana, se il nome, François, che, a un certo punto della sua vita, Cheng si è scelto per fissare la sua doppia identità cino-francese, è il nome che il mercante d'Assisi Pietro Bernardone inventò per il figlio in onore dei suoi felici rapporti commerciali con la Francia. Circolarità aperta, recettiva, rapporti, connessioni: una raccolta del 1999 di cui una nutrita selezione è confluita nella ricca antologia Gallimard del 2005, s'intitola Cantos Toscans ed è dedicata al paesaggio del titolo. Paesaggio toscano coltivato e modulato, che sottende una concezione del rapporto natura-cultura molto lontano da quello espresso dal sempre presente nella lontananza, roccioso monte Lu, della regione natìa nel sud–est della Cina, ma nella diversità saturo, al pari di quello, della passione e dello sguardo dell'uomo e dell'artista.
Forse sarà utile una brevissima nota a ricordare quale è, secondo la dottrina taoista una possibile collocazione dell'uomo nell'universo e perché può corrispondere, al numero Tre, al "mistero dai tre volti". All'origine infatti c'è il Vuoto supremo da cui emana l'Uno, l'Afflato primordiale. Questi genera il Due, gli Afflati vitali Yin e Yang, che con la loro interazione reggono e animano i Diecimila esseri. Ma tra il Due e i Diecimila esseri si pone il Tre, che, nella concezione di tendenza confuciana, corrisponde all' uomo, unione di Cielo (Yang), Terra (Yin) e, nel suo cuore, di Vuoto, Afflato internamente percorso da forze, pulsioni, desiderio.
L'uomo Cheng, dunque, giunge a Parigi nel 1949, all'età di vent'anni, per un soggiorno di lunga durata che si rivelerà definitivo. Il suo nome è allora ancora Baoyl, come era stato chiamato alla nascita. La sua formazione culturale è ormai completa, eppure la sfida è quella di cominciare una nuova vita e senza dimenticare mai la cultura d'origine, farsi "vivo tramite" tra quella e la lingua e la cultura francese. I primi dieci anni sono durissimi, difficilissima la lingua. Il processo di comprensione e assimilazione è lungo: nel 1971 Baoyl diventa François e adotta la cittadinanza francese. Insegna cultura e pittura orientale e dà corsi di calligrafia: così incontra, come allievo, Lacan. L'ambiente intellettuale gli si apre, traduce in cinese, tra gli altri autori, Baudelaire, Rimbaud, Michaux, Char, e negli anni '80 comincia a pubblicare in francese libri sulla pittura cinese, fondamentali per comprendere la filosofia sottintesa a quei paesaggi di delicatezza altrimenti indecifrabile. Pubblica libri di poesie e un romanzo. Nel 2002, primo e unico asiatico, viene eletto all'Accademia di Francia.
Non si può comprendere la poesia di Cheng se non si hanno presenti, non solo alcune nozioni fondamentali di filosofia cinese, ma anche quale importanza ha la scrittura per ideogrammi nella formazione estetica e culturale, infine quali sono i soggetti quasi immutabili della pittura, che tornano come soggetti fondamentali della sua poesia : la Montagna, l'Acqua.
Nei suoi scritti sull'estetica cinese, in particolare in L'Espace du rêve: mille ans de peinture chinoise, Cheng sottolinea come montagne e corsi d'acqua siano stati sempre dipinti nei secoli, variando i temperamenti artistici e le dinastie, perché queste due entità corrispondono non solo a due poli della natura, ma anche della sensibilità umana. Riporta questa massima di Confucio: L'uomo di cuore s'incanta davanti alla montagna; l'uomo di spirito gode dell'acqua.
In questi paesaggi l'uomo di solito è una minuta silhouette, che solo a uno sguardo superficiale può risultare insignificante, perché di fatto l'uomo, l'artista, è ovunque presente: quella natura è vissuta o sognata da lui. Ciò che il paesaggio esprime altro non è che il modo d'essere dell'uomo: i suoi atteggiamenti, il suo ritmo, il suo spirito, i terrori, le estasi, gli slanci, le contraddizioni, i desideri esauditi o inappagati. Tutte le figure della natura vengono così a comporre un variato lessico del destino umano. La sensibilità cinese si spinge fino a sentire un profondo dialogare di sguardi tra l'uomo e la natura, e questa non è mai passiva, ma attivamente, a sua volta, accresce la bellezza in chi guarda, come accade tra due innamorati.
Tra la Montagna e l'Acqua il Vuoto è tradizionalmente rappresentato dalla nuvola o dalla nebbia, un meno (un bianco del foglio non toccato dall'inchiostro) che allude a un più inattingibile ai sensi. Questa importanza dell'allusione spiega come la maggior parte dei paesaggi cinesi siano ad inchiostro nero. L'inchiostro nero può suggerire tutte le sfumature di colore che la natura esprime. Del resto la tradizione ne distingue, a seconda del periodo storico, cinque o sei sfumature, a cui si aggiunge il bianco della carta, quasi un colore al di là dei colori.

Abbiamo dunque deciso di tradurre qui alcune poesie che hanno a protagoniste la montagna e le pietre, simbolo immobile del movimento e della deflagrazione primitiva. Ad esse il poeta si rivolge col Tu, con un'intensità che potrebbe farci pensare all'invocazione di una divinità o di un essere amato. In certo senso si rivolge a qualcosa che è l'una e l'altro. Altre volte le stesse pietre parlano e raccontano il movimento, il desiderio e l'afflato che le anima dentro l'apparente immobilità. Ogni parola sembra avere la compattezza di un ideogramma, di un disegno perfetto che contiene mille sfumature all'interno della sua essenzialità. Quanto ai temi ricorrenti e quasi ossessivi della pittura a cui s'ispira certo non dovremmo meravigliarcene, se ritorniamo a nostra volta, ad esempio, dalla visita a un museo d'arte, o dall'esposizione del Lotto, dove la Maternità è il tema in ogni modo esplorato nella sua infinita bellezza. Cheng in un'intervista parlando del suo innamoramento per l'arte Rinascimentale italiana, che risale addirittura al suo primo viaggio in Italia nel 1960, parla di "rapporti carnali", aggettivo che troviamo anche qui, a proposito della bellezza che dalle pietre ci attraversa. Raffronti, scoperte di sotterranee affinità: l'affiorare e definirsi del lessico e delle sue complicazioni e radici è un'avventura infinita. Ogni parola conserva la freschezza di una nuova nascita, di un'infantile meraviglia, il senso ancora quasi intatto, non scalfito dall'uso dei secoli. Elevata a potenza è l'avventura, la naturale riscoperta di ogni poeta.
Qui la variazione dei sinonimi, non solo non è importante, ma sarebbe disturbante. Qui in ogni singola frase, di naturale brevità, bisogna restare tesi al pensiero che si vuole rendere, non distrarsi. Qui ogni poetico orpello, sarebbe più che mai fuori posto, cercando però che nulla sfugga di quanto racchiuso nel breve giro di frase, nella scelta delle parole. Le maiuscole non sono un abbellimento tradizionale che si possa decidere di eliminare, e dove, ad esempio, abbiamo notato che tutti i sostantivi, posti in una catena di assonanze, erano in francese femminili, abbiamo fatto il possibile per attenerci alla stessa scelta nella versione italiana. Pietre e montagne di una profonda eloquenza nel loro silenzio: questa poesia è una meditazione. Un'ammirazione rispettosa s'impone, proprio come davanti alle rapide e non perfettibili immagini che ci rendono la calligrafia a inchiostro e l'antica pittura cinese.

L'Espace du rêve: mille ans de peinture chinoise, Phébus, (1980)
A' l'orient de tout – poèmes extraits de Double chant, Cantos Toscans, Le long d'un amour, Qui dira notre nuit, le livre du vide médian, Gallimard (2005)
Cinq méditations sur la beauté, Albin Michel



*

Un giorno, Le Pietre

Un giorno
Vi ritroveremo
Sul nostro cammino

Pietre

Ignorate
Calpestate
Detentrici tuttavia
Dell'origine
Della fiamma
Del soffio dell'iniziale

Promessa

RitrovandoVi
Ci ritroveremo

*

Dal piede alla pietra
non c'è che un passo

Ma quanti abissi da superare

Noi siamo sottomessi al tempo
Lei, immobile
nel cuore del tempo
Noi legati alle parole dette
Lei, immutabile
al cuore del dire

Lei, informe
capace di tutte le forme
Impassibile
utero dei dolori del mondo

Brulicante di muschi, di grilli
di brume trasformate in nuvole
Lei è via di trasfigurazione

Dal piede alla pietra
non c'è che un passo

Verso la prescienza
Verso la presenza

*

Tu sei pagoda che eleva
E ponte che collega

Tu sei strato che riposa
Tu sei confine-ostacolo che
noi urtiamo
Dove inciampiamo
Che superiamo

Sulle nostre strade
Non sei tu, appunto
La pietra miliare
Che ci indica senza fine
Sempre da qui
sempre più lontano

L'orizzonte?

*

Creste, vette
Striature e stratificazioni

Schegge che nella mano firmano col sangue
la prima triade

Stratificazioni striate
vette crestate

Sommovimento del cuore che impasta col fuoco
la suprema cima

Statificazioni e striature
Vette, creste

*

E noi non cambieremo
Il quarzo di qui
Con i diamanti del cielo

Qui la vita vissuta
Qui il sogno perduto
Qui il canto fuggito
Qui il ritmo spezzato
Che al vento abbiamo gettato
– a quale età ingrata?

Che i cristalli di roccia
Hanno conservato intatti

A nostra insaputa

*

In te il sommovimento originale
Tutto il carnale del creato
Roccia d'un giorno
O di sempre

Tutto il tormento nelle tue pieghe
Tutta la gioia nelle tue pieghe
Quando tu ti dispiegherai
Lava e fenice non faranno che uno

*


Paura ingoiata
Sofferenza taciuta

Abbandonarsi alla folgore
E' già tradire?

Ogni ferita germe
Ogni frattura nascita

Paura ingoiata
Sofferenza taciuta

Eterno grido di nascita

*


Noi non facciamo che passare
Tu c'insegni la pazienza

D'essere il luogo e il tempo
Sempre per la prima volta

Sempre dal Soffio lo slancio
Che dal non-essere tende all'essere

Sempre presenza che rinnova
Tra lave e rugiade

Privato di fiori, di fogliame
Di consolabili oblii

Tu trettieni il nodo delle radici
Al passaggio dell'uragano

*

L'aquila invisibile è in voi
Rocce che sorgete dai nostri sogni

In voi la fiamma
In voi il volo
In voi la notte folgorante

Che noi ignoriamo
Rocce che sorgete dai nostri sogni
L'invisibile aquila è in voi

Abbracciando Yin
Addossandovi Yang
Tracciando in noi la via sicura

Che noi ignoriamo

Sole screpolato
Cielo costellato
In noi il vostro slancio carnale

All'alba su tutte le strade
Voi innalzate i vostri colpi alati

Talvolta sotto le nostre mani callose
Spezzando il rigido inverno
Un angelo rinasce sorriso

*


Blocco intransigente
Anche ridotto in briciole
Noi siamo la vita intera

Sotto l'ignobile martello
Ogni grido raggiunge tutti i gridi
Ogni frammento

Proclama l'innocenza nuda

*

Nudi noi siamo
Tuttavia attraverso di noi
passano le metamorfosi
Gemme di granata
Rubino di pavone
Agate e ametiste
Di dieci mila aurore…
Perché noi eravamo soli
a fissare
La folgorante notte

Nell'istante in cui fu la luce

*


Silice dal gesto senza specchio
Silice dal gesto senza eco

Solitaria ombra in piedi
Ai bordi della Via lattea

*


Su pietre tra loro battute
Costrire a mani nude il regno
Dell'abitabile scintilla

*


Aver detto tutto
e più non dire
Accedere infine al canto
dal puro silenzio
Aprendoti là
senza ritegno
Al richiamo d'una ghiandaia
Al grido delle cicale
Al pino che da te scaturisce
lacerandoti il ventre

Sotto il cielo unito
Che solo una nuvola
sfiora

*

Verso te va
l'ombra del bambù
Da te viene
lo splendore del muschio

Tu ti concedi
alla grazia alata
Di due o tre fogie
d'orchidea

*


Giada liscia al tocco
Sottomessa alle mille carezze

A te stessa trasparente
Tu carezzi un solo sogno:

Luna sola su stagno solitario
Da dove s'invola l'oca selvatica

Verso l'infinito aperto
All'interno di te stesso

*

[……………………
Alcobaleno ritornato
Al nembo d'origine

Che solo sa dire in sogno
Il sapore senza colore

Che sa dire in nero-bianco
L'indicibile punto grigio]
*


Quando d'improvviso tace il canto del rigogolo
Lo spazio si riempie di cose che muoiono
Cadendo in cascata un lungo filo d'acqua
Apre dal profondo le rocce
La valle s'ascolta e percepisce l'eco
D'innumerevoli battiti di cuore

*
Dalla terra mortale
cosa potresti temere?

Tu meteorite
Che sei sopravvissuta
Alla deflagrazione dell''origine
Alla caduta
senza fine…

Cosa potresti temere
al di fuori del tuo stesso enigma?

*

Dalle rocce liberato
L'invisibile dragone
Da cima a cima si slancia
Verso la sua Madre-mare d'origine

Le oche selvatiche s'aprono
Al puro soffio che passa
E d'improvviso placati
I pini sono tutti udito

*

Verso il dio di passaggio
Tu fai il gesto d'invito

Dio di sete
dio di fame
Attraversa la terra
Senza sapere dove
posare il capo

*

Radici di rugiade
e di nuvole

Noi non cederemo d'un sol pollice
Su quanto abbiamo strappato
alle stagioni

Nel cuore dell''ultima ibernazione
I muschi conserveranno memoria
Ri-nasceranno i salici della nostalgia

*

E' dolce sul bordo del pozzo
Sedersi quando arriva la sera
La pietra è tiepida ancora e fresca
L'ombra–prima d'attingere l'acqua
E' dolce sul bordo del pozzo
Dai tiepidi muschi attardarsi
Unito alla presenza dell''ombra
Contemplare l'ultimo raggio
Del tramonto che tesse in immagini
– con gli aghi dei pini
La sua breve leggenda dorata

sabato 28 maggio 2011

Per Renzo Gherardini – Commiato – di Piera Mattei


Nella curva solenne della notte


Tu mi cammini avanti


Foto di gruppo, allegra

Il 12 aprile ero giunta a Firenze per una lettura e sei venuto nel pubblico a incontrarmi. Abbiamo parlato di poesia: faceva caldo e tu sempre col tuo cappotto e, sotto, la giacca, anche se hai ammesso, mentre molti si sventagliavano, che forse il tuo consueto abbigliamento cominciava a diventare un po' eccessivo. Eri contento che insieme ci muovessimo tra le scaffalature venerande della tua Biblioteca Marucelliana, facevi gli onori di casa.
Il giorno dopo, era una giornata bellissima, con un cielo d'azzurro trasparente e ventoso, ci siamo dati appuntamento alle Cappelle Medicee. Era oramai impossibile che venissimo a Firenze senza essere "tuoi": tuoi amici, tuoi ospiti, tuoi allievi, trattenuti nella stretta affettuosa della tua anima.
Nella foto di gruppo che qui ti mostra sorridente c'è un ragazzo africano che cercava di venderci qualcosa, ma era ugualmente felice di entrare nella foto, e Lucia, un'amica di vecchia data, fiorentina, alla quale tu, con risoluta dolcezza, ci sottraevi per l'intera mattinata. Perché certo noi, di persona, ci conoscevamo solo da tre anni, ma da subito l'amicizia si era fatta così intensa, così densa di scambi e di racconti, di voglia di mostrare, di offrire, un'offerta di amicizia così completa, senza mai un momento di stasi o di noia, che l'atteggiamento più naturale era farsi catturare dal tuo entusiasmo.
Ora non sarà più così. Ora Firenze dovrà inventarsi qualcosa di molto grande per compensare il vuoto della tua perdita.
Ma quell'ultimo giorno che siamo stati insieme, è stato perfetto, quasi – ci siamo detti il giorno dopo al telefono, piano, per non provocare l'invidia di chi o di cosa ci aveva concesso tanto – quasi trasportati in un etere di pura, intatta e immotivata felicità. Dopo le cappelle Medicee ci hai condotti nel chiostro di San Marco e mi hai raccontato dei tuoi convegni con Brunetta, poi giù nella chiesa – dove quasi ci cacciavano perché, entrati dal lato dove non si paga biglietto turistico, non ci eravamo raccolti " in preghiera"– ci hai mostrato l'altare del tuo matrimonio segreto. L'abbiamo anche raccontato alla custode bisbetica il motivo principale del nostro ingresso, e allora ci ha perdonato e quasi si è commossa.
Infine, ed è stato lì che la magia ci ha toccato, tutti e tre – noi quasi ammutoliti dal rispetto di quanto ci accadeva – siamo entrati nel Chiostro di Santa Maria Novella. Fuori brulicava la stazione, ma lì lo spazio era solo nostro, non c'eravamo che noi e la custode al botteghino, mentre ci raccoglievamo in contemplazione degli affreschi di Paolo Uccello e dell'armonia delle volte.
Uscendo abbiamo ringraziato la ragazza, come veramente fosse rimasta lì negli anni, a conservare quella bellezza e quella pace solo per offrircela, quella mattina.

Ci hai accompagnato alla stazione, fino in fondo al lunghissimo binario, e non hai lasciato il marciapiede se non dopo che il treno si era messo in moto. Come si faceva una volta, che ci si sporgeva anche dai finestrini a salutare fino a che le immagini si cancellavano nella lontananza. Ora i finestrini dell'Eurostar sono bloccati, e ti osservavo da quei vetri, ma ugualmente mi resta dentro fissa la tua immagine che scruta il semaforo , conferma il segnale di partenza e con la mano mi fa cenno e ancora mi saluta e mi saluta.

Renzo, stamattina, 28 maggio 2011 alle 9,40, ci hai lasciati, senza che nessun segno di malattia o di decadenza intellettuale o spirituale ti avesse neppure sfiorato. Ci sentiamo affranti, privati, ma ci consola in parte la fierezza di essere stati e di rimanere tuoi amici.

venerdì 27 maggio 2011

Maarja Kangro – La farfalla dell'irreversibilità – Gattomerlino 2011


nella foto di Alar Madisson: Maarja Kangro sul tetto di Radisson

Esce in questi giorni La farfalla dell'irreversibilità, secondo volume della collana Gattomerlino della Ssspress, diretta e curata da Piera Mattei, autrice di questa rivista-blog.
Sono le poesie di una poetessa estone, Maarja Kangro, già presentata in Italia, sulla rivista di poesia internazionale "pagine" dalla stessa Piera Mattei, che firma anche una nota critica al volumetto.

Sono poesie tradotte dalla stessa autrice, con l'effetto di farci ascoltare l'inflessione quasi materiale della voce di Maarja, la sua preziosa ironica asprezza, in un italiano che, restando ineccepibile, conserva la cadenza originale. Una lingua che rifiuta di scivolare via dolcemente quando urta contro i duri spigoli di pensieri e di ossessioni che la storia e la cosmologia odierni ci fanno balenare nelle situazioni più impensate, per esempio mentre osserviamo la pelle indifesa e esposta di nudi corpi sulla spiaggia.

La voce di Maarja Kangro risuona in un paesaggio desolato. Il suo linguaggio aspro, esplicito, ironico, nel rendere il male palese e banale, intende esorcizzarlo. Intende esorcizzare la paura. Non è detto che un evento negativo sia appena avvenuto, non è detto che di lì a poco accadrà, e tuttavia la sua minaccia incombe, si approssima passo dopo passo, strofa dopo strofa. Come se prefigurando l'evento si potesse fermarlo, fermare il tempo, l'irreversibilità dell'accaduto.

Forse ognuna di queste poesie di Maarja Kangro può essere letta come un sintetico, balenante trattato di filosofia pessimista. Un breve sorriso laterale commenta con lucida amarezza la non schivabile crudeltà dell'esiste
re ( p.m.).

LA FARFALLA DELL'IRREVERSIBILITÀ

"ancora" è una grande parola
lentamente e velocemente
ancora

ancora una volta gli uomini alla radio
si complimentano di essere sulla strada giusta
e discutono della ciclicità del tempo

la strada giusta gira intorno, anch'io
riconosco le pelli giovani sulla spiaggia
e l'altoparlante canta "et si tu n'existais pas"

gli uomini alla radio parlano di come tutto è
legato con tutto, uno dice con voce sonora: "l'effetto farfalla"
io dispiego le ali

il tempo ciclico favorisce il buon sonno
un sonno da cui crediamo di risvegliarci
e ancora

sbatto le ali
i brav’uomini alla radio iniziano a tossire
le sbatto più forte e si alza il vento

gli uomini tossiscono ansimando, l'etere si ribella
le navi e i bagnanti annegano, l'ultimo sogno
sarà grigio e tempestoso

pensiamo alla parola che non c'era prima
c'è stata ora
e adesso non c'è più

(a cura della Ssspress)

La definizione poetico-scientifica della noia di vivere in Lucrezio e Orazio


La definizione poetico-scientifica della noia di vivere in Lucrezio e Orazio
saggio e traduzioni di
Maria Grazia Beverini Del Santo

Cominciamo col dare voce direttamente ai poeti e riportiamo di seguito un lungo passo dal De rerum natura di Lucrezio che ci sembra di precisione quasi scientifica, nella connotazione del malessere psichico:

Si possent homines, proinde ac sentire videntur
e quibus id fiat causis quoque noscere et unde
tanta mali tam quam moles in pectore constet,
haut ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus
quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper,
commutare locum, quasi onus deponere possit.
exit saepe foras magnis ex aedibus ille,
esse domi quem pertaesumst, subitoque ,
quippe foris nihilo melius qui sentiat esse.
currit agens mannos ad villam praecipitanter
auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans;
oscitat extemplo, tetigit cum limina villae,
aut abit in somnum gravis atque oblivia quaerit,
aut etiam properans urbem petit atque revisit.
hoc se quisque modo fugit, at quem scilicet, ut fit,
effugere haut potis est: ingratius haeret et odit
propterea, morbi quia causam non tenet aeger;
quam bene si videat, iam rebus quisque relictis
naturam primum studeat cognoscere rerum,
temporis aeterni quoniam, non unius horae,
ambigitur status, in quo sit mortalibus omnis
aetas, post mortem quae restat cumque manendo.

E’ evidente che gli uomini si rendono conto di portare dentro di sé, nell’animo, un peso che li prostra con la sua gravezza, ebbene, se gli uomini potessero prendere coscienza e capire per quali cause ciò avviene, e donde si accumuli nel loro cuore tanto grande mole di male, non vivrebbero la loro vita come ora vediamo accadere… gente che non sa cosa vuole, che cerca di cambiare sempre luogo, di viaggiare, come se potesse, di quel peso, liberarsi. Esce più volte dalle sue sontuose dimore il padrone, cui è venuto a noia stare in casa ,ma dopo poco rientra, poiché sente che, fuori, il malessere non passa .E allora, sferzando i suoi cavalli da corsa, si precipita, fugge in campagna, come se dovesse portare aiuto alla sua casa in fiamme. Ma non ha ancora varcato la soglia della sua proprietà che già sbadiglia, o, depresso, sprofonda nel sonno alla ricerca dell’oblio, quando addirittura non rientra, in tutta fretta, a rivedere la città. In questo modo, ciascuno cerca di sfuggire se stesso, ma a quel se stesso da cui è naturale che non possa staccarsi, resta attaccato e tanto più prova dolore e lo odia, perché, ammalato, non conosce la causa della malattia. (Lucrezio De rerum natura III 1053-1075)

Nei versi successivi, Lucrezio sostiene che solo lo studio della Natura di tutto ciò che esiste, rispondendo ai dubbi dell’anima, può additare all’uomo la strada cui affidarsi e indica le varie possibilità cui la cultura dell’epoca poteva indirizzare: quella platonica (immortalità dell’anima) quella stoica (durata della vita post mortem limitata dalla fine del mondo) quella epicurea (fine di ogni forma di sopravvivenza post mortem). Scelta la strada, si dovrà coerentemente seguirla, riuscendo in tal modo ad eliminare la paura, il timore della morte, dalla quale tutte le inquietudini discendono e che porta anche al rifiuto della vita.

Dopo aver riconosciuta la genialità del poeta nel riferire ad una "paura" che oggi definiremmo ancestrale – la paura della morte – ogni altro nostro timore, incertezza, infelicità , quand’anche queste si manifestino sotto diversi travestimenti, dobbiamo tuttavia mantenerci dentro i confini della nostra riflessione e fermarci non tanto sul rimedio che Lucrezio suggerisce (e cioè lo Studio, per prendere coscienza della natura di quanto ci circonda) quanto piuttosto sui termini con cui il Poeta analizza il disturbo psichico e lo esprime. I termini usati da Lucrezio, come PONDUS: peso ; GRAVITAS: gravezza, pesantezza; FATIGARE: stancare, estenuare, affaticare; MOLES: mole, massa, ostacolo, ci restituiscono il tentativo di rendere con parole un insieme di sentimenti per i quali, all’epoca, non era possibile riposare o fare affidamento su lasciti terminologici delle generazioni precedenti: dopo un'analisi interiore della sensazione il poeta ha quindi seguito l’intuizione, di avvalersi, per esprimerla, della metafora e della analogia, ricorrendo ad un ambito lessicale che allude con continua coerenza al concetto di ”peso” e di “fatica” fisica. In tal modo, spostando l’attenzione del lettore dalla ricezione di concetti legati alla sfera dello spirito a quelli della fisicità, decisamente più facili ad essere intesi ed acquisiti, ne ha reso accessibile la comprensione. Non solo: Lucrezio individua, del malessere – oggi diremmo “del disagio” – non solo le manifestazioni interiori ma anche quelle esteriori, "i sintomi", riconoscibili all’osservatore : quella smania che porta a viaggiare e a cambiare luogo, quel correre affannosamente, quell’ansia “adrenalinica” poi seguita da sopore, prostrazione, depressione, ricerca di oblio.

Queste descrizioni, nel mondo antico, non sono frequenti e le testimonianze, per quanto possibile leggere, sono localizzate in epoche di crisi, come dimostra il fatto che Lucrezio, vissuto tra il 98 e il 55 a. C., in un’epoca che la fine annunciata della Repubblica rendeva gravida di tensioni e problemi , pur rappresentando un uomo del suo tempo, che non trova requie alla sua insoddisfazione tra ricchezze ed agi, si fa anche portatore di una riflessione che, prima di lui, era stata di Epicuro (341 – 271 a. C.), vissuto anch’egli in una età di crisi. Da numerose testimonianze non solo epicuree, ma anche di tradizione diatribica e cinica, sappiamo infatti della moda dei viaggi, proposti e vissuti come Terapia e cura dell’anima, come rifugio e sollievo contro il fastidio del quotidiano.

Seneca, (5 - 65 d. C.) protagonista di un’altra epoca quanto mai inquieta, si riferisce a Epicuro, nel De otio, quando scrive : Petita relinquimus, relicta repetimus (Abbandoniamo luoghi dove desideravamo ardentemente andare, per tornare là da dove siamo scappati, fuggiti via)e a Lucrezio nel De tranquillitate animi:
ut ait Lucretius: hoc se quisque modo semper fugit. Sed quid prodest, si non effugit? sequitur se ipse et urget gravissimus come
s
(in tal modo ciascuno cerca di fuggire se stesso, ma non c’è scampo, non è possibile il suo Se stesso lo incalza, gli sta sopra, gli fa una “compagnia” continua e insopportabile).

Il sentimento che Lucrezio rappresenta con tanta icasticità è alla base anche della ricca produzione europea sviluppatasi, dal Romanticismo in poi, intorno alla riflessione sulla noia, lo spleen- sempre compagno delle civiltà e delle culture che hanno ormai dato tutti i loro frutti e possono solo attendere mutamenti repentini o decadenza- e questo è anche il motivo per cui questi passi risuonano con tanta pregnanza nel nostro tempo, caratterizzato da una lunga, profonda crisi che tutti ci coinvolge. Ma tornando alle parole, alla rappresentazione che si cerca di dare a sentimenti, sensazioni come quelli descritti, vorrei ricordare, dopo Lucrezio, Orazio, che riuscì nel difficile intento di rappresentare attraverso la parola poetica, forse con maggiore intensità e sinteticità di Lucrezio, le sensazioni prodotte da quella che individua come una malattia dell’anima, neppure riferibile o giustificata da una Paura Primigenia, quella della Morte.

Ricordiamo che il mondo antico, pur pervenuto a vette altissime nel pensiero speculativo e nell’analisi sull’interiorità dell’uomo, non aveva a disposizione la terminologia che sarebbe poi stata appositamente coniata negli ambiti specifici delle discipline di tipo psicologico o psicanalitico; di conseguenza non era neppure pensabile una terapia di tipo medico-farmacologico, (anche se Orazio vi fa ricorso, ma con tutta la sfiducia del caso) ma tutto, l’ analisi della sintomatologia e quella della terapia, tutto doveva avere sede nell’interiorità dell’uomo, analista e terapeuta di se stesso. Nel secondo libro, Lucrezio scrive infatti che il lusso di cui ci si circonda per esorcizzare il vuoto terrore della Paura della morte, – i saloni illuminati da candelabri d’oro in forma di giovani che reggono lampade, lo splendore degli arredi d’argento, i soffitti dorati, i tappeti e i tessuti ricamati – non serve ad allontanare la Paura e le inquietudini, che solo la RAGIONE può tenere a bada insieme al costante esercizio della disciplina interiore.

Dunque, non a farmaci ricorreva il mondo antico, bensì richiamando l’ammalato alla cura che solo la Ragione poteva offrire: la lucida contemplazione della realtà,senza illusioni, impietosa ma vera, poteva portare l’ammalato alla guarigione. Senza illusioni: il male, l’affanno vanno guardati in faccia, non serve fuggire. Orazio, nella Epistola I,8, lo sente in sé il malessere e lo descrive:
vivere nec recte nec suaviter, haud quia grando
contunderit vitis oleamve momorderit aestus,
nec quia longinquis armentum aegrotet in agris;
sed quia mente minus validus quam corpore toto
nil audire velim, nil discere, quod levet aegrum,
fidis offendar medicis, irascar amicis,

cur me funesto properent arcere veterno,
quae nocuere sequar, fugiam quae profore credam,
Romae Tibur amem, ventosus Tibure Romam.

( non sto bene, non sono sereno, ma non perché la grandine mi abbia distrutto le viti e nemmeno perché gli olivi me li bruci la siccità; Ma perché meno sano nell’animo che in tutto quanto il corpo, non vorrei sentire consigli da nessuno che mi voglia aiutare, e ce l’ho con i medici, me la prendo con gli amici perché si danno da fare per tentare di liberarmi da questo funesto torpore).

Nessuna traduzione può eguagliare la ricerca terminologica esperita dal poeta, l’indagine sulla polisignificanza delle parole scelte secondo una approfondita verifica etimologica, ma possiamo cercare di seguirne il pensiero che ha suggerito i termini.Orazio soffre di “funesto veterno,” soffre ma non vuole aiuti, si indaga e trova il modo di comunicare, con due parole, quello che sente. L’aggettivo, funestus, ha la sua etimologia in FUNUS, morte, morte avvenuta, cadavere freddo, cui solo la sepoltura o il rogo può ancora spettare, ma esprime, rispetto al sostantivo di riferimento, non solo staticità, bensì l’azione di "recare, portare morte": in tal modo, l’aggettivo riesce a comunicare la sensazione dell’ansia dolorosa che non si esaurisce in un dolore statico ma che di continuo si rinnova, vissuta da chi sente in sé qualcosa di simile a quanto si prova davanti ad un annuncio di morte. Il sostantivo, Veternus ha radici in VETUS, vecchio, e significa quel torpore che nulla, nessun interesse può più scuotere. L’immagine della morte, questa volta legata all’immagine della letargia, della sonnolenza, dell’apatia, del torpore. E ancora, Orazio continua con una enunciazione sintomatologica:
faccio ciò che mi ha già fatto male in passato, fuggo ciò che penso potrebbe giovarmi; sono incostante, come lo è il vento: sono a Roma e vorrei essere a Tivoli, ma quando sono a Tivoli, mi manca Roma.

Ancora piu’ alta, se possibile, è la ricerca della parola espressiva nella famosa epistola 11 del libro Primo, quella nella quale Orazio raggiunge la massima icasticità nella definizione dello spleen che lo affligge.
nam si ratio et prudentia curas,
non locus effusi late maris arbiter aufert,
caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt.
Strenua nos exercet inertia: navibus atque
quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est,
est Ulubris, animus si te non deficit aequus.

( La serenità viene dalla ragione e dall’equilibrio interiore, non certo dal vivere in un luogo che si affaccia a picco sul mare, perché chi va per mare, può cambiare solo il cielo sopra di sé e non l’animo. Noi affidiamo il nostro desiderio di vivere bene ai viaggi per mare e per terra, ma ci tormenta una indolenza, un torpore ansioso).

Anche qui un binomio: un aggettivo e un sostantivo. L’aggettivo STRENUA, è tratto da un ambito significante di tipo positivo, esprimendo concetti legati ai valori del coraggio, della operatività, della tenacia, della risolutezza. Il sostantivo INERTIA, che letteralmente significa” mancanza di arte”, esprime, all’opposto, l’inettitudine, l’indolenza, la pigrizia, la mancanza di capacità. Il Poeta, in questo caso, riesce a riunire le due facce del disturbo con la forza dell’ossimoro, per esprimere la duplice sintomatologia, caratteristica tipicità del disturbo ansioso che non solo alterna momenti di iperattivita’ ad altri di depressione e di assoluta inattività, ma si configura proprio come una forma di indolenza ansiosa, che rode e tormenta: una STRENUA INERTIA.
Artefici e protagonisti di quella cultura che a buon diritto sarebbe stata definita umanistica in quanto fondata su valori proposti all’uomo come raggiungibili e conseguentemente preposti alla sua formazione ,i nostri predecessori di 2000 anni fa provavano sensazioni, sentimenti, emozioni simili alle nostre e alcuni di essi cercarono di renderne l’immagine ricorrendo alla tecnologia di cui disponevano, una profonda capacità introspettiva , basata su un monito molto più antico, quel "conosci te stesso" considerato un valore tanto profondo da essere attribuito al Dio della Luce e della Conoscenza, Apollo.

[Relazione letta durante la conferenza "Il Gene della Poesia l’Emozione della Scienza", tenutasi giovedì 19 maggio 2011, nella sede di Palazzo Giugni, a Firenze, e organizzata dal Lyceum Club Internazionale di Firenze in collaborazione con la Fondazione Il Fiore.
Obiettivo principale della conferenza, introdotta da Gian Franco Gensini (preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze) che ha posto di fronte uno scienziato, il prof Pietro Pietrini e un'umanista, la prof. Beverini Del Santo, è stato quello di disegnare un percorso tra scienza e poesia, guidato da un bisogno condiviso: la comune ricerca di un senso (scientifico) e una definizione (poetica) per il fenomeno dell’"emozione
"].

Nella foto trasporti e trasferimenti nella Roma antica – Mosaici di Piazza Armerina (Enna)

domenica 17 aprile 2011

Anima e tematiche dell'ultimo libro di Lea Canducci–di Piera Mattei



Nella foto: all'Aleph, giugno 2009: Lea Canducci è la prima a sinistra accanto a Claudia Pagan
Lea Canducci – Debole questa notte – Terre sommerse 2010

I libri immediatamente precedenti Questo è per Lea Canducci il quarto libro di poesie dall'inizio del nuovo millennio e accostandolo agli altri si nota come, nell'unità di stile, ognuno abbia una fisionomia particolare, anche una tematica a sé.
Nell'opera compresa nella pubblicazione del Premio Alvaro, la ultima che ho letto, il tono predominante è lo scherzo, l'ironia, anche se già lì per la prima volta compaiono alcune delle poesie che vanno a comporre la prima sezione di questo libro.
Terre nere era invece concentrato sulla tragedia dei campi di sterminio, che si connettono alle vicende personali di Lea.
Anche le poesie di Schermaglie di frodo, erano spesso speziate d'ironia, il titolo indica l'intenzione di essere anche una sorta di prontuario per la sopravvivenza. La natura, lì come altrove, sempre presente.
La terra e, ora, l'acqua Mi colpisce che lì la natura circostante a cui si faceva riferimento fosse soprattutto la terra, una terra petrosa e aspra, mentre qui lo sguardo è soprattutto rivolto a un cielo meteorologico, azzurro, grigio, vento e nubi, e all'acqua, di fiume, di mare di pioggia.
Questo mi pare voler dire che la scabrosità del reale, delle pietre e dei sassi si è in parte disciolta in un fluido movimento equoreo. Ho contato in questo libro moltissimi riferimenti all'acqua nella duplice valenza di elemento vitale di forza tremenda, della natura e al cielo, nella sua mobilità e nel suo incombere. Talvolta un cielo che grida, che fraintende il gioco dei fanciulli (pag. 19):
…i fanciulli
giocano nell'acqua, le grida
dell''acqua, le grida dei fanciulli
si scontrano nel cielo e nelle nubi.
La storia e il tempo Rimane l'attenzione acuta ai fatti della storia, anche se l'ironia pungente si è in parte smorzata senza mai giungere all'arresa accettazione :
E ancora giorni impoveriti
da autunni e inverni
di guerre e ipocrisie.
Li vediamo gli spiriti ingrassati
senza sudore camminare
nel punto nero del potere.(pag. 44)

Possiamo guarire il tempo
malato di antico e di futuro
che non parla al presente
[…]
Se sapiente è la vita e la seguiamo
nelle giuste cadenze
nel suo giusto respiro. (pag. 29)
Quindi Lea non smette di spiare dove possa sprigionarsi "la spinta propulsiva", non smette di "dubitare sorridendo" (pag. 47), di cercare "le giuste cadenze" che permettano di sopravvivere. Non smette di gustare i piaceri semplici della vita, che siano un buon bicchiere di vino, o molluschi appena pescati per preparare un sugo saporito.
Il tempo, qui occulto o svelato protagonista, con una mano ha dato, nuove sicurezze affettive, esistenziali, dall'altro ha tolto, non troppo tuttavia e soprattutto quanto il suo passaggio, in modo del tutto naturale, comporta. La malattia, lo smarrimento, della persona con cui si è divisa la vita sono un avviso di chiamata. Ma ancora spiace alla femminile vanità di Lea, la perdita di nettezza dei contorni del viso. E riuscire a dirlo, è la giusta medicina per lenire la ferita di Narciso:
Un'improbabile storia ancora
mi racconto: abissi astrali
o colpevoli angosce dell''infanzia.
Non è la prima volta
che lo specchio mi rimanda
la mia faccia distorta e irrobustita
perché così stupita e grigia
mi compiango o disincanto. (pag.36)

Un'immagine critica: la ragazzina, la brava studente-lavoratrice
Proprio perché di passaggio del tempo stiamo parlando, occorre qui un'osservazione. Quando un nome s'affaccia, un'identità intuitiva, globale si fa presente. Forse non ha l'universalità delle idee platoniche, ma è totale e onnicomprensiva nella mente di ciascuno. Non voglio entrare in un neoplatonismo alla Hillman, no voglio piuttosto fare riferimento al metodo critico che ho enunciato nel volume L'immaginazione critica, alla certezza che se un poeta non eccita in qualche modo l'immaginazione del suo lettore-critico non si può attuare quel miracolo di empatia e distacco che porta a un' analisi vera, originale di quell'autore, di quel libro. L'immagine con la quale la personalità e il lavoro di Lea Canducci diventano per me cosa viva e insieme si coniugano alla mia immaginazione è un punto preciso della sua storia così come l'ho registrato nella mia mente.
Per me, ogni volta che la sua personalità di Lea Canducci mi si fa incontro, dietro l'immagine contingente, i colori dei suoi baschi e dei suoi cappellini, delle sciarpe e delle collane con cui rischiara il viso, vedo il sorriso, il volto di una ragazzina che, neppure sedicenne rientra col buio a casa dal lavoro, o dalla scuola che frequenta come studente-lavoratrice. E fila dritta, perché sa che il male s'annida dovunque, di male ha avuto precoce e tragica esperienza. Ma sa anche che arriverà a casa sana e salva perché suo dovere è la vita, far crescere in sé e rispettare la vita, come risposta energica all'altra vita sottratta precocemente ai suoi genitori, anche per precise responsabilitàdella storia: la guerra, i campi di concentramento. Se vedo quella ragazzina è perché Lea me ne ha parlato più volte, con tenerezza, con stima, come fosse la sua creatura diletta. In quella riconosco la sua anima, così come la può riconoscere, intuire chi nella immortalità delle anime, in senso teologico, non crede.
La sensibilità di quella ragazzina che precocemente ha conosciuto la morte e che sa che la vita deve essere rispettatala leggo a pag. 23:
La giovinezza domina
la vita, la negazione
della morte è la molla della vita
……. Noi esitiamo
alla fine, ma indegno è arrestarsi
La Natura indifferente e non matrigna Una condizione esistenziale di solitudine, di privazione di una madre benevola e amante ha trovato nella natura terribile e indifferente con cui si confronta l'Islandese leopardiano il prediletto strato teoretico della propria poesia. Mi riferisco qui a una precisa terminologia dove la Natura è simile al leopardiano brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera (A se stesso):
il volere ignoto ai soliti / mortali (pag. 72)
… i cieli si sconvolgono
i mari e le terre s'innalzano
e s'inabissano senza chiederci scusa(pag. 17)

e dalla poesia a pag. 27
il dio
sonante al di sopra delle chiese
…il suo passato
e il suo futuro sempre dominanti,
morboso cibo per noi
piccoli uomini coronati di spine.

Le regole Per sopravvivere quindi occorre forte volontà e conoscere e rispettare le regole, utilizzarle per costruire un proprio forte progetto, sempre portandosi nell'area dove non si bara, non si fanno imbrogli, non si accetta di venire corrotti.
Più volte in questa raccolta compare la parola "regola", anche come regola del gioco, come se tutta la realtà, la realtà nella sua materialità fosse sospesa su una superficie sottile, su una fragile scacchiera e che non solo nelle azioni umane ma persino nelle variazioni metereologiche, sempre, ci siano vinti e vincitori.
p. 15:
… A rovescio
le regole d'amore e morte
[…]
un giocare
a carte coperte senza vincitori
p. 17:
Precipizio di toni e lampi
in un ammasso di nuvole nere,
ma la pioggia non cade.
L'altra parte del cielo si schiarisce,
Vince o perde?

La poetessa psicologa Accanto alla ragazzina che si batte coraggiosamente per la vita, nell'idea che ho di Lea c'è naturalmente anche la poetessa-psicologa. Le due identità non sono separate, proprio perché è il rispetto per la vita chel'ha portata a conoscere le strade adatte a evitare l'attrazione dell'abisso, e a additarle anche agli altri.
Nella poesia a pag. 25 alcuni versi dicono assai bene questo intreccio di sensibilità e conoscenza, perché si comincia con l'indicare il ruolo della poesia come conoscenza e riconoscimento, per concludere, "insegnando" quanto si è già trovato utile per sé, cioè che lo specchio riflette un'immagine bella solo quando se ne spolvera via il Narciso. Notiamo intanto che per la seconda volta ritorna il motivo dello specchio:
Il poeta sprofonda e risorge
dagli abissi per fermarsi
ad osservare se un fiore
è un fiore o un nido un nido,
ma è lo specchio delle sue brame
che sorride quando si affossano
Narciso e le sue trame.
Qui nell'espressione un fiore è un fiore si può leggere un'eco di Gertrude Stein, non so quanto volontaria, e il gusto del gioco della rima. Altri echi involontari e giocosi, o meglio che raggiungono la mente e la poesia per circuiti spontanei si possono ascoltare in queste pagine.
Altrove poesia è risposta a uno stimolo autonomo che di nulla ha bisogno se non della sua stessa vitalità:
Non c'è bisogno del mondo
per suonare una musica
né del cielo per una poesia,
sto su un basso pendio
e scrivo parole. Il cuore va piano
e gli occhi ritornano
verdi come quando bambina
guardavo mia madre.
La madre Qui il continuo rapporto di Lea con la bambina che è stata torna evidente, col rimpianto della creatura dagli occhi verdi che era, e della sua vera madre che guardava. Doveva apparire bella, come bella appare ogni giovane madre agli occhi dei figli piccoli. Ma della madre, si noti, non c'è alcun ricordo fisico, non un tratto, come fosse solo un'idea, forse perché quasi tabù, tanto precoce ne è stata la privazione.

Questa poesia è molto importante, e cruciale per dimostrare il punto di vista espresso in queste note, cioè la fedeltà dell'autrice alla sua immagine fanciulla. Infatti prosegue:
Non c'è tempo da perdere, le cose
che so sono superabili,
il giorno si dilegua e io conforme
ai miei desideri, da prima della
classe, restauro il programma di domani.
Prima della classe, per riuscire a riprendere il passo col diritto alla vita, all'autoaffermazione, alla ricerca, che intimamente è pressante, di "verità", che si sanno sempre parziali.
La ricerca Ricerca che è il vanto e la condanna dell'uomo: alla pulsione a riflettere incessantemente, il tempo non ha dato risposte, e non può darne. La domanda viene dal suo daìmon direbbe Hillman, da quella voce interna, da quella volontà di superarci, non fermarci, che sempre ci muove verso un oltre che sappiamo mai raggiungibile:
Mi faccio domande
ma per poche ho pronte risposte.
E' servito solo a me il mio
elucubrare, il mio dubitare?(pag. 31)

Lo stile La ricerca e lo stile. La poesia è sempre ricerca, cioè è la risposta a quel daimon che impone di dire, quando un'intuizione trafigge, dire per rapide intuizioni quanto neppure con un trattato si riuscirebbe a dire. Questa capacità è lo stile. Più puntualmente sullo stile si Lea Canducci scrive Donato Di Stasi nella bella introduzione che"viene disincentivata la forma retorica della metafora per apposizione"e ancora"costruisce la profondità del discorso con le componenti minime e superficiali della paratassi". Infatti obbiettivo di questa scrittura non è la preziosità linguistica. E' una poesia di idee, anche spesso con accentuazione gnomica, come abbiamo sopra accennato, come si evince dall'inserimento di miti come quello di Arianna oltre al già citato Narciso, dall'uso non infrequente dell'imperativo, anche se spesso rivolto al proprio doppio educabile. Il verso scorre breve e senza abbellimenti al verso successivo, intento a seguire per un sentiero balenante, rischiarato da un intento sincero, il concetto che vuole esprimere: come in una cascata d'acqua, appunto in questo libro naturalmente immagini e pensieri si compongono e avanzano.

giovedì 7 aprile 2011

A due anni dal terremoto: a (e da) Marco Iovenitti, neolaureato in fisica, originario di Tempera (AQ)


Piera Mattei a Marco Iovenitti

Caro Marco,

siamo appena rientrati da Milano, dove ho presentato un paio di miei piccoli libri, traduzioni e saggi di Plath e Dickinson. L'ho
presentati proprio il giorno 6 aprile, data strettamente legata al terremoto dell'Aquila, e poi alla nostra dolorosa visita a Tempera, giusto il sabato successivo al disastro.
Avevo il rimorso, essendo in viaggio e lontana dal mio computer, di non avere ancora ricordato quest'anno la ricorrenza su "Lucreziana 2008", come mi sono ripromessa di fare, fino a che qualcosa nel volto di Tempera non farà pensare a una rinascita.

Con un giorno di ritardo sulla triste ricorrenza pubblico la tua lettera in cui parli del tuo dolore e della tua rabbia, e, nonostante m'immedesimi in quel dolore e in quella rabbia, della tua lettera ti ringrazio: mi viene in soccorso per mantenere la promessa.

Il mondo sta conoscendo in questo periodo infinite tragedie, ma questo non può farci dimenticare i luoghi e le persone che hanno attraversato il nostro cammino, che ci sono in qualche modo più prossimi.
Quella notte, ricordo, era ancora fresco l'olivo benedetto della Domenica delle Palme. Quest'anno siamo prossimi alla Pasqua una festa che per me ha soprattutto una valenza simbolica, universale, di rinascita.
Cercando d'oppormi al senso d'impotenza che ci stringe, faccio gli auguri più affettuosi a te, alla tua famiglia e a tutta la piccola comunità di Tempera,

Piera Mattei

Marco Iovenitti a Piera Mattei

Gentile dott. Piera Mattei,

sono Marco Iovenitti, l'ormai "ex" studente del prof. Bianconi alla Sapienza, il ragazzo di Tempera (AQ).

Sicuramente si ricorda di me, come del resto io non posso e non potrò mai dimenticare lei e il mio professore.

Oggi, 06 aprile 2011 ricorrono due anni dalla fatidica data che ha cambiato per sempre le nostre vite ed i nostri animi, per questo mi sentivo di doverle scrivere poche righe, giusto per un ricordo di ciò che è stato fatto e ciò che NON è stato fatto.

Affinché l'attenzione sul dramma che si vive qui nell'aquilano non continui a precipitare nel già profondo e scuro dimenticatoio dove è ora.

E' inevitabile che il pensiero torna a rivivere quella notte del "lontano" ma così vicino 2009. Sembra ieri, il ricordo è vivo, presente, brucia ancora nella mia mente.
Le grida, la devastazione, la distruzione, la morte. Tutto così lontano, tutto così attuale.
I miei amici che non ci sono più; compagni dei giochi d'infanzia, compagni di arrampicate, compagni e colleghi di università e di liceo. Perché loro? Nessuno saprà mai dare una risposta a questa domanda.
Ieri sera, dalle ore 23 30, c'è stata una fiaccolata lungo le vie principali della "città" L'Aquila; la fiaccolata terminava in piazza del Duomo, alle 03 30 e alle 3 32, 309 rintocchi di campane hanno ricordato le vittime del terremoto.
Ma tante altre persone sono morte nei mesi dopo quell'aprile 2009, persone forti, anziani con ancora tanta voglia di vivere, di godere degli ultimi anni rimasti, si sono lasciati andare, forse straziati da un dolore troppo forte. E così Guido, Pasquale, Vero, Maria, se ne sono andati: lo "zoccolo duro" del mio paese va assottigliandosi sempre di più.

E' tremendo rendersi conto che una realtà già difficile come L'Aquila prima del 2009, ora è un presente fatto di macerie, di assenza di lavoro. Ma soprattutto di assenza di gioia, di serenità, di felicità.
Quella bella città alle pendici del mio amato Gran Sasso non ha più un'identità, non ha un futuro. Il lavoro da queste parti è assolutamente assente.
Io, studente neolaureato, sono (o sarò) costretto ad abbandonare la mia terra tanto amata a cui sono tanto legato soprattutto in questo momento. Staccarsi da questi posti, soprattutto dopo tanto dolore, è difficile.
Dove posso fare domanda per lavorare? Quale ente di ricerca potrebbe assumermi? A L'Aquila non c'è nulla. Sono costretto ad abbandonare la mia terra in questo momento quando, invece, ci sarebbe bisogno di tutti noi.

E questo fa rabbia....tanta rabbia...

Oggi qui a Tempera splende il sole, come due anni fa; illumina le macerie del mio paese (e non solo) quasi a voler ricordare che da quel giorno poco o nulla si è fatto per avere un futuro migliore.

Splende il sole, vero. Ma nel mio cuore ancora non si è aperta l'alba.
E non credo sia ancora buio solo nel mio cuore.

Un carissimo saluto,

Marco

P.S. Gli anni di studio a Roma, la serenità di svegliarmi la mattina ed andare alla Sapienza a seguire lezioni mi mancano moltissimo.