lunedì 9 marzo 2020

"L'infinito dei verbi" di Piera Mattei presentato dalla stessa autrice – Prima parte



 


RIFLETTENDO SULLE PAROLE CHE HO AFFIDATO ALLA PAGINA

Quello che questo libro non è, che la mia poesia non sarà mai, è una riflessione sui ricordi.

La forma del ricordo è il racconto autobiografico e di questo c'è nell'autrice un rifiuto interno un blocco che impedisce di accedervi come è scritto nella poesia "Del raccontare", ma già era stato tema di altra poesia "Il volto–le mani", nella raccolta "L'equazione e la nuvola"  Quindi il tempo dei verbi adottato è, essenzialmente, il presente, i modi l'indicativo e e l'infinito.

Ma ricordiamo che l'infinito è anche il modo nel quale si formula l'imperativo impersonale (così come li leggiamo sulle porte,  spingere, tirare) e l'imperativo negativo. Questo anche nel rivolgersi direttamente a una persona, anzi al tu, alla seconda persona (non dire sciocchezze etc.)
Nella prima parte di questa raccolta, per quanto l'infinito sia preceduto da quel "del" che indica il complemento d'argomento, la sfumatura imperativa, che l'autrice pensa non sia lei a rivolgere né che sia rivolta a lei, ma nasca dalla considerazione oggettiva dell'esistente, è, direi, implicita.

 Inoltre tutto il libro articola una riflessione sull'"in sé" della natura ma anche degli oggetti.

Prima parte: I verbi all'infinito
Del fare ordine, che si articola in tre poesie, è il primo fondamentale argomento.
 Ordine e caos sono gli estremi nei quali si collocano persone, oggetti, eventi. Nel caos c'è assenza di senso o almeno difficoltà a riconoscere un senso, nell'ordine eccessivo c'è fissità, morte. La vita risiede al limite al bordo del caos rivolto verso l'ordine, lì dove l'ordine non è assoluto, non è privo di novità inattese, perciò non è privo di vita.
Queste poesie vogliono essere lette pertanto nel loro senso letterale, ma rimandare soprattutto al loro significato metaforico. Ordine e disordine osservati nel microcosmo di un armadio, rimandano a ordine e disordine cosmico.
Nella terza delle tre poesie dedicate al fare ordine compare l'in sé degli oggetti.
L'in sé degli oggetti che verrà ripreso nella sezione  "La natura in sé" si riferisce alla resistenza degli oggetti e della natura a essere considerati accessori o sfondo della vita  di un individuo. In molti casi gli oggetti di cui ci circondiamo avevano una loro esistenza precedente e ne conserveranno una anche dopo. Gli abiti dei maharaja indiani, secondo una determinata tradizione, dopo essere stati indossati venivano bruciati, ridotti in cenere, proprio per eliminare questa esistenza in sé dell'oggetto e renderlo  nato per un solo scopo, oggetto che dopo aver adornato e coperto il corpo regale deve estinguersi, perché ha compiuto il suo destino.
L'autonomia degli oggetti

Piccoli gesti nello spazio concluso
 quelli solo puoi compiere
 provare inutilmente
di riordinare gli oggetti nella casa

 Appena li riponi
gli oggetti sfuggono via dalle tue mani
verso quel caos dal quale vengono
e al quale vogliono far ritorno

Soprattutto non intendono
significare "per te"
vogliono essere "per loro" stessi

e domani nelle mani di chi tu non conosci
non sono regali che tu farai
ma appropriazioni che il tempo ha predisposto

Altro tema è qui contrastare il Freddo. Il freddo è affine all'ordine, all'immobilità. Il freddo cristallizza i liquidi, rallenta la vita. Come le cose, gli eventi, per partecipare della vita devono restare al margine tra caos e immobilità, anche il sangue deve restare alla temperatura al limite, né freddo né caldo, anzi è il sangue stesso che stabilisce il limite del freddo e del caldo e impone: indossare i guanti di giorno, i calzini di notte. Guanti e calzini, sono oggetti vivaci e colorati, ma sono anche metafora di una paziente opposizione al freddo.


La bellezza e la forza anche direi persino terapeutica dell'astrazione assoluta dal particolare si esprime nella poesia "Del contare". Contare, oltre cinque (le dita di una mano) è funzione d'intelligenza umana superiore e diventa anche una forma di gioco. La pura astrazione come il liberarsi della mente dalle cose, dai progetti, da tutto quanto è la faticosa concretezza.

"Del perdonare", "del ringraziare", "del dividere a fette il tempo" sono poi tre imperativi, non Etici, tanto meno Religiosi, quanto dotati di una loro interna necessità. "Dello stiracchiarsi", nell'ultima strofa che rivela il significato di quel gesto, è una deroga al non ricordare. Ma non c'è narrazione del ricordo, è l'azione che si fa ricordo ovvero il ricordo che si fa azione.
"Del dividere a fette il tempo" è questa eucarestia del presente. Ogni giorno la sua pena, ogni giorno il suo evento, il suo nutrimento. Non c'è passato o futuro che, nella sua illusorietà, veramente nutra.


venerdì 28 febbraio 2020

Niente ci accomuna come essere figli?di Piera Mattei

Nota critica a LONTANO DAGLI OCCHI di Paolo Di Paolo  Feltrinelli 2019


Nota critica di Piera Mattei

Cosa hanno in comune  Luciana, una giornalista quasi disoccupata, Valentina, una liceale, e Cecilia, una fragile creatura vagabonda, protagoniste,  almeno nella prima parte, di questa narrazione? Sono tre giovani donne che vivono a Roma, ma non si frequentano né si conoscono. Il fatto che le accomuna è che sono rimaste incinte lo stesso anno, nello stesso periodo dell'anno. Nessuna delle tre ha quello che si chiama un ménage regolare, un partner. Nessuna delle tre ha un vero amore o accende una passione, per tutte e tre l'incontro che le ha rese incinte è stato un atto sessuale che non intendeva avere conseguenze esistenziali.
E invece le esistenze si mettono in moto proprio così, con un semplice atto sessuale. L'autore le segue, senza che mai i loro destini s'intreccino, negli ultimi tre mesi della gravidanza fino al parto.
Cosa hanno in comune ancora? Tutte e tre rifiutano di diventare madri. Madre non si è per il fatto di generare un altro essere della tua stessa specie. Tra genitore e figlio c'è un rapporto biunivoco, quindi se una donna si sottrae all'essere identificata come madre, se non ha la forza di assumere la responsabilità di un'altra vita, anche se quella vita l'ha fatta crescere e l'ha alimentata nel suo corpo, non è madre. E il bambino che ha generato non sarà suo figlio, anzi non sarà "figlio" fino a quando non troverà chi lo accolga come tale. In quell'attesa il piccolo nato vive in un limbo di sensazioni e suoni plurali che non s'identificano con una voce, un odore, un corpo materno.
Ma questa impossibilità di diventare madre, di accettare di cambiare la sua collocazione nella scala biologica, che è comune a Luciana, a Valentina e a Cecilia, personaggi-ipotesi irreali, è diversa dall'abbandono. Proprio oggi la radio dava la notizia di una donna che ha lasciato un bimbo nel passeggino alla Stazione Termini ed è fuggita via portando con sé un altro bambino, poco più grande.  Quello, sì, è un abbandono, perché quella donna il suo figlio l'ha tenuto nelle braccia, l'ha nutrito e vestito prima di lasciarlo solo, agli sguardi di passanti compassionevoli. Ma le tre donne di questo libro, già da "prima" sanno che non saranno mai le madri di quel bambino che pure hanno generato, restano aldiquà, danno per scontata l'incapacità e addirittura l'impossibilità di assumere una responsabilità simile. Forse la liceale, Valentina, quasi vorrebbe, ma lì, stranamente, sono i genitori amorevoli che già hanno deciso per lei.

"Niente ci accomuna come essere figli"? No, direi che niente ci accomuna come essere nati da donna, almeno finché non si troverà un'altra maniera di nascere. Ma figli si diventa in rapporto a chi si riconosce genitore, non prima.
Invece una riflessione che condivido: genitore biologico cosa significa, se ogni uomo potrebbe generare migliaia di figli? E anche ogni donna in età fertile, del resto, ogni mese si dispone a procreare. C'è, nell'atto di generare, insieme necessità, quel DNA, e infinita casualità, quel giorno, quell'ora.

Queste riflessioni e molte altre mi ha mosso il libro di Paolo Di Paolo, libro del quale non si può dire tutto quanto si vorrebbe, mille osservazioni, anche in rapporto al periodo storico, il 1983, nel quale è ambientato.  Non si può dire tutto quanto si vorrebbe perché questo è anche un romanzo che andrà in mano a una quantità di lettori che vogliono essere introdotti alla lettura, ma intendono poi scoprire per loro conto il significato finale di quel racconto, affidato, sì, veramente, al fantasticare su un tempo che è il tempo della nascita, alle riflessioni e ai sentimenti che accompagnano la nascita.
"La mia condanna alla fantasticheria", dice di sé l'autore. Figure fragili quelle dei genitori irrealizzati, sia le donne che gli uomini, questi ultimi che in più si assolvono anche per l'incertezza del loro ruolo. La genitorialità, qui esclusa a priori dai "responsabili" del concepimento, appartiene alla coppia di trentenni che dopo alcuni mesi porta un bambino dal brefotrofio alla sua nuova casa.


C'è nel romanzo una figura secondaria che molto mi ha colpito, quella del custode di notte nel dormitorio delle piccole culle, "conta le ore nell'alternarsi di pianti e di quiete, ma il silenzio vero non esiste", c'è sempre "qualcuno che non tace". Lui, appassionato di astronomia, sa che anche nello spazio non esiste silenzio, che neppure l'universo sta zitto. Personaggio laterale della storia, al quale tuttavia è dedicato un intero breve capitolo, nasce certo da quella naturale propensione dell'autore, che si affina come disposizione al racconto e alla narrazione ,"a soppesare esistenze alternative, scrutare gli sconosciuti con invidia benevola, come sapessero, o avessero, sempre qualcosa in più, un segreto vantaggioso".

martedì 18 febbraio 2020

Franco Ferrarotti: Leopoldo o della memoria riconoscente - Gattomerlino edizioni 2020

PRESENTAZIONE A GATTOMERLINO SPAZIO
 Borgo  Vittorio 95–Roma
16 febbraio 2020





Questa non è solo una presentazione, è anche una piccola celebrazione.
Infatti questo è il decimo volumetto che il prof Ferrarotti pubblica con noi ed è anche il decimo anno delle edizioni Gattomerlino. Pertanto per chi, come me, crede in un meraviglioso potere dei numeri, questa ricorrenza va festeggiata.
Anzitutto con la presenza del prof tra noi.
 Poi con la presenza e il contributo di Lina Lo Giudice Sergi, amica di entrambi, e del Prof Ferrarotti anche ex-allieva, eccellente allieva nello stuolo di centinaia di ex allievi che la città di Roma potrebbe contare.

 Il modo che da editrice adotterò per questa presentazione è tornare a ricordare come ogni singolo libretto sia nato e vorrei che chiunque avesse desiderio di acquistarne uno avesse due altri titoli in dono, a sua scelta.
Dunque come questo rapporto ha avuto inizio è narrato nell'introduzione a Dicembre  1947.

All'inizio dell'estate 2011 ho ricevuto dal suo autore questo piccolo tesoro custodito negli anni: la fotocopia di una copia a carta carbone di alcune poesie. Sulla prima pagina il titolo, Quaderno Inglese, e l'indice. Poi, in alto a destra, tracciata a penna, come chi a distanza di anni cercasse di fissare esattamente nel tempo quei fogli, una data: dicembre 1947.
Dunque l'autore mi affidava quel manoscritto, ma univa a quel gesto la perentoria e contraddittoria richiesta di pubblicarlo anonimo. Questa la sfida: la raccolta doveva mostrare il suo valore umano, storico, poetico a prescindere dall'attrattiva del nome del suo autore. E il dattiloscritto, ricopiato in caratteri nitidi nelle pagine a destra, sarebbe rimasto a fronte, offrendo la base materica per un dialogo illustrativo.

Questo primo libretto e il secondo vennero dunque attribuiti a un Anonimo scienziato e questo in realtà mi permise, anzi mi obbligò a delle introduzioni che feci con molto piacere.   Come opera dell' Anonimo scienziato uscì anche un libretto di terzine di tema erotico che accompagnai con miei acquarelli. Successivamente quando, a cominciare da "1951:Oltre l'Oceano" , i libretti uscirono a nome di Franco Ferrarotti, pensai che essendo lui una personalità più che nota, famosa nella nostra cultura, non sarebbe più stato utile, o opportuno aggiungere alle sue parole il mio intervento critico.

 Uscì poi "La colazione del pellicano". Mi divertono molto tutte le copertine e i titoli di questi libretti. Molte poesie di questo quarto libro, e terza raccolta di poesie, sono ambientate in America. America che ha avuto molta importanza nella vita di Franco Ferrarotti. Lì era nata la moglie di Franco Ferrarotti per quanto come tanti americani, con radici in Europa, l'America per anni ha accolto lelezioni del nostro grande sociologo e dove ancora lui possiede, credo, una casa sul Golfo del Messico. In America è stata scattata l'ironica foto di copertina.

 Poi avvenne nella vita di Franco Ferrarotti un fatto grave, luttuoso. Ferrarotti perse la donna che gli era stata vicina dalla giovinezza, appunto da quel primo viaggio americano, sessanta e più anni di matrimonio, i figli.
 Dal silenzio del suo lutto Ferrarotti mi parlò con un pacco di poesie scritte a mano, nella sua aguzza grafia affidata alla stilografica. Poesie che celebrano il lutto, decantano il dolore. Quella volta come già per la prima raccolta le trasportai sul computer lasciando però la foto della scrittura originale a mano, a fronte. Pubblicammo quel libro fuori collana.

 Ma altri inediti di poesia arrivarono non molto dopo. Allora pensai che avremmo potuto fare un compendio di quanto era già uscito, aggiungere le nuove arrivate, e affrontare un dialogo sul significato della poesia. Nacque così "Dialogo sulla poesia", che ha avuto un'accoglienza più che buona, e ha dato origine a una bella intervista al suo autore su il Venerdì di Repubblica.
Di lì a poco Ferrarotti m'inviava tuttavia altri scritti teorici "Le ragioni della poesia nella società irretita" e, a scadenze non troppo ravvicinate, altri gruppi di liriche , che abbiamo pubblicato con i titoli "Per moto naturale " e "Ipermnesia".

 Ecco, direi che la scadenza ritmica di queste offerte che mi vengono da Ferrarotti hanno un moto naturale. Sono una pulsazione cardiaca, un buon ritmo di pulsazione, e, quanto a me, sono contenta e fiera di accogliere questo battito nelle pagine di un piccolo libro.
Ultimo tra tutti, il libro decimo, queste prose autobiografiche che nel titolo e all'interno portano la dedica a un cugino, un precettore, si direbbe alla vecchia maniera, Leopoldo, un pedagogo che è probabilmente il vero responsabile dell'affinamento di quello strumento che Ferrarotti possiede in maniera straordinaria, la sua memoria.
 Diceva Dante :
non fa scienza senza lo ritener l'avere appreso.
Ecco dunque cosa contribuisce a rendere unico questo grande scienziato, la memoria inossidabile della vita sua e della cultura italiana della seconda metà del Novecento e attuale.





Per concludere dirò che il 7 aprile, alla Biblioteca del Senato, ci sarà la presentazione dell'opera Omnia di Franco Ferrarotti , un'opera di più di 6 mila pagine, in sei grossi volumi. Ed è importante che questa opera ci sia, è importante che ci sia la solenne celebrazione di una mente tra le più brillanti e lucide che  l'Italia ha avuto  dalla seconda metà del Novecento a oggi. 
I libretti Gattomerlino, giunti alla decima prova hanno un significato diverso, e accolgono  a piccole dosi, le provocazioni di una mente che certo nessuna Opera Omnia riesce a comprendere una volta per tutte.