giovedì 17 febbraio 2011

In fondo al nostro andare si apre una crescente luce, sull'autobiografia di uomo e scienziato di Giorgio Salvini


Scrivere una breve nota sul libro di Giorgio Salvini,"L'uomo un insieme aperto, la mia vita di fisico" proprio oggi che ricorre la data del rogo di Giordano Bruno, mi sembra un' ottima coincidenza. Il nome del grande filosofo e poeta nolano non ricorre nel libro di Salvini, tuttavia il senso d'appartenenza a un processo aperto e in qualche modo infinito, che il libro esprime con passione, ha un profondo sapore bruniano: In fondo al nostro andare, scrive Salvini, di decine e di centinaia di generazioni, si apre una crescente luce, che è il progresso della conoscenza scientifica e del nostro pensare.
Questo libro può anche essere letto come la storia di un ottimista, un uomo che ha saputo cogliere la sua fortuna, anche dalle situazioni più tragiche. Come quando, durante la guerra e il suo servizio nell'esercito, viene richiamato, perché le mura della sua casa sono state demolite e bruciate. Egli vede quella licenza per "distruzione dell'abitazione", proprio in coincidenza dell' 8 settembre,come il caso fortunato che gli risparmiò la fine crudele che toccò invece a moltissimi altri, al nord, dopo l'armistizio.
E' la storia di un uomo che ha avuto forti ambizioni, anche al di fuori della scienza, e che è stato capace di ridimensionarle, dov'era il caso. Ci piace ascoltare una voce sincera, quasi innocente, nel raccontare i suoi inizi come maestro elementare, mentre nel periodo di storia in cui la sorte gli aveva concesso di crescere e maturare, insegnava a classi numerosissime di ragazzini, lui poco più che ragazzino. Intanto preparava agli esami di licenza liceale. Oppure, di nuovo non risparmiandosi e lavorando, è il caso di dirlo, su due fronti, faceva il soldato o si teneva nascosto ai tedeschi e ai repubblichini, presso la facoltà di Fisica di Milano, mentre completava gli studi universitari o con l'aiuto di altri volenterosi, si apriva nuovi orizzonti di ricerca. Qualcun altro avrebbe fatto di quegli anni un intenso romanzo d'avventura, Salvini si contenta di indicare gli svincoli della sua fortunata, rapidissima carriera.
La vita gli ha riservato il ruolo di presidente dell' Istituto Nazionale di Fisica Nucleare a soli trentasei anni, un'età in cui oggi molti ancora si trascinano da una borsa di studio all'altra, certo per mancanza di migliori proposte ma anche per una "culturale" mancanza di spirito d'iniziativa. Professore Universitario al Roma per lunghissimi anni, Presidente dell'Accademia dei Linci, Ministro dell' Università e della ricerca scientifica (sotto il governo Dini1995-1996), Cavaliere di Gran Croce per nomina di Luigi Scalfaro, per non citare che alcuni dei più impegnativi e importanti ruoli e riconoscimenti, è singolare che nel paragrafo "Morte, immortalità" voglia presentare, come esempio di quanto è stato e resta pertanto, nell'oceano dell'essere, indistruttibile, il ricordo del suo maestro di scuola elementare, di cui fa il nome, Carlo Fontana: Mi regalò un libro, con una bella dedica, "Il teatro dei burattini" di Yambo, che conservo ancora, e forse saprei ripetere a memoria.
PIERA MATTEI

17 febbraio 2011: 411esimo anniversario del rogo di Giordano Bruno su Campo de' fiori




AL MAL CONTENTO

Se dal cinico dente sei trafitto,
lamentati di te barbaro perro:
Ch'in van mi mostri tuo bastone e ferro,
se non ti guardi da farmi dispitto.

Per che col torto mi venisti a dritto,
però tua pelle straccio e ti disserro:
e s'indi accade ch'il mio corpo atterro,
tuo vituperio è nel diamante scritto.

Non andar nudo a tòrre all'api il mèle
non morder se non sai s'è pietra o pane.
Non gir discalzo a seminar le spine.

Non spregiar, mosca, d'aragne le tele.
Se sorce sei, non seguitar le rane;
fuggi le volpi, o sangue di galline.

E credi all'Evangelo che dice di buon zelo:
dal nostro campo miete penitenza,
chi vi gittò d'errori la semenza.

(Sonetto introduttivo a "La cena delle ceneri" Londra 1584)

lunedì 14 febbraio 2011

roma 13 febbraio 2011: i volti delle donne (e dei loro compagni)












Una piccola galleria di volti, di persone presenti alla manifestazione di ieri a Roma, di donne che hanno issato cartelli, mostrato immagini inequivocabili. Una manifestazione al di sopra di ogni più ottimistica aspettativa, che dovremo scrivere come tappa iniziale di un processo di liberazione.


Liberazione, ben inteso, dall'ombra ingombrante, dalla strapotenza offensiva di un solo individuo sulla vita politica, culturale e ideale del nostro paese. Sì, vogliamo tornare ad avere ideali, prospettive. Come ha gridato dal palco la Camusso dovremo riappropriarci del senso delle parole, ripulirle dalla patina che le ha rese opache. Basta credere nelle bugie: l'interesse di un vecchio per le minorenni non è filantropismo, è malattia. Bloccare il parlamento o farlo funzionare ( a spese del contribuente) per sfuggire alla giustizia è fatto assai più grave: è un delitto contro lo Stato. A cui certo non pensa di appartenere chi allo stato intende fare causa.
















Che dunque si volti pagina e che siano proprio quelle donne che mai riuscirebbe a comprare a farlo cadere dal piedistallo dove si è insediato, che scenda dal piedistallo e dalle sue scarpette. Che poi, infine, se proprio vuole, si dia, da privato cittadino, non più come rappresentante di un'intera nazione, agli svaghi che preferisce!

venerdì 11 febbraio 2011

Fare la poesia onesta: su "Il dono della notte"di Emilio Coco

Nel 1911 la rivista La Voce rifiutò la pubblicazione di un intervento di Umberto Saba dal titolo “Quel che resta da fare ai poeti”. Lo scritto, ritrovato fra le carte del poeta e pubblicato nel 1959, inizia rispondendo, senza preamboli o giri di parole, alla questione posta dal titolo: “ai poeti resta da fare la poesia onesta.” Il concetto di poesia onesta è stato preso a prestito da più di un autore come formula critica buona per ogni stagione, adattabile, anche oltre le intenzioni del poeta triestino, per smascherare presunte o reali disonestà in versi. La nozione di poesia onesta, vaga di per sé, lo diventa assai meno se riferita a quegli autori presi ad esempio da Saba, l’onesto Manzoni e il disonesto D’Annunzio. La falsità di quest’ultimo, in particolare, si esplicherebbe nel momento in cui “si esagera o addirittura si finge passioni e ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento; e questo imperdonabile peccato contro lo spirito egli lo commette al solo e ben meschino scopo di ottenere una strofa più appariscente, un verso più clamoroso.” In tale affermazione emerge un concetto che critici e poeti sembrano temere ed evitare con cura, quel “peccato contro lo spirito”, quella falsità interiore, quella menzogna dell’essere se stessi, che sarebbe causa e conseguenza allo stesso tempo di una poesia disonesta. Si chiederebbero, dunque, al lettore di versi, sia esso o meno un critico di professione, un’esperienza umana, un palpito ineffabile, la messa a nudo di sentimenti, dolori, passioni, esperienze dello spirito prima di un’analisi chirurgica del verso. Insomma la poesia onesta è quella che si abbevera alla verità di un sentimento, riversando questa scossa, questa extrasistole nell’anima di chi legge. Immagino più di un sopracciglio alzarsi di fronte a queste parole (nella poesia contemporanea anima e spirito fanno più paura di tramonti e gabbiani), eppure non si possono non tenere a mente certe affermazione nel prendere in mano “Il dono della notte” del grande ispanista, traduttore e poeta pugliese Emilio Coco, pubblicato da Passigli nel 2009, con prefazione di Vincenzo Ananìa.
Libro pericoloso, che brucia, da maneggiare con cura perché scritto con il dolore della morte sui polpastrelli, da leggere e commentare senza falsi pudori o eroismi, con la compostezza di chi ha vegliato un fratello, Michele Coco, malato terminale e ne ha dato degna sepoltura. Scrive Vincenzo Ananìa nell’introduzione: “questo diario, in forma poetica, della fulminante malattia e dell’agonia e morte di Michele Coco, è un vero e proprio canto d’amore, di riconoscenza e di acuta nostalgia con accenti di inconsueta intensità.” Un diario dunque, scritto la notte al capezzale, ascoltando i tremiti e aspettando il passaggio delle giovani infermiere, un tempo fatto di umanità e canto, che è dono di poesia: “Aspettavo la notte come un dono,/ come il libro più bello da sfogliare/ insieme a te, e soffermarci a leggere/ io le tue traduzioni di Catullo,/ tu le mie dei baschi e catalani./ […]/ Ma la notte era interamente nostra,/ al buio con la nostra solitudine,/ e temevo il rintocco delle ore,/ pregavo Dio che l’alba non spuntasse.”
Il libro, testo dopo testo, è scandito dal rintocco delle ore notturne, dall’avvicendarsi dei turni al capezzale di parenti e medici, attraversando i reparti d’ospedale nel progredire della malattia. Ogni reparto è una sezione del libro: “Reparto neurochirurgia”, “Reparto geriatria e isolamento”, “Reparto lunga degenza”, fino a “Corpo assente” dove i versi si raccolgono per l’ultimo saluto. Eppure, anche nell’infinito dolore della perdita, questo è un testo pulito della retorica dello strazio. Vi è un’adesione meditata e consapevole all’endecasillabo come esercizio e preghiera, come adesione a una compostezza umana e letteraria che si esprime nella veglia solitaria e silenziosa sfidando sonno e fatica; e che in poesia è forma chiusa. Un verso, tuttavia, che è anche omaggio al fratello Michele, anello di trasmissione, insegnamento e condivisione di una passione che: “So che più non sarà com’era prima./ Anche se con ritardo ti ringrazio/ per avermi insegnato che in poesia/ è questione di musica e di ritmo./ […]/ M’iniziasti ai segreti di quel metro/ che amavi tanto: il bell’endecasillabo./ […]/ Tu con grande pazienza correggevi/ i miei versi insonori e un poco zoppi/ ed io mi tormentavo tutto il giorno/ a contare le sillabe battendo/ con le dita sul petto e sulla gamba./ So che più non sarà com’era prima.” Vi è dunque da notare che “Il dono della notte” è libro composto completamente da endecasillabi, cesellati con precisione e nettezza, come omaggio al fratello fine traduttore dei classici e maestro di metrica da una parte, ma anche come mezzo per decodificare e cristallizzare il dolore attraverso la sequenza obbligata di sillabe e accenti dall’altra. Si tratta di un testo che è totalmente onesto, non solo perché distilla la verità biografica della sofferenza e del distacco, ma in quanto non la esibisce cercando l’effetto iperbolico, fintamente ridotto a un minimalismo da stabat mater da condominio, lo si mette sulla carta con la stessa lucida determinazione delle lacrime sul fazzoletto. Si tratta di un rigore e una compostezza che appartengono all’uomo Emilio Coco, al professore e al traduttore, prima ancora che al poeta e alla sua metrica; che lo oppongono alla devastazione della malattia e della morte con una presenza fisica fatta di un amore silenzioso e ostinato. Si vedano i versi nei quali la corona delle persone intorno al capezzale del malato sembra costituire una barriera reale contro l’avanzare della morte: “Non le lasciamo spazio. Ci stringiamo/ tutt’intorno al tuo letto. Siamo cinque:/ […]/ formiamo tutti insieme una barriera/ per sbarrarle il passaggio e siamo vigili.”. È questa, in fondo, una funzione affidata alla poesia stessa, compagna fedele, a tratti contrapposta alla vacuità formale delle immagini sacre (campeggia spesso la figura del Santo di Pietrelcina) appese sopra i letti dei malati, ai quali non si risparmiano critiche per il business che vi gira intorno: “questa notte ho deciso di tradirti,/ di sostituirti nelle mie preghiere/ con un povero santo sconosciuto/ che ha pochissimi fans, forse nessuno,/ che non muove le folle e fa felici/ tour leaders, cappuccini e albergatori./ San Pellegrino Maria Laziosi/ è il nome del mio nuovo intercessore.” Emerge un rapporto complesso con il sacro e la tradizione nel quale si può essere con Dio (“Ti affido a lei e prego che ti accolga/ nel suo grembo dolente come il Cristo.” oppure “intercedi, ti prego, presso Dio/ perché quest’uomo cessi di soffrire”) o contro Dio (“Infermiere, li stacchi da quel muro,/ li porti via, li faccia scomparire./ Più non sopporto il loro sguardo idiota,” oppure “Non voglio più pregarti. Sono stanco./ È la mia decisione irrevocabile.” e oltre “Li miro e li rimiro nella luce/ che viene dalla Chiesa illuminata./ Che ci fate qui dentro? Basto io.”), ma mai senza. Poesia come preghiera (sincera, vera, spesso rotta in pianto), come compagna, come ultima testimonianza, come dono, e come riflessione sul sacro e sul mistero indecifrabile della vita, che proprio all’ultimo metro sembra rivelare un bagliore di luce. In tale contesto non è esclusa una prospettiva teleologica, affidata alla dimensione del ritrovarsi, nella poesia che chiude il libro: “Torneremo a incontrarci in quel paese/ dove il sole risplende tutto il giorno/ […]/ Lì resteremo eternamente giovani,/ faremo un girotondo coi poeti/ […]/ Ci apparteremo, mano nella mano,/ ricordando sciocchezze d’altri tempi,/ lontano dal frastuono della terra.”
I versi, soprattutto quelli maggiormente calcati sui classici tradotti dal fratello Michele, sono la lente per interpretarne gli eventi di una vita, il temperamento, le gesta, attraverso un immediato evemerismo familiare – e dolcissimo – nel quale il malato, al momento del trapasso, assume i caratteri di divinità olimpica: “Conteso da due donne, adori l’una,/ dall’altra sei bramato. E se quest’ultima/ per te sospira languida, ti burli/ del suo amore e insaziabile divori/ le labbra della prima. Ma l’inganno/ non dura a lungo e quando se ne accorge,/ sospinta da un’insana gelosia,/ medita come fartela pagare.”, versi nei quali echeggiano l’amata antologia palatina, Catullo, Saffo, Anacreonte, Alceo spesso citati, ma nei quali è adombrato il micidiale duello in corso fra la vita e la morte; un duello continuo, nella raccolta, come ha modo di rilevare Vincenzo Ananìa nella prefazione, sottolineando come la vita sia “in più punti del poema, in rapporto dialettico con la morte incombente.” Si tratta di versi che ne celebrano la bellezza divina, contesa, come si è visto, dalle donne: “Ragazzo, t’adoravo come un dio,/ un portentoso dio dai capelli/ ondulati e lucenti. Imbaldanzivi,/ corteggiato da tutte le ragazze/ dalla piazza di sopra a Santa chiara.” Oppure versi che calcano quelli di Mimnermo sulla “vecchiaia tremenda” come anticamera della morte: “Grigie le tempie e bianca la tua testa./ Poco tempo t’avanza, ma non temi/ il doloroso Tartaro, ché ancora/ l’amore t’irretisce coi suoi giochi.” Ne emerge il quadro di un uomo fuori dal comune, non solo per bellezza e statura, per le qualità umane, per la fame di vita, bellezza e giovinezza che non lo lasciano neanche nei momenti estremi, ma anche per le finissime qualità intellettuali di traduttore e letterato. Non è un caso che, mentre la raccolta si chiude con il testo “Torneremo a incontrarci in quel paese” già citato, incentrato sull’incontro fra i due fratelli dopo la morte, il penultimo testo è rivolto al rapporto di Michele con i suoi libri: “Che faranno i tuoi libri nello studio?/ È così che chiamavi quel garage/ di oltre sessanta metri che comprasti/ per ospitarli tutti in bella fila/ nei lucidi scaffali allineati/ fino al soffitto lungo le pareti./ […]/ Avvertirà qualcuno la mancanza/ di una carezza lieve sul suo dorso?/ Ti piangeranno i classici latini,/ il tuo amato Catullo, soprattutto?” Come a dire che subito prima dell’amore fraterno, vi è il legame tenacissimo instaurato con e attraverso la letteratura. Un legame che il lettore troverà nella personale esperienza di attraversamento di questo testo, lucido e disarmante nella sua bellezza esente di retorica: un dono di poesia del quale essere grati.
Luca Benassi

sabato 29 gennaio 2011

In Tunisia con Moncef Ghachem, il cantore del mare





Il breve diario che segue è stato scritto prima dell'esplosione degli eventi del dicembre 2010. Pertanto con valenza del tutto neutra sono citati nomi di luoghi, come Sidi Bou Said e Mahdia, legati oramai alla storia più recente della Tunisia.

Toni, carissima amica di lunga data, nota poetessa e studiosa del Magreb, vissuta molti anni in Marocco, mi ha fatto da tramite con Moncef Ghachem, poeta che già una decina di anni fa, aveva proposto alla nostra rivista "pagine".
Lo incontro per la prima volta a Sidi Bou Said, dove vive: case bianco calce, finestre e porte verniciate in blu, un paesaggio vario sulla città di Tunisi che dall'altro sembra innocentemente abbracciata al golfo, con il lago che da un lato la stringe. Bellissimi i paesaggi incorniciati sul golfo e la città dalle finestre di quest'albergo, che mi dicono costruito nel 1969 su fondi Unesco da un architetto francese con il lavoro degli studenti della vicina Ecole des hautes etudes touristiques. Con orgoglio il poeta mi rivela che anni fa, nella stessa sala da thè dove c'incontriamo, conobbe Adonis. Mi parla anche commosso del suo breve soggiorno a Roma, a Villa Medici, dopo il conferimento del premio Camus. Fu per lui una grande gioia che Erri De Luca si dimostrasse allora disposto a portarlo con la sua macchina a fare un giro della città. Moncef ha una moglie francese, ha fatto studi in Francia, e per quanto l'arabo sia la sua lingua materna e paterna e la Tunisia il paese a cui è con forza esclusiva legato, il francese è la lingua della sua poesia: nel marzo 2006 ha ricevuto la menzione speciale nell'ambito del premio internazionale di poesia in lingua francese "Léopold Sédar Senghor ", per l'insieme della sua opera.
Ma è stato andando a raggiungerlo a Mahdia, città dove è nato e dove ininterrottamente è vissuto fino ai diciannove anni, che ho meglio compreso la sua ispirazione, perché Mahdia, il Mediterraneo e la vita dei pescatori è l'universo della sua poesia. Un intenso rapporto con il mare, non però sotto il profilo estetizzante: il mare è forza rispetto alla quale misurare le sue proprie forze ed è inoltre risorsa vitale, nutrimento.
Tuttavia una poesia delle prime raccolte, Car vivre est un pays del 1978, la sua nascita è evocata in un contesto quasi astratto: non ci sono il mare e la stretta penisola di Mahdia che osa contrastarlo, solo una madre e il suo dono al figlio di una vita aspra.Versi che mi sembrano anche di amara attualità:

Un'era

in un tempo ormai quasi lontano,
al tempo del pane nero
al tempo della notte di catene
e di rapaci
mia madre ha messo al mondo
il figlio

in un tempo ormai quasi lontano,
ho perso il mio
nome di uomo
sono diventato matricola
in dannate caserme
i cani del tiranno in un giorno di caccia
mi hanno assassinato
e ho pianto per mia madre
ho pianto per il mio volto di bambino
e per il mio cuore
lasciati come fosssero morti
ai rapaci

in un tempo ormai quasi lontano,
al tempo del pane nero
mia madre ha messo al mondo
un figlio di rabbia
e di speranza
ha messo al mondo
la guerra
nel mio viso di bambino

(AGE il y a presque longtemps / au temps du pain noir / au temps de la nuit des chaînes / et des rapaces / ma mère a mis au monde / l'enfant // il y a presque longtemps / j'ai perdu mon nom d'homme / je suis devenu matricule / aux pavillons des damnations / les chiens du tyran m'ont assassiné / un jour de chasse / et j'ai pleuré pour ma mère / j'ai pleuré pour mon visage d'enfant / pour mon coeur / laissés pour morts / aux rapaces // il y a presque longtemps / au temps du pain noir / ma mère a mis au monde / l'enfant de colère / et d'espoir / ma mère a mis au monde / dans mon visage d'enfant / la guerre )
Più spesso tuttavia, in Moncef Gachem il ricordo della nascita torna quasi nella forma del mito. Per comprenderlo occorre sottolineare che nella città storica di Mahdia un'antica porta immette in una stretta penisola che termina in Capo d'Africa, punta orientale della Tunisia. Su questa penisola, c'è un porticciolo, un antico cimitero, un faro e le case dei pescatori, ora per lo più divenute case di vacanza. Moncef che da almeno quattro generazioni discende da famiglie di pescatori è nato nei pressi di quel cimitero marino, dove la madre, scesa dalla barca in preda alle doglie, aveva cercato una sosta. Tombe e mare, le une confinano con l'altro, in una vicinanza che sottolinea la dimensione esistenziale del mare e al tempo stesso la dimensione del tutto naturale della tomba. Scrive il poeta nella raccolta Nouba: L'ombre de la tombe / borde le chemin. / J'amarre ras-la-cale / et à la mort / je tends du pain (L'ombra della tomba / borda il cammino. / Ormeggio alla caletta / e tendo un pane / alla morte)
La casa di Moncef a Mahdia ora non è la stessa in cui lui è nato. L'ha acquistata quando ha disposto di suoi denari, ci si rifugia appena è possibile. L'ha arredata con gusto cittadino, con oggetti che sono colorati frammenti di ricordi. Sulla terrazza di copertura poche assi di legno, che sono quanto rimane di Caesar, la barca da pesca del padre. Una casa a picco sul mare. Mi racconta che era stata la piccola abitazione che un marito, passato a nozze feconde aveva donato a una moglie amata ma sterile. Lui da bambino era stato spesso consolato e curato da quella donna per incidenti occorsi sugli scogli e conserva intatta la pietà per lei, ora che è morta e che lui abita le stanze dove benaccolto era entrato da bambino.
Già prima che a Mahdia Moncef ci aveva fatto da guida nei dintorni di Sidi Bou Said e Tunisi, nei luoghi a lui cari, evitando quelli frequentati da turisti, anche se non aveva potuto escludere, alle mie precise richieste, il Museo del Bardo, che ospita la più ricca collezione di mosaici romani, tra l'altro il solo ritratto di Virgilio – seduto tra due Muse – che ci sia stato tramandato. Ha voluto mostrarci l'antico porto di Cartagine, con la sua struttura a conchiglia ma anche la città marittima di La Goulette, dove attraccano anche i pescherecci dell'altra sponda del Mediterraneo e dove cultura tunisina e siciliana del mare si mescolano, con reciproci prestiti di vocaboli, usanze e tecniche di pesca. Ci conduce a Beit al-Hikma, l'Accademia tunisina di scienze, lettere e arti, nella zona Carthage Annibal: una villa ottocento di grazia Deco, a picco sugli scogli, già residenza del bey. Tra il brillìo delle onde, non lontana dalla riva, la piattaforma in legno dove le donne del palazzo godevano del mare e del sole, al riparo da sguardi indiscreti.
Mentre andavamo non cessavamo di parlare. Ascoltare Moncef significa raccogliere frammenti della sua poesia. Non abbandona i temi fondamentali, primo fra tutti le sue origini e il mare. Ne riporto a memoria alcuni frammenti:
"Quando partono i pescatori con il loro corteo di barche sono simili alle carovane che solcano il deserto. Gli uni e gli altri devono confrontarsi con la forza del vento, più imprevedibile e calamitoso sul mare. Deserto e mare hanno un orizzonte infinito.
Mio padre, i miei nonni, i miei bisnonni e il padre del mio bisnonno, tutti sono stati pescatori. Semplici, analfabeti. Anch'io ho fatto il pescatore. Bambino partivo con loro e da adulto ho fatto il pescatore per piacere, solo talvolta per necessità. Fino a mio padre era una condizione in cui ti trovavi a nascere e che non rinnegavi fino alla morte. Loro erano otto fratelli, sei nella famiglia di mia madre: cugini e fratelli, tutti erano pescatori. Quando era giornata di buona pesca era la festa di un'ampia comunità: tutti al lavoro a togliere i pesci dalle maglie, a prepararlo per la vendita, ma anche a pulirlo e cucinarlo. Ma il mio mondo e quello delle mie sorelle è ormai del tutto diverso. Il mare e il padre sono immagini strettamente connesse:
seul le corps immense de mon père /… mains sur la mer visage tourné / vers le reflets de banc ( solo il corpo immenso di mio padre /…mani sul mare, volto proteso / ai riflessi degli sciami – da Makbara, Cimitero).
Il padre del mio bisnonno aveva comprato una barca, il nome della barca era Caesar. Fu con Caesar che imparai che anche gli oggetti hanno una vita e una fine. Un giorno qualcuno disse a mio padre: Si è fatta vecchia, devi cambiarla. In realtà Caesar è sopravvissuta a mio padre. Ma dopo la sua morte nessuno ha più potuto averne cura. Asse dopo asse si è smembrata ed è rimasta solo parte della chiglia. L'ho presa e portata sulla terrazza della mia casa di Mahdia e a chi mi chiede: Cos'è questo? Rispondo: Assi, pezzi di legno."
Mi racconta che il padre non ha mai abbandonato la lunga tunica tradizionale mentre posso notare che lui veste con eleganza estrosa, con un'evidente ricerca nell'accostamento dei colori, giacche casual in tessuto denim e sciarpe di seta di fabbricazione tunisina che mettono in risalto l'azzurro degli occhi di taglio obliquo.
"I miei compagni di scuola mi davano il nomignolo di "gatto"," dice sorridendo.
Anche se a Mahdia, è facile notarlo anche aggirandosi nel vivace mercato, gli occhi azzurrissimi s'incontrano con una certa frequenza.
Mi conduce poi di fronte alla porta di quella che fu la sua scuola elementare:
"Andavamo tutti scalzi, e in classe eravamo quaranta e più, ma studiavamo seriamente e fu lì, col mio maestro di francese che cominciò la passione per quella lingua.
Sempre a Mahdia, per le sue stradine attorte, ci fermiamo ad ascoltare il canto di un uccellino minuscolo che dalla sua gabbia lancia un richiamo forte e melodioso a un compagno, per noi invisibile, che gli risponde, cerchiamo di stabilire da dove:
"Dell'usignolo si dice che forse non è un uccello diverso dagli altri piccoli uccelli canori e tuttavia esisteva una consuetudine per cui a primavera l'uomo che individua il primo usignolo che canta viene poi festeggiato dalla comunità.
Gli uccelli, non solo il canto, ma la loro spinta a migrare, la possibilità di vedere le cose, la natura e gli uomini dall'alto sono un altro tema ricorrente nella mia poesia : C'est mon frère substantiel / il depose ses ailes d'exil / pour ma barbaresque vie.
(è il fratello della stessa sostanza / chiude le sue ali d'esilio / verso la mia vita errabonda)
Tra i titoli che ho pubblicato c'è L'Épervier, nouvelles de Mahdia. Épervier, ci sto riflettendo ora, è nome che ha assonanza con père. Rimanda all'uso di cacciare i piccoli uccelli, farli cadere nella rete col richiamo, come un pescatore attrae nella rete i suoi pesci…"


Piera Mattei



Nota bibliografica di Moncef Ghachem (Mahdia, Tunisia 1946)
Poesia
Gorges d'enclos, éd. Maison de la culture Ibn Rachid, Tunis, 1970
Cent mille oiseaux, éd. L'Auteur, Paris, 1975
Car Vivre est un pays, éd. Caractères, Paris, 1978
Cap Africa, éd. L'Harmattan, Paris, 1987
Orphie, éd. Maison des écrivains étrangers et des traducteurs, Saint-Nazaire, 1997
Nouba, éd. L'Or du Temps, Tunis, 1997
Matin près de Lorand Gaspar, éd. L'Or du Temps, Tunis, 1998
Racconti
L'Épervier, nouvelles de Mahdia, éd. Société polygraphique Mang, Paris, 1994 - rééd. Arganier, Paris, 2009
Libro + CD
Dalle sponde del mare bianco (Messina, 2003), realizzato insieme al gruppo musicale siciliano Dounia, dove lingue e dialetti delle due sponde del Mediterraneo si uniscono a raccontare una realtà che ha intrecci millenari.

giovedì 20 gennaio 2011

Tunisia: note di viaggio, novembre 2010 di Piera Mattei


(nella foto: Alla sala da thè presso Avenue Bourghiba,Tunisi)
"… gli eventi tunisini covavano da tempo, hai fatto il tuo viaggio just in time...", così mi scrive in questo violento inizio d'anno l'amica Toni Maraini. E tuttavia, per quanto il viaggio in Tunisia, tra la fine di ottobre e la prima settimana di novembre 2010, avesse per me soprattutto il significato d'incontrare anche lì la poesia, non avevo potuto fare a meno di notare insopportabili realtà. A cominciare dall'aggressivo sospetto con cui ero stata pesantemente interrogata al controllo passaporti per aver imprudentemente scritto sulla carta di sbarco, in corrispondenza della voce professione: giornalista. Ci è voluto l'intervento di un responsabile che assicurava della mia buona fede, che non andavo lì per spiare. Proprio a Sidi Bou Said, dove il premier Ben Alì aveva una enorme e presidiatissima residenza, ma anche in altre città, colpiva l'onnipresenza della polizia. All'ingresso dell'hotel anche e poi dovunque ti seguiva tra bandiere e bandierine, il ritratto di Ben Alì. Sorrideva dai palazzi, sulle piazze, la destra sul cuore, nel saluto più "cordiale" appunto: un apparato pronto a celebrare, il 7 novembre, i ventitre anni dall'inizio della Nuova Era, cioè dal suo insediamento. Un'atmosfera in cui di autenticamente festoso si avvertiva molto poco. Non immaginavo però che sarebbe stata l'ultima volta che i tunisini erano costretti a celebrare il potere di un uomo che li opprimeva. Inoltre, a Tunisi soprattutto in Avenue Bourghiba, diventata in questi giorni nota in tutto il mondo, non avevo potuto fare a meno di notare che la folla si manifestava come un fiume di teste di folti capelli neri. "Popolazione di giovani!" mi ero detta e mi ero chiesta intanto dove quella fiumana si stesse dirigendo durante le ore del giorno, verso quale impegno o vuoto d'impegni. Ma intanto avevo notato le proporzioni dell'area universitaria, veramente notevoli per un paese che si mostrava per altri aspetti assai arretrato.

Riflessioni che si erano infiltrate in giornate dedite, come progetto, soprattutto alla cultura, e non solo nel senso più circoscritto del termine. Riconosco ora con pena di fronte allo schermo del computer, le vetrate del locale dove con il poeta Moncef Ghachem ci eravamo seduti a parlare di poesia, davanti a un bicchiere di the alla menta. Lì intorno, in questi primi giorni dell'anno 2011 risuonano colpi d'arma da fuoco, come presso il cancello dell'Ambasciata di Francia dove, nella piccola biblioteca per l'infanzia di cui aveva la cura, eravamo andati a trovare proprio la moglie di Moncef.
Certo mi ero meravigliata della sopportazione di quel popolo non solo verso un regime con le sfumature di una tirannia, ma anche verso le isole di lusso costruite per facoltosi turisti occidentali, dove io stessa, a malincuore, mi ero trovata a dormire un paio di notti. Noi, del resto, mi ero detta allora e oggi non posso fare a meno di ripetermi, abbiamo anche noi nostri gravissimi problemi da affontare.

Mi ero meravigliata, data la brevità del volo, di quanto la Tunisia fosse molto più vicina di quanto avessi mai pensato. Lo sapevano certo con le loro navi i nostri antenati romani. Infatti mi sarei resa conto, anche se dovevo saperlo, che è una terra che conserva ricordi del suo periodo romano più di molte parti della stessa Italia. Una città ogni sessanta miglia, così si stendeva la tela delle colonie sul territorio. Una terra ricchissima dove grandi fortune si erano accumulate con la coltivazione di latifondi a olivo (che ancora persistono), dove i potenti dotavano le loro case di bagni e pavimenti a mosaici, che il clima asciutto ha contribuito a conservare in ottimo stato. Oltre ai ricordi di epoche lontane aveva attratto la mia attenzione la fauna del paese: le varietà di uccelli migratori, soprattutto. Lungo l'autostrada le cicogne fanno il nido sui pali della luce, ai margini della palude salmastra che separa la pista Nord-Sud del paese dal mare. Lì incontro anche piccole carovane di cammelli, provenienti dal sud desertico, o singoli cammelli agghindati accanto ai monumenti, in paziente attesa del turista che voglia farsi fotografare con loro. Mi aveva ferito tuttavia l'immagine di agnelli, tenuti in recinti presso le strade, in vendita, per celebrare con il loro sacrificio la salvezza di Isacco, nella biblica Festa dell'agnello, altra tradizionale ricorrenza, religiosa stavolta, di metà novembre. Ancora agnelli e bovini macellati e appesi in quarti fuori da bettole, schierate l'una dopo l'altra lungo le strade, animali ridotti a carne in esposizione, e fornelli dove i carboni sono accesi già dal tardo mattino. Asini, come fino a poche decine d'anni fa da noi, trattati come bestie da soma, adibiti a portare pesi enormi o a tirare carretti formati solo di tavole accostate.

Prima di partire avevo riletto l'Eneide e le storie narrate da Cesare nel De bello civili e nel De bello africo, per cercare di riconoscere il teatro degli amori di Enea e Didone, degli scontri sanguinosi tra Cesare e i pompeiani, a Utica ripensare al suicidio di Catone e riflettere sull'interpretazione che Dante ne dà nel Purgatorio. Nel nord di colline e laghi ho rivisto poi l'ambientazione dei massacri di mercenari e cartaginesi, d'impazziti elefanti reinventati con ottocentesco esotismo da Flaubert, per il suo Salambô. Per quanto la bellissima Salambô del romanzo sia personaggio di pura invenzione, Salambô si chiama ancora oggi un piccolo centro tra Tunisi e Sidi Bou Said.
Avevo avuto anche la fortuna di trovare in libreria una copia delle traduzioni italiane dei Canti della vita del grande poeta tunisino Shabbi, il fondatore stesso della poesia tunisina moderna. Una personalità eccezionale, proveniente da un ambiente agiato ma lui stesso conoscitore solo della lingua araba, morto a venticinque anni nel 1934. Il libro, pubblicato dall'editore siciliano Di Girolamo, con un illuminante saggio introduttivo di Salvatore Mugno, si è rivelato nel mio viaggio un buon biglietto di presentazione per i poeti tunisini con i quali le amiche Toni Maraini e Elisabetta Messina, entrambe esperte del Maghreb, avevano per me attivato i contatti.

lunedì 20 dicembre 2010

BUON ANNO a tutti, ma in particolare a Michele Serra


Vale la pena acquistare La Repubblica solo per leggere L'Amaca di Michele Serra, esempio di scrittura, e in definitiva d'umanità, se la parola e la scrittura sono quanto distingue quel particolare tipo d'intelligenza che è l'intelligenza umana. Dote preziosa di cui si fa rovina e spreco con la verbosità e l'enfasi pubblicitaria tipica dei nostri giorni. I premi non significano molto, ma se Lucreziana 2008 potesse istituire anziché un "premio" un "ringraziamento" annuale per chi interpreta la dignità della scrittura, questo "Ringraziamento Lucreziana 2008" andrebbe senz'altro a Michele Serra. Ieri ha interpretato in poche righe l'umiliazione e il sussulto d'orgoglio oppositivo di molti in questo nostro paese (me compresa), di fronte ai fatti della nostra attuale politica. Riportiamo di seguito una sintesi del già balenante pensiero:
La soddisfazione dei vescovi per la tenuta del governo Berlusconi[…]fa pensare a una specie di stordito masochismo. I santuomini in abito talare che fronteggiano la secolarizzazione di serie B dell'ultimo ventennio, così ben incarnata dalla triste crapula del premier, non possono non sapere che l'imitazione di massa di quei consumi, di quei costumi, di quella visione delle cose, non è parente nemmeno alla lontana della morale cattolico-romana, e neppure della più generica delle morali correnti.[…] L’idea che le elemosine governative alle scuole cattoliche e alle proprietà immobiliari della Chiesa siano davvero la moneta che basta a comperarne l'amicizia, è così avvilente che non ci si riesce a credere.