domenica 1 aprile 2012

Novità Gattomerlino – L'abitino blu di Reginald Gibbons



WORSHIP


I saw him walk down to the pew
where she was sitting at the aisle

I saw him touch her shoulder
carefully, as if it had thorns

I saw her turn her surprised face up to him

I saw him lean down toward her
and in front of everyone
just as the service was about to begin
and the organist was finishing the introit
I saw him kiss her on the mouth

Then he turned and walked back
up the aisle and out of the sanctuary

He wasn't one to come to services very often

She sang the first hymn so loud

My God, her lips


HOPE


Cold wind in northern April,
nothing green yet

An orphaned world

A deep repeated note, which
if I could only hear it
would sound I am sure like
it was struck on a harp

When I was walking
I happened to look up into the bare trees

Only from where I was, just then,
could I have seen the high
more-white-than-white snow
in a shallow raw trough of pale wood
where a big limb had been
broken off by the weight of ice
during the winter we had almost left behind

A little pillow
of snow when the late snow
everywhere else had melted

A cold purity

And inquiring from a buffeted higher branch
pitching in the wet spring wind, a crow



ADVENTURE


Fucking a middleweight boxer, lying under
his body as hard as wood
till it's softened, lying on you,
your thrill the wonder of his being
gentle, careful, tender with you when
he could be a little harder,
that would be OK, he could push
you a little farther, but nothing
like hit you, no way, he could have hit you,
I'm sorry, already and hurt you badly but
that's not him at all, he's completely
the opposite—yes, quick and determined and even
after being hit in the face still smart in the ring
but in bed quiet, slow, needing encouragement
and yet you know there's always that chance
that that's the real him, that other one whom
you do adore, you see the look in the eyes
of the men and women watching him fight,
they love him or don't care about him or hate him
but they look, they watch, he has
the courage to get up in there and try to hurt
without being too hurt, with his own and only body
and no weapons, no place to hide, just
his gloved hands, these hands that grasp
your shoulder, palm your breast, move
over you and into you, you pull him down
onto you, you pull him to you with every
bit of your strength that's small compared to his
but enough to make him gasp and give up,
he won't win this one, if it's a contest
and maybe it is, you will, and he could
have hurt you any time, any time, but he didn't.


Servizio religioso

Lo vidi che entrava nella navata
al banco dove lei stava seduta

Lo vidi che le toccava la spalla,
con circospezione, come vi fossero spine

Vidi lei alzare verso di lui il volto sorpreso

Vidi lui inchinarsi su lei
e di fronte a tutti
nel momento che la funzione stava per cominciare
– l'organista aveva concluso l'introito –
vidi lui che la baciava sulla bocca

Poi si girò e tornò indietro
alla navata e fuori dalla chiesa

Non era tipo da andare spesso alle funzioni

Lei cantò il primo inno a voce così alta

Mio Dio, le labbra di lei!





Speranza

Vento freddo di nordico aprile
niente di verde ancora

Un mondo rimasto orfano

Una nota profonda ripetuta che
solo avessi potuto udirla
sono sicuro sarebbe risuonata
come pizzicata su un'arpa

Mentre camminavo
per caso guardai in alto tra gli alberi spogli

Solo allora, da lì dove ero,
potei vedere in alto
bianco–più–bianco–della–bianca–neve
nel cavo umido di pallido legno
dove un grosso ramo era stato
spezzato dal peso del ghiaccio
durante l'inverno che ci stavamo lasciando alle spalle

Un piccolo cuscino
di neve quando l'ultima neve
dovunque s'era disciolta

Una fredda purezza

E osservando da un ramo più alto che oscillava
dritto contro il vento dell''umida primavera, un corvo.



Un' avventura

Farsi fottere da un pugile peso medio, stesa sotto
il suo corpo duro come legno
finché si ammorbidisce, disteso su di te,
il tuo brivido, la meraviglia del suo essere
gentile, attento, tenero con te mentre
potrebbe essere un poco più ruvido
andrebbe benissimo, potrebbe spingerti
un po'oltre, certo non colpirti,
no davvero, mi spiace avrebbe potuto
già colpirti e averti fatto male ma
lui non è affatto così, lui è proprio
l'opposto – sì, rapido e determinato e persino
dopo essere stato colpito in pieno viso ancora pronto sul ring
ma nel letto tranquillo, lento, bisognoso d'incoraggiamento
e tuttavia, sai, c'è sempre quella possibilità
che il vero lui sia l'altro, quello che adori,
guarda gli occhi di donne e uomini
fissi su di lui mentre combatte,
loro lo amano, gli sono indifferenti o lo odiano
ma lo guardano, lo stanno a guardare, lui
ha il coraggio di entrare lì e impegnarsi a far male,
senza aver sentito troppo male, con il suo corpo e solo con quello
senza armi, senza ripari, solo le sue
mani guantate, quelle mani che stringono
la tua spalla, che palpano il tuo seno, si muovono
sopra di te e dentro di te, tu lo attiri
a lo spingi contro di te con tutta
la tua forza che è poca in confronto alla sua
ma sufficiente a farlo ansimare e acquietarsi;
se è una lotta, e forse lo è, lui non la vincerà
questa, tu la vincerai, e avrebbe potuto
quando voleva farti male, quando voleva,
ma non ti fece male.

giovedì 16 febbraio 2012

Alessandro Centinario su Vincenzo Anania



TRAME TRA I RAMI DELL'ARIA
Vincenzo Anania è un poeta che ha covato l’uovo della poesia per lungo tempo; comparve sullo scenario ufficiale poetico italiano a circa cinquant’anni (ora ne ha ben oltre settanta), ma vi comparve non in punta di piedi, da circospetto esordiente, bensì con la sicurezza di un linguaggio maturo per sapienza evocativa, e raffinato per elegante arguzia espressiva, che gli valse “da subito” importanti riconoscimenti, come il premio “Alfonso Gatto” per la raccolta “Nell’arco” (Ediz. Crocetti ‘92).
Seguirono svariate altre pubblicazioni, fra le quali ricordiamo “Le ali di Darwin” (Loggia de’ Lanzi, 1999) e “Noi” (Zone Editrice, 2003); parallelamente al proprio discorso poetico ha portato avanti la prestigiosa rivista internazionale di poesia “Pagine”, di sua ideazione.
L’ultima, più corposa pubblicazione è stata la raccolta “Biblioteca” ( “Zone Editrice” 2007) che è una antologia ma non solo una antologia, contenendo anche numerosi inediti: è un libro in cui l’autore rimedita, quasi con elegante distacco, tanto la propria esperienza esistenziale “dentro” la poesia, quanto il proprio linguaggio poetico, distillandone in purezza i salienti motivi di ispirazione.
Il discorso di Vincenzo Anania è però tuttora “in fieri”, ed altre pubblicazioni sono in gestazione ( a breve comparirà una nuova raccolta a cura della editrice “Passigli”)
Il forse principale tratto fisionomico dell’autore, non solo nella “antologia” ma in quasi tutte le raccolte degli ultimi anni, è dato dal sentire la poesia come momento di palingenesi della personalità esistenziale, come se in ogni composizione poetica l’arco vitale venisse per così dire ricapitolato “ab ovo”; riprendo qui la metafora dell’uovo, che “in rebus naturae” è al tempo stesso condensazione di memoria genetica e prefigurazione di nuovo ciclo vitale: così pure in effetti la buona poesia condensa il memoriale del vissuto e fa schiudere aurorali embrioni di senso, come i “pulcini impazienti nelle uova” cari all’autore.
Tutte le raccolte di Vimcenzo Anania possiedono la grazia persuasiva di un piccolo concerto per violino ed orchestra; pare materializzarsi la voce del violino – “naturaliter” elegiaca - intonante un canto che si distende nelle docili vibrazioni d’una coralità orchestrale però sommessa, volutamente sottotono, come nell’aura liricamente penumbratile d’una sospensione fra il monologo ed il dialogo, ove la voce poetante percorre un intimo paesaggio del senso evocato, sovente trasfigurato in sapienti metafore arboree (il melo, il salice, gli alberi del frutteto e quelli del bosco), quasi a ricordare (con Jung e Neumann) che l’albero (nella scura profondità delle radici e nella aerea proiezione dei rameggi) è subcoscienziale congiunzione tra terra e cielo, e cognizione dell’una e dell’altro, tra gravità ctonia ed uraniche trasparenze : “Volo impedito l’albero ospita uccelli fra le sue ali ( ..) stormendo dissimula il rammarico ai racconti d’avventura d’aria”
Così il momento germinale e vegetante dell’anima pulsa ed emerge là dove “ un rampicante ho scoperto / al mio corpo avvinto: esilissimo, un niente, e non sale dalla terra./ Non so quanto vivrà, se covi fiori-io lo poto e annaffio. Ieri/ mi ha punto il cuore.
I paesaggi dell’anima trascorrono dunque dietro le quinte di mutevoli scenari fra le dissodate terre del vissuto e le ideali acque d’una mitica origine (che “rivive sulla pelle del lago” ove si scandiscono “le pause l’incresparsi del respiro”) fra archetipi femminili, liricamente sorgivi o risorgivi, che ci richiamano alla mente l’Anna Livia Plurabelle della Joyciana “Veglia di Finnegan”, e che qui con sapiente affabulazione ripetono l’estetica del mito rigenerativo, quando “a ogni foglia che muore vibra l’anima del mosto”; tutto ciò quasi nell’itinerario di iniziazione ad una sacralità di bellezza che è nel “secretum” e nel “recessus”, come sulle orme di una lezione petrarchesca innervata però di modernissima ed inquieta sensibilità esistenziale, sempre condita di arguzia, ove l’approdo ad una pace non è se non sofferta conquista d’una “reductio ad unum” fra gli sparsi (defluenti, confluenti o refluenti) alimenti d’un “liquido” divenire dell’anima in cerca di un senso, se non di una personalissima metafisica del quotidiano che affiora a quel momento crepuscolare in cui le cose sono sull’orlo del nulla: “Guardai sotto un sasso: da un viavai di formiche una vocina: ciao caro sono dio, come stai?”
La configurazione del testo è sempre calibrata ed elegante, il ritmo disteso e risonante; la struttura della elocuzione poetica - talora discorsiva, ma mai declamatoria - si risolve sempre con una “clausola” icastica, frutto del delicato “rameggio” dei versi che la precedono; a testi “conchiusi”, che modernamente evocano il sapore alessandrino di un “epillion” (come un piccolo favo denso di zuccherina ma equilibrata dolcezza, temperata d’amaro) si avvicendano altri in cui il respiro poetico è più ampio (e talora intriso anche di vibrante ed “onesta” passione civile e politica), e si effonde, sempre con misura, sino ad alludere sapientemente ad un inespresso, che è quanto il lettore deve aggiungere di suo nella viva interlocuzione con una scrittura che a tanto lo intriga e lo invita nella felicità aerea di questo gioco poetico che “sa di valle d’erba offerta al sole”.
Mi piace pensare e dire, di Vincenzo Anania, la stessa cosa che ebbi modo e piacere di dire di Luciano Erba: entrambi, nella loro poesia, manifestano i tratti sia del “puer” che del “senex”.
La dicotomia del “puer” e del “senex” è una intuizione di quello scienziato della psiche, nonché poeta “sui generis”, che fu Gustav Jung, ed è ormai invalsa nel dizionario degli psicologi: i due archetipi hanno valenze simboliche positive e negative.
Sempre secondo Jung, il “puer”, se non s’attarda a confrontarsi con il tempo e con il limite, potrebbe pervenire a figure apicali dell’archetipo, quali un San Francesco, od un Cristo, sorgenti eternamente giovani e inesauribili d’amore e di scoperta; il “senex”, come archetipo psicologico, è a sua volta ambivalente, può essere Saturno, il potere senile chiuso, geloso, avaro, che, invidiando la giovinezza, divora i figli; oppure può essere un Mago Merlino, il “senex” pervaso di esperienza affabulatrice ma con cuore di ragazzo, inventore di fiabe per l’ascolto pensoso dei bimbi e dispensatore di favolosi misteri distillati nel percorso di costruzione di una saggezza sottile, così sottile da essere al confine dell’invisibile, e della buona magia della poesia.
Ecco, dunque, questa “fanciullesca senetudine” di Vincenzo Anania, che con la sua “ironia fantastica” (anche in questo molto in sintonia con Luciano Erba) si diletta ad intessere, con epicureistico distacco, e pur con dolceamaro senso ludico, un dialogo giocoso perfino con Sorella Morte, così apostrofandola “Morte candida volpe, / delle mie colpe indifferente / giudice, tu la pioggia/ e grondaia, io l’operaia / tu l’ape regina / mai sazia così vicina / che tu sembri la carne / io le ossa.”

(Alessandro Centinaro)

domenica 12 febbraio 2012

PREMIO NAZIONALE DI POESIA BAGNI DI LUCCA



Al suo secondo anno il Premio di Poesia Bagni di Lucca, un’antica ed attiva stazione termale in una splendida verde vallata abbracciata da monti boscosi e percorsa dallo splendido fiume Lima. Quest’anno, con il Patrocinio Sindacato Nazionale Scrittori, si concorre su due livelli, legati tra loro da una comune attitudine, il tema dell’Acqua. La prima sezione ha titolo “ACQUA DOLCE, ACQUA SALATA”. La crisi dell'acqua è reale e grave in tutto il mondo, sia per la graduale perdita di una risorsa non più rinnovabile, sia per l’arrogante negazione alla possibilità di accesso di molte comunità a questo bene ed il progressivo ed intensivo sfruttamento dei territori e delle risorse che produce desertificazione e/o altri danni gravi all’ecosistema. Per quanto riguarda l’acqua di mare non va meglio. Inquinamento, mancato rispetto della salvaguardia della biodiversità, occultamento di veleni e sfruttamento irrazionale della pesca con sistemi industriali distruttivi dei fondali e della riproduzione, producono un serio pericolo globale. Obiettivo del concorso quindi, è affrontare queste, ed altre problematiche legate all’acqua, con impegno e sensibilità poetica, valorizzando altresì gli aspetti di bellezza e conforto dell’acqua per gli esseri viventi, in tutti i suoi significati storici e metaforici.
La seconda sezione è uno speciale dedicata all’antica stazione termale di Bagni di Lucca. Il titolo è “BAGNI DI LUCCA; LA VALLE DEI POETI, L’ACQUA CHE CURA” e sarà premiata quella composizione poetica che descriva, valorizzi, rappresenti la “Val di Lima” in modo strettamente correlato al valore termale dell'acqua che cura e le sue proprietà (conosciute fin dalla preistoria) in un rapporto strettissimo con un territorio che si è, soprattutto per questo, arricchito di cultura ed ha richiamato a sé grandi personaggi politici e grandi intellettuali, ma anche grandi masse di persone in cerca di sollievo dai loro problemi di salute. Bagni di Lucca e Val di Lima (tra Ponte a Serraglio e Villa) è tra i monti dell’Appennino tosco-emiliano. Appena 152 metri sul livello del mare, ma in virtù della corona montana circostante, mantiene un microclima mite, ideale in estate ed inverno. Le terme, alla confluenza del torrente Lima con il fiume Serchio, dai quali prendono il nome le vallate stesse, sono conosciute fin dall’antichità preistorica e romana, ma diventarono famose nel sec XI, al tempo della Contessa Matilde di Canossa, fino a divenire poi una delle maggiori stazioni termali europee, meta gradita della nobiltà e delle diplomazia accreditata presso la corte di Lucca ed il Granducato di Toscana. Le terme, ed i suoi bellissimi dintorni, hanno avuto ospiti illustri in campo politico e culturale; poeti e scrittori come Byron, Shelley, Lever, Dumas, Giusti, Monti, Carducci, Pascoli, Montale; musicisti come Strauss, Listz, Paganini, Puccini, Mascagni. Oggi permane la sua vocazione alla cura del corpo e della mente, il culto per la natura, la genuinità culinaria della cucina toscana, la versatilità culturale. Notizie più dettagliate sulla Valle ed il Bando dettagliato sul sito [www.carlaguidi-oikoslogos.it] dove si può anche scaricare gratuitamente il testo :- "Bagni di Lucca - il fascino di un'antica stazione termale" degli autori prof. Marcello Cherubini e il dr. Massimo Betti.
BAGNI DI LUCCA TERME J.V. E HOTEL S.R.L. - Piazza San Martino, 11 - 55022 Bagni di Lucca (LU) - La Segreteria del Premio sig.ra CATIA CITTI tel. 0583 87221 [www.termebagnidilucca.it]. CARLA GUIDI [posta@carlaguidi-oikoslogos.it]

mercoledì 1 febbraio 2012

Un concentrato di disperazione e saggezza di Piera Mattei



Marco Ercolani – Turno di guardia –Il canneto editore 2011
Marco Ercolani – Sentinella – Carta bianca 2011

Un concentrato di disperazione e saggezza
di Piera Mattei

Arrivano insieme questi due libretti, simili nel formato e nei caratteri, minuti, quasi due fratelli che tendono a differenziarsi ma non possono nascondere un DNA assai simile. Questo piccolo formato mi ha fatto riflettere anche su un'eventuale o probabile evoluzione dell'oggetto–specie libro. Va forse facendosi "naturalmente" piccolo perché deve alludere alla sua mutazione nella specie elettronica, di cui, lui, creatura di carta, starebbe diventando la timida allusione? Uno dei due almeno, "Sentinella", edito da Carta Bianca, rimanda a quella edizione on line, che certo, almeno potenzialmente, avrà una comunità di lettori incommensurabilmente più ampia e duratura.

Del resto i libri di Marco Ercolani hanno la caratteristica della coerenza , della fedeltà ad alcuni temi, che tornano, echeggiano con forza ossessiva. Sono quelli dei ritratti-contatti con i suoi malati dell'ospedale psichiatrico, dei confini tra arte e follia, della passione, assimilazione e citazione di autori, che egli considera i "suoi autori", tra i quali, per usare un ossimoro, i classici dell'espressionismo–simbolismo.

"Sentinella" tuttavia sceglie la forma del caleidoscopio: frammenti brevissimi e quasi luminosi ciottoli tra poesia e aforisma. Il libretto può quindi costituire una sorta di breviario, da portare con sé, da consultare a casuale apertura di pagina, perché tutte le sue linee sono dense, un concentrato di disperazione e saggezza, di tono apodittico e negazione. Il tema della letteratura, dell'estetica ha anche un ampio spazio. Citiamo appunto, ad apertura di libro:
Conoscere le storie della letteratura è perturbante;
Ogni estetica dissimula un ulteriore silenzio

Ma ecco ritornare nella forma più sintetica possibile quella coscienza del travaso necessario del dolore psichico sulla pagina:
Non gettare grida di sgomento: scrivere
Imperativo certo rivolto a se stesso, ma anche terapia adottata con i suoi matti, come appunto leggiamo nell'altro libro, "Turno di guardia".
Questo è esplicitamente un diario, scritto durante i turni all'Ospedale Psichiatrico, un romanzo autobiografico nella forma di diario. Ripetizione ossessiva : non c'è che la ripetizione di gesti diversi e sempre simili, che rischia di risucchiare il medico nell'universo dei suoi malati, con la sensazione che la vita non potrà essere che questo: cellulare che suona, controllo dei ricoverati, discese al Pronto soccorso. Non per nulla a tutti i malati fa riferimento con la sola lettera L., l'iniziale di Lorenzo, il giovane Lorenzo Pittaluga, uno dei suoi primi pazienti, votato al suicidio che infine riesce a realizzare, poeta. Un malato mai dimenticato, che dopo anni, ancora rappresenta per Marco Ercolani, l'idea stessa, astratta e concretissima, del malato psichico.
Già nella prima pagina l'autore s'interroga sul proprio ruolo, sulla propria identità: Mi chiedo se sono spettatore delle loro voci o tutore delle loro furie. Se sono un veggente passivo o un poliziotto attivo. Chi è veggente spalanca porte, intravede misteri, aggiunge disordini. Chi è poliziotto tappa bocche, lega corpi agitati, intima ordine. Ma non si è mai una cosa soltanto.

Ho letto molti libri di Marco Ercolani. Tra tutti "Turno di guardia" è quello che più mi ha coinvolto, per la sua urticante verità, soprattutto. La letteratura, la riflessione sullo scrivere che anche qui è presente, è diventata parte costitutiva della sua personalità. E' pulsione profonda che si meticcia perfettamente con i gesti usuali della vita, anche se questa sembra risolversi tutta lì, dentro le pareti dell'ospedale. Un fuori, una casa, esistono. In quella direzione s'avvia l'autore nella pagina finale, non senza sollevare il dubbio che anche questo fuori, possa avere la consistenza di un mondo tutto mentale.

Nella foto: Gli amici e il bicchiere di vino (Marco Ercolani e Piera Mattei)

lunedì 30 gennaio 2012

Franco Ferrarotti – Atman, il respiro del bosco – Empiria 2012


La circolarità imperfetta
di Piera Mattei

La vita, vista da uno sguardo posto nel cosmo a distanza illimitata, ha una circolarità perfetta e indolore: si torna lì da dove siamo venuti, tutto torna a essere ciò che era stato. Pulvis es et in pulverem reverteris, recitava il rito latino dell'annuale cerimonia delle Ceneri, parafrasando il cupo materialismo dell'Ecclesiaste. Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Tutta un'intera vita – i dolori, le gioie , il successo, le passioni, libri letti e scritti, la bellezza, l'orrore – non è stata che una parentesi, e ogni vicenda si ridurrà, per tutti, a poca polvere?

Tornerà in circolo con alcuni elementi e non altri, dice oggi lo scienziato. Sono quel numero di elementi che compongono la vita in tutte le sue forme. Circolarità imperfetta potremmo chiamare il destino di noi esseri non solo sensienti ma anche, per nostra fortuna, sorte e disperazione, coscienti, se riflettiamo sul senso di ripugnanza che quel trapasso da una forma ad altra – la morte – in tutte le sue forme ci procura.

Questo libro, il più recente di Franco Ferrarotti (ma il più recente fino a quando se l'autore dimostra un impulso inarrestabile alla scrittura?), profondamente respira in questa circolarità, in cui sembra sentirsi a completo agio, così da comporre una piccola deliziosa opera, coerente in ogni sua parte, anche se ambisce, come sempre nello stile del suo autore, a una onnicomprensione enciclopedica (mi si passi l'eccesso, utile, credo, a rendere il traboccante temperamento del suo autore), a un onnivoro appetito culturale.

L'autore parte dalle sue origini legate alla terra e ritroviamo i bellissimi racconti di un'infanzia fragile e già molto volitiva, il forte e straordinario ritratto di un padre che lavorava nei campi sempre col cappello nero sulla testa, come un rabbino in preghiera, una zia rimasta nubile ad allevare la prole del fratello, insomma un mondo altro, una famiglia "larga" così com'era una volta in campagna. Larga "naturalmente" con il laccio che, volenti o nolenti, teneva insieme i membri di una stessa piccola comunità piramidale – non perciò famiglia, come oggi, "allargata" nelle più varie e fantasiose composizioni. Ricordi lucidi di molti decenni fa, sempre aperti a dotte digressioni, a citazioni, a rimandi, riflessioni su domande a cui non si è data, e forse non si dà, risposta.

Nel corpo centrale del libro l'autore, attraverso una vicenda attuale (una seccatura burocratica), viene richiamato a quella terra che l'ha visto nascere. S'innesta così sul racconto autobiografico un discorso più ampiamente storico-sociologico di quell'area del Vercellese, tra Trino Palazzuolo e Robella: le vicende delle famiglie, i tracolli economici, le anagrafi e i catasti, i cognomi.
Chi ha reso possibile il richiamo, chi ha effettivamente lanciato il richiamo, non è poi un piccolissimo burocrate, ma una creatura multipla, la fissa e inamovibile comunità del bosco, gli alberi. Il bosco avuto in eredità diventa a questo punto un co-protagonista, che, come può, e avanzando argomentazioni sulla sua parità, o superiorità addirittura, rispetto alle altre specie viventi, reclama dal protagonista-uomo attenzioni e responsabilità. Quest' ultimo, dopo aver schivato a lungo i suoi obblighi, si avventura tra quelle creature arboree. Lì, avviluppato tra gli sterpi e le vitalbe, si perde (o vuole perdersi?). Conclude col fare del bosco il suo ultimo, definitivo rifugio.

In effetti, riflette il protagonista, una metamorfosi in creatura vegetale può essere il modo per evitare il passo ineluttabile e ripugnante della morte, di assicurarsi, se non la mitica immortalità, almeno una longevità non concessa alla sua propria specie.
Finire così, dunque: abbracciato a una quercia centenaria, quercia-madre che "come tutte le madri è un'ombelicale carceriera, dolce fino alla crudeltà estrema".
Eppure anche dopo il cambiamento, che passa attraverso una dolorosa e umiliante evirazione, il protagonista non cessa di parlare con la quercia degli argomenti che più sembrano stare a cuore a lui come uomo di cultura, come professore che era stato, (realizzando in pieno gli antichi sogni della zia): l'abbandono, l'incuria e il decadimento di quell'ambiente universitario a cui a dato più di cinquanta anni di vita.

Il bosco forse non aveva mai sentito prima questo tipo di sospiri. E le piante, lievemente agitandosi, diffondono quelle parole, così come il loro generoso seme, nel vento.

sabato 14 gennaio 2012

Occhi che guardano fisso chi guarda – Maria Pia Quintavalla – China – Stellefilanti, 2010


Un titolo che reclama interpretazioni e, di contro, una copertina che, con due foto-ritratto, opera una scelta che appare esplicita, perentoria.
Dobbiamo anzitutto parlare di queste foto, perché sicuramente scelte dall'autrice a dare un volto, un'età, alle due protagoniste. Sul fronte c'è quella di una giovane donna di profilo e di spalle, quasi voltasse il capo mentre se ne sta andando. I fotografi degli anni quaranta – in margine in rilievo la firma Idorni e Torregiani – amavano creare per ogni volto una leggera aura di mito. Qui le spalle dritte e esili in primo piano, il colletto rialzato, la manica armoniosamente arricciata, e, sopra il bianco di quell'abito, appena intuibile, una nuca dalla pettinatura rialzata, un volto che emerge da un gioco d'ombre, pienamente illuminato solo nella parte centrale del profilo, dove aleggia un sorriso a labbra chiuse. Mi soffermo su questa foto non per rendere omaggio alla grazia inventiva del fotografo, ma perché rappresenta una "madre" forse poco più che ventenne, forse non ancora madre, ma quale l'autrice intende ricordarla, quasi astraendo, tramite quell'immagine, l'idea stessa di madre.
Questo è infatti un libro in morte della madre, una "china", un disegno che si staglia nero sul foglio bianco, e anche un omaggio a un volto dai tratti vagamente esotici, così da meritare il soprannome di "China". L'immagine di copertina corrisponde al volto remoto, ideale della genitrice, che dalle prime pagine del libro appare invece come una donna consumata dalla vita, in attesa, o nel desiderio, che la morte la liberi. Ma tra l'immagine della donna giovane e graziosa e la donna risucchiata nell'impenetrabile magrezza ultima grandeggia, ride e spadroneggia una creatura autoironica sia nell'aspetto che nelle parole:
Tu, che la ciccia dolce e imperturbabile / portavi addosso come collana d'oro; / che non osasti mai smentire tale, / il grande corpo della madre.
Chi è questa donna? Un enigma, certo, come ogni madre ai figli, alle figlie in particolare. Un individuo che la figlia avrebbe voluto risolto in quella sola, fondamentale relazione (madre a figlia) e che scopre con stupore e disappunto, dotato di suoi pregi e difetti, non esclusivamente dedito alla cura e all'amore della prole, anzi talvolta disposta a giocare col suo potere, con le sue predilezioni.

Questa prole, anzi la figlia che ricorda, è ritratta sul retro del libro, abbigliata e pettinata in modo essenziale: una canottiera bianca, appena decorata da un lineare disegno attorno alla scollatura, lascia scoperti gli omeri e rimane aderente al seno acerbo. I capelli scendono liberi sulle spalle:
Mi cimentavo, nella corsa libera / nei modi dello svettamento solitario, / non del gruppo. / La maestra Feldmann amatissima, / malata, me ne stavo / come una capra selvatica insediata / in cortile
Un'adolescente, ma forse non troppi anni la separano dalla giovane donna dell'altra fotografia. Un volto forte, ribelle. Il solo tratto che rende simili i due volti è quel sorriso appena intuito, sulle labbra chiuse. L'inquadratura è frontale, gli occhi guardano fisso chi guarda, e tutta l'immagine emerge, da un fondo scuro, in luce piena, senza evidenti contrasti di ombre. Certamente una foto scattata all'aperto, un ritratto non da studio. Una foto cara, tuttavia, se oppone ai contorni ritagliati ad arte e intatti del ritratto materno, angoli sfrangiati e consumati.
Figlia che frontalmente interpella la madre:
Non ero entrata in casa, dichiarando / un giorno, Non vado più in chiesa / non ci vado, e ti mostravo i libri, / pensando dire il vero fosse il bene?
La madre risponde con accuse, altre volte evasiva e sfuggente. Un rapporto particolare nei suoi biografici dettagli e nello stesso tempo mitico. Un rapporto che la scrittura, con forza e chiarezza, sviluppa nei suoi passaggi, rendendo questo libro denso di significati universali.

Ma China non è solo il libro della madre con la figlia: Spesso, / dal bordo di una cartolina / dalle curve collinari e le viti marroni, ho sognato / lo sfondo ideale di una famiglia.
Sono questi i versi finali del libro, un libro dove Maria Pia Quintavalla, partendo dal ricordo di sé, apre il cerchio a includere oltre la madre, la sorella, il padre, anche una varia e ricca parentela.
Solleva la cortina di un teatro dove lo spettacolo inizia con un "Prologo", che racconta dei momenti finali, della notizia della morte: Era questa una zona del tempo, / dove ruspe per l'aria, e macerie, / cadevano per terra come stelle fitte, / pezzi di realtà volavano cedevano senza dolore [… ] giovane, quasi irriverente la mattina, / quando l'infermiera, Come va? / mia madre, con un cenno tranquillo della mano, / Non c'è male, aveva detto; / più tardi si era messa a cantare Bella Ciao.
Dov'è ora la madre? Niente dipenderà ormai più dalla sua volontà. Lascia figli (figlie) diversi, divisi ancora / dalla tua grande, e atroce vita. Una madre amata, certamente amabile, ma anche carceriera, dispotica, come il costume dei tempi concedeva o esigeva. Una famiglia dove l'amore è piuttosto un dato "scontato" che reale, dove una madre, forse inconsapevolmente, cavalca dolorosi contrasti dal suo scranno di sacra onnipotenza, che mai le è sottratto, e che mai abbandona: Ti illudeva un dominio del mondo / che se fuggiva al volo;
Senza te risorta niente esisteva, / incapaci stanche, senza te che fare.

Nella "prima parte" il panorama umano si è già allargato ai parenti, a quello strano composto di vicinanza e fastidio che la parentela comporta: tutte donne, tutte pietose e disponibili. Ma subito, nella "seconda parte", un rapido riavvolgimento di pellicola, e ci troviamo di fronte a una giovane protagonista, l'autrice, che scrive lettere ai genitori indirizzandole al Caro Hitler e al caro Stalin, mentre matura da quei despoti un distacco culturale e anche affettivo, legandosi agli "altri", tra cui l'insegnante d'italiano, al liceo. Nei capitoli successivi la protagonista appare a sua volta madre, e nondimeno ancora soprattutto figlia, ad annodare la catena delle vite:
Poi pace fu per Sara piccola, / che voleva succhiarmi il latte della vita. / Al battesimo arrivasti vulnerabile, / sotto l'effetto di tranquillanti, ma eri tu / la nonna

Meraviglia e prende il lettore, per la sua affettuosa ironia, per la sua aspra intelligenza, soprattutto per lo scrupolo di verità, una narrazione che trapassa dal presente al passato, da un personaggio all'altro, una sorella, le nonne. Sullo sfondo sempre quel duello-abbraccio tra la protagonista e la madre, quella volontà di scavare l'odio-amore, la repulsione e l'intera sfera della sensibilità catturata.
Romanzo di formazione: un'infanzia capricciosa e precoce, una forte ma solitaria adolescenza, un carattere che sembra corrispondere pienamente all'immagine di copertina, mentre l'altra no, nella foto troppo graziosa rispetto alla matriarca aggressiva, con potere anche sul marito-padre:
a testa bassa, Lo sai già, ammonivi, / nella vita ho giurato di difendere sempre / vostra madre.
Romanzo corale, che racconta dettagli di fatti, accadimenti, tragedie, ripicche e gelosie, primi amori, avventure, maturità, mitologie familiari nel registro dell' epos familiare. Questo modo di fare poesia, di raccontare in versi, versi corposi e variopinti, è quasi una novità nella produzione originalissima di Maria Pia Quintavalla, anche se esempi illustri sono rintracciabili nella letteratura del secolo scorso, e come non citare, nella diversità dei linguaggi e delle atmosfere l'epopea familiare di Bertolucci. Qui il modo di combinare lingua e dialetto, lo sguardo curioso e intento su una cultura provinciale – d'economia domestica con le sue leggi ferre, bigotta e spudorata a un tempo – il suo riprodurre con sapienza e distacco chiacchiere e segreti di donne, giustificandoli e innalzandoli a poesia, ci appare come l'esito rimarchevole di anni di "lungo studio e grande amore"alla scrittura.

Piera Mattei

martedì 10 gennaio 2012

Riceviamo da "Contrappunto Literary Management"

COMUNICATO STAMPA


Dal 17 al 19 febbraio Contrappunto Literary Management organizza il secondo seminario di Talent coaching, dal titolo "Scrittura e libertà: il 'Big Bang' della creatività e la parola come energia".

18 ore complessive per una formazione integrata della persona come scrittore e dello scrittore come persona, intersecando le frontiere della comunicazione a quelle della motivazione, al servizio della scrittura, in una visione olistica di ciò che l'uomo sa creare intorno a sé.

Per presentare questo progetto di Coaching applicato alla sfera del talento letterario Natascia Pane, ideatrice di Contrappunto e docente, affiancata da Elisabetta Garbarini, coach olistico, avrà il piacere di dare una dimostrazione in pillole di quello che sarà il secondo seminario di febbraio.

L'appuntamento aperto a tutti/e è per
venerdì 27 gennaio alle ore 18
presso la libreria Feltrinelli Express di Torino Porta Nuova
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Vi preghiamo di confermarci la vostra presenza per poter organizzare al meglio l'incontro!

Nella sezione dedicata al Talent coaching del sito www.agenziacontrappunto.com potrete trovare tutto il materiale necessario (presentazione di Contrappunto, profilo delle docenti, informazioni per l'iscrizione e rassegna stampa).

Restiamo a disposizione per eventuali richieste e informazioni.