Rivista diretta da Piera Mattei --- La rivista pone in primo piano la natura delle cose, la sua indagine, dal punto di vista della scienza, della poesia, della filosofia e dell'arte --- Direttore responsabile: Piera Mattei --- Superstripes Press
sabato 6 aprile 2013
martedì 2 aprile 2013
dalla Cina 4 – Guanxi, che cos'è? di Claudio Marcelli
Guanxi nella cultura e nell'economia cinese
Nel quadro della crisi internazionale (e purtroppo anche strettamente nazionale) che stiamo vivendo, lo scenario è in continua evoluzione e notizie quali le ultime previsioni dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) confermano il rallentamento della crescita cinese, ma certificano anche come l’economia di questo paese abbia resistito alla crisi economica e finanziaria globale degli ultimi anni, molto meglio di qualsiasi altro paese occidentale.
Già nel marzo 2007, il presidente cinese Wen Jiabao in una conferenza
stampa dopo il Congresso Nazionale del Popolo aveva definito il modello
economico della Cina "instabile, sbilanciato, scoordinato e insostenibile”
e il suo successore Hu Jintao aveva sottolineato in numerosi discorsi
l'importanza dell'innovazione per la crescita della società cinese. Critiche al
modello economico e di sviluppo principalmente basato sull’export e
principalmente legato a modelli di produzione nelle ricche province sulla costa,
che non poteva infatti alimentare da solo una crescita equilibrata e
sostenibile.
Molti in questi ultimi anni, soprattutto in USA, si sono domandati se e
come la Cina sarebbe riuscita a promuovere con successo un sistema basato sull’innovazione
guidato dallo Stato e destinato a favorire le industrie nazionali, o se avrebbe
scelto un sistema più aperto, collaborativo, basato sul mercato e in grado di
integrare conoscenza e competenze provenienti da ogni parte del mondo.
Oggi, dopo oltre tre decenni di crescita sorprendente, attraverso un modesto
aumento delle esportazioni, ma anche della domanda interna, associata a un
consistente miglioramento degli standard di vita, e nella previsione di un
ulteriore quarto decennio di crescita, a cavallo tra il 2016 e il 2017, probabilmente
la Cina raggiungerà e scavalcherà la prima economia mondiale: gli Stati Uniti.
Viene naturale pensare che ormai, dopo circa quarant’anni, la rincorsa
della Cina agli Stati Uniti si sia finalmente conclusa con la sconfitta di
questi ultimi, quantomeno dal punta di vista economico. Tuttavia, poichè sia la
Cina sia gli Stati Uniti si trovano a competere sul mercato globale, l’aspetto
economico è molto più complesso: entrambi i paesi condividono enormi interessi
nella promozione della scienza e della tecnologia necessari per risolvere le
sfide della crescita economica, della salute e dell’ambiente. Non possiamo
infatti dimenticare che gli Stati Uniti e la Cina non sono solo i due
principali investitori in ricerca e sviluppo, ma anche, di gran lunga i due
maggiori responsabili delle emissioni di gas a effetto serra, oltre il 40 per
cento delle emissioni a livello mondiale. Allo steso modo, entrambi devono e,
dovranno affrontare enormi problemi sociali legati all’invecchiamento della
popolazione, della lotta contro il cancro e di altre malattie croniche.
Eppure un’analisi della crescita della società cinese basata solo sulla
crescita economica, non può essere semplicemente interpretata come la vittoria
del Dragone nei confronti dell’America, anzi il modello Americano sembra giorno
dopo giorno espandersi a macchia d’olio in questo paese.
Uno degli aspetti più evidenti di questa americanizzazione strisciante è associata
alla diffusione dei beni cosiddetti di consumo, alla scomparsa purtroppo
inevitabile delle abitazioni e degli stili di vita caratteristici della società
cinese e al loro modo di fare business. La cultura cinese si distingue infatti
enormemente dalla cultura occidentale, in particolare per come viene condotto
il rapporto d'affari.
Uno dei caratteri distintivi della società cinese è infatti il Guanxi (关系 / guānxi). Questo termine è usato per descrivere le relazioni che coinvolgono
positivamente due partner che comprendono scambi di favori e/o
"connessioni". È sicuramente uno degli elementi più importanti nella
cultura cinese, basata su una rete di relazioni che ha radici profondissime
nella società.
Un giusto Guanxi può aprire molte
porte e minimizzare ostacoli in tutti i rapporti di lavoro. È sicuramente
basato, anche se questa è ovviamente una forte semplificazione, sulla fiducia
reciproca legata a precedenti esperienze e non solo o semplicemente, a scambi
economici o favori personali che comunque sono ben conosciuti nel mondo cinese
e non avversati. Il confine con la corruzione è spesso molto labile, anche se
le due cose non possono essere confuse o semplicemente essere associate tra
loro.
La mancanza di Guanxi è certamente
per uno straniero il maggiore ostacolo per iniziare un business. Infatti,
dietro questo termine troviamo soprattutto il rispetto reciproco, costruito nel
tempo. Attraverso la creazione di questo rapporto, entrambe le parti accettano
implicitamente di essere a disposizione in caso di necessità e hanno a
disposizione una moneta alternativa da scambiare, e che comunque può esaurirsi.
I regali sono spesso utilizzati per stabilire o riequilibrare un Guanxi, ma se si riceve un regalo non si
deve necessariamente restituire il dono e non tutti i regali hanno motivazioni
particolari. Molto spesso i regali esprimono semplicemente la gratitudine e i
cinesi preferiscono sempre trattare con persone che conoscono e di cui hanno
fiducia. Sebbene a prima vista, questa interazione tra partner possa sembrare simile
a quella esistente nel mondo occidentale, in realtà, l’enorme dipendenza da
questo rapporto implica che gli occidentali in Cina devono farsi conoscere
molto bene e soprattutto, il rapporto non è semplicemente tra imprese, ma soprattutto
a livello personale in un processo continuo che inizia ben prima del contratto
economico vero e proprio. Ogni azienda deve mantenere costantemente questo
rapporto se vuole iniziare e mantenere relazioni d'affari con i cinesi, in
quanto loro si sentono sempre obbligati a fare affari prima con i loro amici.
Le società con un Guanxi riconosciuto
hanno molto spesso prestazioni molto migliori rispetto a quelle dotate con poca
o nessuna relazione con i cinesi. La natura reciproca del Guanxi e delle sue obbligazioni implicite è la ragione principale
per cui i cinesi sono reticenti a impegnarsi in relazioni profonde con persone
che non conoscono.
Eppure anche la Cina sta rapidamente cambiando. La sua antica “cultura” sta
progressivamente e profondamente modificandosi assorbendo giorno dopo giorno
modi e stili del mondo occidentale. Vivere in una grande città cinese ormai non
è ormai molto diverso da una città americana. Le indispensabili tecnologie delle
società occidentali come i telefonini e gli smartphone
sono ormai nelle mani di milioni di cinesi. Dalla televisione compaiono le
stesse immagini patinate e si propongono gli stessi modelli. Decine di bambini
e ragazzi frequentano scuole internazionali e ormai milioni di cinesi hanno la
possibilità di viaggiare all’estero assorbendo culture e abitudini molto
diverse dalle loro.
Per quanti anni ancora il Guanxi
sarà l’elemento fondamentale del sistema di business cinese e, soprattutto,
siamo sicuri che basterà alla Cina diventare la prima economia del mondo per
garantirsi un vantaggio nello straordinario scontro culturale in atto con il
modello americano?
Il nuovo quartier generale della China Central Television, dotato di 51 piani per un'altezza complessiva di 234 metri è stato costruito a Pechino per i Giochi Olimpici estivi del 2008. È sicuramente una delle strutture più rappresentative dell’influenza occidentale su questa moderna capitale e in generale sulla società cinese. L’edificio è stato costruito dall’architetto olandese Rem Koolhaas e dall’architetto tedesco Ole Scheeren dell'Office for Metropolitan Architecture insieme allo studio di progettazione britannico ARUP, quest’ultimo responsabile per il complesso progetto ingegneristico.
sabato 30 marzo 2013
Angelo Australi – Vittoria e altre storie di volo – Pezzini 2012
Sarà solo una coincidenza se, nel giro di un mese leggo, su romanzi diversi che nulla immagino possano avere in comune, di corpi dissepolti al cimitero, di capelli morti ma ancora non definitivamente decomposti di donne, madri, nonne, di abiti che non ricoprono più che cenere e ossa? Sarà un caso che in quegli stessi libri si parli di vecchi consumati dagli anni, che i figli devono accudire con amore contagiato di disperazione e pena e fastidio?
Voglio provare a risolvere questo quesito e a darmi una risposta. Forse viviamo in una società rivolta più che alla vita, al trapasso, in una comunità di micromondi contratti, specchianti, per cui tutto il mondo non può essere osservato che da lì, da quell'ambito familiare, che include anche, anzi impone, l'oscenità dei riti del disseppellimento?
Ora però voglio fermarmi su questo libro, in particolare su Vittoria, il racconto più lungo che dà il nome al libro, quasi un romanzo breve composto di episodi, come appunto l'altro che subito mi ha richiamato alla memoria – per analogia di immagini non di stile – cioè Geologia di un padre di Valerio Magrelli (recensito su questo stesso blog in questo stesso mese). Quello di Magrelli è un romanzo costruito su dati strettamente autobiografici, verità intorno alla quali la scrittura, con acuta, sottilissima intelligenza, richiamando il mito, la scienza, creando legami logico-estetici, tesse il suo filo narrativo.
Qui, siamo, almeno in parte, nell'ambito della finzione narrativa, perché lo scrittore, Angelo Australi, dota il personaggio protagonista che parla in prima persona, di una voce femminile. Sono le vicende della vita di un'operaia che vengono narrate, con andirivieni della memoria, intorno al fulcro di uno strano, paurosissimo incidente. E davvero sembrano scritte da una donna.
Gli episodi che più mi hanno colpito sono appunto quello iniziale, dell' incidente, che, come tutti gli incidenti inverosimili, rocamboleschi, possiamo immaginare realmente sperimentato, e l'altro, del primo incontro della ragazza, ancora ragazzina, col sesso. Incontro furioso, agguato che sfiora la violenza, ma soddisfa anche una curiosità. Quasi un necessario apprendistato, destinato a non lasciare, sembra, alcuna conseguenza dolorosa.
Altro racconto è quello che ha a protagonista (non nel titolo, ma nella resa narrativa) il cane Gino, una creatura inadatta al ruolo: un lupo che abbaia a tutti gli uccelli, come fosse un cane da caccia. E la voce narrante sotto il mugugno, il rimprovero, racconta dell'intesa straordinaria, dell'amore assoluto, che lega l'animale e il suo "padrone".
Vite del tutto normali, raccontate in uno stile che non conosce eccessi: disperazioni tenute a freno, sorde insoddisfazioni. In sintesi direi di questo autore, di cui mi sto occupando per la prima volta, che ha una scrittura convincente e, a tratti, veramente avvincente – che questo è un buon libro.
foto di murali di Alice, in Via dei Sabelli, Roma
venerdì 29 marzo 2013
Dedicato a grillini militanti e simpatizzanti da Piera Mattei
Divina Commedia, Canto VI vv. 130-139
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca,
Per non venir sanza consiglio all'arco:
Ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca,
Molti rifiutan lo comune incarco;
Ma il popol tuo sollicito rispode
Sanza chiamare, e grida: "I' mi sobbarco!"
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
Tu ricca, tu con pace, tu con senno!
S'io dico ver, l'effetto nol nasconde.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca,
Per non venir sanza consiglio all'arco:
Ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca,
Molti rifiutan lo comune incarco;
Ma il popol tuo sollicito rispode
Sanza chiamare, e grida: "I' mi sobbarco!"
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
Tu ricca, tu con pace, tu con senno!
S'io dico ver, l'effetto nol nasconde.
mercoledì 20 marzo 2013
Valerio Magrelli – Geologia di un padre – Einaudi, 2013
Padre: l'identità lontana – nota di lettura di Piera Mattei
Il libro ha un esordio quasi teatrale. Siamo in un interno –
allestita una cerimonia del caffè – possiamo immaginare ospiti al di fuori della
cerchia familiare: il regista immobile ma che controlla l'intera scena dalla
sua lente è l'autore bambino. La bevanda viene versata dal padre, con gioviale
noncuranza per la mano che ha un dito ferito. Il dito – lui non se n'è accorto, il bambino sì
–s'immerge nel liquido bollente, la sensazione è schermata inizialmente dalla
pesante fasciatura. Il figlio vede e tace, è in attesa sospensione di cosa
accadrà. Tace forse per timidezza di fronte agli ospiti forse per innocente
malvagità infantile. Ed ecco succede: la reazione plateale, il grido,
scompiglio, oggetti che cadono a terra e vanno in frantumi.
Le cortine si sono alzate sul carattere principale del
racconto in uno dei suoi accessi di temperamento, qui di fatto giustificato da
un improvviso acuto dolore. Si aprono anche sul suo assorto osservatore e
comprimario, che necessariamente varierà, nei vari episodi, d'età, e quindi
d'atteggiamento – non più lo sguardo rivolto in alto, ma allo stesso livello – rimanendo
l'altro sostanzialmente identico a se stesso: nella sua fisicità
meticolosamente descritta, più simile a un' idea, a un mito antico. In questo
senso ha una forte valenza metaforica, che indica anche una scelta o necessità
metodologica, il paragrafo che si riferisce alla nudità di Noè nella Bibbia e
al bisogno, nella malattia, d'infrangere il tabù dello sguardo sul sesso del
padre. Mai, nessuna inversione dei ruoli, come nelle commedie familiari al
cinema o alla TV – siamo piuttosto nel tono epico – nessun pietoso
libertinismo, rincorsa del figlio, lui sempre simile a un vero Classico, Giove,
Saturno. Un padre iroso, ma solo contro "gli altri" e gli oggetti che
gli resistono, se il figlio può, scorrendo i fotogrammi della memoria,
ricordare solo uno schiaffo, una reazione incontrollabile di riappropriazione,
dopo che il figlio, timoroso d'averla combinata grossa, era sparito. Il figlio,
a parte l'aspetto fisico che sempre più si plasma su quello dell'antenato, rimane
soprattutto sguardo, con quanto di spietato lo sguardo comporta. Si specchia
anche, guarda la sua immagine riflessa e scopre non solo l'identica forma di
calvizie, ma anche una parte di quella eredità terribile, il cedere all'ira,
che scorre nelle sue vene con le eliche del DNA. Come sempre va a cercare il
nome scientifico per quella disposizione genetica alla furia contro gli oggetti
che oppongono resistenza. Clastomani: la
nostra è una famiglia di clastomani, ovvero di creature sofferenti, offese
dalla vita, dagli oggetti medesimi. Trovato il nome esatto per il disturbo
ci si può placare, osservarlo e illudersi così, tramite la sua definizione, come
fanno medici e scienziati, di cominciare a dominarlo.
Come sempre in Valerio Magrelli ci troviamo di fronte a una
scrittura che fa scaturire l'invenzione poetica solo dalla verità più nuda. Il tono
conosce quella che ho altrove chiamato "la sottolineatura dell'ironia e
talvolta dell'amara comicità inerente ai fatti e aderente ai corpi". Altro
paragrafo che illustra questo concetto e insieme sembra negarlo: quello che si
riferisce al rapporto del padre col mare. Dichiaratamente comico, con quel
riferimento a Jacques Tati. Ma poi ne risulta un'immagine poetica, nei luminosi
colori del pigmento: i capelli, rossi e
ondulati come quelli di un fiammante
David Niven [...] Candido, secco, leggero, trasparente, un ossicino di
seppia sospinto dalla corrente. Brezza.Teme il sole. Chiaro di pelle.
Ritornando al paragrafo iniziale, individuiamo una seconda funzione
di quella scena. Avevamo infatti dimenticato il terzo protagonista, quel caffè
elemento necessario a dipanare sul filo
di sostanze materiche il discorso sulla morte. Il Tempo e l'agguato
della fine sono infatti la cupola di quel teatro dove ogni gesto per quanto
sdegnoso, potente o prepotente, per quanto talvolta amoroso, diventa minuscolo
gesto, anzi inutile gesticolazione.
L'incontro con corpi decomposti dalla morte e la necessità (così
vuole non la sorte, ma il tiro a sorte) di doversene occupare, suggerisce allo
sguardo e alla mente l'analogia nel colore e nella consistenza con i fondi del
caffè. Un racconto che annulla il macabro, esponendo ogni frammento e dettaglio
di realtà alla stessa luce diurna. La similitudine materica, col tramite di Jean
Cocteau, trapassa quindi dal caffè al tabacco, il tono diventa affettuoso, divertito.
Siamo in presenza di un padre, che non avendo mai fumato in obbedienza
all'imperativo della madre, diventa fumatore solo alla morte di lei, in età
molto avanzata. Di nuovo costretto alla rinuncia, ridotto alla razione
quotidiana di una sola sigaretta, si regala un puro piacere concedendosene una
sola, sì, come il medico ordina, ma lunga, la più lunga mai vista, d'una marca che
chissà dove è riuscito a trovare.
Torno, per additare un metodo di scrittura, a quella
improvvisa esplosione di grida e oggetti rotti del paragrafo d'inizio, parabola
di un carattere iroso: Non so da dove
venga quel senso di pienezza che nasce rispondendo a un'aggressione. Deve avere
a che fare con le endorfine, una reazione chimica elementare, tribale,
testicolare. Nell'improvviso vuoto lasciato dal flusso adrenalinico, si leva
una luce radiante, la piccola atomica degli umiliati e offesi. Ulisse con i
Proci, o Sandokan, Mandrake, erano pallide prefigurazioni di quanto poteva mio
padre. Non so come sia arrivato sano e salvo fino a ottantatre anni. Certo è
che non lo vidi mai tollerare un affronto. Era il suo lato splendido e
insensato, fantastico, brutale e leggendario.
Questo inizio del paragrafo nove in modo esemplare riassume
il modo di sentire, ripensare e scrivere questi ricordi. All'inizio
l'interpretazione scientifica del fenomeno (deve
avere a che fare con le endorfine), quindi la sua fulminante metafora
poetica (si leva una luce radiante, la
piccola atomica degli umiliati e offesi), di seguito il riferimento ai
classici o al mondo del cinema e della musica (Ulisse con i Proci, Sandokan, Mandrake) infine rapito, affascinato,
ma anche atterrito il sentimento del figlio (era il suo lato splendido e insensato, fantastico, brutale e
leggendario).
Abbiamo detto già che sulla scena ci sono sempre loro due, il
padre sotto lo sguardo del figlio: con la
morte è stata la nostra coppia a scomparire.
Come in una enciclopedia duale si svolgono i temi della
complicità e della somiglianza: il calcio, i nei, la musica, la religione e le
bestemmie, l'architettura, le automobili, i disegni, di cui alcuni di Giacinto Magrelli, il padre
protagonista, all'interno del volume e anche in copertina. Tanti ricordi, tanti
dettagli, che rivelano uno sguardo rivolto a lui, come se tutti gli altri non
esistessero. Una madre pure dovrebbe esserci. E mamma? s'intitola con inflessione infantile, ma dando per
scontato che con lei non è stata
la stessa avventura, il paragrafo 72. Lei ormai, incapace più di farlo
soffrire, ridotta a un oggettino (sembra
uno scupidù). No, nella vita domestica del giovane Magrelli, su quel palco,
non c'è nessun altro, o se c'è rimane ostile dietro le quinte, e non conta.
Meglio andare a cercare i parenti lontani, gli antenati, nel paese di pietra
vulcanica, Pofi, in Ciociaria.
Questa ricerca, questo riandare ai ricordi e dissodarli,
portarli in pieno sole, è quanto può definirsi geologia di un padre, come si trattasse di un fossile da riportare
alla luce, come riconoscendo una somiglianza assoluta dalla quale ci separano tempi
preistorici.
Se l'osservazione, la denominazione scientifica di quanto ci
riguarda, è l'imprescindibile, la tenerezza che è in quello sguardo deve
risultare impercettibile. Così il ricordo preciso di un abbraccio, di apicale dolcezza è subito scomposto
nella sua valenza semantica, perché il sentimentalismo non lo contamini.
Il ricordo continua a zigzagare dall'infanzia dell'autore
alla vecchiaia e malattia del genitore, sempre con sguardo così asciutto da
sembrare crudele, indice che punta sulla realtà, sul decadimento e la morte
progressiva. Un temperamento, quello di Valerio Magrelli, in cui la verità
sembra non poter essere appannabile. Necessario lasciarla esposta senza veli.
Devo dire che, per quanto mi sia stato doloroso, mai prima della lettura di questo libro avevo compreso con tanta esattezza cosa
fosse la malattia di Parkinson. Il suo presentarsi con un colpo preciso e
inesorabile: Avere un corpo immacolato, ma
col sistema elettrico fuori gioco. Tanta fatica per tenersi in forma e poi ti
si fulmina la centralina.
Aggiunge l'autore: Se
mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione non è, ritengo per morbosità.
Questo bisturi che incide sui sintomi del male ha forse anche un altro significato oltre a
quello che l'autore fornisce (avvicinarmi
alla persona). Individuo in tutto il progetto letterario di Magrelli una
componente etica, filosofica, alla maniera dei filosofi antichi. Lucrezio
anzitutto: mostrare la morte nel suo aspetto naturale, per separarla dal
ribrezzo e dalla paura. Dignitas, il
diritto di lasciare la vita prima che tutta l'umanità si sia consumata: "perché
cerchi ancora di continuare ciò che presto avrà dolorosa fine e ingrato totale
tramonto (De rerum natura,libro III, 941- 42)". Sul modo con cui il libro
è nato, di nuovo sul nome da dare stavolta alla sua modalità di scrittura (intratestualità), l'autore ci fornisce
una nota precisa e sintetica. Scienza, poesia, disegni note e citazioni, tutti
materiali che ruotano intorno al mito del padre, per liberarsene infine, per
liberarlo, dargli pace, come con un antico rito sepolcrale.
Foto1: Roma, Cappella Sistina –Michelangelo, L'ebrezza di Noè
Foto 2: Trieste, Piazza Hortis, dettaglio del murale dedicato a Italo Svevo (Piera Mattei)
Marco Ercolani – Si minore – Premio Letterario Ulteriora Mirari – Edizioni Smacher 2012
Una roccia a forma di nave – nota di lettura di Piera Mattei
Poesie in Si minore, scritte sulla tonalità dell'Incompiuta di Schubert, poesie di tonalità romantica? A ben
considerare non sarebbe la caratteristica precipua di questo libro di Marco
Ercolani, dato che tutta la produzione di questo scrittore, ossessionata dal
buio, dalla follia, dalla morte è, nel senso più autentico del termine, romantica. Non sentimentale tuttavia –
mai – né popolare, anzi costruita su una scrittura e a una lettura insieme marginale
e elitaria.
Pratica romantica è anche la
rilettura-attualizzazione dei classici e qui l'ultima sezione che porta in esergo
alcuni versi tratti dall'Odissea, costruisce le sue poesie con riflessi dell'immagine
originalissima dell'episodio citato. Occorre accennarne, perché, per quanto di mirabile
forza, il racconto, tutto fondato su una sola "pietrificante" immagine,
rimane tronco, senza reali conseguenze sugli sviluppi successivi e sul destino
dell'eroe protagonista. Siamo dunque nella parte centrale del poema. I Feaci
hanno deposto, con dovizia di
doni, Odisseo addormentato sul suolo della sua Itaca. Il loro gesto, di grande
umanità e generosità, provoca le ire di Poseidone, che vede minacciato il suo potere
di far naufragare gli umani o sospingerli erranti nel regno che gli appartiene.
Il dio del mare vorrebbe punire i Feaci distruggendo la loro nave e ricoprire
la loro bella città con un monte. Zeus, con finezza crudele, rivede il progetto, nello stesso tempo
lasciando ai Feaci la possibilità di pentirsi della loro generosità e
convertirsi all'indifferenza verso i naufraghi che il mare getta sulle loro
rive. Così stabilisce, con i versi, appunto, riportati nell'esergo: "quella
nave subito diventi roccia a forma di nave, in vista della costa! E siano presi
dal sacro stupore tutti quanti gli uomini. E poi una montagna enorme li
travolga essi e la loro città".
Gli dei ottengono quanto volevano:
i Feaci terrorizzati dalla punizione che ha reso la loro nave immobile e di
pietra, per scongiurare che il malefizio si compia nella sua interezza, faranno
a Poseidone l'offerta di dodici tori, con la promessa che smetteranno infine "di
accompagnare i mortali".
Gli dei ci puniscono della nostra
generosità. Chi si muove e attraversa gli oceani per riportare alla sua terra
un naufrago (per quanto re della sua isola) rischia di restare radicato alle
profondità marine, su una nave di pietra, "in vista della costa". Può
essere questo il senso nascosto nelle poesie dell'ultima sezione del libro? Non
è da escludere, per quanto il poeta sembri soprattutto affascinato da quella
maligna magia in sé, incantato anche lui, nell'idea di una solida immobilità: Noi, grande pietra nera / a forma di nave /
ancorata nell'acqua / niente
sangue nessuno / dice nulla / alberi immobili / svettano sul ponte
Letto dunque nella prospettiva
offerta dall'ultima sezione, il libro rende anzitutto l'idea di un mare a sua
volta colpito da immobilità su cui come relitti nuotano sogni, frammenti d'esperienze
al confine col sonno. E di nuovo torna l'acqua: Vortice / nelle vie inondate, incubo sordo / cose familiari come
estranee macerie / nell'acqua nera, cofani, vetri / scarpe. Qui l'incubo si
è fatto cronaca, anzi viceversa: l'alluvione prospetta allo sguardo un incubo
reale, con oggetti che la furia dell'acqua toglie al loro significato
familiare, per ridurli in macerie, come avviene anche – sempre, e spesso molto
prima che alle cose – per gli esseri viventi. Anche la terra compare, terra di
laguna, la laguna di Grado, Aquileia, mentre l'autore trascrive il suo sguardo
su una bellezza disegnata anche dalla storia. La preferenza per l'acqua
tuttavia è fin troppo evidente e apertamente dichiarata: Ma preferisco altre visioni: / un continente d'acqua, senza figure, /
che comprenda le nostre vite terrene / in una navigazione lentissima.
Abbiamo detto dell'acqua, del
mare. La raccolta comprende però anche poesie strettamente liriche, poesie che
raccontano l'amore, e – grata
sorpresa in una produzione che conoscevamo soprattutto legata allo scavo e al
rovello psichico e intellettuale – sensuali, con sottolineata rivincita del
tatto sugli altri sensi. Le labbra, le mani, la pelle diventano protagoniste: Pelle contro pelle, / ombra contro ombra, /
con l'impulso di rinascere ancora, / furiosi e muti. Il ritmo, in queste
poesie, si fa altra volta morbido e il racconto del dolore o dell'amore diventa
discorso triste, sì, ma piano, quasi una confessione totalmente accessibile: Anni / che non arriva il silenzio / e il
ritratto di te / si moltiplica // anni che appena respiro / mi disinganna
l'aria / e devo smettere con il fiato / tenermi la testa stretta tra le mani
nella Foto: Trieste, Molo san Giusto (Piera Mattei)
nella Foto: Trieste, Molo san Giusto (Piera Mattei)
domenica 3 marzo 2013
Kalju Kruusa: il terzo autore estone di Gattomerlino edizioni
Da "La quinta ruota di scorta" di Kalju Kruusa
Traduzione di Maarja Kangro e Piera Mattei
con
moto
eppur si muove
facendo
ginnastica al mattino
piegandomi
estendendomi flettendo le gambe
scuoto
nel frattempo i tetti fuori della finestra
e
muovo le nuvole e il sole
afferro
il tetrapak del succo
e
lo agito prima di aprirlo
al
tempo stesso quello mi scuote la mano
come
fanno salutandosi i visi pallidi
e
mi agita notevolmente
e
mi toccano le particelle di luce
che
dalla finestra cadono su di me
e
anche le nuvole
mi
muovono
ah
una delle qualità
più
salde dell’universo
è di essere
con-movente
***
decidemmo
di avere il tè pronto nella teiera
per
potercelo godere dopo il bagno
tu
ti avviasti al mare
io
rimasi in cucina a preparare il tè
mischiai
con un cucchiaio d’alluminio la polvere di tè nella teiera
per
ricavarne tutto lo spettro dei sapori
e
dalla finestra ti vidi
barcollare
un po’ goffamente tra i sassi
scendere
in acqua nella luce occidentale
delle
nove di sera che scendeva
staccandosi
dal sole giallo e caldo e sulle tue spalle si spezzava
rimasi
a guardarti
senza
che tu lo sapessi
a
meno che tu non percepisca il mio sguardo con il sedere
come
un getto caldo
mi
voltasti le spalle, erano chiare
l’acqua
era abbastanza chiara
non
c’era niente da chiarire
nell’acqua
risplendevano ciocche di alghe e curve di sassi
provai
a sentire con te, in anticipo, se il mare fosse caldo o fresco
giudicando
dal vento del nord ovest era calduccio
dall’ora
ormai tarda freschino
l’unico
modo di intuirlo fu dal portamento del tuo corpo
scendevi
lentamente nell’acqua sempre più alta
sentii
un dolore bruciante
sulle
dita
che
mi fece cadere di mano il cucchiaio
*
* *
ah cosa ci sarebbe di
meglio
che fare qualcosa
insieme
sentirlo provarlo
insieme
ah che andare insieme
dove
una volta si andava da
soli
e trasferire
all’altro, liberandosene,
ciò che si è portato
con inquietudine in sé
ah che montare in
sella
così leggeri con il
fruscio delle gomme
tra e sopra e in mezzo
alle foglie autunnali
variopinte
le pozzanghere piatte
e le castagne, sempre in due
al
volo tra le bacche del rialto
scivolando e
serpeggiando in avanti
cosa meglio che
sentire la vicinanza l’uno dell’altra
del pedalare respirare
tacere
ah che guardarsi l’un
l’altra e ridere
come volendo spingere
oltre il sentimento importante molto importante
che è proprio quello
sapendo che è davvero
quello
tanto è evidente per
tutti e due
è proprio quello
il
linguaggio è un paio di pantaloni
a volte così stretto
che è difficile
camminare
a volte ampio
i calzoni si
trascinano
e ostacolano il
cammino
fanno inciampare
quando i calzoni
vanno bene
ti calzano
come un guanto
ogni tanto
li tengono a posto le
bretelle
ogni tanto pare
che i pantaloni da
soli
muovano le gambe
che l’uomo cammini
grazie ai pantaloni
mah, che pantaloni
preziosi
LA FINESTRA È
APPANNATA
dimenticai l’acqua sul
fuoco
la finestra cominciò a
sudare
per scherzo scrissi
col dito sul vetro
LA FINESTRA È
APPANNATA
e quando un’altra
volta
cominciò a sudare di
nuovo
apparve la stessa
scritta
LA FINESTRA È
APPANNATA
chiaro la punta del
dito
con cui avevo scritto
era un po’ unta
e così ogni volta
che la finestra si
appanna
appare anche la
scritta
LA FINESTRA È
APPANNATA
la finestra non è una
chiacchierona
scrive solo
l’essenziale
quando c’è bisogno
in altre circostanze
la scritta
LA FINESTRA È
APPANNATA
non avrebbe
dimostrazione
perché non avrebbe
senso
è praticamente
solo sulla scritta
che la finestra non è
appannata
e così a causa della
scritta
la finestra non può
essere tutta appannata
è un’inezia per una
finestra come quella
ma un gigantesco
dilemma per un saccente sofista
L’ARMADIO DI CUCINA della
mamma
è un nido dada
ma sei
un’avanguardista mamma
le ho chiesto
ma che dici
mi ha risposto
comunque l’ho visto
in ogni scatola delle
erbe
nelle scatole di
cartone
la mamma ha messo le
erbe da infusione
sulle scatole
ci sono delle scritte
su una scatola
c’è scritto
PIANTAGGINE
e dentro ci sono
ortiche
su una scatola
c’è scritto
ORTICHE
e dentro ci sono fiori
di tiglio
su una scatola
c’è scritto
FIORI DI TIGLIO
e dentro c’è la
camomilla
su una scatola
c’è scritto
CAMOMILLA
e dentro non c’è
niente
ci sono scatole
sulle quali
non c’è scritto niente
e dentro c’è qualcosa
però in un angolo
distante c’è
anche una scatola
originale
del KAKAO
e dentro c’è cacao
il
fazzoletto
la nonna portava
sempre sulla testa il fazzoletto
con il freddo e con il
caldo
dentro e fuori
nei giorni feriali e
alle feste
dissi alla nonna
perché ti metti sempre
il fazzoletto
stai un po’ anche
senza
potrebbe essere
interessante
lei rispose
no non posso
ho i capelli
spettinati
è meglio portare il
fazzoletto
poi un giorno la vidi
tornata dalla sauna
pettinarsi davanti
allo specchio da tavolo
senza il fazzoletto
le dissi
quando ti sarai
pettinata
potresti anche restare
un po’ senza
ribattè
devo comunque
metterlo
altrimenti i capelli
si spettinano
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