domenica 5 gennaio 2014

Carlo Cipparrone – Il poeta è un clandestino – I poeti di Smerilliana – Di Felice edizioni 2013



Innalzare la costruzione, i piedi saldamente piantati a terra
nota critica di Piera Mattei


Se stiamo alla data che riguarda l’occasione per la quale è stato scritto il poemetto nella sezione finale del libro – un incontro con Betocchi a Cosenza, dove il poeta affermato era venuto a tenere una conferenza, nel lontano 1957 – dobbiamo dedurre che il legame di Carlo Cipparrone con la poesia, con la buona poesia, è lungo quasi come la sua intera vita.
Un matrimonio giovanile. E come spesso in quei matrimoni sembra che tutto sia corso via troppo presto, che quanto si desiderava con passione non si sia infine veramente realizzato. Recriminazioni, rimpianti, ma infine accettazione del fatto che il matrimonio non si poteva celebrare che così, nella  fedeltà che non contraddice all’insoddisfazione.

Questa ultima raccolta di Carlo Cipparrone è infatti un libro tematico: l’autore, lo dichiara nella premessa, ha raccolto qui le sue “poesie sulla poesia”, scritte nel corso degli anni.

Lo stile delle poesie antologizzate, occorre sottolinearlo, si è mantenuto sostanzialmente uniforme negli anni, forse con un’accentuazione progressiva dell’ironia e del sarcasmo, che si s’impegna talvolta a ritrarre i peggiori difetti della categoria dei poeti, ma anche, con non minore crudeltà, a infierire contro se stesso, autodenigrandosi, o dichiarandosi pentito di avere accolto alcune false ispirazioni (INVETTIVE contro gli altri e contro se stesso). La poesia non è cogliere un'aerea ispirazione né tenace tecnica scrittoria, poesia è passione, è consapevolezza di appartenere al mondo "di lei" e sentire sulla propria sensibile pelle la contraddizione tra quella certezza e la "sua" tiepida accettazione.

 Il poeta è del tutto consapevole che il bisogno di continuare a fare poesia – per tutta la vita – ha più a che vedere con la sfera personale erotica che non con quella della pubblica utilità:

Non è questione di vita o di morte,
questo è chiaro.
Se lasciassi in bianco
il foglio su cui scrivo
tutto filerebbe lo stesso.
###
Poetare – come comandare –
è meglio di fottere?
###
nonostante la mia matura età
ho ancora voglia di scrivere,
come i giovani di far l’amore...
[...]
Poesia, amore taciuto  
celato agli occhi degli altri
come un vizio, una colpa, un peccato.

Una passione, quella della poesia, che s’impianta come anomalia su una formazione da scuola  tecnica, sulla scelta e/o la necessità di un mestiere di tecnico. Per questo è così importante quell’incontro con Betocchi, quasi un volto nel quale specchiarsi, una conferma che si possa diventare poeti, senza essere poeti di mestiere, anzi esercitando una professione apparentemente lontanissima dalla poesia. Su questa perplessità la risposta di Betocchi è pronta:

Tra coloro che scrivono non siamo
un’eccezione, geometri sono anche
Quasimodo, Lisi, Bargellini – disse,
un po’ compiacendosi – aggiungendo
all’elenco gli ingegneri Gadda,  Sinisgalli
e l’assistente edile Vittorini.

Sono tornata  qui sul già citato poemetto La Comune Strada – Betocchi perché mi sembra veramente una summa dello stile di Cipparrone: una scrittura piana, di grande agilità narrativa, che, tratta dei temi fondamentali della sua poesia e, tra l’altro, comprende tra i suoi versi quello scelto a dare il titolo all’intera raccolta: il poeta è un clandestino.
Il tema delle due anime, quella del poeta e quella del costruttore, che possono fondersi, che di fatto si fondono, ritorna spesso, con esiti assai felici, come ad esempio, nella prima strofa di Senza domani:

Noi operai, artigiani, maestri della parola
dai nomi oscuri o più o meno conosciuti,
seppelliti domani in libri mastri –
cataloghi datati coperti dalla polvere –
rimasti o ricacciati nel limbo dell’anonimato,
condannati a un misero solitario destino.
Noi popolo di manovali muratori capomastri
gruisti ruspisti camionisti badilanti sterratori
geometri architetti ingegneri:
chi una pietra aggiunge e chi la toglie
chi edifica e chi distrugge.

Altra volta dall’arte della costruzione Cipparrone tira assai convincenti metafore, che gli servono a difendere una poesia leggibile, costruttiva, contro disordinati sperimentatori:

Ci sono poeti in bilico
su traballanti ponteggi,
che – parola su parola,
mattone su mattone,
pietra su pietra –
innalzano brandelli di frasi
difficili a leggersi,
muri costruiti a secco,
precari nel reggersi.

Dovunque in questo libro l’arte della costruzione o l’atto opposto e parallelo, l’atto chirurgico della demolizione, sono fonte di poesia forte, originale. Citiamo tra tutte l’atmosfera sospesa, tra gli sguardi dei curiosi, nell’apparente trionfo anarchico dei demolitori, della poesia  I ruspisti. Costruire, gettare fondamenta, riempire lo spazio verso l’alto, e poiein, fare poesia, due attività per le quali, a innalzare l’opera, sono necessarie responsabilità e passione – i piedi saldamente piantati a terra.



Immagine: antiche mura nei pressi di Bordeaux (foto Piera Mattei)


giovedì 2 gennaio 2014

Carlo Bordini “Non è un gioco – Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina”, Sossella 2008


Ho terminato da poco di leggere “Non è un gioco – Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina”.
Il libretto me lo ha dato proprio Carlo. Ci siamo scambiati dei libretti che hanno a che vedere con l’America Latina e la poesia, lui, un veterano di quei viaggi, io appena reduce dal XII Encuentro de poetas del Mundo latino, in Messico.

L’America Latina presente in questo libro è soprattutto la Colombia, anche se alla condizione della poesia in Argentina si accenna, sempre e comunque per sottolineare il grande vantaggio di quei paesi sull’Italia.

Il libro, volendo –immagino– spiazzare rispetto al titolo,  è un po’ come un gioco, con brevi cronache,  racconti e documenti diversi, montati a incastro. In queste pagine ho trovato, anche – davvero! – tanto entusiasmo. Le leggo solo adesso ma sono state scritte più di cinque anni fa e mi auguro che rispetto alla poesia in America Latina l’autore conservi intatte le sue impressioni di allora.

Le cose narrate coincidono con le mie recenti esperienze per due aspetti.
Anch’io ho sperimentato l’entusiasmo del pubblico della poesia. Studenti e giovani che imparano subito a memoria un verso e te lo ripetono, entusiasti. Gli abbracci, la richiesta di autografi, di foto che li riprendano insieme al “poeta”. La popolarità della poesia. Riconosco i ritmi serrati delle letture, anche questi ho sperimentato: essere presenti, puntuali e in buona forma, come d’obbligo nel mestiere degli attori.

Quanto al ruolo di “civilizzazione e pacificazione della poesia” direi che questa utopia l’ho ritrovata soprattutto nell’impegno di un giovane poeta onduregno, incontrato appunto in Messico nel novembre scorso e che ho subito deciso di tradurre e pubblicare, Rolando Kattan.
Il suo libro, che uscirà tra breve, s’intitola “Animale non identificato” e uscirà per le nostre edizioni Gattomerlino. Rolando con altri giovani amici è impegnato a pubblicare, in ampie tirature e in veste economica, i grandi classici della letteratura, che poi diffonde attraverso letture, e ne fa dono, in spazi pubblici, nei mercati, per le strade. Anche lì, la poesia per tutti. La poesia come leva di riscatto sociale.

Quindi questo immenso continente che è l’America Latina è in ogni sua parte diverso e insieme simile? Una cultura meticcia che nonostante la violenza diffusa nella società salva e pone su un piedistallo la poesia, e addirittura si vorrebbe salvata dalla poesia. Bene. Anche se restano tali le utopie aiutano a vivere.

PIERA MATTEI



Foto: Allievi di una scuola di Aguascalientes fotografano il tabellone con nomi e volti dei poeti dell'Encuentro e poi si fanno fotografare su quello sfondo (foto Piera Mattei)

mercoledì 25 dicembre 2013

Un ricordo di Giovanna Sicari

Riceviamo da Luigi Fontanella, per il tramite di Luigi Celi, la locandina di questo incontro, che si terrà  a Frascati, il 10 gennaio 2014,  in ricordo della poeta Giovanna Sicari.
Ai lettori di questa rivista BUON ANNO e un a ritrovarci nel Gennaio 2014, come sempre in nome della poesia

domenica 15 dicembre 2013

Sopralluoghi di Valerio Magrelli Libro + DVD di Filippo Carli, Fazi editore – nota critica di Piera Mattei










Stamani mi sono ritagliata il tempo di mettermi alla visione del DVD compreso in un cofanetto (Libro+DVD) Sopralluoghi di Valerio Magrelli, diretto da Filippo Carli, con le musiche di Adriano Lanzi e Omar Sodano, una passeggiata, con lettura di poesie e commento delle medesime, del poeta attraverso i suoi luoghi, nella sua città, Roma.

Le poesie le conoscevo molto bene quasi tutte, alcune sono state per me un'integrazione di una recente lettura-confronto di Valerio Magrelli con Durs Grunbein alla Casa di Goethe di Roma, che si è tenuta il 28 novembre scorso per iniziativa della nuova impegnatissima responsabile della Casa, Maria Gazzetti, per quanto, mi pare di capire, il video sia nato invece prima di quell’evento.

Ma si è trattato anche e soprattutto di sfogliare un'antologia di luoghi di Roma, alcuni ben noti e molto cari a chi scrive, come i margini del fiume a lungo percorsi e fotografati, Villa Borghese e la Biblioteca Casanatense, altri che serrano (a chi scrive) luoghi di segreta appartenenza, come il Verano. 
Però tra tutte le scelte di luoghi e luce, lo spazio scelto nel frammento iniziale, quello dello sfasciacarrozze (preferisco anch’io, per il suo suono, questo sinonimo a l'altro più neutro di autodemolizioni) mi è sembrato veramente perfetto, con il racconto verissimo e surreale, in poesia e nella prosa di introduzione e commento dell’autore, del vagone “frenato” che è costretto a lasciare dietro a sé una scia di fuoco incendiario. 

In generale le parole di Magrelli intorno ai luoghi della sua poesia sono un valore aggiunto di poesia, alla poesia stessa. Nella premessa al libretto che accompagna il video (mentre il video accompagna il libretto) cita, per la prassi di farsi guida alla propria poesia, l’antecedente di Edgar Allan Poe, ma perché non risalire oltre, a quel nostro medioevo così libero nella sua espressione letteraria, al liberissimo Dante della Vita Nuova?

Qui, in Magrelli, certe immagini – anche se si tratta di citazioni, ma rinnovate quando riportate nel nuovo  contesto – della biblioteca come lupanare, del libro come oggetto di contagio pestilenziale, filtrate dalla sua voce pacata dal suo elegante posizionarsi nello spazio, risultano veramente di grande efficacia acustico-visiva: buona poesia che non contraddice, anzi contribuisce a realizzare, buon cinema.

Foto: Ai margini del Tevere
         di Piera Mattei

lunedì 9 dicembre 2013

798: il linguaggio dell’arte in Cina - di Augusto Marcelli





Torno dalla Cina dove si affronta quotidianamente un allarme ambientale di proporzioni gigantesche, come d’altra parte è quasi tutto in questo paese. In questo momento l’est della Cina è sotto un cielo “grigio” e la gente comincia a guardare al futuro prossimo con grande preoccupazione.

Tuttavia, nonostante il clima e un livello di polveri sottili ben superiore alla soglia di allarme, Pechino è certamente una delle città con maggiori attrattive e posti da visitare. La Città proibita, il Palazzo d’estate, la Grande muraglia, sono solo le maggiori attrazioni turistiche, ma esistono molte altre opportunità spesso molto più stimolanti, tra le quali in particolare lo spazio artistico del 798. Il nome o meglio il numero di questo “distretto artistico” che copre un’area di quasi un km quadrato è l’identificativo originale di una fabbrica di armi costruita negli anni ‘50 nel distretto di Dashanzi.


Questa gigantesca area espositiva, ormai in pieno centro urbano, non è solo una collezione straordinaria di gallerie d’arte moderna, in parte all’aperto, ma un vero e proprio incubatore d’idee e di espressione del pensiero, della cultura e dell’arte contemporanea cinese. (http://www.798district.com/)


La storia del 798 inizia una decina di anni fa, quando nel 2002 artisti e organizzazioni culturali cominciarono a utilizzare, affittare e ricostruire gli enormi spazi di questa immensa area industriale trasformandoli in gallerie per esibizioni temporanee, studio’s, negozi di moda, ristoranti e bar, luoghi d’incontro di giovani e di artisti cinesi. Il suo stile molto simile a un’architettura Bauhaus rende il 798 assolutamente originale e per certi aspetti stridente, nell’attuale contesto urbano di Pechino. Luogo unico per guardare, pensare e riflettere, confrontarsi, questo spazio è aperto a tutti e decine di artisti provenienti dall’Europa e da tutto il mondo espongono qui creando opportunità culturali, e non solo.


Gli artisti cinesi in questo momento, anche se con risultati non sempre convincenti, tendono ad azzardare nelle dimensioni e nelle tecniche, sentendo l’arte come provocazione, come possibilità di esprimere idee e opinioni senza alcuna “censura”. Nei vastissimi spazi, in grado di ospitare progetti ambiziosi e/o provocatori, si può trovare di tutto: quadri, foto, installazioni monumentali, video, etc.


Il 798 Art Zone si può considerare quindi un hotspot della città. Dal 2008 in questi immensi spazi, ideali non solo per gallerie d'arte, ma anche per altri progetti “artistici” a dimensione di questo immenso paese, centinaia di organizzazioni culturali e artistiche provenienti da tutto il mondo hanno stabilito una loro sede o una galleria. Oltre all’Art Festival che si tiene in primavera, altre importanti manifestazioni attirano durante tutto l’anno politici, star del cinema e celebrità che vengono a comprare opere d’arte, ma anche a farsi vedere. Fino ad oggi, probabilmente, hanno visitato il 798 più di ottanta milioni di visitatori.


Le collezioni di arte moderna e di opere esposte sono ben più di una semplice espressione del pensiero delle avanguardie artistiche cinesi. L’arte moderna ha oggi un ruolo straordinario nella società cinese influenzando profondamente il quotidiano. La recente apertura di un grande centro commerciale a Pechino “popolato” di opere prestate dal 798 testimonia il peso anche economico e sociale che l’arte ha oggi in Cina (foto 1). Dietro la dimensione spesso gigantesca di queste opere non c’è solo la voglia di egemonia, ma probabilmente la necessità di occupare lo “spazio” non riempito dalle parole, in una società troppo occupata a fare affari per fermare a riflettere sul suo futuro. Le molte emergenze di questa società sono però ormai dietro l’angolo: l’inquinamento è forse solo la prima di queste.
Il linguaggio e gli spazi concessi all’arte in questo paese sono una grande opportunità da cogliere per tutti.


Il 798 è molto di più di un enorme complesso industriale che celebra, con le sue installazioni di lavoratori con le casacche maoiste, con le enormi scritte rosse con gli slogan maoisti che decorano gli interni di molte gallerie, con le statue di lavoratori e le lanterna rosse, le radici proletarie del periodo comunista. È un posto dove è quotidianamente sperimentata e proposta l'arte contemporanea, l'architettura e la cultura in una posizione urbana unica, un posto da visitare e soprattutto “vivere” per riflettere sul movimento artistico di un paese guidato da un’avanguardia numerosissima e da personalità artistiche con obiettivi molto spesso divergenti. Un luogo del pensiero per cercare di capire dove sta andando questo paese e forse, anche dove andrà l’arte e la cultura del XXI secolo.


Molto spesso gli stranieri vengono in Cina con il desiderio e forse anche la convinzione di portare il loro pensiero e cambiare la Cina e i cinesi, ma forse è la Cina che finisce per trasformarli. Solo per fare un esempio, uno dei maggiori architetti di oggi, John Van de Water, nel suo libro: “You can’t change China, China changes you” pubblicato nel 2011, scrive “…. quello che ho imparato in Cina è che non c’è un solo modo di immaginare il design, e spesso, ragionare solo con la logica non è il modo corretto di pensare.”


(foto 1) Interno del centro commerciale di Pechino con una grande opera molto provocatoria di un artista cinese dal titolo “Non sempre quello che vediamo è reale”.


(foto 2) “La speranza” della pittrice cinese Ziqi (proprietà privata). Un’opera particolarmente simbolica ed emblematica della moderna società cinese.