sabato 6 settembre 2014

Dall'altro paradiso non arrivano cartoline


Lino Angiuli– cartoline dall’aldiquà– ventotto paesie con inserto fotografico di Angelo Saponara – Quorum Italia


Cos’è, ci chiediamo, l’aldiquà? Un paradiso agli antipodi dell’aldilà, un paradiso in terra, cioè il vero paradiso, visto che dell’altro non c’è prova né certezza?
Dall’altro paradiso non arrivano cartoline. Che erano una volta le gentili prove, concrete, cartacee che, da lontano, da questo posto, “io t’ho pensato”. Si sceglievano con cura e, spesso, chi le riceveva le custodiva gelosamente. Non c’era il cellulare, non c’era skype.  “Ti penso” ormai, è più facile dirlo a viva voce, o guardandosi in faccia (telematicamente). 

Ma queste cartoline, spedite da vari piccoli centri del Sud, a chi sono indirizzate? mi viene da pensare che Seclì, Trito, Rotello, Roccaforzata e tutti gli altri paesi per lo più al di sotto delle mille anime, che abitano questo libro, se le siano inviate l’un l’altro, come in un gioco fanciullesco. Un gioco di frammenti di specchi, con sguardi in tralice, come tra fratelli molto simili che ancora non lasciano la casa.

Questo piccolo libro è un omaggio d’amore di Lino a quel sud di cui si sente figlio, in cui si sente anche turista, perché la vita, i libri – mentre lui restava legato a questi luoghi – l’hanno anche trasportato lontano:

Ritornare
con un gruzzolo di soprannomi in tasca
a riaprire il libro delle facce
ognuna un nome ognuna una canzone
girovaga di bocca in bocca
a piedi o su una bicicletta sbucata
dalla penombra degli anni cinquanta
(Saluti da Tornareccio)

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A pochi centimetri dall’occhio
su un filo di memoria intermittente
 il giorno è tondo la notte pure
al centro rimane il punto fermo
della piazza accasata al campanile
trapiantato all’altezza dell’indaco
(Saluti da Loseto)

Il tempo l’ha trasportato lontano da quei paesi. Perché i paesi, come Lino vuole ricordarli, sono quelli della sua infanzia, degli anni cinquanta. E anche le immagini – bellissime immagine dell'obiettivo di Angelo Saponara – il volto serio della donna incorniciato dagli stessi merletti che le sue mani ormai legnose intrecciano a memoria, la porta scrostata, il pescatore con la sua rete, l’uva Italia appoggiata su una sedia impagliata in vendita al prezzo di £ 1000, appartengono tutte a un’estetica ormai muta o che parla una lingua del passato, un lingua di bellezza museale, o di sogno. Sotto queste immagini, anche il lento canto che mi sembra di ascoltare, è musica che viene da lontano, una voce paesana d'altri tempi.
PIERA MATTEI

nella foto: due paesi allo specchio: Castel di Tora, visto da una discesa al lago di Colle di Tora

giovedì 28 agosto 2014

India–Cina–Paesi Occidentali: Parametri economici e capacità d’innovazione di Claudio Marcelli


Tornare in India dopo quasi venticinque anni è stata un’esperienza molto coinvolgente. Molto è cambiato dal gennaio 1989 quando per la prima volta atterravo a Nuova Delhi e mi immergevo in una realtà lontanissima dal mondo in cui vivevo. Un’esperienza di viaggio unica, il “Viaggio” con la lettera maiuscola, nel senso più completo del termine.

Molto è cambiato, ma molto del fascino “antico” dell’India è ancora lì a ricordarci che non basta avere una democrazia per essere un paese moderno e occidentale. Ancora oggi solo il 74% della popolazione indiana è alfabetizzato e questa percentuale scende ulteriormente nelle zone rurali e per le donne. In generale, se confrontiamo i due grandi paesi asiatici, l’aspettativa di vita è più bassa in India che in Cina e anche la condizione della donna in India è sicuramente peggiore. Per non parlare delle grandi infrastrutture, quelle cinesi sono avanti di decenni rispetto a quelle indiane e negli ultimi anni la Cina ha investito (~sette/otto volte di più) e continua a investire molto più dell’India. Numeri che provano a raccontarci come il mondo cambia. 

Ogni giorno, infatti, ascoltiamo, leggiamo, parliamo di statistiche sociali ed economiche. Il presente e il futuro del mondo sono ormai quotidianamente e indissolubilmente legati ai valori economici, alla borsa, allo spread, numeri che provano a sintetizzare quello che succede in un unico network planetario.
Nelle ultime settimane alcune analisi indicano che già quest’anno l’economia cinese supererà gli Stati Uniti in termini di dimensioni. Molti hanno scritto che l’economia Cinese supererà quella degli Stati Uniti dopo il 2020, l’analisi statistica effettuata dall’ICP (International Comparison Program: http://siteresources.worldbank.org/ICPEXT/Resources/ICP_2011.html) nell’ambito di un progetto coordinato dalla Banca Mondiale, ha presentato un’analisi basata sul potere d’acquisto partendo dai dati del 2011 che si riferiscono a 199 stati di tutti i continenti. Questi dati, ottenuti convertendo il prodotto interno lordo di un paese in dollari ai tassi di cambio di mercato, mostrano la parità del potere d’acquisto (PPP) di un paese e sono basati sul Prodotto Interno Lordo (PIL). L’analisi indica chiaramente che l’economia cinese è molto più grande di quanto risulti secondo altri criteri di valutazione. Secondo questa statistica infatti la Cina segue molto da vicino gli Stati Uniti, precedendo l’India (solo decima nel 2005) che ha scavalcato il Giappone (in questa classifica il nostro paese occupa l’undicesima posizione). Sulla base del PIL, l’economia USA nel 2012 valeva oltre sedici milioni di milioni di dollari, circa il doppio di quella della Cina. Con questi numeri l’economia cinese non sarebbe in grado di superare gli Stati Uniti prima di un decennio.

Tuttavia, molti sostengono che il PIL da solo è un parametro fuorviante anche perché non considera le fluttuazioni del cambio e la valuta cinese è sottovalutata così come quella di molte altre economie asiatiche. Poiché in sostanza, il valore del denaro è diverso nei paesi in via di sviluppo e nelle economie occidentali e i costi di molti beni sono molto più alti nel mondo industrializzato. Confrontando il potere d’acquisto è possibile fare valutazioni più realistiche basate sul diverso costo di beni e servizi nei diversi paesi valutando meglio la dimensione delle economie delle nazioni “più povere”.

Rimane comunque aperta una domanda: “per capire e costruire il futuro di una nazione è sufficiente guardare ai parametri economici”? Questo è oggi un problema particolarmente sentito in Europa, ma rimane sicuramente d’interesse “globale”.
A questo proposito è importante ricordare alcune parole di Qian Xuesen (Tsien Hsue-shen), il padre del programma spaziale cinese morto nel 2009. Oltre ad essere un grande scienziato, Qian Xuesen era una personalità riconosciuta da tutto il paese. Durante una visita dell’ex-premier Wen Jiabao che era andato a trovarlo pochi anni prima della sua morte, Qian Xuesen aveva dichiarato: “La Cina manca di originalità e innovazione, e non riesce a produrre talenti. Questo è un grosso problema. http://en.boxun.com/2009/11/14/qian-xuesens-regrets/ "

Lo stato dell’istruzione e la necessità di promuovere la creatività e l’innovazione rimangono in Cina, e purtroppo in molti paesi del mondo, un nodo da affrontare e risolvere. In molte università non s’insegna più a sviluppare il pensiero creativo, ma si formano spesso solo “tecnici”. La formazione di persone creative, “artisti” nei loro campi, è invece una condizione indispensabile per costruire il futuro.
L’arte è una parte fondamentale dell’attività produttiva di una società: aiuta ad ampliare l’immaginazione e a “pensare”. Arte e pensiero sono elementi alla base di un sistema sociale maturo, essenziali al progresso e alla prosperità, anche se difficili da raccontare con le statistiche. Forse anche questo è un esercizio di creatività che alla fine qualcuno saprà risolvere.


Nella foto: Dal paesaggio al modernismo esasperato, “dentro” l’arte al 798 di Pechino

lunedì 28 luglio 2014

Un ritratto opera di un vero fotografo: Dino Ignani




Dino Ignani è un vero fotografo. Oggi che tutti sono pronti a catturare immagini, dovunque si presenti l'occasione, con i loro smartphone, Dino rimane fedele al ritratto, ai tempi lunghi di posa per catturare nel volto che gli sta davanti docile, quell'espressione che farà di quello scatto, un ritratto.


Era il novembre dello scorso anno quando Dino mi sottopose a una seduta fotografica: questo l'esito. Una foto scelta anche da me, perché mi piaceva lo sfondo di linee essenziali, il muro vuoto e bianco, perché soprattutto faceva affiorare sul viso, con il sorriso, quell'ironia che è un tratto della mia personalità in cui, pure, mi riconosco.

martedì 15 luglio 2014

"I POETI DELLA FONDAZIONE BRODSKIJ"



Per la serie Blu, entro l’estate, dovrebbe inaugurarsi un nuovo importante progetto. Per la cura e la traduzione di Claudia Scandura, apriremo infatti un canale privilegiato per “I poeti della Fondazione Brodskij”.


La serie s’inaugura con la raccolta
“La ruggine e il giallo – poesie 1980-2011” di Sergej Gandlevskij, considerato in Russia un classico vivente.
Nato nel 1952 a Mosca da padre ebreo e da madre di religione ortodossa, Sergej Gandlevskij è considerato dalla critica russa un classico vivente. Cresciuto in una famiglia di orientamento antisovietico, il poeta è un tipico rappresentante dell’underground moscovita dell’epoca di Brežnev: ha alternato i lavori più disparati (insegnante di inglese, assistente teatrale, guardiano notturno) e ha diffuso i suoi versi solo attraverso il canale del samizdat. Dalla fine degli anni ‘80 si è affermato come uno dei più interessanti poeti contemporanei, ha lavorato come conduttore di programmi culturali alla radio e ha tenuto seminari all’Università Umanistica di Mosca (RGGU). Dal 1994 è responsabile del settore critico e pubblicistico della prestigiosa rivista russa “La letteratura straniera”.
Ha pubblicato numerosi volumi di poesia: Festa (1995), Schema riassuntivo (1999), L'ordine delle parole (2000), Trovare il cacciatore (2002), Esperimenti poetici (2008) Poesie (2012); due romanzi: La trapanazione del cranio (1996) e Illeggibile (2002); i saggi raccolti nel volume: Saggi, articoli e recensioni (2012) e la prosa autobiografica Passato senza pensieri (2012). Ha vinto numerosissimi premi letterari tra cui il premio speciale della Fondazione Josif Brodskij (2013). Ha partecipato al “Festival delle Letterature” di Mantova nel 2011. Le sue opere sono tradotte in inglese e in tedesco, in italiano sono apparse su alcune antologie.


Del progetto Gattomerlino edizioni che – proposto e curato da Claudia Scandura – si rivolgerà ai “Poeti della Fondazione Brodskij” così scrive Maria Sozzani Brodskij:



La collana “I Poeti della Fondazione Brodskij” segna una nuova fase per la Fondazione, il cui scopo è di realizzare uno degli ultimi sogni di Iosif Brodskij: lo scambio culturale tra Russia e Italia, una tradizione troncata dalla rivoluzione e che, per un poeta nato a San Pietroburgo, città dalla forte impronta artistica italiana, era sicuramente una tradizione da riscoprire. Secondo le parole di Brodskij, l’Italia era stata una rivelazione per i russi: ora avrebbe potuto diventare la fonte del loro rinascimento.  
Una nuova fase, perché dei ventotto borsisti mandati sino a ora in Italia dalla Fondazione quattordici sono poeti, poco o mai tradotti in italiano prima di ricevere questa borsa. Il fatto di pensarli riuniti in una sola collana, sotto il nome della Fondazione Brodskij, mi riempie di emozione – un passo avanti verso la concretizzazione di un sogno.
Per Iosif, le nozioni di arte e viaggio erano inseparabili: l’artista è colui che cerca sensazioni nuove, che tenta di sbarazzarsi delle cose troppo familiari e comode – che segue i sentieri delle idee attraverso gli spazi geografici. Quando il movimento fu di nuovo possibile in Russia, si sentì chiamato a rinnovare un viaggio europeo fondamentale – il viaggio in Italia.
La Fondazione Brodskij prese avvio nell’autunno del 1995, quando il poeta Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, si recò dall’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli per sottoporgli un progetto che aveva molto a cuore: la creazione di un’Accademia russa su modello di quella americana, presso la quale lui stesso aveva soggiornato varie volte, ispirandosi a quell’antica città come molti artisti e scrittori russi che l’avevano scelta come patria di elezione a partire dal Settecento.
La morte improvvisa del poeta nel gennaio del 1996 cambiò il corso di quel progetto.
Nei giorni successivi alla scomparsa di Brodskij un gruppo di amici, per dare immediata realizzazione al pensiero del poeta, decise di creare un fondo in suo onore. Nacque così una fondazione con sede principale a New York, la Joseph Brodsky Memorial Fellowship Fund e una sede italiana a Roma, l’Associazione Joseph Brodsky.
Ci affrettammo a fare in modo che nascesse proprio in quei giorni – e i genitori della nostra fondazione furono amici molto cari a Iosif:  Benedetta Craveri, Roberto Calasso, Adele Chatfield Taylor, Robert Silvers, Michail Baryshnikov, Isaiah Berlin, Mstislav Rostropovich, Ann Kjellberg, Masha Vorobeva e Dmitrij Lichacev.
Tutti capirono che un tributo, che era qualcosa in movimento anziché un monumento, era quanto di più adatto alla memoria di mio marito.
Iniziammo a mandare i borsisti  della fondazione presso istituzioni amiche prima di avere un edificio di proprietà –  in una specie di accademia volante – e questo è il modello che abbiamo continuato a seguire fino ad ora.
I nostri borsisti hanno soggiornato a Roma, presso l’Accademia americana, l’Accademia francese a Villa Medici e la Villa Mirafiori dell’Università La Sapienza. Fuori Roma, sono stati ospitati dalla Fondazione Bogliasco di Genova, dall’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di Bologna e a Venezia, dalla Emily Harvey Foundation.
Questo è stato possibile soprattutto grazie a donazioni fatte da amici entusiasti dell’opera di Brodskij e da alcune fondazioni quali il Trust for Mutual Understanding e la Fondazione Prokhorov.
Recentemente abbiamo iniziato ad avere il supporto di generazioni più giovani – amanti delle lettere e delle arti russe  - che sono attirate da una visione cosmopolita della cultura.
Siamo molto grati ai nostri amici, vecchi e nuovi, di averci aiutato a rinnovare e alimentare  un’idea, che riteniamo di grande importanza per la cultura. 
Sono tante le persone che vorrei ringraziare personalmente; Evgenij Solonovic, Claudia Scandura e soprattutto Piera Mattei, direttrice della casa editrice Gattomerlino, che ha subito creduto in questo bellissimo progetto.
Che la casa editrice dei poeti della Fondazione Brodskij porti il nome di un gatto, è un puro caso – ma forse non proprio.  Chiunque conoscesse Iosif Brodskij, sapeva anche della sua passione per i gatti – quanti gatti sono stati disegnati da lui come dediche ad amici!  A me sembra davvero un buon augurio.


martedì 1 luglio 2014