lunedì 10 febbraio 2020

Cronache cinematografiche di Piera Mattei PARASITE

In occasione della vincita ai Premi Oscar 2020 per il film di Bong Joon Ho

"Ogni piano è inutile"
di Piera Mattei


Parasite, film sudcoreano, diretto da Bong Joon Ho, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2019, non è un film facilmente definibile. Potremmo dire che in una progressione abilmente concatenata si succedono registri comici, registri tragici con sfumature pulp, per trovare nella chiusura un tono infine elegiaco.

Proprio quel finale dove un buon figlio, guardando la neve che cade, sogna di diventare ricchissimo per poter liberare da una prigione volontaria suo padre (e qui non posso essere più chiara per non rivelare l'intricata e complessa trama) ci porta a interrogarci non tanto sul messaggio etico che il film può o intende veicolare, ma sul "luogo" dove il film ci trasporta.
I luoghi sono chiari: due abitazioni, una poverissima ma non solo, veramente squallida e immaginiamo fetida per quella presenza su un vano aperto della tazza del WC su un piano rialzato, piano dove i ragazzi, i due figli  della famiglia, siedono allegramente a confabulare, ovviamente guardando ognuno nel suo cellulare. L'altra è una casa dove tutto è ampio: ampia la vetrata che dà su un giardino tenuto con la massima cura, le siepi regolarmente tosate, ampie e accuratamente mobiliate le stanze.

Ma quando mi chiedevo del luogo pensavo che quelle case sono luoghi reali, d'accordo, ma si prestano soprattutto a diventare metafora, a dare l'avvio a un racconto estremo. Infatti i poveri cristi che vivono in un locale sotto il livello stradale, con scarafaggi, puzza di cesso, l'abituale ubriaco che gli piscia sui vetri, la macchina della disinfestazione che gli spruzza in casa l'insetticida, potrebbero davvero tramutarsi nel personale che  una famiglia ricca e snob, accetta volentieri di assumere? Sarebbe realistico pensarlo? Veramente qualcuno, dal buon odorato, il bambino ricco, sente su quella gente un sentore che li rende simili, che li rende famiglia, loro che dicono di conoscersi appena, e non sarà solo l'odore dello stesso sapone che il bambino avverte ma quel più intenso odore di povertà, così difficile da lavare via.

Quindi il "luogo" di questo film è la condizione generale nella quale il mondo di oggi segna una separazione netta tra chi è ricco e chi è sempre, disperatamente, alla ricerca di uscire dalla miseria.
Ho trovato un parallelismo tra questo film e "Joker". Anche lì un povero cristo cercava di sopravvivere, nonostante tutto, ma un diavolo tentatore, un "amico" gli mette nelle mani l'arma che darà inizio alla sua perdizione. Anche qui un compagno d'università con la sua proposta darà inizio alla serie di eventi che condurranno la famiglia povera a un vero e proprio bagno di sangue. Ma come accennavo, nel finale la tragedia si muove di nuovo verso altro registro, il sogno, l'amore per il padre, per la sorella. La famiglia, sempre il nucleo imprescindibile.

Non posso tuttavia concludere questo breve commento, senza fare riferimento alla scena che si svolge, fuori dei due appartamenti, nel nubifragio che allaga le lunghe scale che conducono ai seminterrati dove vive la gente miserrima. Il torrente d'acqua fa galleggiare ogni oggetto, fa esplodere le fogne e i cessi. Una scena di grandissima violenza, alla quale segue la pace, almeno apparente, dei poveri ricoverati in una palestra. Dove il padre, sdraiato, la mano riversa sugli occhi, alla domanda del figlio su quale fosse il suo piano risponde esprimendo la sua filosofia: "ogni piano è inutile, perché ogni piano può venire travolto" e certo quel nubifragio è la violenta materiale conferma del suo pensiero.

Di questo film, come di pochi altri, è necessario soltanto sfiorare la trama, non esporla nei dettagli, per non guastare la sorpresa a chi ancora non ha potuto vederlo.

Nei loro ruoli gli attori sono tutti bravissimi. Eccellenti tutti i membri della famiglia povera, mentre nella famiglia ricca, nel ruolo della giovane madre ingenua, c'è una Cho Yeo-jeong indimenticabile. Al suo personaggio si riferisce lo scambio di battute tra marito e moglie della famiglia povera: " Sono ricchi ma anche gentili" "No, sono gentili perché sono ricchi"

martedì 4 febbraio 2020

Piera Mattei su Gabriella Musetti " La manutenzione dei sentimenti " Samuele editore 2015




Conosco Gabriella da anni. Più volte mi ha invitato a Trieste a quelle "Residenze estive", incontri internazionali di poesia,  che con coraggio da molti anni porta avanti. 
Nel dicembre scorso, a Piùlibri piùliberi 2019, mi aveva fatto dono di questo libretto, che ora nel mio disordine, all'ennesimo ribaltamento di carte sulla scrivania per motivi di spolvero, è tornato in primo piano, a fissarmi. E quindi rispondo all'invito che mi rivolge. Mi dedico a leggerlo.

Quanto succede è che il libro, perché donatomi pochi mesi fa, reclami di essere letto come un libro che si riferisce anche al presente dell'autrice, non solo al 2015, anno nel quale è stato pubblicato. E in questa chiave lo leggo.
Quanto succede è che, avendo  conosciuto anche il compagno di vita di Gabriella, nella prima sezione del libro, quella che dà il titolo alla raccolta, seguo, quasi fosse una pellicola, il racconto di una storia d'amore, scandita dai luoghi  dove, da un primo incontro in poi, quella vita si è svolta.
Cambiare residenza può, senza che proprio quello sia il progetto, diventare un espediente per rendere sempre nuovi i gesti d'amore o almeno lo scenario di quei gesti. Ma non si gioca sempre a fare i genitori, come nella tenda in Versilia. L'arte della convivenza consiste anche nell'arte sottile di far combaciare due misure/ usate in direttrici proprie.

La seconda sezione del libro corrisponde poi alla residenza della coppia a Trieste, soprattutto agli anni della malattia di lui che permettono, ormai, solo piccoli spostamenti, per lo più verso i vicini Balcani.
Protagonista in alcune poesie è diventato il respiro, il respiro che manca, che si muta in soffio e sbuffo:
bizzarri rumori di sbuffo
suoni soffocati, fischi sommessi
altalene di sibili improvvisi
stare con te è tutto un rumorio
 di sottofondo – un basso continuo
rotto da qualche acuto
intemperante bizzoso
come un cavallo improvviso
in corsa sfrenata

Versi dove riconosci la voce di Gabriella, al confine discreto tra l'ironia che salva e una pena insostenibile.
Distanze grandi sono orami le scale:
non mi ero mai accorta che sedici scalini
sono tanti
diventano cento
in alcuni momenti

Questo è quanto è accaduto, quanto avviene, e occorre imparare ogni giorno a vivere nella condizione di fatto:
Tocca a chi tocca
[...]
e si attraversa improvvisando
ogni esperienza

Nella seconda parte del libro le poesie obbediscono a richiami e stimoli diversi, incontri con la vedovanza di altre, che suona a premonizione, e con i cambiamenti che il tempo incide sui volti.
La prima parte del libro resta per me la più preziosa, un omaggio non di pianto ma d'incanto giovanile per lo sposo che non è più in grado di ascoltarla, e di pietà verso il corpo già amato che irrimediabilmente declina. 

Cantano tutti i poeti, e anche Gabriella, quel cammino della vita per ognuno uguale, per ognuno diverso, come quel "per sempre" dickinsoniano "composto d'infiniti adesso", che sono la vera sfida, e  compaiono nell'iniziale esergo e in chiusura della raccolta:
Forever - is composed of Nows -
'Tis not a different time -
 Except for Infiniteness -
And Latitude of Home - 

(624, E. Dickinson)






sabato 25 gennaio 2020

Il paradosso Goldkorn di Piera Mattei

 nota a "L'asino del Messia" di Wlodek Goldkorn


"L'asino del Messia" è un libro che sembra voler assolvere a due diversi impegni.
Il primo, quello propriamente narrativo, è di raccontare come l'autore sedicenne si trasferì con la famiglia dalla natia Polonia a Israele, carico di sogni e di progetti e come la realtà si dimostrò, forse necessariamente doveva dimostrarsi, assai diversa da quei sogni.
Sono per l'autore gli anni di passaggio dall'adolescenza alla prima giovinezza, dalla continentale Varsavia alla mediterranea Gerusalemme, dalla lingua polacca e dall'yiddish al divieto di parlare quella lingua degli ebrei askenaziti, a favore di un ebraico riportato a nuova vita come lingua quotidiana dopo il millenario confinamento nell'ambito delle funzioni sacre. Prende progressivamente coscienza in quel giovane il fatto che la proclamazione dello stato d'Israele ha creato un popolo palestinese di profughi, che, anche all'interno della comunità ebraica, i sefarditi sono i poveri, gli ebrei arabi gli ultimi. Sono anche gli anni nei quali provare il sapore della trasgressione, lontani ormai dall'imbrigliamento, anche se benevolo, della famiglia.

L'altro progetto, che alla fine sembra soverchiare il primo, è quello di comporre una sorta di personale antologia di testi amati, nella letteratura ebraico-polacca e nella letteratura israeliana. Amati fino allo struggimento, fino alle lacrime, come letture che hanno segnato una vita, formato una personalità. Una selva di personaggi che hanno anche suggerito idee con le quali plasmare il proprio animo, i cui nomi ritroviamo nelle note finali al libro.

 Il racconto di come fosse Israele, alla fine degli anni '60 inizio dei settanta, è uno squarcio di storia su un mondo e su modi scomparsi, di cui appaiono come simboli i capelli lunghi, i braccialetti colorati e la collana che oggi non riusciremmo proprio a vedere addosso a Goldkorn. Moda e modi molto presto dismessi, se proprio mai li ho visti su Wlodek, che pure conosco da decenni, un amico.
 Proprio questo legame, l'amicizia, rende più complesso il discorso critico, perché bisogna anzitutto evitare il rischio del pre-giudizio, accantonare quella presunzione di sapere più cose sulla persona, che invece di collocare nel miglior punto d'osservazione, rischia anzi di fuorviare. Mi rende difficile un approccio critico non spinoso infine, il senso d'appartenenza assoluta alla cultura ebraica che Wlodek, da non religioso, proclama. Cosa  significa  essere ebreo per un non religioso?  Soprattutto cosa significa proclamarsi israeliano, dopo decenni di allontanamento da quella terra? Che intenti ha raccontare di una passione, non solo culturale, a chi, come la maggior parte dei lettori italiani – non certo in riferimento agli autori più noti, ma per i molti altri  dai quali qui Wlodek prende in prestito motivi di personale meditazione– è sprovvisto di adeguati strumenti (la lingua, la cultura) per comprendere?

"... polacco, israeliano, scrittore italiano, ebreo" dice di sé Wlodek mentre, al tempo presente, a Varsavia, si avvia alla cerimonia in commemorazione del settantacinquesimo anniversario della rivolta del ghetto. 


Qui nasce quello che mi sento di chiamare il paradosso Goldkorn. Wlodek scrive in italiano. É l'italiano, la distanza culturale e linguistica sia dalla Polonia che da Israele, che gli permette di cantare con appassionato amore la sua Varsavia, le sue Gerusalemme (anche quelle fuori d'Israele) la sua Tel Aviv. Le può cantare perché ha in mano la perfezione di uno strumento, la lingua italiana, e una forte collocazione nell'ambito della cultura  italiana, anche se lui non è e non si sente italiano. Vive in Italia per motivi estetici, questo ha più volte dichiarato, come fosse possibile vivere, senza soffrire troppo, in un'eterna vacanza, lontano dai luoghi dell'appartenenza. Ma la lingua, non è uno strumento asettico, la lingua si annida e forma anche un'anima.

Nella foto: Wlodek Goldkorn, alla presentazione di "Melanconia Animale" di Piera Mattei, tra Piera Mattei e Mariella Bettarini, Firenze 2008


venerdì 20 dicembre 2019

PREMIO UGO FANO GIOVANI 2019 - CORRADO ANDREA MOSCONI




COMMMENTO A:
“I Ragazzi di Via Panisperna” di Gianni Amelio
 4^scientifico A, Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, Roma
Il film “I Ragazzi di Via Panisperna” ha fatto vibrare dentro di me molte corde: non perché sono un intenditore cinefilo, ma perché sono un ragazzo profondamente appassionato di matematica. Alcune tra le prime scene del film – quella in cui Ettore Majorana, esasperato dalla poca eleganza con la quale un professore svolge un calcolo durante una lezione, lo apostrofa con: “se qualcuno trattasse lei come lei tratta la matematica, finirebbe in galera” e un’altra, poco dopo, mentre fa la conoscenza di Fermi in occasione di una sfida di calcolo e gli dice: “in realtà a me piace la matematica ma mi dà fastidio che tutti se ne servano” – fanno immediatamente sentire allo spettatore l’amore feroce e possessivo di Ettore per la materia. I posteri lo ricorderanno per i suoi contributi alla fisica ma dal film io porterò come ricordo la sua passione per la matematica.
Gianni Amelio affronta moltissimi temi su cui riflettere e uno dei più centrali è certamente il rapporto tra Ettore ed Enrico. Nel ritratto dei due protagonisti il regista mostra gli opposti esiti di uno stesso intenso percorso di vita votato alla conoscenza. Entrambi sono uomini geniali ma affrontano la vita in modo diverso per via delle loro storie personali e delle loro personalità. Stabile, positivo, costante e concreto l’uno, quanto tormentato, introverso e mancante di buon senso l’altro.  Il primo finirà per vincere il Premio Nobel e scegliere di non “avere rimpianti”, continuando a vivere a pieno la propria vita di uomo e di scienziato; l’altro continuerà a dilaniarsi e a distruggere il proprio lavoro (atto paragonato da Fermi all’assassinio di un figlio) e a fare una fine da emarginato e disperato. Eppure sono legati da un profondo legame di affetto e amicizia. La mia opinione è che ciò che li lega così fortemente sia l’enorme e reciproca stima dell’intelligenza altrui. La differenza di età tra i due è pochissima e malgrado il loro rapporto inizi con Enrico come professore di Ettore, ben presto si troveranno su un piano di parità.  Anche mio fratello, Alberto, di poco meno di quattro anni più grande di me, è un brillante studente di fisica in una prestigiosa università americana.  Fino a poco tempo fa è stato per me il migliore degli insegnanti e tutt’ora il più prezioso dei consiglieri. Ora, però, ci confrontiamo quasi alla pari su temi scientifici, matematici e di vita, parlando per ore e estraniandoci da tutto e da tutti. E malgrado la distanza fisica, di età e i nostri caratteri alquanto diversi, siamo migliori amici.
Un altro importante aspetto del film è, a mio parere, quello psicologico che permea molte delle vicende, come per esempio la fragilità emotiva di Ettore o le insicurezze di Enrico. In questo contesto, sono anche tanti i riferimenti del regista al rapporto di Majorana con la madre, che si intuisce essere molto complicato.  Il sogno di Ettore adulto che ricorda in forma di incubo la scena di lui piccolo che deve esibirsi suo malgrado di fronte alle signore amiche della madre, come se fosse un animale da circo mi ha fatto molta tenerezza, in quanto anch’io da piccolissimo ero molto bravo con i calcoli complessi a mente e, a volte, anche i miei genitori si inorgoglivano a farmi dare dimostrazione delle mie capacità con i grandi – ma a me, per fortuna, ha lasciato solo il ricordo di un gioco divertente. E poi ancora Ettore che dice, “è mia madre che dispone della mia vita, ma io la lascio fare”, altra frase che fa intuire un legame manipolatorio; e ancora, la felicità di quando si trasferisce a casa di Enrico e Laura per qualche giorno e non vuole far sapere alla madre dove si trova.  Tutti spiragli di un rapporto complesso che deve aver segnato non poco Ettore. Anche con la scena di Ettore che, per scherzo, porta alla festa la cugina presentandola come la sua fidanzata, il regista vuole forse accennare a qualche difficoltà di Majorana con le donne.
Un tema ancora oggi attualissimo affrontato dal regista è il ripetuto evidenziare il problema del reperimento di finanziamenti per la ricerca, specialmente per un campo così innovativo - ed è incredibile come nulla sia cambiato da allora. Anche oggi le scuole e le università faticano a far capire ai nostri politici quanto sia fondamentale investire soldi sull’educazione e sul sostentamento della ricerca. Penso che il problema sia che i risultati di un investimento sull’istruzione si vedano solo a lunga scadenza e purtroppo nella politica non c’è spazio per la lungimiranza – poi, però, non ci possiamo stupire della fuga di cervelli, come in fondo avviene anche nel finale del film con Fermi che emigra negli USA. Vediamo come è solo grazie agli sforzi continui del Prof. Corbino, con le sue doti diplomatiche e i suoi contatti politici, che i ragazzi di Via Panisperna ottengono fondi sufficienti per andare avanti con i loro studi, “persino i miracoli costano”!  Ho trovato buffa e significativa la scena (che si ripete due volte nel film) in cui Enrico, vedendo una foto incorniciata di Ettore vestito con un pomposo abito da gala per un evento ufficiale, prende in giro il suo amico, quasi offendendolo dandogli del ridicolo. Enrico per tutta risposta, gli risponde con la sua solita serenità che “è solo un piccolo sacrificio che però aiuta a far raddoppiare i fondi per la ricerca”. Qui ancora vediamo il solido buon senso dell’uno e l’insofferenza ribelle dell’altro. 
Oltre alla politica come mezzo per ottenere fondi, c’è anche la politica del regime fascista che fa da sottofondo a tutto il film.  Dalla voce fuori campo all’inizio che esaltano la razza italiana, fino alla fine quando sia Fermi (per via della moglie ebrea) che altri scienziati del gruppo di Via Panisperna e da tutta Europa dovettero scappare per via delle leggi razziali.  Chi capisce e ama la scienza, invece, sa che avanza quasi sempre grazie al gioco di squadra, grazie alla collaborazione di menti eccelse che vedono solo la necessità di collaborare per arrivare alla conquista di nuove scoperte e nulla hanno a che spartire con assurde questioni di razza. A un certo punto nel film si ribadisce il concetto che come uomini di scienza gli esseri umani sono tutti uguali, all’opposto di dove c’è un solo uomo al commando, riferendosi a Mussolini immagino.  Per fortuna, oggi, ovunque ci sia la volontà di imparare e scoprire grandi cose, come per esempio nelle Università, al Cern, nelle missioni spaziali, nelle basi scientifiche in Antartica, si cerca di mettere insieme le menti più diverse per aumentare il fermento di idee.
L’amore per la fisica o per la matematica sta dentro all’animo e richiede dedizione, tempo e sacrificio – ma tutto questo sforzo è ripagato dalla soddisfazione della scoperta, dalla conoscenza e dall’appagamento della curiosità. La scelta dei colori della fotografia nel film mi ha molto colpito: tutto sui toni dei grigi e dei marroni. Infatti, per chi è curioso, ambizioso, appassionato non servono “trucchi” per superare le difficoltà di una vita di studio perché la ricompensa è già nel percorso.  Gianni Amelio riesce perfettamente a trasmettere questo vigore intellettuale anche senza colori forti.  La scena nell’Osservatorio, quasi in bianco e nero, dove Fermi esprime a Majorana la sua eccitazione all’idea di penetrare il segreto del nucleo paragonandolo alla conquista di una stella e all’appropriarsi della sua energia, è una scena pazzesca che non può non emozionare qualsiasi giovane che ambisca a grandi cose nel mondo della matematica o delle scienze. L’estate scorsa ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per un programma di matematica avanzata, “Ross Mathematics Program”, a Columbus nell’Ohio, dove per sei settimane ho studiato Teoria dei Numeri.  Non facevamo altro che fare dimostrazioni, sempre più approfondite, dalla mattina alla sera tardi, compreso il fine settimana, non dando mai niente per scontato neanche le premesse più semplici.  Il motto era “Think deeply of simple things” (pensa in profondità a cose semplici).  Ebbene, in quelle settimane, e anche quest’anno allenandomi tante ore al giorno nella solitudine della mia stanza per le gare delle Olimpiadi della Matematica, ho forse potuto intuire cosa vuol dire perdere il contatto con la realtà, con le cose che ci circondano e immergersi pienamente in un sogno – che spero che un giorno diventerà la professione della mia vita.
Purtroppo l’immersione totale può diventare ossessione se non si hanno delle basi solide, come una famiglia amorevole, una personalità stabile, la salute e una buona dose di umiltà. Tutte cose che a Ettore purtroppo mancavano.  E qui arriviamo al nodo fondamentale: la scomparsa di Ettore.  Non penso che Gianni Amelio abbia voluto dare un’interpretazione univoca al mistero che tutt’ora avvolge la scomparsa di Ettore Majorana.  A me è parso però che l’idea che più spesso affiora sia quella che, nella sua genialità assoluta, Ettore avesse intuito prima degli altri che gli esperimenti di Via Panisperna avrebbero portato alla fissione del nucleo e poi, inevitabimente, alla realizzazione della bomba atomica. Questo tormento angoscioso si coglie principalmente dalla bellissima scena nella campagna siciliana dove Ettore parla con il suo vecchio amico prete e intravede un “miracolo orribile” in cui la terra verrà distrutta, finiranno i semi e si morirà di fame. Il Prete ci ride su, ma Ettore dice “qualcuno questo potere ce l’ha ma è cieco”, riferendosi probabilmente alle ricerche sulla fissione di Enrico.  La scomparsa quindi, per suicidio o per scelta di nascondersi, come conseguenza del non voler partecipare a un piano criminale.  Anche le due scene di quando brucia i suoi appunti – una volta per dispetto ad Enrico che aveva chiamato la madre di Ettore per avvertirla che lui era ospite a casa Fermi, e una volta in Sicilia dopo aver lavorato sul progetto che Fermi gli aveva lasciato – sembrano voler dire che lui conosca la soluzione agli enigmi dell’atomo ma non voglia divulgarla per paura di essere complice di un futuro disastro. 
Purtroppo in un disastro Ettore è, suo malgrado, coinvolto ed è uno dei momenti a mio parere più terribili del film. Quando Ettore si trova in Sicilia ed inizia ad insegnare l’aritmetica ad una bambina di una famiglia contadina e molto ignorante.  La bambina si appassiona ai suoi compiti intuendo forse che è un modo per emanciparsi; ma un giorno, trovandosi all’aperto e stanca di dover sempre accudire il fratellino, lo lascia piangere disperatamente pur di non interrompere i suoi calcoli sul quaderno. Il bambino morirà bruciato dentro casa per via di un incendio di cui nessuno si era accorto.  Non so bene che senso abbia voluto dare il regista a questo episodio terribile, ma forse dall’ottica un po’ alienata di Ettore può essere letto come una metafora del pericolo del sopravvento della voglia di conoscenza sulle responsabilità verso l’umanità.

Di questo film ricorderò anche l’ironia e la bontà di Ettore Majorana, la sua fragilità, la pena che ci fa provare Amelio nel condividere con Ettore la sua angoscia e insofferenza a vivere in un mondo che a lui appare rallentato in confronto alla sua velocità di pensiero supersonica e alle sue capacità immense. Ma la nota positiva con la quale vorrei concludere, è che il film ci insegna che si può essere grandi, anzi grandissimi anche senza soffrire i tormenti dell’inferno – ed Enrico Fermi ne è l’esempio.