Rivista diretta da Piera Mattei --- La rivista pone in primo piano la natura delle cose, la sua indagine, dal punto di vista della scienza, della poesia, della filosofia e dell'arte --- Direttore responsabile: Piera Mattei --- Superstripes Press
mercoledì 23 ottobre 2013
martedì 22 ottobre 2013
Tempi d’Europa antologia poetica internazionale a cura di Lino Angiuli e Milica Mariancovic prefazione di Amedeo Anelli
Conoscendo il temperamento ironico di Lino Angiuli potrebbe
venire il dubbio che questo titolo non disdegni una nota beffarda.
Tempi d’Europa con
i tempi che corrono? Con la moneta unica che attira i piccoli ma che sembra non
voler trattenere i negligenti stati mediterranei, non a tutti i costi, almeno?
Eppure, sì, un’antologia di poesie nelle varie lingue
d’Europa di questi tempi ha ancora
più senso. Proprio nella varietà delle culture e degli idiomi di questa
frastagliatissima penisola dell’Eurasia possiamo riconoscerci e sentire che ci
sono legami forti e connessioni storiche a
volte insospettabili.
Diversità ma anche tendenza ad assimilare: non possiamo
ignorare che alcune di queste lingue europee hanno poi fagocitato, storicamente,
attraverso la conquista delle armi, del capitale ma anche della cultura, le
lingue varie, frazionate, di interi continenti, non solo delle Americhe.
Il tema di questa raccolta che traduce in italiano poesie da
idiomi diversissimi, ponendo sulla pagina a
fronte i caratteri della scrittura originaria, è quello delle stagioni.
Così, finalmente, non di antagonismi si tratta, ma di quella
ciclica vita che tutto comprende, animali e piante, dentro e oltre i confini
del nostro continente.
PIERA MATTEI
Immagini da:http://it.wikipedia.org/wiki/Europa
Immagini da:http://it.wikipedia.org/wiki/Europa
sabato 12 ottobre 2013
Conversazione con Opus Lapidus di Piera Mattei
(l’amore e la
famiglia, le esperienze lavorative e culturali, le letture, la religione, la
partenza)
Incontro Dan Opus
Lapidus (Danut Dogaru), in un bar del quartiere romano di San Lorenzo, un
quartiere proletario ormai ampiamente colonizzato dagli studenti della vicina
Università La Sapienza.
Dan è alla vigilia del
suo definitivo trasferimento in Germania. Il guadagno di una giornata di lavoro
non qualificato, mi dice, è lì mediamente inferiore, ma tutto, nella piccola
storica città dove andrà a vivere, sembra più sicuro, e la vita costa la metà
che a Roma. Lo raggiungerà presto dalla Romania la moglie. I figli restano a
Focsani dove hanno la casa. Focsani si trova a circa 200 km da Bucarest dove
studiano e lavorano. Il maggiore sta prendendo un dottorato in Filosofia
comparata. La figlia studia lingue, italiano e arabo, ma l’italiano sarà una
passeggiata per lei perché è molto brava. Inoltre tutti e due i figli di Danut
hanno fatto le scuole, per dieci anni, qui a Roma.
Sono le sette della
sera quando c’incontriamo. Quando ci salutiamo sono quasi le dieci. Danut è un
ottimo parlatore. Lo interrompo di tanto in tanto con alcune domande, ma non ha
certo bisogno di stimoli. Il discorso spazia dalla sua storia personale ai
libri che legge, al suo atteggiamento nei confronti della religione, delle
religioni anzi, a riferimenti polemici che riguardano la storia recente
dell’Italia.
“Ricominciare a quarantasette anni, dopo quattordici anni
trascorsi in Italia. Ricominciare a parlare una lingua straniera… Sono stato lì, in Germania, quindici giorni e tutto quanto ho
imparato sono quindici parole. È cinese per me. Quando sono arrivato in Italia
è stato più facile. L’Italia è più prossima linguisticamente e culturalmente.
Pochi giorni fa, quando sono rientrato dal mio primo viaggio, a Bressanone sono
sceso dalla macchina, sono entrato in un bar ho chiesto un caffè. Mi sembrava
di tornare a parlare la mia lingua.
Sono nato in Romania, una piccola città che appunto si
chiama Roman. Sorge su un castrum fondato
da Traiano 1900 anni fa”.
[Parla di Traiano come
il più crudele dei tiranni. Si meraviglia molto quando gli dico che Dante, , nel
Purgatorio della sua Commedia, lo propone tra gli esempi di clemenza. Non proseguo,
non gli dico che per Dante l’anima di quell’imperatore risplende addirittura lucentissima
in Paradiso, nell’occhio dell’aquila. Medito sulla complessità delle distanze
culturali, sulle diverse prospettive storiche]
“Venne da conquistatore su un popolo che credeva primitivo e
disorganizzato militarmente, e tuttavia solo dopo due tremende sconfitte riuscì
a impadronirsi di quelle terre.
Contribuì così all’etnogenesi dei
rumeni. Per quanto, certo non so quanto di sangue romano ci fosse in quei legionari
che venivano da tutte le parti dell’Impero”.
[Gli
chiedo se posso fargli una foto da mettere nel libro]
“La foto ce l’ho già!”
[me la dà tutta
arrotolata come un papiro, come già faceva con le sue poesie].
“È una foto di tre anni fa, quando ho cominciato ad aderire
al Buddismo e a scrivere poesie.
Ho la barba e sembro più vecchio di quanto non sia adesso. Forse
sto ringiovanendo.”
[Guardo la foto e lo
guardo, ha ragione!]
“Sono circa 50.000 i buddisti romani, e il 90% aderisce a
una scuola giapponese. Mi hanno battezzato da bambino nella chiesa cattolica
romana– noi aggiungiamo questo secondo aggettivo, romana– ma sono un cristiano riluttante e forse anche un buddista
riluttante. Sono stato sempre un libero
pensatore. Un buddista non prega, recita. Così io, cristiano-buddista, al
mattino recito le preghiere, le cinque preghiere della mia tradizione cattolica,
una dietro l’altra come un mantra.
Quando poi nella mia vita ha fatto irruzione il Trattato di ateologia di Michel Onfray tutto si è ulteriormente complicato. In molte
cose lui ha ragione, i suoi libri mi
convincono. Forse quindi sono anche un ateo.
In realtà mi dispiace di non essere un prete, passerei il
tempo a celebrare i riti e cantare.
Non voglio essere frainteso: amo la mia famiglia. Mia moglie
che chiamo la foca, perché dovresti
vederla, proprio somiglia a una foca. Le foche riescono a comandare e poi, tra splendore e buffo [dice proprio così] ti fanno un po’
divertire.
Amo i miei figli. La piccola che ora a venti anni ed è
bravissima, ha vinto le olimpiadi di lingua italiana. Ora, potresti crederlo? è
andata a innamorarsi di un poliziotto di primo livello. La foca dice di stare tranquillo che le passerà. I padri crescono le
figlie con tanto amore e poi viene uno qualunque, un estraneo, e se le porta
via!
Mio figlio, 24 anni, brillantemente laureato, come quasi
tutti i laureati di Bucarest lavora in un call
center. È pagato abbastanza bene perché
è un call center ricco, in quanto risponde
alle stupide domande di quelli che giocano al casinò.
A proposito di amore voglio raccontarti un episodio. Era
inverno e avevo lavorato fino a tardi. Faceva freddo – anche a Roma fa freddo –
forse eravamo a zero gradi. Come un disperato mi sono comprato una birra e mi
sono messo a berla seduto sul gradino del marciapiedi, proprio qui accanto, in
piazza dei Sanniti. Sopra di me si apre una finestra e alcune ragazze, potevano
essere studentesse in vena di scherzare, mi chiamano:
“Signore, scusi, stiamo facendo un’indagine di mercato, vuole
rispondere, per favore? Secondo lei, l’amore è eterno?” Io lì, miseramente
seduto sul gradino con la mia birra in mano, ho risposto ”Non ne sarei sicuro, ma
il lavoro, sì, è eterno!”
Quanti dicono che i quattordici anni che ho trascorso a
Roma, non sono poi tanti sono superficiali. Vorrei veramente il parere di una
persona che è stata fuori del suo paese per un periodo altrettanto lungo.
Quattordici anni non si possono cancellare.
Ho cominciato a scrivere nel
2010, appunto quando mi sono anche rivolto al buddismo e ho cominciato a
leggere poeti orientali. Ero un po’esaurito. Mia moglie era tornata in Romania
con i figli. Del resto, non so se è un’immagine poco originale, se qualcun
altro lo ha già detto, ma sento di essere come una candela che brucia lo stoppino
da tutte e due le estremità. La sensibilità è un difetto. Distrugge. Così ho
cominciato a scrivere le mie cose ingenue,
le mie poesie. Del resto so di non essere un uomo di lettere, sono un tecnico.
In Romania la mia qualifica è quella di ingegnere agrario, che
è anche la qualifica di mia moglie. Quando mi sono laureato, nel 1990, c’era
appena stata la Caduta del Muro. Dal 1990 al 1994 ho fatto ricerca agraria, ho
seguito corsi di genetica animale sperimentando incroci con tre differenti
razze di mucche. A ventisei anni dirigevo 40 persone.
Nel 1994 sono stato trasferito alla carica d’ispettore della
Banca Agricola. Facevo analisi dei crediti per quella banca, cioè, da esperto
del settore, controllavo se il piano d’investimento del prestito richiesto era
ben strutturato e sarebbe stato produttivo. Sono rimasto in quella carica per
cinque anni, quando la Banca Agricola è fallita ed è stata acquistata dalla
Raiffeisen Bank austriaca.
Sarebbe legittimo chiedersi perché non ho continuato nella
mia attività, anche una volta giunto a Roma. Ma nel Lazio non c’è ricerca
agricola. Invece c’era richiesta di manodopera nell’edilizia e, dato che sono
molto pigro, alla cucchiara [dice così, col
termine usato dai muratori romani] ho preferito il pennello. Con questo
lavoro ho potuto comprare una casa che ho intestato ai figli e una bellissima
Mercedes – che però ormai ha dieci anni – di cui è proprietaria mia moglie.
Niente del genere potevo permettermi prima, col mio lavoro in Romania. A meno
che non avessi accettato le bustarelle che mi proponevano i richiedenti
prestiti, per avere una relazione positiva.
Io però non sono venuto qui per restare, per morire qui, come
tanti che non hanno nulla. Sono venuto per fare esperienza.
Quanto al nome con cui mi firmo: il nome con cui mi hanno
battezzato, Danut, Daniele, è molto bello, ma non l’ho scelto io. Quindi per
firmare le mie poesie ne ho scelto uno nuovo: Lapidus.
Di Daniele mi dice che era nell’esercito di Nerone e molto
amato dall’imperatore. Che gli invidiosi lo denunciano come cristiano, che
Nerone lo fa gettare in una fossa con i leoni, ma i leoni videro intorno a lui
un’aura divina e non osarono toccarlo.”
[Qui davvero mi
meraviglio ma non gli chiedo da dove gli venga questa riedizione cristiana
dell’episodio biblico. Il racconto di Daniele, che ha come coprotagonista Dario,
re dei persiani nel secolo ottavo a. C. , l’ha trasportato ai tempi di Nerone,
imperatore romano, nel primo secolo d.C.
Lo registro come
riferimento ostinato, e polemica ancora viva verso il mondo della Roma
Imperiale]
“Il nome Lapidus l’avevo incontrato a Parigi nel 1993, quando
ero andato a seguire lì dei corsi di genetica animale. L’ho letto su una
vetrina di gioielli. I Lapidus sono grandi gioiellieri parigini, ma di origine
romana. Non che mi piaccia l’oro, ma quel nome mi è rimasto dentro fino al 2010,
quando l’ho scelto per il suono e il significato. Ho anche elaborato una firma
in cui si può leggere il mio cognome al rovescio [sì, certo, l’avevo notato. Firma ciascuno dei fogli su cui scrive le sue
poesie, come fossero quadri].
È tardi, ci salutiamo. Auguro a lui un buon
viaggio e una buona fortuna nella città in cui andrà a vivere. Ma già me ne
parla con simpatia per l’uso intensivo delle biciclette, per il verde, per la
cura che ogni proprietario direttamente (senza fare ricorso a extracomunitari o
stranieri) riserva al suo giardino privato, abitudini tutte che approva.
Saluto quest’uomo gentile,
curioso, versatile, insieme umile e orgoglioso.
Ho nella borsa uno dei
foglietti che mi lasciava in dono quando veniva a lavorare da noi. Lì, sul
retro di una poesia, mi aveva abbozzato – ancora una volta in versi – una sorta
di breve autopresentazione del suo stile:
Lo stile lapidico, cupo e
malinconico
non è unico come sentiero
via, originale per la tristezza
trasmessa
nascita e morte, cose consuete
ma dimenticate da qualche
frenesia quotidiana
debbono essere rilevate
ripetutamente
perché Lapidus ha una
sola promessa (utopica)
afferrare l’inafferrabile
Anticipazione edizioni Gattomerlino
dal volume “Il mio letto ha tre gambe”
di Dan Opus Lapidus
martedì 17 settembre 2013
La Cina verso lo spazio di Claudio Marcelli
Sto guardando la televisione cinese e anche se non riesco
a capire le parole, non mi è difficile percepire il profondo senso di orgoglio nelle
parole dei tre astronauti Zhang Xiaoguang, Nie Haisheng e Wang Yaping.
Siamo
solo qualche ora prima del loro ritorno a terra in una base della Mongolia
interna alla fine della missione Shenzou X, dopo 15 giorni passati nello spazio.
L’orgoglio nazionale è al massimo, i giornali sono pieni delle immagini di
questi tre ragazzi (due uomini e una donna) che con questo volo avvicinano la
Cina al sogno di una stazione spaziale orbitante intorno alla terra prima del
2020.
Ancora ho
viva nella memoria la sera del 21 luglio 1969 quando bambino alla radio ascoltavo
la voce di Tito Stagno raccontare i minuti che precedevano quei memorabili
passi sulla Luna. In quegli anni tanti bambini della mia generazione insieme a
me hanno sognato di diventare astronauti.
Lentamente,
ma continuamente, anno dopo anno, lo scenario è cambiato. I voli successivi
hanno reso lo spazio qualcosa di ordinario, poi la riduzione dei finanziamenti
alle agenzie spaziali ha fatto il resto. L’interesse e la passione per
l’esplorazione spaziale è scemata fin quasi a farla passare di moda. Tuttavia negli
ultimi anni l’interesse per Marte e per un possibile viaggio sul pianeta rosso è
tornato a riempire le pagine dei giornali e soprattutto del web.
Tra le
pagine più visitate sicuramente quelle del progetto Mars one (http://mars-one.com), un’iniziativa privata che intende stabilire una colonia permanente su Marte
dopo l’invio di un satellite artificiale per le telecomunicazioni nel 2016. I costi per mandare i primi quattro astronauti su Marte saranno circa 5
miliardi di euro. L’idea è quella di aprire una colonia
permanente a partire dal 2023 grazie all’aiuto di sponsor e investitori,
nell’ambito di un progetto che sarà un vero e proprio reality show in cui i prescelti
saranno votati dal pubblico. Gli astronauti saranno, infatti, quattro “fortunati”
scelti tra i 40 volontari che si faranno filmare 24 ore su 24 per tutta la
durata dell’addestramento e poi durante la missione. Questa missione di
colonizzazione è basata su un viaggio di sola andata e non è previsto alcun mezzo per tornare sulla terra, e tuttavia, dopo
poco più di un mese dall’apertura del sito Mars one, sono già migliaia coloro che
hanno lasciato un messaggio video per essere scelti a partecipare a un addestramento
che dopo otto anni li dovrebbe portare a vivere su
Marte il resto della propria vita. Molte tra le migliaia di
candidature inviate a Mars one provengono
dalla Cina.
Qual è lo scopo di questa potenziale colonizzazione di Marte? Siamo forse
all’alba di una nuova conquista? Difficile capirlo adesso, e dunque una riflessione su questo
nuovo interesse verso lo spazio è necessaria.
Nel
2009 e nel 2010 alcune stime indicano che sono stati investiti nello spazio circa
65 miliardi di dollari. Tutti i Paesi del G20 investono in programmi spaziali ma
la maggior parte dei finanziamenti proviene dai paesi del G7 e del BRIC.
Perché tutti investono nello spazio?
Lo spazio è sicuramente un
motore indispensabile alla crescita economica. A parte le evidenti ricadute
industriali, molti sono gli ambiti che hanno benefici dallo sviluppo delle
tecnologie spaziali: la climatologia, l’ambiente, la medicina, le
telecomunicazioni, e ovviamente le applicazioni militari, sicuramente uno delle
principali motivazioni dello sviluppo delle tecnologie spaziali e del lancio di
vettori orbitali con satelliti. Quasi mille satelliti sono attualmente in orbita con
l’obbiettivo di osservare la Terra, al servizio delle telecomunicazioni, della
navigazione e del posizionamento, in aggiunta alle missioni delle agenzie
spaziali per la ricerca scientifica e l’esplorazione spaziale. Diverse sonde
esplorano il sistema solare, tre satelliti sono in orbita attorno a Marte, due
attorno a Venere mentre almeno due mezzi di esplorazione sono attivi sulla
superficie di Marte. Negli ultimi anni Cina, India, Giappone, Europa e Stati
Uniti hanno lanciato ciascuno una sonda spaziale in orbita attorno alla Luna e
la Stazione Spaziale Internazionale è abitata e visitata da astronauti e
cosmonauti a partire dal 2003.
Ormai più
di 50 nazioni partecipano a questa “colonizzazione” e usufruiscono più o meno
direttamente di queste tecnologie e delle informazioni che raccolgono i
satelliti. In pratica sono 13 i paesi che oltre ad avere una tecnologia
“spaziale”, con propri vettori hanno
effettuato lanci da basi situate nel proprio paese.
L’ultimo paese ad
aggiungersi a questa lista ristretta, di cui fa parte dal 1963 anche l’Italia, è
stata la Corea del
Sud, che pochi mesi fa ha effettuato dal Naro Space Center un lancio spaziale
orbitale con un proprio lanciatore: il razzo KSLV-1 (Korea Space Launch Vehicle-1). Così anche la Corea del Sud è finalmente
riuscita a mettere in orbita un proprio satellite di test del peso di 100 Kg con
una vita operativa prevista di almeno un anno. Anche l'India sta lavorando a un
satellite lunare e, per competere in breve tempo con Cina e Giappone, l’agenzia
spaziale indiana sta pianificando sia una missione umana in orbita terrestre
entro il prossimo anno sia una missione sulla Luna per il 2020. Quest’anno, per
sostenere la ricerca sui missili a lunga gittata, anche l’Iran ha messo in orbita a 120 km di altezza un
satellite con una scimmia. Dopo la costruzione di un nuovo centro spaziale questo
è stato il passo successivo e indispensabile prima di un lancio umano. La
missione della scimmia iraniana aggiorna la storia dei voli spaziali con
animali iniziata con la cagnetta Laika nel 1957 e proseguita poi con le scimmie
americane Gordo (1958) e Sam (1959) e poi con molti altri animali quali gatti,
rane, conigli, tartarughe, etc.
La Cina è comunque uno dei paesi che oggi investe di più nello spazio. Il
suo programma spaziale
iniziato nel 1992 è costato quasi 6.5 miliardi di dollari. Ha superato l’Unione Europea come
numero sia di lanci che di satelliti messi in orbita. Perché così tanto interesse per lo spazio in
Cina?
Il
programma spaziale cinese prevede in futuro, nel 2015, il lancio del nuovo vettore
Tiangong-2 una componente indispensabile per la messa in orbita di moduli
orbitanti per una stazione spaziale di circa 60 tonnellate che dopo il suo
completamento previsto per il 2020, permetterà di ospitare diversi astronauti. Elementi
fondamentali di questo progetto sono un nuovo centro spaziale a Hainan e la messa
a punto di due razzi di nuova generazione, uno per mettere in orbita i moduli e
uno come cargo per i rifornimenti.
La
missione Shenzhou-X appena conclusa conferma le capacità spaziali del paese e
rinforza la sua strategia spaziale, soprattutto riguardo all’aspetto economico.
L’ultima missione appena
completata con successo è un segnale di capacità tecnologica, ma anche una
rivincita nei confronti di Usa ed Europa, che oltre avere inflitto alla Cina l'embargo
sulle armi l’avevano estromessa dalla partecipazione alla Stazione spaziale
internazionale a cui lavorano Usa, Canada e l’Agenzia spaziale europea. Queste
missioni servono alla Cina non solo a sviluppare quell’expertise
fondamentale per gli obiettivi militari richiesti dal suo ruolo di superpotenza,
ma anche a conquistare una fetta consistente del mercato spaziale che ora è
essenzialmente in mano agli USA, alla Russia e all’Unione Europea. Portare una
sonda sulla Luna e far camminare un cinese sulle orme di Armstrong è
sicuramente uno dei sogni di molti cinesi, sicuramente un obiettivo di questo
paese e in un certo senso un vecchio sogno, sempre più realizzabile
e vicino.
Educazione ed etica scientifica in Cina di Claudio Marcelli
Il 2013 è stato sicuramente l’anno più difficile
per i laureati cinesi. A maggio il ministero dell’Educazione Cinese ha dichiarato
che solo il 30% dei laureati nelle maggiori città cinesi, Pechino, Shanghai e Guangzhou,
avevano trovato un lavoro. Questa crescente difficoltà nel mondo del lavoro
cinese ha provocato un’importante riduzione dei salari d’ingresso da ~900 $ a
~600 $. L’incremento della popolazione dei laureati che quest’anno ha raggiunto
in Cina il ragguardevole numero di quasi sette milioni ha sicuramente
contribuito a determinare questo andamento. Tuttavia la percentuale dei laureati
rispetto alla popolazione totale Cinese rappresenta meno del 9% (censimento
dell’Aprile 2011) e sicuramente la ragione principale di questa difficoltà è legata
alla struttura industriale del paese che è fortemente squilibrata.
La ricchezza e l’enorme crescita di questo paese ha infatti origine in una straordinaria produzione industriale, comunque non ancora sufficientemente bilanciata
da offrire opportunità al crescente numero di laureati che escono ogni anno dalle
università cinesi.
Il boom economico cinese ha intensificato
gli investimenti nella ricerca e il numero di citazioni delle pubblicazioni
delle università cinesi è aumentato più di dieci volte nell’ultimo decennio,
tuttavia restando ancora molto basso rispetto ai numeri tipici del sistema
occidentale. La Tsinghua o la Peking University, istituzioni pubbliche con
almeno 100 anni di storia, raggiungono valori inferiori a dieci citazioni per
pubblicazione contro le 15-30 delle migliori università occidentali quali Harward,
Princeton, Stanford, Oxford o Cambridge che continuano a rappresentare l’élite
nel mondo universitario.
Molte università asiatiche stanno
crescendo nelle classifiche mondiali, non ultime le cinesi. Queste classifiche tengono conto di parametri universalmente
accettati nell’ambito scientifico, ma l’inclusione di altri parametri
tipicamente cinesi come la reputazione, non sempre consente di valutare
oggettivamente queste nuove realtà.
Un altro aspetto fondamentale da considerare è che queste università emergenti non sono in grado di competere con i finanziamenti garantiti alle maggiori università occidentali.
Un altro aspetto fondamentale da considerare è che queste università emergenti non sono in grado di competere con i finanziamenti garantiti alle maggiori università occidentali.
La Cina con le sue 2700 scuole e più di 31 milioni
di studenti investe circa il 3.69 % del suo GDP nell’educazione, rappresentando
oggi il maggiore sistema di educazione del mondo e anche quello che cresce più
rapidamente. È ancora inferiore e strutturalmente debole rispetto al sistema occidentale,
ma sicuramente sulla strada giusta. Nell’ultimo decennio almeno venti università
cinesi sono entrate nella lista delle 500 maggiori istituzioni del mondo
scavalcando alcune università americane. Ma mentre queste ultime spesso possono
contare su consistenti finanziamenti privati, tutte le università cinesi sono
pubbliche e negli ultimi anni solo un' università privata, l’University of
Science and Technology of South, è stata riconosciuta dal sistema educativo
cinese. l costi annuali di gestione di un’università cinese corrispondono in
termini monetari a 12-13 milioni di
euro, che normalizzati al costo della
vita salgono a 40-60 milioni. Importanti investimenti statali sono iniziati già a partire dagli anni ‘90
con incrementi annuali del 20% (fonte Royal
Society of London) proprio per costruire un sistema educativo competitivo.
Oggi che la
Cina è il secondo paese per numero di pubblicazioni scientifiche è facile
riconoscere l’importanza di questo paese nel mondo della ricerca scientifica. Già nel 2001, durante la mia prima visita in Cina per una summer school a Pechino dedicata alle
applicazioni con luce di sincrotrone, ebbi chiaramente l’impressione di
quanto fosse importante in questo paese il sistema dell’istruzione e della ricerca.
Importanti investimenti nelle infrastrutture in importanti settori interdisciplinari
e strategici erano già in essere. L’attenzione era già allora
rivolta a un’apertura internazionale per attrarre talenti stranieri e mantenere
nel paese i migliori studenti e ricercatori, sviluppando una politica etica e stimolando
le pubblicazioni su riviste internazionali di alto impatto.
Questi
investimenti stanno producendo i primi importanti frutti e quello che oggi osserviamo in Cina è esattamente l’opposto di quanto avviene
nei maggiori paesi occidentali dove le difficoltà economiche portano a una
continua riduzione dei budget delle università
e in generale di tutto il sistema educativo.
Per maggiori approfondimenti sul tema vedi A. Marcelli, La Cina e le infrastrutture di ricerca: investimenti per la scienza e la società, Mondo Cinese 154, 12-37, 2013
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