giovedì 14 aprile 2016

"1984"

Un giovanotto dall'aspetto di ragazzo per bene realizzerà –in non eccessivo ritardo– l'incubo orwelliano di "1984"?



Arriva proprio oggi il proclama di Zuckerberg di volere raggiungere l'intero pianeta.  Sarò la sola a restarne fuori? Vedremo.

Intanto riporto dal sito che raccoglie le critiche ai progetti e ai metodi di Zuckerberg
da quel sito è anche ripresa la foto di un murale che si trova a Berlino che qui riportiamo:

Wrongful account suspensions and coercion of private identification out of its users[edit]

In 2015, it was reported that a growing number of Facebook users are being wrongfully and inexplicably suspended from their accounts by Facebook to give up copies of their private identification information. If such information is not given up, users suffer permanent restriction from their accounts with no alternative way of retrieving them back. The private identification being summoned by the website from its users include copies of their driver's license, state-issued ID cards, passports, military cards, photo IDs, etc. This has created great displeasure for users who practice discretion with such information. It's also worthy to note that Facebook does not require the release of such information when individuals sign up for the site. With this kind of personal information having the potential to seriously harm individuals, the method has been described by users as a presumptuous, dictatorial move and an offensive invasion of privacy by Facebook. Other popular websites have only asked for verification of identities through an e-mail confirmation link, or in some cases, a cellular phone text message confirmatio

mercoledì 13 aprile 2016

A proposito di Facebook di Piera Mattei





Mercoledì 13 aprile. Credo che da oggi la mia presenza su Lucreziana 2008 sarà più assidua. Questo corrisponderà a una diversa divisione del mio tempo.

Ho infatti interrotto la mia presenza su Facebook.
Facebook mi avrebbe obbligato a rinunciare a quanto è essenziale per me, cioè avrebbe voluto che io rinunciassi a essere presente come Gattomerlino edizioni. Esige una presenza anagrafica e l'invio di un documento d'identità. Ma io non voglio raccontare su Facebook di me, voglio solo definire i contorni culturali della mia attività come editore, come Gattomerlino, appunto.
Per l’accesso a uno spazio di cultura, normalmente – e dico scaramanticamente “fino a oggi” – nessun documento d’identità è richiesto. Solo i delegati dai centri di potere richiedono e possono richiedere fotocopia del tuo ID. Solo dove avviene una importante transazione economica, un passaggio considerevole di beni da uno ad altro soggetto è richiesta la fotocopia di un documento d’identità.
Ne deduco che Facebook che impone di inviarlo, non può essere frequentato come luogo virtuale d’incontro culturale. Facebook corrisponde a un centro di potere. Ciò che a Facebook interessa è stenderti sulla sua piattaforma, a Facebook interessa catalogarti, influenzarti, infine plasmarti.

Grazie, Facebook, credo che farò a meno di te. Anche perché mi avanzerà così una quantità di tempo. Tu infatti, nonostante le resistenze che si pensa di saper opporre, hai alla fine un effetto drogante e  richiedi a chi ti frequenta molto tempo, tu  succhi creatività.  Rimpiango le bellissime foto che ho postato e che hai inghiottito nel gorgo scuro della tua anonima voracità!


Tu per me oggi, Facebook, sei solo un vuoto contenitore.  E a questo contenitore chiedo, se sa rispondere: non sono i contenuti, non ti bastano quelli a definire l’identità di un frequentatore del tuo spazio?

Nell'immagine la copertina Del libro in corso di stampa"Malakhovka" di Piera Mattei Gattomerlino edizioni


giovedì 11 febbraio 2016

Tutto cambia? Osservazioni e domande a Roberta Fabbri di Piera Mattei

Roberta Fabbri – Helios, la via dell’Essere – Il ciliegio edizioni 2015

Roma 3 febbraio 2016 
Studio fotografico Alfredo Matacotta Cordella



La ferrea organizzazione della serata ha deciso di collocarmi “in fundo” lì dove si deposita quanto è delizioso. Vorrei essere degna di questa privilegiata collocazione. C’è un solo rischio, che tutto quanto è importante sia stato già detto. Ma forse rimane da evidenziare soprattutto quanto non è nel CUORE del libro, nelle note, negli esergo. Dettagli essenziali li chiamerei con un facile ossimoro

Cominciamo dalla copertina, dal TITOLO:
Helios, la Via dell'Essere
In questo titolo, soprattutto nella parola Essere scritta con la maiuscola, ho forse sentito un eccesso, una forzatura verso l’esoterico. Mi pare d’intuire un intervento dell’editor, che infatti l’autrice mi conferma. Helios, in realtà è una forza naturale più che metafisica. Helios guarisce con le erbe, Helios va a Ovest, come appunto il sole nel suo quotidiano apparente tragitto.

Gli ESERGO
 Ce ne sono due: Il primo è la dedica al figlio che non richiede commenti, si scrive sempre per chi viene dopo di noi, o da noi. Il secondo è una citazione da Dag Hammarshold: “il viaggio più lungo è il viaggio interiore”. Non mi sembra trascurabile che questo personaggio (D.H.) sia morto per un incidente aereo, durante un viaggio diplomatico in Africa e che di lui sia stato trovato, postumo, un diario che parla di un suo cammino verso l’ascesi, la purificazione.

Ancora analizzando informazioni al margine della narrazione. Leggiamo come ultime parole di una

NOTA FINALE che la prima idea del romanzo è nata dall’ascolto della voce di Mercedes Sosa che canta, lei argentina, la canzone scritta da un cileno, Julio Numhauser , TODO   CAMBIA. Il tema forte di questa bellissima canzone non è tanto l’elenco poetico di tutte le cose che cambiano ma la constatazione – tornando, dal mondo intorno, al proprio sé – che conclude quelle strofe: “così come tutto cambia che io cambi non è strano”, cioè l’accettazione del cambiamento che il tempo impone a ogni essere vivente. Infine le ultime strofe di quella canzone introducono l’affermazione che la sola cosa che non cambia è l’amore per la propria terra e forse questo  è quanto Roberta Fabbri intende soprattutto confermare per sé.

Ma tornando all’idea che tutto cambia dovrei chiedere qui all’autrice perché se l’ispirazione viene dall’idea di continuo cambiamento, l’ambientazione è invece decisamente arcaica, come di un mondo in cui il tempo si sia fermato a cento anni fa: non c’è acqua calda nelle case, l’acqua si mette a scaldare sul fuoco, non c’è Tv, ci si appisola davanti al fuoco, non ci sono lavatrici, i panni si lavano ai lavatoi. C’è un grande controllo sociale, c’è pettegolezzo e da nessuna parte compaiono quegli oggetti che effettivamente hanno cambiato anche antropologicamente l’informazione: computers, telefoni mobili...
Il racconto vive qui nel tempo del Mito Paesano? quando si è formato nell’autrice questo mito? Quando poi si è fissato con inchiostro indelebile?

LO STILE
Siamo, direi, più che nei Malvoglia dentro Le Veglie di Neri di Renato Fucini, alias Neri Tanfucio.
Sulla lapide di Fucini si legge che quello scrittore ha elevato alla letteratura la lingua del popolo. Qui direi che il processo è invertito. Si riprende quella lingua del popolo conferendole preziosità, con passione che definirei antiquaria, come si riscopre la bellezza di una vecchia lampada da anni dismessa.  Espressioni come il peschio dell’uscio indicano da un lato la passione per certi suoni, la ripetizione di quei suoni stessi, dall’altra il vezzo di usare termini desueti o consueti solo in un ambito ristretto, come, per citarne alcuni, le parole ciuca, forteto, salcione, la pozza, usata in senso assoluto, e molte altre, per cui la lettura di questo libro richiede anche la frequente apertura di un sofisticato vocabolario.

Tutto resta perciò immoto e insieme todo cambia, perché il cambiamento di cui si parla è interiore. È interiore ma si riflette all’esterno, anche Pinocchio quando smette di essere un burattino con tutte le sue bugie e le sue marachelle, e ha compiuto atti d’amore e di coraggio, diventa, anche esteriormente, un bambino. Cito qui Pinocchio perché l’ho trovato in queste pagine. Certamente per l’autrice è una lettura prediletta, quel testo addirittura compare tra i libri di Alchimia di Polluce.

Abbiamo già accennato alle Veglie di Neri di Fucini al Pinocchio di Collodi, potremmo senz’altro citare anche Cent’anni di solitudine di Garzia Marquez, e qui, dove appunto stile e voce narrante tendono a identificarsi, introduciamo la

VOCE NARRANTE
la voce narrante è maschile, ma non basta, forse per volontà di accentuare l’estraniamento è talvolta persino maschilista, soprattutto quando parla di corpi  femminili sciupati  dalla vita, dagli anni. É, soprattutto nella prima parte la voce di un monellaccio frammista alla crudeltà tipica degli ambienti paesani, delle vecchie comari. Ricorda, soprattutto nel primo capitolo lo stile verghiano dei Malavoglia, cambiando la parlata di Aci Trezza con quella di Poggiosorbi, il Poggio delle Sorbe, frutto aspro per definizione e ormai, anche lui, arcaico, praticamente scomparso. È il paese tutto che racconta che bisbiglia e mai con tono benevolo. Di una fisonomia, di un corpo cattura prima il particolare sgradevole, tipica maniera d’interessarsi agli altri delle piccole comunità chiuse.
Maschio, il protagonista, non ama la madre, che rifila scapaccioni ed ha le mani rosse, invidia la madre all’amico Giovannino, una madre che un giorno prende a spogliarsi sulla pubblica piazza: la madre dell’amico è pazza sì, ma delicata e di carni bianchissime.
Tuttavia, a proposito della madre, attraverso la donna del Lago il protagonista ha una rivelazione, anzi una visione. Rivede la madre bambina, poi il giorno del matrimonio, già incinta e col progetto di fare del figlio una persona se non colta almeno istruita. Vede che la violenza che la madre ha esercitato su di lui, lei l’ha a sua volta subita dalla propria madre. Qui forse è l’unico momento in cui la voce femminile dell’autrice si tradisce: di madre in figlia, si trasmette la catena di un amore equivoco che non conosce tenerezza (pag37).


Nella selva dei personaggi che dal terzo capitolo in poi il racconto dispiega  mi piace segnalare quella del SACERDOTE, personaggio fondamentale della catena della salvezza, che tuttavia è goloso, ha quella invincibile debolezza della gola ed è quella che lo rende un personaggio vero, attraente.

C’è un tragico terremoto in questa storia e ci sono malattie che Helios sa guarire perché Polluce, uno dei due fratelli dei primi incontri gli ha insegnato i segreti delle erbe. Medicina è anche potere, potere di guarire certo, ma di avere attraverso i corpi la resa delle anime. Così Helios conosce Minos Delgado e salverà poi dalla malinconia il figlio di Minos, Veloso.


Il libro è un racconto che si chiude, ad anello. Il protagonista parte dal paese natale, da giovane, e a quel paese torna, da vecchio, avendo compiuto il viaggio, per morire avendo tutto compreso.  Il protagonista – è la sua fortuna – consuma la vita realizzando la vera conoscenza. Questo perciò, nel periodo di cupo pessimismo che stiamo attraversando (e spero che sia appunto una traversata, una via che ci condurrà a momenti migliori) è un libro carico di ottimismo.
(nella foto: Alfredo Matacotta, fotografo)

martedì 27 ottobre 2015

Valerio Magrelli – Millenium poetry – Viaggio sentimentale nella poesia italiana – il Mulino 2015




PRIA CHE PASSIN MILL’ANNI
nota critica di Piera Mattei


La prima considerazione che si affaccia dopo la lettura di questo libro è di carattere antropologico. Persino etologico, direi, in una prospettiva che non differenzia sostanzialmente l’uomo dal resto del mondo animale. Cosa è, infine, un millennio rispetto ai tempi, ai milioni di anni trascorsi dall’invenzione del linguaggio prima, della scrittura poi, della formazione di diverse lingue, della trasformazione del latino nelle varie lingue romanze ?
Questa la domanda, ed ecco le rime che, nonostante il titolo inglese del libro, mi sono subito rimbalzate nella mente. Dante, sempre ancora l’immenso nostro moderno delle origini :

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e il ‘dindi’, 

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio all’etterno, c’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

La connessione non voluta, istantanea, che la memoria mi ha regalato mi è sembrata straordinaria per due motivi.  Vengo al primo. Mille anni sono un tempo che la mente e il gusto personale di uno studioso della poesia italiana, un poeta, può far liberamente attraversare al lettore nel giro di poche ore. E che Valerio Magrelli sia uno studioso eccellente della poesia italiana oggi, nessuno lo metterà in dubbio, neanche l’autore di questo libro, anche se gli piace presentarsi come un « non addetto » e giocare con gli scrupoli che in lui, un non-accademico della materia, si sono affacciati prima d’intraprendere il suo viaggio. L’enunciazione di questi scrupoli credo serva a Magrelli soprattutto per prendersi poi tutta la libertà di cui ha bisogno per indicare ciò che gli piace e ciò che lo diverte. Questo libro è infatti certamente anche un divertimento, nel senso etimologico del termine, cioè un lavoro di dirottamento della storia della poesia da quella matrice lirica, ripetitiva e malinconica, che da Petrarca in poi segna il flusso principale della nostra letteratura poetica.  Non che la melanconia non abbia qui spazio, ma di quale natura essa sia lo vedremo presto.

Dante, che in ogni registro raggiunge vette assolute, viene qui presentato da Magrelli, con la citazione delle sue famose terzine provenzali messe in bocca  a Arnaldo Daniello  in Pur. XXVI e per altre sue invenzioni linguistiche, essenzialmente per avere un valido pretesto di riflettere sulla «vastità del panorama e del repertorio poetico alloglotta» nella nostra letteratura.
 Petrarca, più che come padre della poesia d’amore in Italia e in Europa, è visto come il primo di quanti poeti cercano nello specchio le conferme della propria personalità o le prime tracce dell’irreversibile naturale cambiamento. Tema ripreso poi, nei noti narcisistici sonetti di Alfieri e Foscolo, che in questo viaggio incontreremo più avanti.

Qui veniamo al secondo tema presente nelle terzine dantesche che ho più sopra citato, quello dell’invecchiamento, della morte (“se vecchia scindi/ da te la carne”). Se la morte è necessaria e ogni umana esistenza solo da quella acquista forma, nessuno vedrà mai la forma completa della propria vita, anche se è quanto vorrebbe (cfr.Alfieri: “Muori, e il saprai”). Quella forma è infatti necessariamente postuma.

Ma è la malattia in poesia a farla da padrona in queste pagine. Valerio Magrelli raduna molti degli sfoghi ipocondriaci dei nostri poeti, a cominciare da quel campione del genere che è il grande passionale Jacopone da Todi :
“O Segnor, per cortesia, manname la malsania!”
Che la malattia venga richiesta  come punizione dei peccati e risarcimento alla morte di Cristo, come in questo caso, o sia il nome che si dà alla propria sofferenza e al lamento, l’aspetto comune in queste liriche è la conoscenza dettagliata di tutte le malattie possibili e i loro nomi.  Si veda la rabbiosa descrizione dei propri mali in Michelangelo: « I’ sto rinchiuso come la midolla», l’anatomia cruda, viva e vera di Campanella  nel madrigale «Di’: come al buio hai tu distinto l’ossa? », dove la percezione del corpo è quella di un uomo sopravvissuto a lunghe torture e a lunghi anni di prigionia. Ciro di Pers invece dedica un suo sonetto a una specifica malattia, la calcolosi renale: «Son nelle rene mie, dunque, formati / i duri sassi alla mia vita infesti ».

Presente qui è anche l’ansia, il tormento che non ha cause e nome, da un lato l’attrazione senza oggetto... dall’altro una sofferenza senza origine , come in Ariosto,  « Lasso! che bramo ancor, che più vogli’io ». Poesia in cui Magrelli indica la condizione di stallo in cui giungono gli amanti ariosteschi quanto, terminata la caccia, raggiungono l’oggetto del desiderio.  In questa composizione tuttavia vedo additata anche un’altra delle predilezioni di Magrelli: nelle loro varie forme la ripetizione e il gioco linguistico: « Io voglio, ma io non so quel ch’io mi voglia ; / e volendo mi doglio; ah duro fato, / che senza alcun dolor sempre mi doglia! »

Si diverte Magrelli. Molto lo fa prendendo le distanze da malinconia e ipocondria, ma anche in altri modi. Per esempio segnalando quella che definirei la sincera ipocrisia di Monsignor della Casa che fugge ormai dal « fallace mondo » dopo aver inutilmente rincorso, non senza contraddizioni e incidenti di percorso, il traguardo della porpora cardinalizia.
Il sorriso, l’ironia e anche il sarcasmo aleggiano in tutte queste pagine. Pagine di un serio ricercatore che, attraverso le idiosincrasie dei poeti nei secoli, segue con compiaciuto distacco le proprie. Anche lì dove sento un’ammirazione senza riferimenti espliciti all’ipocondria e alla malinconia, quando cioè viene a parlare del Belli, Magrelli non può trattenersi dal citare la scoperta che il poeta enuncia in Er cimiterio de la Morte: « che ll’omo vivo come ll’omo morto / Ha una testa de morto in de la testa ».
Proseguendo nel suo viaggio, se certo non è troppo originale citare una poesia sui morti venendo a Pascoli, più particolare lo è parlando di D’Annunzio. Qui giacciono i miei cani è una poesia che si colloca fuori del dannunzianesimo più noto, anche se persiste nelle tematiche e nello stile decadente.
Quale maggior poeta della malinconia, tra quelli nati nell’Ottocento, che Guido Gozzano, che  più ripete il ritornello : « Bada che non ti parlo / per acrimonia mia : / da tempo ho ucciso il tarlo /della malinconia », meno riesce a farcene convinti?

Tra i classici moderni, venendo a Montale, Magrelli sceglie la poesia L’anguilla che incita a imparare a memoria, forse ricordando come amasse ripeterla a memoria, quando l’occasione se ne presentasse, l’amica di Montale Maria Luisa Spaziani.
Montale. gli dà l’occasione di sottolineare ancora una volta l’esistenza di un legame tra enigmistica e poesia : preme ribadire, scrive, come quest’ultima sia innanzitutto una sorta di forma- pensiero, pensiero fatto forma , forma fatta pensiero, chimica non soltanto di parole, bensì di sillabe, lettere, spazi.

Concludendo questo mio breve viaggio sul viaggio magrelliano nella letteratura italiana di un  intero millennio mi sentirei di confutare, almeno in parte, la possibilità di usare questa originale antologia come una gioiosa propedeutica che raggiunga una fascia di lettori finora estranea alla nostra tradizione poetica. Va bene il giocosa, va bene anche definire i materiali di questo libro una schedatura ludica e sentimentale. Ma questi, se vogliamo continuare nella metafora che usa Magrelli, ripresa sul retro di copertina, non sono starters per stomachi digiuni. Direi, e torniamo a Dante, al suo Convivio, che l’invito a questa tavola è piuttosto rivolto a chi del cibo della poesia si è saziato, ne ha già avuto abbastanza. A chi non ne ha più appetito, perché ha gustato sempre dello stesso cibo, in maniera conformista, con scarsa curiosità per cibi meno tradizionali. Magrelli qui, anche apparecchiando lingue diverse o di autori stranieri che hanno voluto saltuariamente esprimersi in italiano, cerca di farci avventurare verso esperienze il più possibile nuove. 

Come attraverso un viaggio nell’anti-materia, Magrelli ci ha traghettato non nella poesia italiana tout court ma in una sua zona rimasta fino ad ora (quasi) invisibile.

martedì 15 settembre 2015

Mare senza bonacce. Un eroe omerico sul set di un film d’azione di PIERA MATTEI

Gladis Alicia Pereyra – I panni del saracino – Manni 2015

Aveva urtato metallo, solo metallo, cercando un varco per fuggire...

Il piede affondò in una sostanza vischiosa...

La narrazione si apre con grande bravura sul set di un film d’azione, così violento ed esplicito da confinare con il pulp, con lo splatter: sangue dappertutto, teste mozzate, piramidi di teste mozzate, e tutto quel ferro sta a indicare che il ferro, la lama, era ancora lo strumento principale per dare la morte.
Siamo infatti nell’anno 1291, al crollo del Tempio, luogo di potere dei bellicosi cavalieri Templari, che conclude l’ultima crociata.

Si tratta di un romanzo arditamente costruito, un romanzo di 450 pagine,  un colpo di scena sull’altro, avventure, incontri, un romanzo che si legge senza un attimo di noia.
Mi sono chiesta se Gladys  Pereyra con questa sua fatica volesse anche inviare un messaggio. Non sembrerebbe possa essere senza echi nell’attualità, infatti, parlare di Crociate, o meglio di quell’episodio storico che segnò la definitiva sconfitta dei Crociati, dei cristiani ad opera dei musulmani, nei Luoghi Santi. Ma in realtà, in questo lungo romanzo, dopo i primi episodi, la guerra tra musulmani e cristiani passa in secondo piano. Quindi infine – anticipo qui la risposta che mi sono data solo a lettura ultimata del romanzo – all’interrogativo che mi sono posta risponderei proprio di no. Gladys non vuole proporre qui nessuna analogia o confronto con l’attualità.
La mia conclusione è che Gladys Pereyra ha scritto queste molte pagine, intrecciando l’una all’altra tutte queste avventure per il puro piacere della scrittura romanzesca. Direi che questo libro ha i caratteri del romanzo puro, che in parte persino travolge le intenzioni dell’autrice perché le intenzioni sono interne alla stessa sua qualità letteraria, qualità dell’opera e qualità dell’autrice.
Parafrasando un celeberrimo titolo, per dare l’idea dell’ autonomia del ritmo naturale e travolgente di questo romanzo, che è, a mio giudizio, narrazione pura, definirei « I panni del saracino »un romanzo in cerca d’autrice. Infatti i panni che il protagonista per poco indossa, scompaiono nel corso del romanzo, per riemergere nel finale, dove interviene la volontà costruttiva dell’autrice, mentre per centinaia di pagine sembrava quasi che l’autrice fosse trascinata dalla forza del raccontare, travolta dalle stesse immagini che si formavano nella sua mente.

Ma torniamo alla trama. Il protagonista è un giovane frate francescano, al quale, evidentemente, la paura, lo shock fanno quasi subito dimenticare questa sua identità :  Corre.... la città non era più sua, non era più cristiana. Il frate non tanto dalla città sta correndo via quanto dalla propria identità. Non è più un frate e il nome di Frate che, con evidente paradosso,  daranno a lui come pirata e poi corsaro, starà proprio a indicare la negazione di quella identità.
Ha smesso di essere frate non perché, per difendersi da una probabile uccisione, ucciderà per primo. Non sappiamo che tipo di frate fosse stato prima, e del resto la sua vita da frate non può essere stata lunga. Il francescano in fuga è infatti molto giovane e nel suo comportamento non si leggono, non si leggeranno più, nemmeno forse nel capitolo definitivo del romanzo, le impronte di quei voti, di quelle scelte che un monaco deve rispettare, portare per sempre impresse nella sua personalità e nel suo comportamento usque ad mortem: povertà, castità, obbedienza.
Dove sono i superiori del giovane frate, il frate guardiano che vigila sulla condotta di tutta la comunità e a cui si deve obbedienza? e perché il frate ruba la borsa da un cadavere, non dal cadavere dell’uomo che ha ucciso, quindi in un primo immediato impulso, ma da un altro che gli cade davanti ai piedi ? non dovrebbe non possedere nulla di suo ? E perché poco prima del furto al cadavere, vilmente, si era nascosto assistendo alla tremenda violenza su una donna?
Non solo non più frate, ma all’inizio del romanzo tutto in lui è paura e viltà.
La domanda che in un primo momento sembra porsi come centrale, leggendo questo romanzo dall’inquadramento storico  è: Nerino Buondelmonti è effettivamente esistito o avrebbe potuto esistere ?
Ma occorre fermarsi alla soglia di questa domanda perché non è la verisimiglianza che dice la verità o la falsità di un racconto. Troppe volte la verità  supera di gran lunga l’immaginazione e la fantasia.

La risposta ad alcune delle domande che ci siamo formulati la troveremo nell’ultimo capitolo del libro, che, come abbiamo accennato, sembra voler resuscitare dopo le avventure più mirabolanti e violente, la travolta identità non tanto di religioso quanto di uomo, di individuo non più al di sopra e al di fuori dell’etica, ma obbediente ai comandamenti umani, primo tra tutti « non ucciderai ».

Ma qui vorremmo trovare subito una risposta a quelle domande. Direi che Nerino, questo è il nome dell’uomo e non sapremo mai quello del frate, non rispetta i voti che da poco, data la sua giovane età, dovrebbe aver giurato, perché mai l’identità di frate si è radicata in lui, o ha avuto tempo di radicarsi.
Nerino, il pauroso, il vigliacco, il frate che conosciamo dalle prime pagine già così poco frate, si tramuta presto in eroe, il protagonista di una pellicola nella quale, nostante tutto, ogni uomo, ogni evento, sembra obbedirgli e, infine, essergli favorevole.

Nel solo incontro che ho avuto con Gladis, quando ancora non avevo letto neppure una pagina del romanzo, proprio guardando la copertina del libro, osservando questo cavaliere con la lancia in resta, tra il grigio chiarissimo della nebbia  ho fatto il nome di Olmi. Ho pensato al suo « Il mestiere delle armi ». E Gladis mi ha confermato il suo amore per quel cinema anche se, mi ha detto, in questo racconto non ci sono cavalieri. Tutto avviene sulle navi.
Infatti la terminologia marinara delle imbarcazioni dell’epoca è usata, con grande abilità degna veramente di ammirazione, nell’illustrare le manovre della nave (cfr pag.89).

Gladis mi ha detto di non avere avuto riferimenti letterari per la costruzione di questo suo romanzo. Ma i riferimenti possono anche essere involontari, semplici sedimenti della memoria, anche se forse solo in chi legge. Leggendo questo libro, altri libri mi sono tornati in mente, tra i quali cito :

« Il visconte dimezzato » per l’atmosfera di guerra tra cristiani e musulmani sulla quale si apre il racconto e nella quale avviene la trasformazione del protagonista, benchè, vedremo, Nerino , seppure ferito, in qualche modo, almeno nella mia lettura, rimane sempre intatto ;

« L’isola del giorno prima » per quel set quasi fisso di navi e imbarcazioni, benchè lì, nel romanzo di Eco, ci siano riflessione e stasi, qui invece continua azione e movimento

persino a « I promessi sposi » per il riferimento all’ordine francescano, a un francescano omicida, anche se lì si uccide prima di farsi frate e una sola volta, qui Nerino uccide nelle vesti da frate e poi innumerevoli volte dopo averle cambiate.

Infine, poiché l’origine argentina lega Gladis Pereyra ad almeno due tradizioni e culture letterarie, non posso non ascoltare, nel finale ravvedimento di Nerino, l’eco di un grande romanzo che ha a grandissimo protagonista proprio l’antieroe, per aspetto e comportamenti, quel Chisciotte, che Cervantes ha voluto far morire savio

Quindi, nonostate stimoli esterni possano essere venuti da queste letture  « classiche », ho pensato infine che dovevo cercare ancora un classico più classico, dovevo arrivare ai poemi eroici e, in particolare, all’Odissea.
Lì ritrovavo il mare, le navi, l’avventura, i combattimenti feroci ma soprattutto ritrovavo un dato fondamentale: la bellezza come tratto distintivo dell’eroe.
Solo per esemplificare, richiamerei qui l’edisodio di Nausicaa, quando Athena diffonde bellezza sulle forme di Odisseo perché l’incontro con i Feaci gli sia del tutto favorevole, sia un incontro insieme vincente e salvifico:
Come si fu per intero lavato e poi unto con olio
e rivestito di vesti che diede la vergine intatta,
ecco che allora lo rese Atena, la figlia di Zeus,
tanto più grande e robusto a vedersi e sopra la fronte
folte le chiome versò e simili a un fiore, al giacinto.
E come quando riversa sull’oro l’argento un artiere
abile, che sia istruito da Efesto e da Pallade Atena
d’ogni segreto dell’arte e compia lavori graziosi,
simile grazia la dea gli versò sul capo e le spalle.
Egli alla riva del mare, in disparte, venne a sedersi,
e di bellezza e di grazia splendeva; e stupì la fanciulla.

Sempre, nei poemi classici, compresa l’Eneide, gli dei fanno rifulgere di bellezza quelli che intendono proteggere. E Nerino appare bellissimo, persino nella sua violenza, dopo aver commesso l’omicidio che lo muterà da schiavo a capo della galea: un vincitore così tremendo e magnifico.
Di Nerino sappiamo la nobilissima casata– ma anche  questi nobili parenti ricompaiono solo al capito conclusivo– sappiamo che presto si fa radere per far scomparire la tonsura e, con l’umiliazione della chierica, tutti gli obblighi di una vita monastica, ma soprattutto, subito e per sempre, sappiamo che è bello. Questo aggettivo, e il termine bellezza  riferito a lui, sono ripetuti infinite volte. Quindi anche se uccide e ordina assalti e stragi, Nerino non è malvagio. Un volto e un corpo di una bellezza senza difetti, è fuori dalle categie dell’etica. Kalagatòs come dicevano i greci. Piace a uomini e donne, anzi suscita più facilmente la libidine maschile, e da quella lui si tiene più al riparo.

La bellezza è il tratto distintivo dell’eroe che  dai poemi si è travasata, in epoche recenti proprio nel cinema, soprattutto nel cinema d’azione e d’avventura, e non voglio qui parlare della bellezza ancora intatta del pirata Johnny Deep. In Nerino dunque sarebbe riconoscibile un eroe omerico sul set di un film d’azione a inquadramento storico, con lunghe scene splatter ? 

Come nell’Odissea il protagonista è circondato da compagni che lo seguono, che non possono eguagliarlo, che non possono non amarlo e rispettarlo. I personaggi maschili minori sono qui assai ben tratteggiati: il gigante Theo , il violento e melanconico meticcio  Nikos, il libidinoso Marcello... 
Le donne  hanno dei caratteri meno definiti ma, tornando al raffronto col poema omerico, la libera  Sibilla potrebbe paragonarsi a Calipso, anche se, rispetto all’originale che propongo, Nerino si sente molto meno sforzato ad amarla, e Anna, l’amore vero, lei è destinata subito a obbedire al ruolo di Penelope, perché subito dopo averla sposata, Nerino riparte per viaggi lontani.

Molto ben descritta è questa società di « mercanti », che non sono veri mercanti, o lo sono perfino troppo, veri predoni che rincorrono le navi per rubare le merci e chiedere il riscatto per i prigionieri, o venderli se sono giovani. Nella seconda parte del romanzo è in evidenza la rivalità tra le due più potenti città marinare, Genova e Venezia. Inserendosi infatti astutamente nelle maglie di questa rivalità Nerino s’evolve da pirata a corsaro– cioè ladro e predone per conto di una città–stato e con l’avvallo di quella– contro l’altra.


Ripeto c’è molta naturale bravura in questa scrittura. La pagina non conosce « a capo » e scorre via compatta appunto come, quando si usava la pellicola, compatti scorrevano i nastri delle riprese. E come in un buon film d’azione non ci sono pause non ci sono momenti morti  o, se vogliamo restare nel gergo del mare, non ci sono bonacce.