lunedì 7 settembre 2015

Marina Corona – Storia di Mario – Robin edizioni

Nota critica di DONATELLA BISUTTI


La Storia di Mario è il primo romanzo di Marina Corona, nota finora come poetessa, ed  è un libro insolito prima di tutto per la sua struttura, assolutamente originale.
Si presenta  infatti come un dittico, composto di due pannelli:la storia di un bambino, Mario, e la storia di una donna, Maria.  L’identità del nome, declinato al maschile e al femminile, meriterà di essere esplorata. 
Questa donna è la madre del bambino, ma questo sarà chiaro soltanto alla fine del libro.
Tutti e due, il bambino e la donna, hanno, diciamo così, un rapporto disturbato  con la realtà.
La donna lo sa, il bambino non lo sa.
Questa è appunto la storia di un bambino che si rivela essere probabilmente affetto da  una sorta di autismo e per questo, a quanto sembra, non è accettato dalla madre.
Successivamente, nella seconda parte – la seconda storia - si scopre che questa madre non lo accetta perché non accetta se stessa.
Attraverso una lunga e grave malattia in cui la realtà si mescola a drammatici estraniamenti e flashback, la madre  arriverà  infine a  sbloccarsi e ad accettarsi.
Allora, alla fine, accetterà anche il bambino.
Si capisce allora che  il disturbo  nel  rapporto  con la realtà del bambino è un riflesso, o meglio una conseguenza del disturbo psichico della madre.
Il libro finisce sulla soglia appena accennata,  ma come un’epifania folgorante, di questo ritrovarsi della madre e  del bambino.
Non si sa come si svilupperà il loro rapporto in futuro.
Non si sa se il bambino potrà guarire.
Ma si ha l’indicazione di una strada per il riscatto: quella dell’amore che si sostituisce al rifiuto.
Nella prefazione al libro Roberto Mussapi  vede una disparità  di tono fra il 1° e il  2° pannello, quello dell’autoanalisi, diciamo così, della madre, che trova meno originale.
In affetti a prima  vista la  due parti del romanzo sembrano quasi estranee  una all’altra anche stilisticamente.
La prima è un  lungo racconto lirico,  che spesso si avvicina alla prosa poetica; la seconda  usa tecniche narrative fatte di flashback e di flussi di coscienza.
L’unità sembra data – quasi artificialmente -  solo dall’inattesa epifania finale che unisce due storie che sembrano non appartenersi affatto, dichiarando invece improvvisamente che si appartengono, che si fondono in una storia unica.  Questa sorpresa finale dà al romanzo una lievissima tinta di giallo psicoanalitico.
Invece vedremo che non è così.
Vorrei prima di tutto parlare della  prima parte, quella del bambino, Mario, che dà il titolo al libro.
Cercheremo poi di esplorare anche il significato di questo titolo del libro.
Questo bambino, Mario,  è un personaggio sorprendente. Direi anche nuovo e forse unico nella letteratura, almeno per quanto conosco.
Perché fonde  due aspetti a prima vista  antitetici: da un lato  il meraviglioso dell’infanzia,  l’infanzia vista come sogno, fantasticheria, invenzione di un mondo fiabesco. Questa prima parte del libro sembra infatti essere una specie di fiaba.
E in questo senso Mario  è compagno di  tutta una serie di bambini della letteratura,  da Alice alla Dorothy de Il mago di Oz  al  Charlie de La Fabbrica del cioccolato.
Ma soprattutto – per il suo rifiuto della realtà -  a Peter Pan. Mario stesso parla di Peter Pan.
Mario è un nuovo Peter Pan.

Dall’altra parte Mario è  un bambino malato, che vive fuori dalla realtà non perché vive nella fantasia  dell’infanzia come in una favola ma  perché è affetto da una sorta di autismo.
Si capisce nella seconda parte che forse questo autismo è solo una mancanza di amore - l’effetto di un rifiuto.
Mario è un bambino rifiutato.
Ora, questi due personaggi il bambino Peter Pan e  il bambino con un handicap si fondono quasi incredibilmente ne  La Storia di Mario, creando appunto un personaggio nuovo  e inedito che sta di continuo sulla linea di confine fra il mondo del meraviglioso e il mondo della malattia, sfumando i confini dell’uno e dell’altro.
Perciò Mario è insieme un bambino meraviglioso e angosciante.  
Peter Pan tradizionalmente è recepito, anche grazie ai cartoni animati, come un personaggio magico: un personaggio fatato  e poetico - il bambino che rifiuta di crescere, il bambino che vuole restare eternamente nell’infanzia, nella magia dell’infanzia, dove non esiste il dolore.
Mario è invece un  Peter Pan che vive un’infanzia di dolore.
Tuttavia su  Peter Pan  ho letto recentemente uno studio molto interessante dello scrittore svizzero Renato Giovannoli, Il vampiro innominato,  in cui la figura di Peter Pan è analizzata  come una figura inquietante: in realtà Peter Pan è  una specie di piccolo psicopompo crudele che  accompagna  le anime dei bambini morti. Ha dei tratti che lo apparentano all’archetipo del vampiro.  
Questa interpretazione di Peter Pan  ci dà forse una chiave in più per comprendere meglio il personaggio di Mario.
In realtà io credo che  Mario non esista.
Il vero e unico personaggio del libro, la  vera protagonista è in realtà la madre. Il libro si intitola La storia di Mario ma in realtà è la storia di una donna, è la storia di Mario in rapporto, in relazione a questa donna, è la storia di una donna e del  suo Mario – del suo Peter Pan che è anche un piccolo vampiro. Qualcosa che lei  porta incistato dentro se stessa e che non è riuscita a partorire del tutto. Un bambino nato ma in un certo modo ancora  non nato.
Mario è il Bambino dentro la donna.
Quel bambino di cui parlava il Pascoli: il Fanciullino, un bambino che non esiste nella realtà. Un’immagine archetipica dell’inconscio della madre. Appunto quell’archetipo del fanciullo, del fanciullo divino  che ciascuno di noi si porta dentro e senza  la quale  non possiamo vivere. Se questa immagine non la riconosciamo come nostra, non l’accettiamo, non l’amiamo, non la conserviamo con cura dentro di noi, non potremo mai diventare adulti. Resteremo degli adulti mancati, incompleti, degli adulti malati, degli adulti autistici, cioè staccati dalla radice profonda della realtà, avulsi dalla vita.
Questa  Storia di Mario è in realtà la storia di una donna alla ricerca di se stessa, del suo bambino interiore: ritrovarlo, poterlo accettare interamente e così forse guarirlo. E guarire se stessa in lui.
Questo bambino interiore è la meraviglia del mondo, la ricchezza del suo immaginario. Il suo cordone ombelicale lo collega al cosmo e alle sue energie misteriose. Schiude le porte  meravigliose del mondo analogico. Quelle che ci permettono di uscire dalla  nostra stanza-prigione-gabbia e  di volare.  Proprio come Peter Pan. Sia pure con i rischi che questo comporta.
  La donna non ha potuto finora amarlo,  questo bambino interiore, e farlo suo perché è lei che non è stata accettata, non è stata amata. O è stata amata male, è stata oggetto di una violenza, di uno stupro psicologico. Allora il  suo bambino interiore  non ha potuto esprimersi, si è ammalato e al tempo stesso  è diventato una specie di piccolo vampiro che succhia la vita della madre,  da cui lei deve difendersi cercando di allontanarlo.

Io credo che alla luce  di questa ricerca  della donna -  che è una ricerca tutta interiore, lungo i sentieri dell’anima -  la seconda parte del libro acquisti tutta la sua pregnanza e non appaia più  quasi una parte secondaria,  un espediente narrativo rispetto all’originalità della prima, ma  sviluppi il libro dalle sue premesse e gli dia il suo vero senso, in un processo narrativo del tutto coerente e del tutto unitario.
La seconda parte assorbe la prima in una storia unica di cui la prima parte è la premessa,  il prologo,   e se vogliamo anche il tema musicale che può richiamare l’Offenbach dei Racconti di Hoffmann,  ma si dispiega poi in un crescendo dai forti effetti drammatici in cui,  per proseguire con il paragone musicale, possiamo ritrovare  le note sensuali di una Sonata di Schumann. Perché al di là dei ritmi sincopati di una prosa narrativa  contemporanea,  io trovo filtrata nella sostanza di  questo libro quella  visione romantica alla Emily Brontë,  non sentimentale né sdolcinata, che non teme di esplorare con i mezzi dell’arte gli abissi più oscuri dell’anima.

  Concluderò dicendo che questo è un libro sul femminile – su un femminile conculcato e martirizzato – come vediamo purtroppo ogni giorno che ancora accade intorno a noi –  un femminile che  è stato ferito e umiliato e a cui è stata portato via  per questo il proprio Bambino interiore. E con dolore, con sofferenza estrema,  vivendo le fasi drammatiche di una malattia psichica,  riesce alla fine  a recuperarlo, a farlo suo, a stringerlo fra le sue braccia. 
Così Maria riesce a  conquistare l’altra faccia di se stessa,  il Mario, e a esorcizzare il Maschile castrante,  diventando  finalmente  una persona libera e capace di  dare quell’amore che non è riuscita a ricevere, che le è stato dato così male.