domenica 11 dicembre 2011

Consigli per le strenne 2 di Piera Mattei


Consiglio a tutti i libretti di Gattomerlino.

consigli per le strenne – 1 – di Piera Mattei


Laura Lilli – Formiche straordinarie Extraordinary ants – disegni di Elisa Montessori – Empiria 2010
Luca Benassi – Di me diranno – CFR 2011




Cosa unisce il libro di Laura Lilli, originale, ironico e amaro, le sue eleganti illustrazioni per il pennello di Elisa Montessori e un libretto scarno, davvero essenziale nelle dimensioni e nella veste, come il "Di me diranno" di Luca Benassi? Perché poi consigliarne la lettura in questi giorni?
Siamo tutti, credenti e non (chi scrive si riconosce in questa seconda categoria), alla vigilia delle feste del nuovo ciclo, del nuovo inizio, che torna ad aprire le giornate alla luce, dopo il buio dell'inverno.
E appunto i due libri sopra citati parlano con originalità e sincerità di INIZI.

Sono diversi: alatamente ironico il primo, lirico il secondo, ma si somigliano per l'importanza data al punto di vista non tanto degli individui umani, quanto degli animali, dell'ambiente fisico, della storia.

Fermiamoci dunque su questo punto. Tutti e due i libri parlano di un inizio della storia, ma per Laura Lilli si tratta dell'inizio dei tempi secondo l'Antico Testamento, delle lotte tra Dio Padre e il figlio suo prediletto, Lucifero, un figlio ribelle che sceglie lo scontro tra generazioni, la partita da vincere o perdere. Così di fatto imponendo il suo punto di vista manicheo (Aut / Aut, Football), al suo onnipotente padre. Questo momento fondante del destino del mondo è trattato, nello stile della Lilli, con una parola armata di arguzia, che senza lanciare polvere in giro, sa scavare, con uso della logica che sa convincere.
Altri protagonisti, per lo più non alati stavolta, delle brevi prose della Lilli – ciascuna in doppia versione italiana /inglese, quest'ultima realizzata da Jehanne Marchesi – sono le varie specie animali, tra le quali l'uomo, scimmia che, secondo un darwinismo riveduto e corretto, ha ingoiato le forme astratte della geometria: il Punto, la Retta, il Quadrato et cetera fino a ingerire e fare costitutiva sostanza, come in un'immateriale Comunione, anche delle forme astratte dei solidi.
Altri inizi della storia (INIZI al plurale) raccontano ancora i monumenti della città della Lilli, Roma, dove le Basiliche della metropoli antica contestano alle Basiliche cristiane il nome di cui queste ultime si sono appropriate. Con filosofia davvero degna dell'antica tradizione dell'Urbe, la Lilli fa mediare lo scontro dalla sintesi fulminante di Dante ( fu stabilita per lo loco santo / u' siede il successor del maggior Piero) che riassume la gloria della Roma di Virgilio e dell'Eneide ai fini, decretati "in alto", della sempre universale Roma cristiana.

Proprio sull'inizio dell'era cristiana, sulla nascita di Cristo, si apre e lì poi s'incentra il libretto di Luca Benassi. E come la Lilli dava un'interpretazione dei sacri testi molto lontana dai commenti canonici, così Benassi. Solo che lui intende sostituire all'immagine oleografica delle splendide infinite Natività dei nostri pittori – una madre ben composta, ben vestita e con i capelli splendidamente acconciati, anche se non frontalmente immobile come nelle icone orientali, un'immagine comunque non credibile nella sua fisicità – un'immagine estenuata e devastata, anche se appagata, quale è sempre quella un corpo femminile da poco attraversato dalla nascita di un figlio.
Anche in Luca sono soprattutto gli animali ( l'Asino, il Bue, il Gallo) a parlare, a raccontare di quanto hanno visto, di come hanno trattenuto i loro istinti, per rispetto di quella nascita. Tra tutti, per la simpatia che ci lega a quell'animale e la grazia che, contro ogni luogo comune, qui dimostra, vogliamo citare le parole dell'Asino:

Ebbi fame, ma la paglia era già occupata


dal corpo fremente
del bimbo


In questa riscoperta della verità dell'ambiente fisico che circonda il Natale, per raccontare la storia eterna della rinascita e degli inizi, che ha anche l'odore del sudore, degli umori del corpo, una storia dove risuona il grido, la cometa non è una forma piatta a cinque punte e la sua brava coda, come nei presepi di cartone, è un mondo lontano e dinamico, un corpo in esplosione: Infine schiantai, espulsi me stessa milioni di volte, e fui più bianca del bianco, più luce della luce. Descrizione conforme a una materialità che la contemporaneità scientificamente conosce, e che Benassi trasporta con linguaggio poetico, nei territori del mito religioso.

giovedì 1 dicembre 2011

Dicembre 1947 Nella storia di un uomo, una data–poesie di un anonimo scienziato



Un piccolo testo molto ben presentato, dalla riproduzione di alcune poesie scritte a macchina, piene di cancellature, di ombre, fino alla bella Introduzione di Piera Mattei e alla quarta di copertina, con una delle più suggestive tra le poesie presentate. Mi colpisce da un lato la percezione della giovane età dell’autore (o autrice?), che si può riscontrare in vari versi, che risentono di letture dei classici, che lasciano intravedere emozioni, sentimenti spontaneamente affioranti. Dall’altra parte però mi sembra vi siano versi, poesie in qualche modo presaghe di un diverso futuro, con accenni di durezze intraviste o presagite.

Siamo lontani dal romanticismo. Le stelle sono ‘furbe e distanti’. I morti in guerra, ‘inutili morti’. Pur nello smarrimento del momento, pur nella sua ‘adolescenza impaurita’, l’A è già in grado di prendere le distanze, di non indulgere nella pietà verso l’amico morto, verso se stesso (se stessa).

I versi più belli? A me sembrano molto belli proprio i primi versi di questa poesia:

È triste e bello a un tempo
Non aver casa e andare come il fiume

Se almeno Dio mi concedesse ogni anno
Dono d’alcuni versi…

Grazie alla Gattomerlino per questa pubblicazione.

Maria Immacolata Macioti

Franco Ferrarotti legge e commenta due libri Gattomerlino


Franco Ferrarotti, che dagli anni sessanta ha trascinato, col suo entusiasmo e la sua curiosità culturale, folle di giovani verso la sociologia e continua, con versatile vena a commentare per la televisione e i giornali eventi economico-sociali, si è soffermato a sottolineare quanto trova di originale e rilevante in due libri delle edizioni Gattomerlino:

Jean de La Fontaine, Una lettura eretica delle favole - Saggio e traduzioni di Piera Mattei, Roma, Gattomerlino, 2011, pp. 56.

Questo aureo libretto va segnalato perché costituisce una novità assoluta. È, in primo luogo, la godibile traduzione, mirabilmente condotta da Piera Mattei, di alcuni testi meno noti del celebre favolista. Qui splende la sua magistrale padronanza della lingua francese – una lingua esigente al limite della crudeltà e nello stesso tempo dotata di un nitore classico che, forse ancor più dell’italiano, la lega alla comune matrice latina (per esempio, digitus in italiano è dito mentre il francese conserva la «g» in doigt). In secondo luogo, ma è un apporto di grande originalità di Piera Mattei, la figura del favolista viene arditamente e persuasivamente, a mio parere, reinterpretata riscattandola e liberandola dagli stereotipi della morale corrente (secondo Gilbert Keith Chesterton, «la morale che corre») per riscoprire nella sua opera, come osserva la curatrice, «le impronte di una cultura non metodica ma estremamente curiosa e varia», aperta a «comportamenti e atteggiamenti animali e sul rapporto delle specie tra loro e anche rispetto alla specie umana». Contributo, dunque, importante, arricchito da suggestive illustrazioni, da leggersi non di corsa, bensì, piuttosto, centellinandolo.
FRANCO FERRAROTTI


Thomas Henry Huxley, La base fisica della vita, postfazione di Antonio Bianconi, Roma, Gattomerlino, 2011, pp. 46.

Questo breve, succoso saggio del nonno del più famoso Aldous Huxley, autore di Brave New World, pubblicato a Londra nel 1868, è qui tradotto per la prima volta in italiano per una ragione fondamentale: a quattrocento anni di distanza da Galileo, come sottolinea con meritoria chiarezza Antonio Bianconi, l’Autore espone con forza, ma anche con grande semplicità, la tesi che «esiste una sostanza comune a tutti gli esseri viventi». La fisica moderna, da Galileo in poi, aveva escluso il mondo della vita dal campo delle sue ricerche, allo stesso modo in cui, ancora in Descartes, morale e religione si sottraevano per principio all’indagine razionale. Ma ecco che, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, Thomas Huxley considera il protoplasma come la sostanza fondamentale della materia vivente all’interno di una cellula, e vede, chiarisce Bianconi, «quest’identica vita brulicare nelle capsule urticanti della foglia dell’ortica come nella goccia di sangue spillata da un polpastrello». La questione non riguarda soltanto un ampliamento del campo di indagine della fisica. Dimostra conclusivamente l’inconsistenza della frattura fra scienze «forti», impropriamente dette «esatte», e scienze storico-morali, o «scienze soft», secondo le estemporanee teorie offerte da C. P. Snow negli anni ’60, con il fortunato opuscolo The Two Cultures and the scientific Revolution. Non si dànno due culture, bensì una sola cultura come capacità di consapevole valutazione critica globale della presenza umana nel mondo.
FRANCO FERRAROTTI

Nella foto, il gatto Merlino, che avendo fin da piccolo dimostrato finezza d'animo e uno spiccato amore e curiosità per i libri, ha meritato, alla conclusione di diciassette anni di convivenza con gli editori, di vedersi intitolata la casa editrice.

domenica 30 ottobre 2011

Regalmente nell'atto ancor proterva – note di lettura su: Dante Maffia – La strada sconnessa – Passigli 2011


Cosa indica il segnale di strada sconnessa: l'avviso che puoi ancora andare, proseguire se vuoi, se te la senti, se hai i mezzi per farlo? Ovvero più subdolamente segnala la costrizione a passare su un tracciato che altri hanno aperto, che comunque "si è aperto" : dovrai passare necessariamente di lì, anche se a fatica, rischiando una storta, una caduta, sopportando un faticoso incedere?
Si tratta quindi di un titolo allusivo al "fatale andare", su cui il cuore, ma la mente soprattutto, s'interrogano. Eppure, a cominciare proprio dalla sezione che dà il titolo alla raccolta, quanta passione qui vibra, a tratti disperata, ma ancora intatta, quanti riferimenti a convegni d'amore, a sguardi, a dettagli – quasi fotogrammi – del corpo dell'amata, al suono imperativo, riconoscibilissimo e rassicurante dei suoi passi (È lei col suo passo, altera, permalosa)!

In questo libro la femminilità celebra il suo trionfo, espressione che uso non nell'accezione dell'enfasi retorica ma a indicare nella donna una statura e uno status superiore e la serena consapevolezza della propria forza. Le presenze femminili che Dante Maffia evoca in queste pagine, a cominciare dalla moglie di Federico (Le donne bisogna perdonarle, / sono loro l'impero, / loro il trattato della falconeria) non hanno mai vere colpe, sono individui che non conoscono preghiere né lacrime. Donne dai denti bianchi, dal passo sicuro e rassicurante, dalle gambe forti, che salgono alte fino al profumo delle cosce. Donne di una sensualità senza infingimenti, consapevoli dei propri poteri, ignare di crudeltà, ma di fatto crudeli: Tu rispondevi con la furia di parole / ch'erano spade incaute e così morivo / ogni giorno un poco.
Femminilità tuttavia avvolgente, alla quale da sempre fare ricorso perché sembra sicuro che resterà salda contro gli assalti della morte: Basta che ti pensi e la morte / fugge via rumorosamente, / spalanca tutte le porte,/ si lamenta in modo indecente.

I prototipi sono tali proprio perché dotati di una forza che trascina nella loro somiglianza tipi anche lontani nel tempo e nello stile, non esagero quindi se affermo di riconoscere qui il prototipo femminile della Beatrice dantesca. Non quella della Vita nuova, ma l'altra, la fiammeggiante e imperativa creatura che compare a lui sottomesso e rapito –"regalmente nell'atto ancor proterva " – sulla vetta della sacra montagna:
Sei la padrona assoluta / non solo del corpo e dell'anima, anche / della mia volontà. Quando vorrai, / ma ti prego, ancora no, / ridammi me stesso.
Certo accanto a questo prototipo femminile si mostra non meno grande l'immagine materna. In lei tenerezza e saggezza si combinano, anche quando la malattia ha già colpito trascinandola lontano dalla realtà quotidiana: La mamma s'era chiusa / in un mondo di favole, / quindi ancora più bella, / con gli occhi di bambola sconfitta / ma viva.
E infatti la donna amata, nella pienezza del sentimento è materna all'ennesima potenza: Oh, se t'ho amato, / come un fiume costretto dal suo letto / a giungere al mare, come / una barca che anela all'orizzonte./ Erano in me carovane di cieli /e strade assolate e fiorite, / sembrava che fossi cullato / da mille madri insieme.

Lo spazio che la figura femminile occupa nell'immaginario di Dante Maffia, non esclude che la sua poesia abbia altri fondamentali punti di riferimento. E difatti il libro si apre su una serie di ritratti – a uno di questi già abbiamo fatto cenno – figure nelle quali la passione e la progettualità, il gusto artistico, la volontà politica di Maffia si rispecchiano. Sono in ordine di comparizione: Tommaso (Campanella), Gioacchino (da Fiore), Mozart, Scriabin, Federico (II, imperatore), Emily (Dickinson o forse Bronte?).
Altro elemento fondamentale di questa poesia è l'ambiente. Non il paesaggio che si stende a perdita d'occhio, quanto i paesaggi incorniciati da una finestra, vite e immagini captate dai balconi – elemento architettonico non ovvio – che invece in questo libro ricorre con estrema frequenza, quasi a siglare uno scenario e un immaginario tutto mediterraneo. Balcone, finestra come parti integranti della casa, ma forse anche orizzonte chiuso, come se lo sguardo sul fuori conoscesse anche lui quella costrizione, quell'obbligo implicito nella "strada sconnessa"? Balcone è tuttavia anche apertura a improvvise rivelazioni, a progetti d'infantile onnipotenza: Da una finestra vedevo il mare, da un balcone / il Dolcedorme, quei monti quasi colline, / e sognavo di popolarli…
In "Casuali interferenze" il balcone diventa protagonista assoluto, ma provocatorio, fastidioso, odioso fino alla disperazione: mostra nello sfondo un camposanto ormai troppo affollato che da decine di lapidi proclama l'ipocrisia degli elogi post mortem. Altro non resta che fuggire, o almeno chiudere quella finestra:
Via, andiamo via, qui non si respira / che bruttura e finzione. È un momento / di sangue aggrumato, e lento spira / malvagio e insopportabile un vento // di letame. Morte grida, morte e sangue / per l'orgia sconsacrata dell'approssimazione. / Per favore, chiudete quel balcone.
Ma infine la finestra, con la sua profonda ambivalenza, di apertura /chiusura, rappresenta la sintesi della poetica di questo libro, come lo stesso poeta afferma a conclusione di una delle poesie della sezione "La strada sconnessa": il mio canto è in questa / silenziosa finestra da cui osservo il mondo.

Nelle pagine di " La strada sconnessa", come sempre nello stile di Maffia, incontriamo un amore quasi carnale per la parola, che non solo – bravura estrema!– trova note non banali per parlare d'amore ma si adatta, con tenerezza, anche alle situazioni domestiche più basse, come nella deliziosa poesia che torna col ricordo al rituale infantile del vasino. Inoltre in questi versi che spesso, ma senza nessuna rigida progettualità, fanno risuonare la rima – strumento lirico ma anche canale d'arguzia – guizza, altrettanto libera, un'ironia che sembra denotare un tratto del tutto naturale della personalità di Dante Maffia: il poeta asseconda senza sforzo quel sorriso che gli sprizza dalle chiare fessure degli occhi. Lui che sa delicatamente ricordare la bella coppia che erano lui e la sua donna, lei che somigliava a Claudia Cardinale, e lui, poi, a quell' attore, affascinante ma anche dotato di straordinaria ironia, che era il "divo" Tony Curtis.

Piera Mattei

(foto di Piera Mattei)

giovedì 20 ottobre 2011

Nicolas Giudici,vittima dimenticata

L'ultima inchiesta di Carlo Ruta, " Nicolas Giudici, vittima dimenticata", uscita sul numero di ottobre della rivista "Narcomafie" presenta una storia emblematica della condizione della Corsica e dei modi di essere della Francia di Chirac e di Sarkozy. Il caso è non meno importante di quello di Anna Politkòvskaja, con una sola enorme differenza: in Europa, Italia compresa, esso è completamente sconosciuto. In Francia l'uccisione del giornalista e saggista, avvenuta il 17 giugno 2001, è stata rubricata come un delitto occasionale, compiuto da un balordo, che è stato arrestato, poi è stato scarcerato, infine è stato ucciso. Il processo è finito quindi nel nulla. Ed è subentrato un lungo silenzio, che regge ancora oggi. E' importante allora che, come nel caso di Anna Politkòvskaja, la memoria di questo studioso esemplare della Corsica venga adottata nel nostro paese, per cercare di riparare al torto e perché la Francia di Sarkozy possa trarne una lezione di civiltà.
Giovanna Corradini

(ripreso e adattato da una email che mi giunge in data odierna da parte di Lucetta Frisa)

martedì 11 ottobre 2011

Anticipazione Gattomerlino, serie verde



La Gattomerlino inaugura la serie verde, dedicata alla diffusione scientifica, con la traduzione e il commento dell'importante pamphlet di T. H. Huxley sulla fisica della materia vivente.

http://www.superstripes.net/gattomerlino/main.htm



Thomas Huxley e il suo tempo



Perché oggi tradurre per la prima volta in italiano “Le basi fisiche della vita” di Thomas Huxley? La conferenza che il geniale autodidatta, poi professore di Storia Naturale alla Royal School of Mines, tenne nel 1868, in che senso può, circa centocinquant’anni dopo, essere d’attualità? I contemporanei, soprattutto gli ambienti accademici vicini al potere ecclesiastico, lo disprezzarono, ma anche il più vasto contesto scientifico lo ignorò a lungo. Solo recentemente le sue idee, nella loro appassionata e anche direi poetica esposizione, tornano a esibire l’intuizione profonda circa la base comune di tutte le forme viventi.

In quella famosa conferenza dunque Thomas Huxley, che sarebbe diventato il nonno del più famoso Aldous, volle illustrare a un vasto pubblico l’idea scientifica su cui un piccolo gruppo di ricercatori europei aveva in quegli anni raggiunto un accordo e cioè che i sistemi viventi sono formati da una sostanza comune a tutti chiamata protoplasma.
Il nome era stato coniato nel 1861 da Max Schultze, professore di Istologia e direttore dell’Istituto di Anatomia di Bonn, in Germania. Per lui il protoplasma appariva come una sostanza, grigiastra, viscida, o mucillaginosa semi-trasparente e semi-liquida in continuo movimento. Il francese F. Dujardin l’aveva descritta come una gelatina vivente, una sostanza glutinosa, traslucida, insolubile in acqua come un muco, che forma masse globulari sugli aghi da dissezione. Hugo von Mohl, nel 1846, la vedeva come materia dura, viscida, granulare, semi-liquida. Christian Gottfried Ehrenberg che, con le sue osservazioni al microscopio, si era dedicato allo studio di un enorme numero di sistemi viventi unicellulari raccolti in parti lontane del mondo, soprattutto nell’immenso Impero Russo e in Africa al seguito del famoso esploratore Alexander von Humboldt, la descrive semplicemente come la sostanza vivente comune in tutte le classi di organismi viventi.

Anche Thomas Huxley considera il protoplasma come la sostanza fondamentale della materia vivente all’interno di una cellula, la base fisica e materiale della vita e vede quest’identica vita brulicare nelle capsule urticanti della foglia dell’ortica, come nella goccia di sangue spillata da un polpastrello. Inoltre per lui la possibilità che esista una sostanza comune a tutte le forme della vita viene vista nella prospettiva che la vita si manifesti in innumerevoli forme la cui evoluzione è guidata da una legge universale della natura, la legge di Darwin, secondo il principio della selezione naturale.
“La base fisica della vita”, il titolo scelto da Huxley per condensare le sue idee è certo un bel titolo ma è solo apparentemente inoffensivo, in realtà è profondamente rivoluzionario.
Il punto di vista che esprime in questo opuscolo era al di fuori degli schemi dell’accademia, sia dei fisici che dei biologi. Pertanto la sua idea fu attaccata da diversi autori ben quotati, ridicolizzata e poi dimenticata. Cosa certamente grata al mondo ecclesiastico, sia protestante che cattolico.

(dalla postfazione di Antonio Bianconi)

sabato 1 ottobre 2011

Anticipazione Gattomerlino:Leonardo Garet–Celebrazione


INCONTRI

Mi spuntò ottobre dalle tasche
una donna cammina in mezzo all'aria
è la sorpresa di un seno invisibile
e l'altro che si avvicina alla mia bocca
con fianchi
che si muovono senza essere presenti
va sollevando ansietà
va con la sua voce modellata sul mio nome
i suoi nudi occhi che indagano
nella cronaca dei miei giorni
desolati occhi e giorni
che non possono incontrarsi
in una terra con nome
desolati
si girano gli occhi e i giorni
mentre s'arrossa il cielo
e di morti si popola la città che abitiamo.




DIALOGHI 6

I tuoi sogni invecchiano
come la casa di fronte
guardati con distacco
a una strada di distanza
quando te li enumero
non possono uscire da un fragile foglio
poggiato su uno scaffale
i tuoi occhi stanno in quel foglio
lentissimi
per il peso di tanti orpelli
di anni diversi
torci la bocca da un lato
dall'altro
mi guardi
e divento il tuo specchio
divento la casa di fronte.


CANTI E DISINCANTI

La parola è il perno

Ho compitato albero
fino a vedere il libro che lo nominava

le radici più sottili uscivano bruciandosi
un incendio in verde è un foglio
e il calore se ne va a un altro
dove la nonna prepara la colazione

poi l'albero era pieno di uccelli
e ho potuto arrampicarmi e fare in cima una casa
vicino ai semi
e da lì vedevo un pennello che disegnava strade tetti
quindi finestre porte e pareti
al suo posto scolorito e malaticcio stava l'albero

il pennello di oggi va formando nuove radici
tra le lettere.



GIORNO SENZA NOME

Quando cesserà la pioggia sarà martedì
ragazza

e avrò aperto di lato al tuo corpo
la scorciatoia per sfuggire alla morte

non permetterò che tu la tocchi
perché anche senza volerlo
puoi cambiare la rotta
con una risata
o una parola
mal collocata

oggi non devi preoccuparti per il tempo
ti avviserò qual è stato il giorno in cui sei venuta
oggi lascia fare alla pioggia
semplicemente

mi occuperò di usare ad arte il tuo corpo
e di farmi usare ad arte.



IL TUO GIORNO

Oggi sei nato per essere uomo
con il tuo pennacchio di sole a mezzogiorno
circondato da lingue pressanti come coltelli

oggi sei nato uruguayano d'altezza uno e ottanta
replicando nelle tue ossa la nascita degli dei
scartando squame branchie piume e doppio stomaco

con gli occhi abituati a che fuori ci sia qualcosa
oggi sei nato con il numero totale dei tuoi giorni
sulle unghie che si tagliano e sui capelli che cadono

sei nato con le donne che ti terranno a fianco
e con chi ordina la tua presenza sui moli
come un bastimento giocattolo

sei nato con preciso apparato medico
con rischio equivalente ad attraversare una strada

sei nato per toccare con le tue mani
i confini i limiti i margini degli altri

i registri di scuole carceri manicomi si sono aperti
le bocche come fossero rane
è per te la tempesta che apre l'orizzonte.

********(traduzione Piera Mattei, Eloy Santos)




ENFRENTAMIENTOS


Se me salió octubre por los bolsillos
una mujer anda metida en el aire
es la sorpresa de un seno invisible
y el otro acercándose a mi boca
con unas caderas
que se mueven sin estar presentes
anda levantando ansiedades
anda con su voz moldeada sobre mi nombre
sus ojos desnudos indagando
en la crónica de mis días
desolados ojos y días
que no pueden encontrarse
en una tierra con nombre
desolados
se dan vuelta los ojos y los días
mientras enrojece el cielo
y se puebla de muertos la ciudad que habitamos.





DIÁLOGOS 6 [Tus sueños envejecen]


Tus sueños envejecen
como la casa de enfrente
mirados sin apego
y con una calle de distancia
cuando te los nombro
no pueden salir de un papel quebradizo
guardado en un estante
tus ojos están en ese papel
lentísimos
por el peso de tanta ropa
de distintos años
tuerces la boca hacia un lado
hacia otro
me miras
y me convierto en tu espejo
me convierto en la casa de enfrente.




CANTOS Y DESENCANTOS 8 [Deletreé árbol]

La palabra es el eje


Deletreé árbol
hasta llegar a ver el libro que lo nombraba

las raíces más pequeñas salían quemándose
un incendio en verde es una hoja
y el calor se va hacia otra
donde la abuela prepara el desayuno

el árbol estaba después lleno de pájaros
y pude treparme y hacer arriba una casa
junto a las semillas
desde donde veía un pincel formando calles techos
después ventanas puertas y paredes
en su lugar desteñido y enclenque estaba el árbol

el pincel de hoy va dando nuevas raíces
entre las letras.


DÍA SIN NOMBRE



Cuando pare la lluvia será martes
muchacha

y habré abierto por el lado de tu cuerpo
un atajo para escaparme de la muerte

no dejaré que lo toques
porque a voluntad o sin ella
podés cambiar el rumbo
con una risa
o una palabra
mal colocada

hoy no debés preocuparte por el tiempo
te avisaré cuál fue el día que pasaste
hoy que sea la lluvia
simplemente

me encargaré de manejar tu cuerpo
y de dejarme manejar.



TU DÍA


Hoy naciste para ser hombre
con tu penacho de sol a las doce
cercado de idiomas apremiantes como cuchillos

hoy naciste uruguayo de altura uno ochenta
repitiendo en tus huesos el nacimiento de los dioses
desechando escamas branquias plumas y doble estómago

con tus ojos acostumbrados a que afuera hay algo
hoy naciste con el número total de tus días
en las uñas que se cortan en el pelo que se cae

naciste con las mujeres que te tendrán a su lado
y con los que ordenan tu presencia en los muelles
como un barco de juguete


naciste en ceremonia por minuto de médico
con riesgo equivalente al de cruzar una calle

naciste para tocar con tus manos
las marcas los límites el borde de los otros

se abrieron los registros de escuelas cárceles manicomios
las bocas como si fueran ranas
y para vos la tormenta que abre el horizonte


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Leonardo Garet è nato a Salto, Uruguay, dove vive, nel 1949. Si è dedicato con uguale continuità alla poesia, alla narrativa e alla critica letteraria. Esordisce nel 1972, con Pentalogía. I titoli precedenti alle opere poetiche antologizzate in Celebrazione sono: Pájaros extranjeros, Máquina final e Palabra sobre palabra.
Saída de página (2001) è stato pubblicato in edizione bilingue spagnolo-portoghese; Vela de armas (2004) e El ojo en la piedra (2009) sono stati pubblicati dalle edizioni Alcyone di Cordoba, Argentina. In narrativa, Los días de Rogelio e Anabákoros hanno ricevuto importanti riconoscimenti in concorsi annuali del Ministero dell'Istruzione e della Cultura dell'Uruguay.Vari racconti della sua ultima raccolta, El libro de los suicidas (2005), sono stati tradotti in diverse lingue. Come critico, il suo contributo si segnala con un'opera in venti volumi Colección de Escritores Salteños (2003-2009), Vida y obra de Marosa di Giorgio (2006) e Obra Completa in quattro volumi di Horacio Quiroga (prefazioni e note), 2009.
Ha rappresentato il suo paese in vari incontri internazionali di letteratura. È' socio corrispondente dell' Academia Nacional de Letras del suo paese, dal 2008. E'stato Premio Nazionale di Poesia nel 2000 e ha ricevuto il premio "Fratellanza" conferito dalla B'nai B'rith International, nel 2002.


www.leonardogaret.com.uy
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Un lettore che volesse rendere giustizia alle poesie raccolte in "Celebrazione", dovrà anzitutto rinunciare alla tentazione di analizzarle, di classificarle o di darne una spiegazione.

Perché ciò che qui incontrerà sono incroci, scenari verbali con cura disposti a produrre la scintilla, la rivelazione di quanto sta dietro le consuetudini percettive e sentimentali, di quel qualcosa di sfuggente, che non accetta di essere definito da parole-gabbia, perché si farebbe fossile, mentre può essere intravisto, può manifestarsi, quando è invocato con parole-uccello, e così può raggiungere il corpo e la voce di chi lo trova. Tutta l'opera di Leonardo Garet aspira, più o meno dichiaratamente, a uscire da sé, a straripare nelle mani del lettore, a coinvolgerlo intimamente nella danza universale di spostamenti e metamorfosi. I suoi libri hanno una vocazione alla cornucopia: offrono senza risparmio le loro ricchezze in forma di enigmi, sogni e perplessità, visioni che vengono dal quotidiano, che è il comune terreno degli uomini. A questo punto possono attraversare gli invisibili ponti che uniscono corpo, memoria, tempo e linguaggio con tutte le loro variazioni e viceversa. Concertano le complesse e incessanti sintonie del caso
(dalla postfazione di Eloy Santos).

venerdì 16 settembre 2011

Doris Kareva



Presso le edizioni GATTOMERLINO (ssspresss)
è in uscita il libro L'OMBRA DEL TEMPO di DORIS KAREVA,
prima traduzione italiana di un'autrice amatissima nel suo paese e nota in altre parti dell'Europa, in America e in alcuni paesi del lontano Oriente.


DORIS KAREVA è nata a Tallinn (1958), si è laureata all'Università di Tartu in filologia romanza e tedesca. Ha lavorato in maniera non continuativa, dal 1978, e tuttora lavora, per il settimanale Sirp. È stata Segretaria nazionale della Commissione nazionale Estone per l'UNESCO. Ha lavorato con borse di studio in Svezia, Grecia, Stati Uniti, Olanda, Italia e Irlanda.
Ha pubblicato sedici libri di poesia e uno di saggi: ha ricevuto due premi nazionali per la cultura nel 1993 e nel 2005 e numerosi premi letterari e l'ordine della Stella Bianca nel 2001. La sua poesia è stata tradotta in più di venti lingue europee e orientali. A sua volta ha tradotto poesia, teatro e saggi : Anna Akhmatova, Emily Dickinson, Joseph Brodsky, Kahlil Gibran, Kabir, W. H. Auden, Samuel Beckett, Shakespeare, e poeti irlandesi contemporanei. Ha scritto testi per musica e per il teatro.

Da L'OMBRA DEL TEMPO

Il cane con un terzo occhio vede l'ombra del tempo
e trasale.

Irregolare irregolarità dell'undicesima dimensione
interseca il suo mondo come musica di osso-leccornìa,
un disegno nel disegno dell'universo.
Diffonde un allarme strano, bello,
un profumo
così attraente, così inaccessibile,
così inesplicabile attraverso le sue notti –
ombra del tempo, capriccio di Dio,
accordo del caos, accordo di settima
?


*
L'orologio cammina
per la casa e di tanto in tanto si ferma
ai piedi del letto di un dormiente.

Tengo gli occhi serrati,
non respiro.
Le sue lancette possono essere taglienti.

Stanno a provarlo i volti dei nonni.


*
Il bisturi e il metronomo
sul piano di mio padre
non si parlavano,
quando ero bambina.

Solo ora, col tempo,
ho cominciato a sentire,
a capire
le loro storie strane.

Affilano il tempo fino alla trasparenza.

LA FOTO DI DORIS KAREVA é di KAIDO VAINOMAA

Doris Kareva è la seconda autrice estone che la GATTOMERLINO pubblica, dopo Maarja Kangro, con "La farfalla dell'irreversibilità".

martedì 9 agosto 2011

Gian Mario Villalta – Vanità della mente – Mondadori 2011


L'amore per i luoghi delle radici deve tramutarsi in giudizio d'estraneità, odio, desiderio di fuga, perché infine rinasca il miracolo del perfetto amore, realizzato attraverso la poesia? Per verificare l'autorità di questo mio pensiero e trovarne una conferma illustre sto pensando ora al Leopardi. In Leopardi come in Villalta il luogo che lega – con la nascita e la costrizione familiare – si mostra, in poesia, detestato e superlativamente amato.

Ma certo qui, in "Vanità di mente" il luogo natìo nel quale ci immerge Gian Mario Villalta, non ha nulla della dolcezza, benché "selvaggia", del borgo marchigiano.
Il luogo è tout court la terra. Anche se un paesaggio è disegnato all'intorno, quasi una cornice, lo sguardo resta con astio o amore, rivolto alla terra. I protagonisti sono qui creature strette alla terra: gli alberi, anzitutto, l'erba, poi gli animali e la famiglia d'origine. Gli alberi popolano questo libro con la loro presenza misteriosa, con la loro muta contemplazione: Sono venuto qui a guardare gli alberi / anche se è buio. […] Sono i miei pensieri più antichi / i rami nel buio, la terra guardata.
La famiglia accanto alle altre creature animali. Questa la sensibilità che ci colpisce, e ci coinvolge santificando l'amore per quelli – che vengono, per antonomasia, chiamati con il pronome possessivo (i miei, i tuoi) – nella totale immersione in tutto quanto è vita, o viceversa provando ad accettarne l'avverso fato, non dissociandolo da quello degli altri viventi.
Il giudizio d'estraneità a quel mondo viene incontro fin dalle prime pagine: Si poteva fare strage di animali selvatici / in quei giorni mentre l'acqua saliva. Ecco un'enunciazione, che forse da qualcuno si poteva ascoltare, in giorni d'alluvione, pronunciata con sorriso compiaciuto, come giusto risarcimento a chi subisce un danno, ma resta comunque, rispetto alla vita dei campi e dei boschi, il più forte, il padrone. Ma certo l'autore non vi consente: già la parola "strage" racchiude un giudizio, e significa profittare di un a catastrofe naturale per snidare e massacrare gli inermi. I tre versi che seguono, di nuovo senza esprimere esplicite condanne, mantengono un'amarezza contenuta e coprono le vittime di un velo di pietà. L'uso del vezzeggiativo non ha alcuna eco leziosa, ma sta a designare chi non può o non sa ribellarsi, o salvarsi. Diminutivo sta per vittima innocente, come vedremo accadrà nell'intera sezione Kindergarten: Ma le creature più lente, le bestiole della zolla / e degli alberi, restavano con le case / e le masserizie abbandonate dov'erano.
L'uso dell'imperfetto narrativo, ribadisce la condizione obbiettiva, storica dei fatti, mentre vi trema la compassione, la sofferenza empatica per quelle creature della lentezza, compresi Guerrino e la Bianca, diversamente lenti anche loro. L'ipocrisia quando si parla di poveri umani, respinge ancora più lontano l'accaduto, annulla la responsabilità, dislocando i fatti dal piano della cronaca locale a quello di una locale leggenda.
Altro giudizio d'estraneità, è diversamente, direi inversamente, espresso nella poesia immediatamente successiva: Entrò nella penombra / con un vitello in braccio, / grondanti, anche l'animale, e più pallidi / dei muri. Qui, l'uomo che porta in braccio il vitello come un figlio, il buon pastore, il buon allevatore, si staglia contro il vano della stalla come un'immagine mitica, che al confronto a rende miseri i protagonisti, cittadini, della storia. Essi lo avvertono e il loro imbarazzo si esprime in un tono innaturale di voce, in un'eccessiva gentilezza che maschera il disagio: non potendo rifiutare l'offerta / di un vino da poco, parlavamo troppo forte.

Una delle parti fondamentali del libro, scritta in brevi prose, s'intitola, vi avevamo già accennato, Kindergarten. Qui, con precisione chirurgica sono descritti i riti della crudeltà, che erano o sono ancora tramandati di padre in figlio, che sembravano o sembrano ancora, essere nell'economia delle cose, se si parte dal principio che gli animali domestici sono allevati per essere poi uccisi e in vario modo consumati. Cioè, in definitiva, se si accetta, e si dà per scontata, la logica del tradimento verso chi innocentemente si affida. Indimenticabile la vecchia addetta alla castrazione dei pulcini, e il galletto che rotea gli occhi "intorno con sdegno". In tutti, l'attimo che più reclama pietà, è quello che di poco precede il sacrificio, la consapevolezza di dover essere immolati. Così il coniglietto, quando la potenza degli arti si umiliava… la testa rilassata, come già sapesse, così (e passiamo all'ultima sezione del libro, Migrazioni) anche dei predatori, i cuccioli / battuti, per come accettano, per come sperano, / all'inizio, che non sia vero.
Estraneità e odio, dolorosamente coniugati con conoscenza e amore.
La terra è la vita. Permette la vita e conosce e contiene la morte, pazientemente accoglie la macerazione delle vite trascorse. La terra è la protagonista di una bellissima poesia a pag. 99: Pesta a ogni passo la terra che è stata ossa / e pellame, carie del legno, ossido. […]… la voce dei morti / è questo cedere appena del suolo / nelle gambe, su per la schiena / – non un lamento, un sussurro niente – sono i secoli nella terra, / i giorni con gli alberi e gli animali / questo cedere appena del suolo…

Dicevamo dell'immersione del mondo degli affetti familiari nella vita stessa della terra. Infatti in Kindergarten l'ultima creatura a cui va il diminutivo della compassione, accanto a Pulcino, Vitellino, Coniglietto e Gattini, è Fratellino. Il dramma della perdita improvvisa, per incidente, del fratello, è mostrato nella sua accecante irrealtà, come un evento che non modifica un corpo ma totalmente lo sottrae: Riconoscere chi? Non era lui, non era lì, non era altrove.

Tutto il libro può quindi essere inteso anche come un atto di tentata riparazione, per una colpa non commessa. Non per questo sentita come meno reale, anzi covata dentro, imperdonabile. Aver lasciato con astio la casa dei genitori (torno a usare questa parola, "astio", che ho trovato qui, nei versi, perfetta a definire un atteggiamento interiore) e il loro tipo di vita, carica sulla coscienza il peso delle disgrazie sopraggiunte, creando una psicologia come da sopravvissuto a una tragedia immensa, a una guerra, a un campo di sterminio.
Mia colpa è il titolo di un'intera sezione. Qui torna la contraddizione tra l'appartenenza e lo strappo che, molto presto, dentro si consuma. Da un lato, nelle intemperie, la preoccupazione, il tremore per l'andamento del raccolto, dall'altro il diverso tremore di rabbia ogni volta che il gesto della prepotenza arbitraria sugli animali lo feriva, come i colpi di sferza sugli occhi, quasi colpissero i suoi stessi occhi: Per il temporale tremavo, e ogni volta che la grandine / colpiva il raccolto, quando qualcuno cadeva / nella nuova contesa / del lavoro, ma soprattutto quando sferzavano / gli occhi degli animali / per umiliarli, era mia / la colpa.
Un libro che usa un lingua di tonalità insieme serena e struggente, una lingua che l'autore sembra trovare pronta, senza dover andare in cerca delle parole per le semplici e spietate vicende della vita, sempre uniche, sempre refrattarie a spiegazioni e razionalizzazioni, incurabili, inconsolabili. Una lingua che, nella sua sapienza, definirei, anche lei, terrena, naturale, pienamente adattabile e adattata alla contemplazione della vita e del dolore, come quell'osso fratturato, che lentamente cerca il suo equilibrio, smorzando la sofferenza lancinante, in una presenza-ricordo, in una modificata identità. Una scrittura che ha il ritmo essenziale e perfetto del respiro, anche lì dove si consuma l'affanno. Lingua come casa, lingua parlata, viva, che pertanto si adatta ai traumi, ai cambiamenti, nel più generale ciclo vitale. In alcuni versi Villalta sembra alludervi con sapienza autocritica: Così si forma la lingua famigliare, / così cresce e diventa quotidiana / la lingua propria del sentimento / di quegli unici corpi, di quei muri, / quella scansione condivisa del tempo. / La lingua che i figli falciano e disseccano / crescendo, disperdono di nuovo per distrazione, / per la pressione del desiderio, per amore.

Piera Mattei





lunedì 1 agosto 2011

Nella storia di un uomo, una data – di Piera Mattei


All'inizio dell'estate 2011 ho ricevuto dal suo autore questo piccolo tesoro custodito negli anni: la fotocopia di una copia a carta carbone di alcune poesie. Sulla prima pagina il titolo, Quaderno Inglese, e l'indice. Poi, in alto a destra, tracciata a penna, come chi a distanza di anni cercasse di fissare esattamente nel tempo quei fogli, una data: dicembre 1947. I caratteri dattiloscritti sono piccolissimi e la carta carbone spande un po'.

Sarebbe stato bello poter conservare quei caratteri nella stampa del libro. Avrebbero restituito con la loro vibrante e porosa impressione sulla materia-carta, la realtà di un salto temporale che direttamente ci porta a prima dell'invenzione dei computer. Sarebbero stato bello, non solo perché l'uso della carta copiativa rimanda a un'idea della scrittura come lavoro di precisione e fatica – a suo modo un manufatto – ma perché il leggero sforzo che la lettura di quei caratteri piccoli e sfumati comporta, subito dissuade da un incontro superficiale, costringe a porsi degli interrogativi, a cercare sul recente atlante della storia i fatti, il contesto culturale a cui si fa riferimento.

Avverti che si tratta del disseppellimento di scritti e di emozioni, mai veramente dimenticati. Anzi la scrittura sembra riferirsi a esperienze che ancora bruciano. Un "quaderno", appunto, messo da parte -– senza mai l'intenzione di separarsene davvero – solo perché gli eventi, gli incontri, e le decisioni esistenziali hanno richiesto, di lì a poco, la concentrazione su altre letture, su altri scritti, su teorie che per loro stessa definizione si staccano dalla lirica, dal canto. L'autore di queste poesie si sarebbe infatti dedicato, con totale concentrazione ed espansione a un tempo, al sociale, al confronto di teorie e indagini sul campo, al dato oggettivo, al calcolo delle sue costanti, della sua prevedibilità.
Ma nel 1947 il giovane che scrive non sa chi diventerà, ha solo ventun anni, tutto in lui è potenziale. Per temperamento e per il momento storico in cui sta vivendo, addirittura, direi, è un concentrato di potenzialità.
A momenti sente la poesia come espressione ineludibile, pensa che ciò che più conta per lui e conterà di più negli anni avvenire è proprio la poesia:

Se almeno Iddio mi concedesse ogni anno
Dono d'alcuni versi
E pur col sangue pagare li dovessi
E con l'avara salsedine delle lagrime condirli.

Parrebbe di udire un'eco romantica, alfieriana, o anche del Leopardi della poesia civile, ma il sangue di cui qui si parla non è immagine retorica. Del sangue che effondendosi porta via con sé la vita chi scrive ha già conosciuto la consistenza vischiosa, mentre il corpo dell'amico ferito a morte, compagno nei giorni della resistenza, provvidenzialmente per lui, lo ricopriva, durante i rastrellamenti:

Mi coprivi col gran corpo caldo
Bocconi sulla mia adolescenza impaurita
Ma il sangue io dico
Il sangue chi può fermarlo
Il sangue viscoso e dolciastro?

La ferita è mortale Leandro.

Dopo aver conosciuto la violenza liberatoria della lotta armata lascia ora esplodere la sua irrequietezza, la sua voglia d'andare, di vivere la sua particolare avventura nel mondo, questa sì, di marcata connotazione romantica:

È triste e bello a un tempo
Non aver casa e andare come il fiume

Tutta la breve raccolta è percorsa da riferimenti al viaggio, anche con la descrizione delle ingenue vedute di città d'arte, dentro gli scompartimenti di seconda classe (Il Viaggio). E affiora anche un'altra passione: quella di coniugare nella propria mente e nella propria sensibilità i mondi che lingue diverse lasciano affiorare. Meticciato linguistico, incontro di culture e teorie che diventerà più tardi una caratteristica preziosa del suo pensiero e dei suoi scritti:

Inutilmente passeggi. Eterna è la promenade
Di pietra liscia come un cuore morto

Si era trasferito dapprima a Parigi, poi in Inghilterra. Lì sta raccogliendo questi suoi pensieri, appuntando i suoi ricordi. Ha già certamente conosciuto la povertà, lo smarrimento, che drammaticamente affiora nella già citata Promenade, e, con dettagli poeticissimi, in Vicarege Road, infine con più sommessi toni, nei versi di Voi dovete perdonarmi:

Voi dovete perdonarmi
Perdonarmi perdonarmi
Vecchie panche del parco verde stinto
Se la notte qui siedo
Talvolta, solo,
E non pago affitto
Non ho pagato mai
Il mio debito cresce

Emergeva il ricordo di quali erano stati, quasi necessariamente in quei tempi, i primi incontri – incontri venali – con il sesso, nell'autocommiserazione di una prostituta non più giovane, che sembra prendere in prestito la sua ironia dal tenero sarcasmo di certo Gozzano (Lamento della sgualdrina povera):

Serviva bene una volta questa vecchia carcassa
Fra queste braccia c'era del caldo
Gli studenti erano timidi e goffi
Qualcuno si dava delle arie
Un maniscalco era il più naturale
E non parlava mai.

Il presente tuttavia era l'amore, le promesse, più spesso la solitudine e il freddo del cuore, lo strappo dei traslochi, delle partenze (Come piangono dentro), era il disagio di non conoscere la perfezione del proprio desiderio (Vicarage Road):

Come il bacio rubato nel vano di una porta
Una notte di nebbia
Il sapore di un frutto proibito
Hanno i giorni inquieti della vigilia.


"Tempo di uccidere" s'intitolava il romanzo col quale, in quel medesimo 1947, Ennio Flaiano vinceva la primissima edizione del premio Strega.
L'atmosfera culturale era in quegli anni vivacissima, carica di promesse. Le strade delle città erano ancora segnate dalle distruzioni e dai lutti della guerra, ma nei vivi, che si sentivano, con senso di colpa e incontrollabile gioia, indegni o fortunati sopravvissuti, era ormai tempo di sanare, di edificare, di ridere, di saltare, tempo d'amare, tempo di pace, come appunto recita, nell'opposto positivo, l'Ecclesiaste, da cui il titolo di quel romanzo era tratto:
tempo di uccidere, e tempo di sanare; tempo di distruggere, e tempo di edificare
tempo di piangere, e tempo di ridere; tempo di far cordoglio, e tempo di saltare;[…] tempo di amare, e tempo di odiare; tempo di guerra, e tempo di pace.

Per un giovane uomo pieno di talento, desideroso di vita, assetato di cultura, colmo di progettualità, era tempo di vivere. Di questo ci parla la raccolta, del coraggio e degli scoramenti, del piacere e delle dolorose complicazioni che comporta una vita pienamente etica, cioè proiettata infine verso le proprie libere scelte.

Piera Mattei

domenica 26 giugno 2011

François Cheng – l'uomo di lunga erranza


Double Chant

Roccia che propelle albero
Albero che aspira roccia

Cerchio stabilito che rinnova
L'alleanza terra e cielo

Cerchio aperto che rinnova
Il mistero dai tre volti

Nell'ombra qui offerta
L'uomo di lunga erranza

Fissa infine il suo regno

Questa poesia che apre la raccolta Double chant potrebbe essere considerata come una balenante autobiografia poetica. Se l'uomo è, secondo la teoria taoista il "cerchio aperto che rinnova / il mistero dai tre volti", sembra sia proprio l'uomo François Cheng che fissi infine il suo regno nell'ombra "qui offerta". Il "qui" a cui si farebbe riferimento sarebbe espresso allora dalla cultura e dalla lingua francese, ma anche, più ampiamente, europea, certamente anche italiana, se il nome, François, che, a un certo punto della sua vita, Cheng si è scelto per fissare la sua doppia identità cino-francese, è il nome che il mercante d'Assisi Pietro Bernardone inventò per il figlio in onore dei suoi felici rapporti commerciali con la Francia. Circolarità aperta, recettiva, rapporti, connessioni: una raccolta del 1999 di cui una nutrita selezione è confluita nella ricca antologia Gallimard del 2005, s'intitola Cantos Toscans ed è dedicata al paesaggio del titolo. Paesaggio toscano coltivato e modulato, che sottende una concezione del rapporto natura-cultura molto lontano da quello espresso dal sempre presente nella lontananza, roccioso monte Lu, della regione natìa nel sud–est della Cina, ma nella diversità saturo, al pari di quello, della passione e dello sguardo dell'uomo e dell'artista.
Forse sarà utile una brevissima nota a ricordare quale è, secondo la dottrina taoista una possibile collocazione dell'uomo nell'universo e perché può corrispondere, al numero Tre, al "mistero dai tre volti". All'origine infatti c'è il Vuoto supremo da cui emana l'Uno, l'Afflato primordiale. Questi genera il Due, gli Afflati vitali Yin e Yang, che con la loro interazione reggono e animano i Diecimila esseri. Ma tra il Due e i Diecimila esseri si pone il Tre, che, nella concezione di tendenza confuciana, corrisponde all' uomo, unione di Cielo (Yang), Terra (Yin) e, nel suo cuore, di Vuoto, Afflato internamente percorso da forze, pulsioni, desiderio.
L'uomo Cheng, dunque, giunge a Parigi nel 1949, all'età di vent'anni, per un soggiorno di lunga durata che si rivelerà definitivo. Il suo nome è allora ancora Baoyl, come era stato chiamato alla nascita. La sua formazione culturale è ormai completa, eppure la sfida è quella di cominciare una nuova vita e senza dimenticare mai la cultura d'origine, farsi "vivo tramite" tra quella e la lingua e la cultura francese. I primi dieci anni sono durissimi, difficilissima la lingua. Il processo di comprensione e assimilazione è lungo: nel 1971 Baoyl diventa François e adotta la cittadinanza francese. Insegna cultura e pittura orientale e dà corsi di calligrafia: così incontra, come allievo, Lacan. L'ambiente intellettuale gli si apre, traduce in cinese, tra gli altri autori, Baudelaire, Rimbaud, Michaux, Char, e negli anni '80 comincia a pubblicare in francese libri sulla pittura cinese, fondamentali per comprendere la filosofia sottintesa a quei paesaggi di delicatezza altrimenti indecifrabile. Pubblica libri di poesie e un romanzo. Nel 2002, primo e unico asiatico, viene eletto all'Accademia di Francia.
Non si può comprendere la poesia di Cheng se non si hanno presenti, non solo alcune nozioni fondamentali di filosofia cinese, ma anche quale importanza ha la scrittura per ideogrammi nella formazione estetica e culturale, infine quali sono i soggetti quasi immutabili della pittura, che tornano come soggetti fondamentali della sua poesia : la Montagna, l'Acqua.
Nei suoi scritti sull'estetica cinese, in particolare in L'Espace du rêve: mille ans de peinture chinoise, Cheng sottolinea come montagne e corsi d'acqua siano stati sempre dipinti nei secoli, variando i temperamenti artistici e le dinastie, perché queste due entità corrispondono non solo a due poli della natura, ma anche della sensibilità umana. Riporta questa massima di Confucio: L'uomo di cuore s'incanta davanti alla montagna; l'uomo di spirito gode dell'acqua.
In questi paesaggi l'uomo di solito è una minuta silhouette, che solo a uno sguardo superficiale può risultare insignificante, perché di fatto l'uomo, l'artista, è ovunque presente: quella natura è vissuta o sognata da lui. Ciò che il paesaggio esprime altro non è che il modo d'essere dell'uomo: i suoi atteggiamenti, il suo ritmo, il suo spirito, i terrori, le estasi, gli slanci, le contraddizioni, i desideri esauditi o inappagati. Tutte le figure della natura vengono così a comporre un variato lessico del destino umano. La sensibilità cinese si spinge fino a sentire un profondo dialogare di sguardi tra l'uomo e la natura, e questa non è mai passiva, ma attivamente, a sua volta, accresce la bellezza in chi guarda, come accade tra due innamorati.
Tra la Montagna e l'Acqua il Vuoto è tradizionalmente rappresentato dalla nuvola o dalla nebbia, un meno (un bianco del foglio non toccato dall'inchiostro) che allude a un più inattingibile ai sensi. Questa importanza dell'allusione spiega come la maggior parte dei paesaggi cinesi siano ad inchiostro nero. L'inchiostro nero può suggerire tutte le sfumature di colore che la natura esprime. Del resto la tradizione ne distingue, a seconda del periodo storico, cinque o sei sfumature, a cui si aggiunge il bianco della carta, quasi un colore al di là dei colori.

Abbiamo dunque deciso di tradurre qui alcune poesie che hanno a protagoniste la montagna e le pietre, simbolo immobile del movimento e della deflagrazione primitiva. Ad esse il poeta si rivolge col Tu, con un'intensità che potrebbe farci pensare all'invocazione di una divinità o di un essere amato. In certo senso si rivolge a qualcosa che è l'una e l'altro. Altre volte le stesse pietre parlano e raccontano il movimento, il desiderio e l'afflato che le anima dentro l'apparente immobilità. Ogni parola sembra avere la compattezza di un ideogramma, di un disegno perfetto che contiene mille sfumature all'interno della sua essenzialità. Quanto ai temi ricorrenti e quasi ossessivi della pittura a cui s'ispira certo non dovremmo meravigliarcene, se ritorniamo a nostra volta, ad esempio, dalla visita a un museo d'arte, o dall'esposizione del Lotto, dove la Maternità è il tema in ogni modo esplorato nella sua infinita bellezza. Cheng in un'intervista parlando del suo innamoramento per l'arte Rinascimentale italiana, che risale addirittura al suo primo viaggio in Italia nel 1960, parla di "rapporti carnali", aggettivo che troviamo anche qui, a proposito della bellezza che dalle pietre ci attraversa. Raffronti, scoperte di sotterranee affinità: l'affiorare e definirsi del lessico e delle sue complicazioni e radici è un'avventura infinita. Ogni parola conserva la freschezza di una nuova nascita, di un'infantile meraviglia, il senso ancora quasi intatto, non scalfito dall'uso dei secoli. Elevata a potenza è l'avventura, la naturale riscoperta di ogni poeta.
Qui la variazione dei sinonimi, non solo non è importante, ma sarebbe disturbante. Qui in ogni singola frase, di naturale brevità, bisogna restare tesi al pensiero che si vuole rendere, non distrarsi. Qui ogni poetico orpello, sarebbe più che mai fuori posto, cercando però che nulla sfugga di quanto racchiuso nel breve giro di frase, nella scelta delle parole. Le maiuscole non sono un abbellimento tradizionale che si possa decidere di eliminare, e dove, ad esempio, abbiamo notato che tutti i sostantivi, posti in una catena di assonanze, erano in francese femminili, abbiamo fatto il possibile per attenerci alla stessa scelta nella versione italiana. Pietre e montagne di una profonda eloquenza nel loro silenzio: questa poesia è una meditazione. Un'ammirazione rispettosa s'impone, proprio come davanti alle rapide e non perfettibili immagini che ci rendono la calligrafia a inchiostro e l'antica pittura cinese.

L'Espace du rêve: mille ans de peinture chinoise, Phébus, (1980)
A' l'orient de tout – poèmes extraits de Double chant, Cantos Toscans, Le long d'un amour, Qui dira notre nuit, le livre du vide médian, Gallimard (2005)
Cinq méditations sur la beauté, Albin Michel



*

Un giorno, Le Pietre

Un giorno
Vi ritroveremo
Sul nostro cammino

Pietre

Ignorate
Calpestate
Detentrici tuttavia
Dell'origine
Della fiamma
Del soffio dell'iniziale

Promessa

RitrovandoVi
Ci ritroveremo

*

Dal piede alla pietra
non c'è che un passo

Ma quanti abissi da superare

Noi siamo sottomessi al tempo
Lei, immobile
nel cuore del tempo
Noi legati alle parole dette
Lei, immutabile
al cuore del dire

Lei, informe
capace di tutte le forme
Impassibile
utero dei dolori del mondo

Brulicante di muschi, di grilli
di brume trasformate in nuvole
Lei è via di trasfigurazione

Dal piede alla pietra
non c'è che un passo

Verso la prescienza
Verso la presenza

*

Tu sei pagoda che eleva
E ponte che collega

Tu sei strato che riposa
Tu sei confine-ostacolo che
noi urtiamo
Dove inciampiamo
Che superiamo

Sulle nostre strade
Non sei tu, appunto
La pietra miliare
Che ci indica senza fine
Sempre da qui
sempre più lontano

L'orizzonte?

*

Creste, vette
Striature e stratificazioni

Schegge che nella mano firmano col sangue
la prima triade

Stratificazioni striate
vette crestate

Sommovimento del cuore che impasta col fuoco
la suprema cima

Statificazioni e striature
Vette, creste

*

E noi non cambieremo
Il quarzo di qui
Con i diamanti del cielo

Qui la vita vissuta
Qui il sogno perduto
Qui il canto fuggito
Qui il ritmo spezzato
Che al vento abbiamo gettato
– a quale età ingrata?

Che i cristalli di roccia
Hanno conservato intatti

A nostra insaputa

*

In te il sommovimento originale
Tutto il carnale del creato
Roccia d'un giorno
O di sempre

Tutto il tormento nelle tue pieghe
Tutta la gioia nelle tue pieghe
Quando tu ti dispiegherai
Lava e fenice non faranno che uno

*


Paura ingoiata
Sofferenza taciuta

Abbandonarsi alla folgore
E' già tradire?

Ogni ferita germe
Ogni frattura nascita

Paura ingoiata
Sofferenza taciuta

Eterno grido di nascita

*


Noi non facciamo che passare
Tu c'insegni la pazienza

D'essere il luogo e il tempo
Sempre per la prima volta

Sempre dal Soffio lo slancio
Che dal non-essere tende all'essere

Sempre presenza che rinnova
Tra lave e rugiade

Privato di fiori, di fogliame
Di consolabili oblii

Tu trettieni il nodo delle radici
Al passaggio dell'uragano

*

L'aquila invisibile è in voi
Rocce che sorgete dai nostri sogni

In voi la fiamma
In voi il volo
In voi la notte folgorante

Che noi ignoriamo
Rocce che sorgete dai nostri sogni
L'invisibile aquila è in voi

Abbracciando Yin
Addossandovi Yang
Tracciando in noi la via sicura

Che noi ignoriamo

Sole screpolato
Cielo costellato
In noi il vostro slancio carnale

All'alba su tutte le strade
Voi innalzate i vostri colpi alati

Talvolta sotto le nostre mani callose
Spezzando il rigido inverno
Un angelo rinasce sorriso

*


Blocco intransigente
Anche ridotto in briciole
Noi siamo la vita intera

Sotto l'ignobile martello
Ogni grido raggiunge tutti i gridi
Ogni frammento

Proclama l'innocenza nuda

*

Nudi noi siamo
Tuttavia attraverso di noi
passano le metamorfosi
Gemme di granata
Rubino di pavone
Agate e ametiste
Di dieci mila aurore…
Perché noi eravamo soli
a fissare
La folgorante notte

Nell'istante in cui fu la luce

*


Silice dal gesto senza specchio
Silice dal gesto senza eco

Solitaria ombra in piedi
Ai bordi della Via lattea

*


Su pietre tra loro battute
Costrire a mani nude il regno
Dell'abitabile scintilla

*


Aver detto tutto
e più non dire
Accedere infine al canto
dal puro silenzio
Aprendoti là
senza ritegno
Al richiamo d'una ghiandaia
Al grido delle cicale
Al pino che da te scaturisce
lacerandoti il ventre

Sotto il cielo unito
Che solo una nuvola
sfiora

*

Verso te va
l'ombra del bambù
Da te viene
lo splendore del muschio

Tu ti concedi
alla grazia alata
Di due o tre fogie
d'orchidea

*


Giada liscia al tocco
Sottomessa alle mille carezze

A te stessa trasparente
Tu carezzi un solo sogno:

Luna sola su stagno solitario
Da dove s'invola l'oca selvatica

Verso l'infinito aperto
All'interno di te stesso

*

[……………………
Alcobaleno ritornato
Al nembo d'origine

Che solo sa dire in sogno
Il sapore senza colore

Che sa dire in nero-bianco
L'indicibile punto grigio]
*


Quando d'improvviso tace il canto del rigogolo
Lo spazio si riempie di cose che muoiono
Cadendo in cascata un lungo filo d'acqua
Apre dal profondo le rocce
La valle s'ascolta e percepisce l'eco
D'innumerevoli battiti di cuore

*
Dalla terra mortale
cosa potresti temere?

Tu meteorite
Che sei sopravvissuta
Alla deflagrazione dell''origine
Alla caduta
senza fine…

Cosa potresti temere
al di fuori del tuo stesso enigma?

*

Dalle rocce liberato
L'invisibile dragone
Da cima a cima si slancia
Verso la sua Madre-mare d'origine

Le oche selvatiche s'aprono
Al puro soffio che passa
E d'improvviso placati
I pini sono tutti udito

*

Verso il dio di passaggio
Tu fai il gesto d'invito

Dio di sete
dio di fame
Attraversa la terra
Senza sapere dove
posare il capo

*

Radici di rugiade
e di nuvole

Noi non cederemo d'un sol pollice
Su quanto abbiamo strappato
alle stagioni

Nel cuore dell''ultima ibernazione
I muschi conserveranno memoria
Ri-nasceranno i salici della nostalgia

*

E' dolce sul bordo del pozzo
Sedersi quando arriva la sera
La pietra è tiepida ancora e fresca
L'ombra–prima d'attingere l'acqua
E' dolce sul bordo del pozzo
Dai tiepidi muschi attardarsi
Unito alla presenza dell''ombra
Contemplare l'ultimo raggio
Del tramonto che tesse in immagini
– con gli aghi dei pini
La sua breve leggenda dorata

sabato 28 maggio 2011

Per Renzo Gherardini – Commiato – di Piera Mattei


Nella curva solenne della notte


Tu mi cammini avanti


Foto di gruppo, allegra

Il 12 aprile ero giunta a Firenze per una lettura e sei venuto nel pubblico a incontrarmi. Abbiamo parlato di poesia: faceva caldo e tu sempre col tuo cappotto e, sotto, la giacca, anche se hai ammesso, mentre molti si sventagliavano, che forse il tuo consueto abbigliamento cominciava a diventare un po' eccessivo. Eri contento che insieme ci muovessimo tra le scaffalature venerande della tua Biblioteca Marucelliana, facevi gli onori di casa.
Il giorno dopo, era una giornata bellissima, con un cielo d'azzurro trasparente e ventoso, ci siamo dati appuntamento alle Cappelle Medicee. Era oramai impossibile che venissimo a Firenze senza essere "tuoi": tuoi amici, tuoi ospiti, tuoi allievi, trattenuti nella stretta affettuosa della tua anima.
Nella foto di gruppo che qui ti mostra sorridente c'è un ragazzo africano che cercava di venderci qualcosa, ma era ugualmente felice di entrare nella foto, e Lucia, un'amica di vecchia data, fiorentina, alla quale tu, con risoluta dolcezza, ci sottraevi per l'intera mattinata. Perché certo noi, di persona, ci conoscevamo solo da tre anni, ma da subito l'amicizia si era fatta così intensa, così densa di scambi e di racconti, di voglia di mostrare, di offrire, un'offerta di amicizia così completa, senza mai un momento di stasi o di noia, che l'atteggiamento più naturale era farsi catturare dal tuo entusiasmo.
Ora non sarà più così. Ora Firenze dovrà inventarsi qualcosa di molto grande per compensare il vuoto della tua perdita.
Ma quell'ultimo giorno che siamo stati insieme, è stato perfetto, quasi – ci siamo detti il giorno dopo al telefono, piano, per non provocare l'invidia di chi o di cosa ci aveva concesso tanto – quasi trasportati in un etere di pura, intatta e immotivata felicità. Dopo le cappelle Medicee ci hai condotti nel chiostro di San Marco e mi hai raccontato dei tuoi convegni con Brunetta, poi giù nella chiesa – dove quasi ci cacciavano perché, entrati dal lato dove non si paga biglietto turistico, non ci eravamo raccolti " in preghiera"– ci hai mostrato l'altare del tuo matrimonio segreto. L'abbiamo anche raccontato alla custode bisbetica il motivo principale del nostro ingresso, e allora ci ha perdonato e quasi si è commossa.
Infine, ed è stato lì che la magia ci ha toccato, tutti e tre – noi quasi ammutoliti dal rispetto di quanto ci accadeva – siamo entrati nel Chiostro di Santa Maria Novella. Fuori brulicava la stazione, ma lì lo spazio era solo nostro, non c'eravamo che noi e la custode al botteghino, mentre ci raccoglievamo in contemplazione degli affreschi di Paolo Uccello e dell'armonia delle volte.
Uscendo abbiamo ringraziato la ragazza, come veramente fosse rimasta lì negli anni, a conservare quella bellezza e quella pace solo per offrircela, quella mattina.

Ci hai accompagnato alla stazione, fino in fondo al lunghissimo binario, e non hai lasciato il marciapiede se non dopo che il treno si era messo in moto. Come si faceva una volta, che ci si sporgeva anche dai finestrini a salutare fino a che le immagini si cancellavano nella lontananza. Ora i finestrini dell'Eurostar sono bloccati, e ti osservavo da quei vetri, ma ugualmente mi resta dentro fissa la tua immagine che scruta il semaforo , conferma il segnale di partenza e con la mano mi fa cenno e ancora mi saluta e mi saluta.

Renzo, stamattina, 28 maggio 2011 alle 9,40, ci hai lasciati, senza che nessun segno di malattia o di decadenza intellettuale o spirituale ti avesse neppure sfiorato. Ci sentiamo affranti, privati, ma ci consola in parte la fierezza di essere stati e di rimanere tuoi amici.

venerdì 27 maggio 2011

Maarja Kangro – La farfalla dell'irreversibilità – Gattomerlino 2011


nella foto di Alar Madisson: Maarja Kangro sul tetto di Radisson

Esce in questi giorni La farfalla dell'irreversibilità, secondo volume della collana Gattomerlino della Ssspress, diretta e curata da Piera Mattei, autrice di questa rivista-blog.
Sono le poesie di una poetessa estone, Maarja Kangro, già presentata in Italia, sulla rivista di poesia internazionale "pagine" dalla stessa Piera Mattei, che firma anche una nota critica al volumetto.

Sono poesie tradotte dalla stessa autrice, con l'effetto di farci ascoltare l'inflessione quasi materiale della voce di Maarja, la sua preziosa ironica asprezza, in un italiano che, restando ineccepibile, conserva la cadenza originale. Una lingua che rifiuta di scivolare via dolcemente quando urta contro i duri spigoli di pensieri e di ossessioni che la storia e la cosmologia odierni ci fanno balenare nelle situazioni più impensate, per esempio mentre osserviamo la pelle indifesa e esposta di nudi corpi sulla spiaggia.

La voce di Maarja Kangro risuona in un paesaggio desolato. Il suo linguaggio aspro, esplicito, ironico, nel rendere il male palese e banale, intende esorcizzarlo. Intende esorcizzare la paura. Non è detto che un evento negativo sia appena avvenuto, non è detto che di lì a poco accadrà, e tuttavia la sua minaccia incombe, si approssima passo dopo passo, strofa dopo strofa. Come se prefigurando l'evento si potesse fermarlo, fermare il tempo, l'irreversibilità dell'accaduto.

Forse ognuna di queste poesie di Maarja Kangro può essere letta come un sintetico, balenante trattato di filosofia pessimista. Un breve sorriso laterale commenta con lucida amarezza la non schivabile crudeltà dell'esiste
re ( p.m.).

LA FARFALLA DELL'IRREVERSIBILITÀ

"ancora" è una grande parola
lentamente e velocemente
ancora

ancora una volta gli uomini alla radio
si complimentano di essere sulla strada giusta
e discutono della ciclicità del tempo

la strada giusta gira intorno, anch'io
riconosco le pelli giovani sulla spiaggia
e l'altoparlante canta "et si tu n'existais pas"

gli uomini alla radio parlano di come tutto è
legato con tutto, uno dice con voce sonora: "l'effetto farfalla"
io dispiego le ali

il tempo ciclico favorisce il buon sonno
un sonno da cui crediamo di risvegliarci
e ancora

sbatto le ali
i brav’uomini alla radio iniziano a tossire
le sbatto più forte e si alza il vento

gli uomini tossiscono ansimando, l'etere si ribella
le navi e i bagnanti annegano, l'ultimo sogno
sarà grigio e tempestoso

pensiamo alla parola che non c'era prima
c'è stata ora
e adesso non c'è più

(a cura della Ssspress)

La definizione poetico-scientifica della noia di vivere in Lucrezio e Orazio


La definizione poetico-scientifica della noia di vivere in Lucrezio e Orazio
saggio e traduzioni di
Maria Grazia Beverini Del Santo

Cominciamo col dare voce direttamente ai poeti e riportiamo di seguito un lungo passo dal De rerum natura di Lucrezio che ci sembra di precisione quasi scientifica, nella connotazione del malessere psichico:

Si possent homines, proinde ac sentire videntur
e quibus id fiat causis quoque noscere et unde
tanta mali tam quam moles in pectore constet,
haut ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus
quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper,
commutare locum, quasi onus deponere possit.
exit saepe foras magnis ex aedibus ille,
esse domi quem pertaesumst, subitoque ,
quippe foris nihilo melius qui sentiat esse.
currit agens mannos ad villam praecipitanter
auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans;
oscitat extemplo, tetigit cum limina villae,
aut abit in somnum gravis atque oblivia quaerit,
aut etiam properans urbem petit atque revisit.
hoc se quisque modo fugit, at quem scilicet, ut fit,
effugere haut potis est: ingratius haeret et odit
propterea, morbi quia causam non tenet aeger;
quam bene si videat, iam rebus quisque relictis
naturam primum studeat cognoscere rerum,
temporis aeterni quoniam, non unius horae,
ambigitur status, in quo sit mortalibus omnis
aetas, post mortem quae restat cumque manendo.

E’ evidente che gli uomini si rendono conto di portare dentro di sé, nell’animo, un peso che li prostra con la sua gravezza, ebbene, se gli uomini potessero prendere coscienza e capire per quali cause ciò avviene, e donde si accumuli nel loro cuore tanto grande mole di male, non vivrebbero la loro vita come ora vediamo accadere… gente che non sa cosa vuole, che cerca di cambiare sempre luogo, di viaggiare, come se potesse, di quel peso, liberarsi. Esce più volte dalle sue sontuose dimore il padrone, cui è venuto a noia stare in casa ,ma dopo poco rientra, poiché sente che, fuori, il malessere non passa .E allora, sferzando i suoi cavalli da corsa, si precipita, fugge in campagna, come se dovesse portare aiuto alla sua casa in fiamme. Ma non ha ancora varcato la soglia della sua proprietà che già sbadiglia, o, depresso, sprofonda nel sonno alla ricerca dell’oblio, quando addirittura non rientra, in tutta fretta, a rivedere la città. In questo modo, ciascuno cerca di sfuggire se stesso, ma a quel se stesso da cui è naturale che non possa staccarsi, resta attaccato e tanto più prova dolore e lo odia, perché, ammalato, non conosce la causa della malattia. (Lucrezio De rerum natura III 1053-1075)

Nei versi successivi, Lucrezio sostiene che solo lo studio della Natura di tutto ciò che esiste, rispondendo ai dubbi dell’anima, può additare all’uomo la strada cui affidarsi e indica le varie possibilità cui la cultura dell’epoca poteva indirizzare: quella platonica (immortalità dell’anima) quella stoica (durata della vita post mortem limitata dalla fine del mondo) quella epicurea (fine di ogni forma di sopravvivenza post mortem). Scelta la strada, si dovrà coerentemente seguirla, riuscendo in tal modo ad eliminare la paura, il timore della morte, dalla quale tutte le inquietudini discendono e che porta anche al rifiuto della vita.

Dopo aver riconosciuta la genialità del poeta nel riferire ad una "paura" che oggi definiremmo ancestrale – la paura della morte – ogni altro nostro timore, incertezza, infelicità , quand’anche queste si manifestino sotto diversi travestimenti, dobbiamo tuttavia mantenerci dentro i confini della nostra riflessione e fermarci non tanto sul rimedio che Lucrezio suggerisce (e cioè lo Studio, per prendere coscienza della natura di quanto ci circonda) quanto piuttosto sui termini con cui il Poeta analizza il disturbo psichico e lo esprime. I termini usati da Lucrezio, come PONDUS: peso ; GRAVITAS: gravezza, pesantezza; FATIGARE: stancare, estenuare, affaticare; MOLES: mole, massa, ostacolo, ci restituiscono il tentativo di rendere con parole un insieme di sentimenti per i quali, all’epoca, non era possibile riposare o fare affidamento su lasciti terminologici delle generazioni precedenti: dopo un'analisi interiore della sensazione il poeta ha quindi seguito l’intuizione, di avvalersi, per esprimerla, della metafora e della analogia, ricorrendo ad un ambito lessicale che allude con continua coerenza al concetto di ”peso” e di “fatica” fisica. In tal modo, spostando l’attenzione del lettore dalla ricezione di concetti legati alla sfera dello spirito a quelli della fisicità, decisamente più facili ad essere intesi ed acquisiti, ne ha reso accessibile la comprensione. Non solo: Lucrezio individua, del malessere – oggi diremmo “del disagio” – non solo le manifestazioni interiori ma anche quelle esteriori, "i sintomi", riconoscibili all’osservatore : quella smania che porta a viaggiare e a cambiare luogo, quel correre affannosamente, quell’ansia “adrenalinica” poi seguita da sopore, prostrazione, depressione, ricerca di oblio.

Queste descrizioni, nel mondo antico, non sono frequenti e le testimonianze, per quanto possibile leggere, sono localizzate in epoche di crisi, come dimostra il fatto che Lucrezio, vissuto tra il 98 e il 55 a. C., in un’epoca che la fine annunciata della Repubblica rendeva gravida di tensioni e problemi , pur rappresentando un uomo del suo tempo, che non trova requie alla sua insoddisfazione tra ricchezze ed agi, si fa anche portatore di una riflessione che, prima di lui, era stata di Epicuro (341 – 271 a. C.), vissuto anch’egli in una età di crisi. Da numerose testimonianze non solo epicuree, ma anche di tradizione diatribica e cinica, sappiamo infatti della moda dei viaggi, proposti e vissuti come Terapia e cura dell’anima, come rifugio e sollievo contro il fastidio del quotidiano.

Seneca, (5 - 65 d. C.) protagonista di un’altra epoca quanto mai inquieta, si riferisce a Epicuro, nel De otio, quando scrive : Petita relinquimus, relicta repetimus (Abbandoniamo luoghi dove desideravamo ardentemente andare, per tornare là da dove siamo scappati, fuggiti via)e a Lucrezio nel De tranquillitate animi:
ut ait Lucretius: hoc se quisque modo semper fugit. Sed quid prodest, si non effugit? sequitur se ipse et urget gravissimus come
s
(in tal modo ciascuno cerca di fuggire se stesso, ma non c’è scampo, non è possibile il suo Se stesso lo incalza, gli sta sopra, gli fa una “compagnia” continua e insopportabile).

Il sentimento che Lucrezio rappresenta con tanta icasticità è alla base anche della ricca produzione europea sviluppatasi, dal Romanticismo in poi, intorno alla riflessione sulla noia, lo spleen- sempre compagno delle civiltà e delle culture che hanno ormai dato tutti i loro frutti e possono solo attendere mutamenti repentini o decadenza- e questo è anche il motivo per cui questi passi risuonano con tanta pregnanza nel nostro tempo, caratterizzato da una lunga, profonda crisi che tutti ci coinvolge. Ma tornando alle parole, alla rappresentazione che si cerca di dare a sentimenti, sensazioni come quelli descritti, vorrei ricordare, dopo Lucrezio, Orazio, che riuscì nel difficile intento di rappresentare attraverso la parola poetica, forse con maggiore intensità e sinteticità di Lucrezio, le sensazioni prodotte da quella che individua come una malattia dell’anima, neppure riferibile o giustificata da una Paura Primigenia, quella della Morte.

Ricordiamo che il mondo antico, pur pervenuto a vette altissime nel pensiero speculativo e nell’analisi sull’interiorità dell’uomo, non aveva a disposizione la terminologia che sarebbe poi stata appositamente coniata negli ambiti specifici delle discipline di tipo psicologico o psicanalitico; di conseguenza non era neppure pensabile una terapia di tipo medico-farmacologico, (anche se Orazio vi fa ricorso, ma con tutta la sfiducia del caso) ma tutto, l’ analisi della sintomatologia e quella della terapia, tutto doveva avere sede nell’interiorità dell’uomo, analista e terapeuta di se stesso. Nel secondo libro, Lucrezio scrive infatti che il lusso di cui ci si circonda per esorcizzare il vuoto terrore della Paura della morte, – i saloni illuminati da candelabri d’oro in forma di giovani che reggono lampade, lo splendore degli arredi d’argento, i soffitti dorati, i tappeti e i tessuti ricamati – non serve ad allontanare la Paura e le inquietudini, che solo la RAGIONE può tenere a bada insieme al costante esercizio della disciplina interiore.

Dunque, non a farmaci ricorreva il mondo antico, bensì richiamando l’ammalato alla cura che solo la Ragione poteva offrire: la lucida contemplazione della realtà,senza illusioni, impietosa ma vera, poteva portare l’ammalato alla guarigione. Senza illusioni: il male, l’affanno vanno guardati in faccia, non serve fuggire. Orazio, nella Epistola I,8, lo sente in sé il malessere e lo descrive:
vivere nec recte nec suaviter, haud quia grando
contunderit vitis oleamve momorderit aestus,
nec quia longinquis armentum aegrotet in agris;
sed quia mente minus validus quam corpore toto
nil audire velim, nil discere, quod levet aegrum,
fidis offendar medicis, irascar amicis,

cur me funesto properent arcere veterno,
quae nocuere sequar, fugiam quae profore credam,
Romae Tibur amem, ventosus Tibure Romam.

( non sto bene, non sono sereno, ma non perché la grandine mi abbia distrutto le viti e nemmeno perché gli olivi me li bruci la siccità; Ma perché meno sano nell’animo che in tutto quanto il corpo, non vorrei sentire consigli da nessuno che mi voglia aiutare, e ce l’ho con i medici, me la prendo con gli amici perché si danno da fare per tentare di liberarmi da questo funesto torpore).

Nessuna traduzione può eguagliare la ricerca terminologica esperita dal poeta, l’indagine sulla polisignificanza delle parole scelte secondo una approfondita verifica etimologica, ma possiamo cercare di seguirne il pensiero che ha suggerito i termini.Orazio soffre di “funesto veterno,” soffre ma non vuole aiuti, si indaga e trova il modo di comunicare, con due parole, quello che sente. L’aggettivo, funestus, ha la sua etimologia in FUNUS, morte, morte avvenuta, cadavere freddo, cui solo la sepoltura o il rogo può ancora spettare, ma esprime, rispetto al sostantivo di riferimento, non solo staticità, bensì l’azione di "recare, portare morte": in tal modo, l’aggettivo riesce a comunicare la sensazione dell’ansia dolorosa che non si esaurisce in un dolore statico ma che di continuo si rinnova, vissuta da chi sente in sé qualcosa di simile a quanto si prova davanti ad un annuncio di morte. Il sostantivo, Veternus ha radici in VETUS, vecchio, e significa quel torpore che nulla, nessun interesse può più scuotere. L’immagine della morte, questa volta legata all’immagine della letargia, della sonnolenza, dell’apatia, del torpore. E ancora, Orazio continua con una enunciazione sintomatologica:
faccio ciò che mi ha già fatto male in passato, fuggo ciò che penso potrebbe giovarmi; sono incostante, come lo è il vento: sono a Roma e vorrei essere a Tivoli, ma quando sono a Tivoli, mi manca Roma.

Ancora piu’ alta, se possibile, è la ricerca della parola espressiva nella famosa epistola 11 del libro Primo, quella nella quale Orazio raggiunge la massima icasticità nella definizione dello spleen che lo affligge.
nam si ratio et prudentia curas,
non locus effusi late maris arbiter aufert,
caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt.
Strenua nos exercet inertia: navibus atque
quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est,
est Ulubris, animus si te non deficit aequus.

( La serenità viene dalla ragione e dall’equilibrio interiore, non certo dal vivere in un luogo che si affaccia a picco sul mare, perché chi va per mare, può cambiare solo il cielo sopra di sé e non l’animo. Noi affidiamo il nostro desiderio di vivere bene ai viaggi per mare e per terra, ma ci tormenta una indolenza, un torpore ansioso).

Anche qui un binomio: un aggettivo e un sostantivo. L’aggettivo STRENUA, è tratto da un ambito significante di tipo positivo, esprimendo concetti legati ai valori del coraggio, della operatività, della tenacia, della risolutezza. Il sostantivo INERTIA, che letteralmente significa” mancanza di arte”, esprime, all’opposto, l’inettitudine, l’indolenza, la pigrizia, la mancanza di capacità. Il Poeta, in questo caso, riesce a riunire le due facce del disturbo con la forza dell’ossimoro, per esprimere la duplice sintomatologia, caratteristica tipicità del disturbo ansioso che non solo alterna momenti di iperattivita’ ad altri di depressione e di assoluta inattività, ma si configura proprio come una forma di indolenza ansiosa, che rode e tormenta: una STRENUA INERTIA.
Artefici e protagonisti di quella cultura che a buon diritto sarebbe stata definita umanistica in quanto fondata su valori proposti all’uomo come raggiungibili e conseguentemente preposti alla sua formazione ,i nostri predecessori di 2000 anni fa provavano sensazioni, sentimenti, emozioni simili alle nostre e alcuni di essi cercarono di renderne l’immagine ricorrendo alla tecnologia di cui disponevano, una profonda capacità introspettiva , basata su un monito molto più antico, quel "conosci te stesso" considerato un valore tanto profondo da essere attribuito al Dio della Luce e della Conoscenza, Apollo.

[Relazione letta durante la conferenza "Il Gene della Poesia l’Emozione della Scienza", tenutasi giovedì 19 maggio 2011, nella sede di Palazzo Giugni, a Firenze, e organizzata dal Lyceum Club Internazionale di Firenze in collaborazione con la Fondazione Il Fiore.
Obiettivo principale della conferenza, introdotta da Gian Franco Gensini (preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze) che ha posto di fronte uno scienziato, il prof Pietro Pietrini e un'umanista, la prof. Beverini Del Santo, è stato quello di disegnare un percorso tra scienza e poesia, guidato da un bisogno condiviso: la comune ricerca di un senso (scientifico) e una definizione (poetica) per il fenomeno dell’"emozione
"].

Nella foto trasporti e trasferimenti nella Roma antica – Mosaici di Piazza Armerina (Enna)

domenica 17 aprile 2011

Anima e tematiche dell'ultimo libro di Lea Canducci–di Piera Mattei



Nella foto: all'Aleph, giugno 2009: Lea Canducci è la prima a sinistra accanto a Claudia Pagan
Lea Canducci – Debole questa notte – Terre sommerse 2010

I libri immediatamente precedenti Questo è per Lea Canducci il quarto libro di poesie dall'inizio del nuovo millennio e accostandolo agli altri si nota come, nell'unità di stile, ognuno abbia una fisionomia particolare, anche una tematica a sé.
Nell'opera compresa nella pubblicazione del Premio Alvaro, la ultima che ho letto, il tono predominante è lo scherzo, l'ironia, anche se già lì per la prima volta compaiono alcune delle poesie che vanno a comporre la prima sezione di questo libro.
Terre nere era invece concentrato sulla tragedia dei campi di sterminio, che si connettono alle vicende personali di Lea.
Anche le poesie di Schermaglie di frodo, erano spesso speziate d'ironia, il titolo indica l'intenzione di essere anche una sorta di prontuario per la sopravvivenza. La natura, lì come altrove, sempre presente.
La terra e, ora, l'acqua Mi colpisce che lì la natura circostante a cui si faceva riferimento fosse soprattutto la terra, una terra petrosa e aspra, mentre qui lo sguardo è soprattutto rivolto a un cielo meteorologico, azzurro, grigio, vento e nubi, e all'acqua, di fiume, di mare di pioggia.
Questo mi pare voler dire che la scabrosità del reale, delle pietre e dei sassi si è in parte disciolta in un fluido movimento equoreo. Ho contato in questo libro moltissimi riferimenti all'acqua nella duplice valenza di elemento vitale di forza tremenda, della natura e al cielo, nella sua mobilità e nel suo incombere. Talvolta un cielo che grida, che fraintende il gioco dei fanciulli (pag. 19):
…i fanciulli
giocano nell'acqua, le grida
dell''acqua, le grida dei fanciulli
si scontrano nel cielo e nelle nubi.
La storia e il tempo Rimane l'attenzione acuta ai fatti della storia, anche se l'ironia pungente si è in parte smorzata senza mai giungere all'arresa accettazione :
E ancora giorni impoveriti
da autunni e inverni
di guerre e ipocrisie.
Li vediamo gli spiriti ingrassati
senza sudore camminare
nel punto nero del potere.(pag. 44)

Possiamo guarire il tempo
malato di antico e di futuro
che non parla al presente
[…]
Se sapiente è la vita e la seguiamo
nelle giuste cadenze
nel suo giusto respiro. (pag. 29)
Quindi Lea non smette di spiare dove possa sprigionarsi "la spinta propulsiva", non smette di "dubitare sorridendo" (pag. 47), di cercare "le giuste cadenze" che permettano di sopravvivere. Non smette di gustare i piaceri semplici della vita, che siano un buon bicchiere di vino, o molluschi appena pescati per preparare un sugo saporito.
Il tempo, qui occulto o svelato protagonista, con una mano ha dato, nuove sicurezze affettive, esistenziali, dall'altro ha tolto, non troppo tuttavia e soprattutto quanto il suo passaggio, in modo del tutto naturale, comporta. La malattia, lo smarrimento, della persona con cui si è divisa la vita sono un avviso di chiamata. Ma ancora spiace alla femminile vanità di Lea, la perdita di nettezza dei contorni del viso. E riuscire a dirlo, è la giusta medicina per lenire la ferita di Narciso:
Un'improbabile storia ancora
mi racconto: abissi astrali
o colpevoli angosce dell''infanzia.
Non è la prima volta
che lo specchio mi rimanda
la mia faccia distorta e irrobustita
perché così stupita e grigia
mi compiango o disincanto. (pag.36)

Un'immagine critica: la ragazzina, la brava studente-lavoratrice
Proprio perché di passaggio del tempo stiamo parlando, occorre qui un'osservazione. Quando un nome s'affaccia, un'identità intuitiva, globale si fa presente. Forse non ha l'universalità delle idee platoniche, ma è totale e onnicomprensiva nella mente di ciascuno. Non voglio entrare in un neoplatonismo alla Hillman, no voglio piuttosto fare riferimento al metodo critico che ho enunciato nel volume L'immaginazione critica, alla certezza che se un poeta non eccita in qualche modo l'immaginazione del suo lettore-critico non si può attuare quel miracolo di empatia e distacco che porta a un' analisi vera, originale di quell'autore, di quel libro. L'immagine con la quale la personalità e il lavoro di Lea Canducci diventano per me cosa viva e insieme si coniugano alla mia immaginazione è un punto preciso della sua storia così come l'ho registrato nella mia mente.
Per me, ogni volta che la sua personalità di Lea Canducci mi si fa incontro, dietro l'immagine contingente, i colori dei suoi baschi e dei suoi cappellini, delle sciarpe e delle collane con cui rischiara il viso, vedo il sorriso, il volto di una ragazzina che, neppure sedicenne rientra col buio a casa dal lavoro, o dalla scuola che frequenta come studente-lavoratrice. E fila dritta, perché sa che il male s'annida dovunque, di male ha avuto precoce e tragica esperienza. Ma sa anche che arriverà a casa sana e salva perché suo dovere è la vita, far crescere in sé e rispettare la vita, come risposta energica all'altra vita sottratta precocemente ai suoi genitori, anche per precise responsabilitàdella storia: la guerra, i campi di concentramento. Se vedo quella ragazzina è perché Lea me ne ha parlato più volte, con tenerezza, con stima, come fosse la sua creatura diletta. In quella riconosco la sua anima, così come la può riconoscere, intuire chi nella immortalità delle anime, in senso teologico, non crede.
La sensibilità di quella ragazzina che precocemente ha conosciuto la morte e che sa che la vita deve essere rispettatala leggo a pag. 23:
La giovinezza domina
la vita, la negazione
della morte è la molla della vita
……. Noi esitiamo
alla fine, ma indegno è arrestarsi
La Natura indifferente e non matrigna Una condizione esistenziale di solitudine, di privazione di una madre benevola e amante ha trovato nella natura terribile e indifferente con cui si confronta l'Islandese leopardiano il prediletto strato teoretico della propria poesia. Mi riferisco qui a una precisa terminologia dove la Natura è simile al leopardiano brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera (A se stesso):
il volere ignoto ai soliti / mortali (pag. 72)
… i cieli si sconvolgono
i mari e le terre s'innalzano
e s'inabissano senza chiederci scusa(pag. 17)

e dalla poesia a pag. 27
il dio
sonante al di sopra delle chiese
…il suo passato
e il suo futuro sempre dominanti,
morboso cibo per noi
piccoli uomini coronati di spine.

Le regole Per sopravvivere quindi occorre forte volontà e conoscere e rispettare le regole, utilizzarle per costruire un proprio forte progetto, sempre portandosi nell'area dove non si bara, non si fanno imbrogli, non si accetta di venire corrotti.
Più volte in questa raccolta compare la parola "regola", anche come regola del gioco, come se tutta la realtà, la realtà nella sua materialità fosse sospesa su una superficie sottile, su una fragile scacchiera e che non solo nelle azioni umane ma persino nelle variazioni metereologiche, sempre, ci siano vinti e vincitori.
p. 15:
… A rovescio
le regole d'amore e morte
[…]
un giocare
a carte coperte senza vincitori
p. 17:
Precipizio di toni e lampi
in un ammasso di nuvole nere,
ma la pioggia non cade.
L'altra parte del cielo si schiarisce,
Vince o perde?

La poetessa psicologa Accanto alla ragazzina che si batte coraggiosamente per la vita, nell'idea che ho di Lea c'è naturalmente anche la poetessa-psicologa. Le due identità non sono separate, proprio perché è il rispetto per la vita chel'ha portata a conoscere le strade adatte a evitare l'attrazione dell'abisso, e a additarle anche agli altri.
Nella poesia a pag. 25 alcuni versi dicono assai bene questo intreccio di sensibilità e conoscenza, perché si comincia con l'indicare il ruolo della poesia come conoscenza e riconoscimento, per concludere, "insegnando" quanto si è già trovato utile per sé, cioè che lo specchio riflette un'immagine bella solo quando se ne spolvera via il Narciso. Notiamo intanto che per la seconda volta ritorna il motivo dello specchio:
Il poeta sprofonda e risorge
dagli abissi per fermarsi
ad osservare se un fiore
è un fiore o un nido un nido,
ma è lo specchio delle sue brame
che sorride quando si affossano
Narciso e le sue trame.
Qui nell'espressione un fiore è un fiore si può leggere un'eco di Gertrude Stein, non so quanto volontaria, e il gusto del gioco della rima. Altri echi involontari e giocosi, o meglio che raggiungono la mente e la poesia per circuiti spontanei si possono ascoltare in queste pagine.
Altrove poesia è risposta a uno stimolo autonomo che di nulla ha bisogno se non della sua stessa vitalità:
Non c'è bisogno del mondo
per suonare una musica
né del cielo per una poesia,
sto su un basso pendio
e scrivo parole. Il cuore va piano
e gli occhi ritornano
verdi come quando bambina
guardavo mia madre.
La madre Qui il continuo rapporto di Lea con la bambina che è stata torna evidente, col rimpianto della creatura dagli occhi verdi che era, e della sua vera madre che guardava. Doveva apparire bella, come bella appare ogni giovane madre agli occhi dei figli piccoli. Ma della madre, si noti, non c'è alcun ricordo fisico, non un tratto, come fosse solo un'idea, forse perché quasi tabù, tanto precoce ne è stata la privazione.

Questa poesia è molto importante, e cruciale per dimostrare il punto di vista espresso in queste note, cioè la fedeltà dell'autrice alla sua immagine fanciulla. Infatti prosegue:
Non c'è tempo da perdere, le cose
che so sono superabili,
il giorno si dilegua e io conforme
ai miei desideri, da prima della
classe, restauro il programma di domani.
Prima della classe, per riuscire a riprendere il passo col diritto alla vita, all'autoaffermazione, alla ricerca, che intimamente è pressante, di "verità", che si sanno sempre parziali.
La ricerca Ricerca che è il vanto e la condanna dell'uomo: alla pulsione a riflettere incessantemente, il tempo non ha dato risposte, e non può darne. La domanda viene dal suo daìmon direbbe Hillman, da quella voce interna, da quella volontà di superarci, non fermarci, che sempre ci muove verso un oltre che sappiamo mai raggiungibile:
Mi faccio domande
ma per poche ho pronte risposte.
E' servito solo a me il mio
elucubrare, il mio dubitare?(pag. 31)

Lo stile La ricerca e lo stile. La poesia è sempre ricerca, cioè è la risposta a quel daimon che impone di dire, quando un'intuizione trafigge, dire per rapide intuizioni quanto neppure con un trattato si riuscirebbe a dire. Questa capacità è lo stile. Più puntualmente sullo stile si Lea Canducci scrive Donato Di Stasi nella bella introduzione che"viene disincentivata la forma retorica della metafora per apposizione"e ancora"costruisce la profondità del discorso con le componenti minime e superficiali della paratassi". Infatti obbiettivo di questa scrittura non è la preziosità linguistica. E' una poesia di idee, anche spesso con accentuazione gnomica, come abbiamo sopra accennato, come si evince dall'inserimento di miti come quello di Arianna oltre al già citato Narciso, dall'uso non infrequente dell'imperativo, anche se spesso rivolto al proprio doppio educabile. Il verso scorre breve e senza abbellimenti al verso successivo, intento a seguire per un sentiero balenante, rischiarato da un intento sincero, il concetto che vuole esprimere: come in una cascata d'acqua, appunto in questo libro naturalmente immagini e pensieri si compongono e avanzano.