martedì 27 ottobre 2015

Valerio Magrelli – Millenium poetry – Viaggio sentimentale nella poesia italiana – il Mulino 2015




PRIA CHE PASSIN MILL’ANNI
nota critica di Piera Mattei


La prima considerazione che si affaccia dopo la lettura di questo libro è di carattere antropologico. Persino etologico, direi, in una prospettiva che non differenzia sostanzialmente l’uomo dal resto del mondo animale. Cosa è, infine, un millennio rispetto ai tempi, ai milioni di anni trascorsi dall’invenzione del linguaggio prima, della scrittura poi, della formazione di diverse lingue, della trasformazione del latino nelle varie lingue romanze ?
Questa la domanda, ed ecco le rime che, nonostante il titolo inglese del libro, mi sono subito rimbalzate nella mente. Dante, sempre ancora l’immenso nostro moderno delle origini :

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e il ‘dindi’, 

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio all’etterno, c’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

La connessione non voluta, istantanea, che la memoria mi ha regalato mi è sembrata straordinaria per due motivi.  Vengo al primo. Mille anni sono un tempo che la mente e il gusto personale di uno studioso della poesia italiana, un poeta, può far liberamente attraversare al lettore nel giro di poche ore. E che Valerio Magrelli sia uno studioso eccellente della poesia italiana oggi, nessuno lo metterà in dubbio, neanche l’autore di questo libro, anche se gli piace presentarsi come un « non addetto » e giocare con gli scrupoli che in lui, un non-accademico della materia, si sono affacciati prima d’intraprendere il suo viaggio. L’enunciazione di questi scrupoli credo serva a Magrelli soprattutto per prendersi poi tutta la libertà di cui ha bisogno per indicare ciò che gli piace e ciò che lo diverte. Questo libro è infatti certamente anche un divertimento, nel senso etimologico del termine, cioè un lavoro di dirottamento della storia della poesia da quella matrice lirica, ripetitiva e malinconica, che da Petrarca in poi segna il flusso principale della nostra letteratura poetica.  Non che la melanconia non abbia qui spazio, ma di quale natura essa sia lo vedremo presto.

Dante, che in ogni registro raggiunge vette assolute, viene qui presentato da Magrelli, con la citazione delle sue famose terzine provenzali messe in bocca  a Arnaldo Daniello  in Pur. XXVI e per altre sue invenzioni linguistiche, essenzialmente per avere un valido pretesto di riflettere sulla «vastità del panorama e del repertorio poetico alloglotta» nella nostra letteratura.
 Petrarca, più che come padre della poesia d’amore in Italia e in Europa, è visto come il primo di quanti poeti cercano nello specchio le conferme della propria personalità o le prime tracce dell’irreversibile naturale cambiamento. Tema ripreso poi, nei noti narcisistici sonetti di Alfieri e Foscolo, che in questo viaggio incontreremo più avanti.

Qui veniamo al secondo tema presente nelle terzine dantesche che ho più sopra citato, quello dell’invecchiamento, della morte (“se vecchia scindi/ da te la carne”). Se la morte è necessaria e ogni umana esistenza solo da quella acquista forma, nessuno vedrà mai la forma completa della propria vita, anche se è quanto vorrebbe (cfr.Alfieri: “Muori, e il saprai”). Quella forma è infatti necessariamente postuma.

Ma è la malattia in poesia a farla da padrona in queste pagine. Valerio Magrelli raduna molti degli sfoghi ipocondriaci dei nostri poeti, a cominciare da quel campione del genere che è il grande passionale Jacopone da Todi :
“O Segnor, per cortesia, manname la malsania!”
Che la malattia venga richiesta  come punizione dei peccati e risarcimento alla morte di Cristo, come in questo caso, o sia il nome che si dà alla propria sofferenza e al lamento, l’aspetto comune in queste liriche è la conoscenza dettagliata di tutte le malattie possibili e i loro nomi.  Si veda la rabbiosa descrizione dei propri mali in Michelangelo: « I’ sto rinchiuso come la midolla», l’anatomia cruda, viva e vera di Campanella  nel madrigale «Di’: come al buio hai tu distinto l’ossa? », dove la percezione del corpo è quella di un uomo sopravvissuto a lunghe torture e a lunghi anni di prigionia. Ciro di Pers invece dedica un suo sonetto a una specifica malattia, la calcolosi renale: «Son nelle rene mie, dunque, formati / i duri sassi alla mia vita infesti ».

Presente qui è anche l’ansia, il tormento che non ha cause e nome, da un lato l’attrazione senza oggetto... dall’altro una sofferenza senza origine , come in Ariosto,  « Lasso! che bramo ancor, che più vogli’io ». Poesia in cui Magrelli indica la condizione di stallo in cui giungono gli amanti ariosteschi quanto, terminata la caccia, raggiungono l’oggetto del desiderio.  In questa composizione tuttavia vedo additata anche un’altra delle predilezioni di Magrelli: nelle loro varie forme la ripetizione e il gioco linguistico: « Io voglio, ma io non so quel ch’io mi voglia ; / e volendo mi doglio; ah duro fato, / che senza alcun dolor sempre mi doglia! »

Si diverte Magrelli. Molto lo fa prendendo le distanze da malinconia e ipocondria, ma anche in altri modi. Per esempio segnalando quella che definirei la sincera ipocrisia di Monsignor della Casa che fugge ormai dal « fallace mondo » dopo aver inutilmente rincorso, non senza contraddizioni e incidenti di percorso, il traguardo della porpora cardinalizia.
Il sorriso, l’ironia e anche il sarcasmo aleggiano in tutte queste pagine. Pagine di un serio ricercatore che, attraverso le idiosincrasie dei poeti nei secoli, segue con compiaciuto distacco le proprie. Anche lì dove sento un’ammirazione senza riferimenti espliciti all’ipocondria e alla malinconia, quando cioè viene a parlare del Belli, Magrelli non può trattenersi dal citare la scoperta che il poeta enuncia in Er cimiterio de la Morte: « che ll’omo vivo come ll’omo morto / Ha una testa de morto in de la testa ».
Proseguendo nel suo viaggio, se certo non è troppo originale citare una poesia sui morti venendo a Pascoli, più particolare lo è parlando di D’Annunzio. Qui giacciono i miei cani è una poesia che si colloca fuori del dannunzianesimo più noto, anche se persiste nelle tematiche e nello stile decadente.
Quale maggior poeta della malinconia, tra quelli nati nell’Ottocento, che Guido Gozzano, che  più ripete il ritornello : « Bada che non ti parlo / per acrimonia mia : / da tempo ho ucciso il tarlo /della malinconia », meno riesce a farcene convinti?

Tra i classici moderni, venendo a Montale, Magrelli sceglie la poesia L’anguilla che incita a imparare a memoria, forse ricordando come amasse ripeterla a memoria, quando l’occasione se ne presentasse, l’amica di Montale Maria Luisa Spaziani.
Montale. gli dà l’occasione di sottolineare ancora una volta l’esistenza di un legame tra enigmistica e poesia : preme ribadire, scrive, come quest’ultima sia innanzitutto una sorta di forma- pensiero, pensiero fatto forma , forma fatta pensiero, chimica non soltanto di parole, bensì di sillabe, lettere, spazi.

Concludendo questo mio breve viaggio sul viaggio magrelliano nella letteratura italiana di un  intero millennio mi sentirei di confutare, almeno in parte, la possibilità di usare questa originale antologia come una gioiosa propedeutica che raggiunga una fascia di lettori finora estranea alla nostra tradizione poetica. Va bene il giocosa, va bene anche definire i materiali di questo libro una schedatura ludica e sentimentale. Ma questi, se vogliamo continuare nella metafora che usa Magrelli, ripresa sul retro di copertina, non sono starters per stomachi digiuni. Direi, e torniamo a Dante, al suo Convivio, che l’invito a questa tavola è piuttosto rivolto a chi del cibo della poesia si è saziato, ne ha già avuto abbastanza. A chi non ne ha più appetito, perché ha gustato sempre dello stesso cibo, in maniera conformista, con scarsa curiosità per cibi meno tradizionali. Magrelli qui, anche apparecchiando lingue diverse o di autori stranieri che hanno voluto saltuariamente esprimersi in italiano, cerca di farci avventurare verso esperienze il più possibile nuove. 

Come attraverso un viaggio nell’anti-materia, Magrelli ci ha traghettato non nella poesia italiana tout court ma in una sua zona rimasta fino ad ora (quasi) invisibile.

martedì 15 settembre 2015

Mare senza bonacce. Un eroe omerico sul set di un film d’azione di PIERA MATTEI

Gladis Alicia Pereyra – I panni del saracino – Manni 2015

Aveva urtato metallo, solo metallo, cercando un varco per fuggire...

Il piede affondò in una sostanza vischiosa...

La narrazione si apre con grande bravura sul set di un film d’azione, così violento ed esplicito da confinare con il pulp, con lo splatter: sangue dappertutto, teste mozzate, piramidi di teste mozzate, e tutto quel ferro sta a indicare che il ferro, la lama, era ancora lo strumento principale per dare la morte.
Siamo infatti nell’anno 1291, al crollo del Tempio, luogo di potere dei bellicosi cavalieri Templari, che conclude l’ultima crociata.

Si tratta di un romanzo arditamente costruito, un romanzo di 450 pagine,  un colpo di scena sull’altro, avventure, incontri, un romanzo che si legge senza un attimo di noia.
Mi sono chiesta se Gladys  Pereyra con questa sua fatica volesse anche inviare un messaggio. Non sembrerebbe possa essere senza echi nell’attualità, infatti, parlare di Crociate, o meglio di quell’episodio storico che segnò la definitiva sconfitta dei Crociati, dei cristiani ad opera dei musulmani, nei Luoghi Santi. Ma in realtà, in questo lungo romanzo, dopo i primi episodi, la guerra tra musulmani e cristiani passa in secondo piano. Quindi infine – anticipo qui la risposta che mi sono data solo a lettura ultimata del romanzo – all’interrogativo che mi sono posta risponderei proprio di no. Gladys non vuole proporre qui nessuna analogia o confronto con l’attualità.
La mia conclusione è che Gladys Pereyra ha scritto queste molte pagine, intrecciando l’una all’altra tutte queste avventure per il puro piacere della scrittura romanzesca. Direi che questo libro ha i caratteri del romanzo puro, che in parte persino travolge le intenzioni dell’autrice perché le intenzioni sono interne alla stessa sua qualità letteraria, qualità dell’opera e qualità dell’autrice.
Parafrasando un celeberrimo titolo, per dare l’idea dell’ autonomia del ritmo naturale e travolgente di questo romanzo, che è, a mio giudizio, narrazione pura, definirei « I panni del saracino »un romanzo in cerca d’autrice. Infatti i panni che il protagonista per poco indossa, scompaiono nel corso del romanzo, per riemergere nel finale, dove interviene la volontà costruttiva dell’autrice, mentre per centinaia di pagine sembrava quasi che l’autrice fosse trascinata dalla forza del raccontare, travolta dalle stesse immagini che si formavano nella sua mente.

Ma torniamo alla trama. Il protagonista è un giovane frate francescano, al quale, evidentemente, la paura, lo shock fanno quasi subito dimenticare questa sua identità :  Corre.... la città non era più sua, non era più cristiana. Il frate non tanto dalla città sta correndo via quanto dalla propria identità. Non è più un frate e il nome di Frate che, con evidente paradosso,  daranno a lui come pirata e poi corsaro, starà proprio a indicare la negazione di quella identità.
Ha smesso di essere frate non perché, per difendersi da una probabile uccisione, ucciderà per primo. Non sappiamo che tipo di frate fosse stato prima, e del resto la sua vita da frate non può essere stata lunga. Il francescano in fuga è infatti molto giovane e nel suo comportamento non si leggono, non si leggeranno più, nemmeno forse nel capitolo definitivo del romanzo, le impronte di quei voti, di quelle scelte che un monaco deve rispettare, portare per sempre impresse nella sua personalità e nel suo comportamento usque ad mortem: povertà, castità, obbedienza.
Dove sono i superiori del giovane frate, il frate guardiano che vigila sulla condotta di tutta la comunità e a cui si deve obbedienza? e perché il frate ruba la borsa da un cadavere, non dal cadavere dell’uomo che ha ucciso, quindi in un primo immediato impulso, ma da un altro che gli cade davanti ai piedi ? non dovrebbe non possedere nulla di suo ? E perché poco prima del furto al cadavere, vilmente, si era nascosto assistendo alla tremenda violenza su una donna?
Non solo non più frate, ma all’inizio del romanzo tutto in lui è paura e viltà.
La domanda che in un primo momento sembra porsi come centrale, leggendo questo romanzo dall’inquadramento storico  è: Nerino Buondelmonti è effettivamente esistito o avrebbe potuto esistere ?
Ma occorre fermarsi alla soglia di questa domanda perché non è la verisimiglianza che dice la verità o la falsità di un racconto. Troppe volte la verità  supera di gran lunga l’immaginazione e la fantasia.

La risposta ad alcune delle domande che ci siamo formulati la troveremo nell’ultimo capitolo del libro, che, come abbiamo accennato, sembra voler resuscitare dopo le avventure più mirabolanti e violente, la travolta identità non tanto di religioso quanto di uomo, di individuo non più al di sopra e al di fuori dell’etica, ma obbediente ai comandamenti umani, primo tra tutti « non ucciderai ».

Ma qui vorremmo trovare subito una risposta a quelle domande. Direi che Nerino, questo è il nome dell’uomo e non sapremo mai quello del frate, non rispetta i voti che da poco, data la sua giovane età, dovrebbe aver giurato, perché mai l’identità di frate si è radicata in lui, o ha avuto tempo di radicarsi.
Nerino, il pauroso, il vigliacco, il frate che conosciamo dalle prime pagine già così poco frate, si tramuta presto in eroe, il protagonista di una pellicola nella quale, nostante tutto, ogni uomo, ogni evento, sembra obbedirgli e, infine, essergli favorevole.

Nel solo incontro che ho avuto con Gladis, quando ancora non avevo letto neppure una pagina del romanzo, proprio guardando la copertina del libro, osservando questo cavaliere con la lancia in resta, tra il grigio chiarissimo della nebbia  ho fatto il nome di Olmi. Ho pensato al suo « Il mestiere delle armi ». E Gladis mi ha confermato il suo amore per quel cinema anche se, mi ha detto, in questo racconto non ci sono cavalieri. Tutto avviene sulle navi.
Infatti la terminologia marinara delle imbarcazioni dell’epoca è usata, con grande abilità degna veramente di ammirazione, nell’illustrare le manovre della nave (cfr pag.89).

Gladis mi ha detto di non avere avuto riferimenti letterari per la costruzione di questo suo romanzo. Ma i riferimenti possono anche essere involontari, semplici sedimenti della memoria, anche se forse solo in chi legge. Leggendo questo libro, altri libri mi sono tornati in mente, tra i quali cito :

« Il visconte dimezzato » per l’atmosfera di guerra tra cristiani e musulmani sulla quale si apre il racconto e nella quale avviene la trasformazione del protagonista, benchè, vedremo, Nerino , seppure ferito, in qualche modo, almeno nella mia lettura, rimane sempre intatto ;

« L’isola del giorno prima » per quel set quasi fisso di navi e imbarcazioni, benchè lì, nel romanzo di Eco, ci siano riflessione e stasi, qui invece continua azione e movimento

persino a « I promessi sposi » per il riferimento all’ordine francescano, a un francescano omicida, anche se lì si uccide prima di farsi frate e una sola volta, qui Nerino uccide nelle vesti da frate e poi innumerevoli volte dopo averle cambiate.

Infine, poiché l’origine argentina lega Gladis Pereyra ad almeno due tradizioni e culture letterarie, non posso non ascoltare, nel finale ravvedimento di Nerino, l’eco di un grande romanzo che ha a grandissimo protagonista proprio l’antieroe, per aspetto e comportamenti, quel Chisciotte, che Cervantes ha voluto far morire savio

Quindi, nonostate stimoli esterni possano essere venuti da queste letture  « classiche », ho pensato infine che dovevo cercare ancora un classico più classico, dovevo arrivare ai poemi eroici e, in particolare, all’Odissea.
Lì ritrovavo il mare, le navi, l’avventura, i combattimenti feroci ma soprattutto ritrovavo un dato fondamentale: la bellezza come tratto distintivo dell’eroe.
Solo per esemplificare, richiamerei qui l’edisodio di Nausicaa, quando Athena diffonde bellezza sulle forme di Odisseo perché l’incontro con i Feaci gli sia del tutto favorevole, sia un incontro insieme vincente e salvifico:
Come si fu per intero lavato e poi unto con olio
e rivestito di vesti che diede la vergine intatta,
ecco che allora lo rese Atena, la figlia di Zeus,
tanto più grande e robusto a vedersi e sopra la fronte
folte le chiome versò e simili a un fiore, al giacinto.
E come quando riversa sull’oro l’argento un artiere
abile, che sia istruito da Efesto e da Pallade Atena
d’ogni segreto dell’arte e compia lavori graziosi,
simile grazia la dea gli versò sul capo e le spalle.
Egli alla riva del mare, in disparte, venne a sedersi,
e di bellezza e di grazia splendeva; e stupì la fanciulla.

Sempre, nei poemi classici, compresa l’Eneide, gli dei fanno rifulgere di bellezza quelli che intendono proteggere. E Nerino appare bellissimo, persino nella sua violenza, dopo aver commesso l’omicidio che lo muterà da schiavo a capo della galea: un vincitore così tremendo e magnifico.
Di Nerino sappiamo la nobilissima casata– ma anche  questi nobili parenti ricompaiono solo al capito conclusivo– sappiamo che presto si fa radere per far scomparire la tonsura e, con l’umiliazione della chierica, tutti gli obblighi di una vita monastica, ma soprattutto, subito e per sempre, sappiamo che è bello. Questo aggettivo, e il termine bellezza  riferito a lui, sono ripetuti infinite volte. Quindi anche se uccide e ordina assalti e stragi, Nerino non è malvagio. Un volto e un corpo di una bellezza senza difetti, è fuori dalle categie dell’etica. Kalagatòs come dicevano i greci. Piace a uomini e donne, anzi suscita più facilmente la libidine maschile, e da quella lui si tiene più al riparo.

La bellezza è il tratto distintivo dell’eroe che  dai poemi si è travasata, in epoche recenti proprio nel cinema, soprattutto nel cinema d’azione e d’avventura, e non voglio qui parlare della bellezza ancora intatta del pirata Johnny Deep. In Nerino dunque sarebbe riconoscibile un eroe omerico sul set di un film d’azione a inquadramento storico, con lunghe scene splatter ? 

Come nell’Odissea il protagonista è circondato da compagni che lo seguono, che non possono eguagliarlo, che non possono non amarlo e rispettarlo. I personaggi maschili minori sono qui assai ben tratteggiati: il gigante Theo , il violento e melanconico meticcio  Nikos, il libidinoso Marcello... 
Le donne  hanno dei caratteri meno definiti ma, tornando al raffronto col poema omerico, la libera  Sibilla potrebbe paragonarsi a Calipso, anche se, rispetto all’originale che propongo, Nerino si sente molto meno sforzato ad amarla, e Anna, l’amore vero, lei è destinata subito a obbedire al ruolo di Penelope, perché subito dopo averla sposata, Nerino riparte per viaggi lontani.

Molto ben descritta è questa società di « mercanti », che non sono veri mercanti, o lo sono perfino troppo, veri predoni che rincorrono le navi per rubare le merci e chiedere il riscatto per i prigionieri, o venderli se sono giovani. Nella seconda parte del romanzo è in evidenza la rivalità tra le due più potenti città marinare, Genova e Venezia. Inserendosi infatti astutamente nelle maglie di questa rivalità Nerino s’evolve da pirata a corsaro– cioè ladro e predone per conto di una città–stato e con l’avvallo di quella– contro l’altra.


Ripeto c’è molta naturale bravura in questa scrittura. La pagina non conosce « a capo » e scorre via compatta appunto come, quando si usava la pellicola, compatti scorrevano i nastri delle riprese. E come in un buon film d’azione non ci sono pause non ci sono momenti morti  o, se vogliamo restare nel gergo del mare, non ci sono bonacce.

giovedì 10 settembre 2015

“CIBUS saggi, traduzioni e un racconto” di Piera Mattei

Trascrizione della presentazione di Marina Corona al Pontile di Ostia, martedì 25 agosto 2012


Il libro di Piera Mattei “Cibus” mi ha dato l’idea di una piccola pietra preziosa dalla luce chiara. È infatti un testo sfaccettato con più temi che si aprono su diversi panorami letterari, come le faccette di un gioiello si volgono in diverse direzioni. La sua luce è chiara perché il testo, pur trattando di argomenti fra loro disparati, è scritto tutto in una prosa semplice ed insieme elegante, intelligentissima e colta.

Piera Mattei nel paragrafo “Sacralità e sensualità: il cibo nella poesia” ci dice che la parola “cibus” è una parola che non consente sinonimi, non può essere infatti sostituita da alimento o nutrimento che implicano un rapporto duale dove una persona “maggiore”(più grande, più capace, più saggia) nutre in senso reale (pensiamo all’allattamento) o in senso metaforico (pensiamo al rapporto maestro-discepolo) una persona “minore”. “Cibus è quindi quello che in matematica è un numero primo: non sostituibile da nessuna scomposizione. Ecco fatto dunque un intelligentissimo paragone tra tre fondamentali elementi del vivere: le parole, che riposano nel dizionario, il cibo, che nella sua sapida corposità riposa nella dispensa e i numeri che riposano nella tavola pitagorica. Questa triade così abilmente sottolineata dall’autrice noi la prenderemo come nucleo del nostro gioiello letterario dal quale si dipartono i raggi che illuminano le diverse faccette.
Leggendo questo paragrafo ci rendiamo conto della superba familiarità di Piera Mattei con la lingua latina tradotta in maniera semplice, fedele, eppure espressa in un italiano letterariamente abilissimo nel rendere anche la minima sfumatura del testo classico. Ma cosa sostiene in questo paragrafo  che abbiamo preso a cardine della nostra costruzione esplicativa? La Mattei, citando Orazio delle Satire e poi Voltaire, sottolinea come il cibo sia un elemento di convivialità rivelatore della qualità umana di coloro chesi radunano intorno ad un tavolo;  questo da sempre, sia che ci si trovi nel 20 a.C. sia che, con Voltaire, ci si trovi nel 1750. Sempre la qualità del cibo disposto sulla mensa è rivelatore del tipo di gusto anche relazionale e sociale dei commensali: la loro nobiltà, la loro ricercatezza, la loro eleganza o, al contrario la loro rozzezza e perfino la loro alienazione.
Ecco dunque che “cibus” con la sua sacralità e sensualità costituisce un saldo nodo che lega tra loro le persone socialmente affini, esattamente come fa il legame sociale o lo scambio sensuale fra gli esseri umani. In un’epoca come la nostra dove le relazioni vengono descritte nei testi letterari in termini sempre più disincarnati, quando non schematizzati dalla tecnologia informatica, il richiamo alla corposità sapida, carnale e di robusta materialità del “cibus”nel suo primario e incontrastabile vigore, come vincolo primitivo e sovrano fra gli esseri umani, apre la strada a riflessioni di natura filosofica sul nostro essere innanzi tutto “carnali”. Riflessioni che si prestano a un lungo cammino speculativo al quale Piera Mattei, nel suo apparentemente semplicissimo paragrafo allude, senza neppure aver l’aria di farlo.

Dato dunque per certo che il “cibus” tra gli uomini è un nodo che non può essere spezzato, passiamo ai suoi diversi aspetti, cioè agli altri paragrafi del libro che costituiscono le faccette del nostro gioiello.
Tra le foto che corredano il testo ci colpisce l’immagine di un agnello dallo sguardo quasi interrogativo. Infatti il testo, passando attraverso il “Purgatorio” di Dante e la Genesi ci parla dell’ Eden, l’età dell’oro. La sintesi significativa è rapidissima: in che cosa consisteva l’età del’oro? Nel fatto che sia uomini che animali si nutrivano esclusivamente di vegetali e questo consentiva sulla terra una vita pacifica, colma di una splendente gioia d’amore tra tutte le creature, e non sbaglia la Mattei a osservare che probabilmente il divieto ebraico di nutrirsi di carni che non siano ritualmente sgozzate corrisponde ad un divieto più remoto che proibiva di nutrirsi di carni tout court.
 Che cosa ci offre invece il Nuovo Testamento come nutrimento sovrano? Continua la Mattei nel paragrafo successivo: il pane e il vino. Qui il discorso dell’autrice si fa consapevolmente sociale: quel pane e quel vino benedetti che costituivano il cibo per eccellenza sono ancora parte della nostra esperienza quotidiana? Come sempre l’autrice scende nel concreto e ci mostra come il pane, del quale oggi noi facciamo uso, conservato nel freezer, scaldato poi nel forno a microonde, sia ben lontano dal fragrante nutrimento primario sfornato all’alba da abili panettieri a poco costo perché anche i poveri ne potessero godere.
Trascinati in una vita sempre più consumistica abbiamo scordato la bontà di quel lontano pane quotidiano; e qui l’autrice sembra suggerire  che a causa della globalizzazione e della società dei consumi noi abbiamo in realtà scordato, insieme con il pane croccante e profumato, la sacralità della vita.
A questo punto la faccetta del nostro gioiello che ci viene incontro in una lettura progressiva è costituita da un brano delle Metamorfosi di Ovidio, magistralmente tradotto dall’autrice che lo leggerà dopo la mia relazione. Si tratta della voce di Pitagora immaginata da Ovidio, dove il filosofo greco si diffonde in un’accorata perorazione sulla necessità di non cibarsi di carne e sulla crudeltà di questo uso.

Il cibo nella sua infinita varietà di sostanze può anche far da sfondo a un ritratto. In questo caso il ritratto è quello della scrittrice Dacia Maraini, descritta a partire dai versi delle sue raccolte di poesie degli anni ’70, poesie spesso molto belle, nei brevi brani trascritti, e che si riferiscono al rapporto complesso e totalizzante che una persona ha con il cibo. Scrive la Mattei, riferendosi ai versi della Maraini: “Inghiottire e essere inghiottiti è compulsione che corrisponde ad una fitta dolorosa, ma sognare la liberazione da quell’istinto dove vita e morte si macinano è follia.” E più avanti: “ È nello stomaco che, in qualche modo, si colloca l’antro dell’inferno ovvero l’ardente purgatorio incluso nell’istinto vitale. E’ quello il luogo fisico della disperazione che ha solo un temporaneo sollievo ma mai una vera tregua”.
Il riferimento allo stomaco accende inoltre una coloritura sociale perché lo stomaco è il luogo della fame e il mondo si divide tra coloro che non conoscono questa forma di tormento e coloro che la patiscono. Ancora, in questo potente paragrafo, il cibo è elemento che sottolinea l’amore sensuale e di lì la maternità nei suoi trionfi e nei suoi fallimenti. Ricordiamo infatti che gli anni ’70, durante i quali furono scritte le poesie della Maraini qui citate, sono gli anni del trionfante femminismo.
Un’altra protagonista di questi saggi critici è Cynthia Macdonald, poetessa, cantante lirica e anche psicoanalista. Sceglie come esergo al suo libro di poesie: I can’t remember , una citazione da Mary Shelley: “Porteremo a tavola un pollo assassinato” e qui, dice la Mattei: “Il rituale del cucinare, servire in tavola, esce dall’ambito dell’etichetta del giocondo altruismo e si allontana persino dalla sua necessità neutrale per connotarsi come crimine. La distanza e lo straniamento dal buon senso non è qui solo una cifra necessaria alla poesia. E’ anche effetto dell’attività di scavo psicoanalitico, della rivalutazione di quanto è onirico e visionario, della rielaborazione di rime, voci, immagini che salgono dal profondo”. Ecco allora che seguendo un percorso assolutamente attuale, dal nostro nucleo luminoso del gioiello, che parlava di sacralità e sensualità del cibo, siamo giunti sul terreno della psicoanalisi, luogo del moderno discorso che della sensualità (Freud) e della sacralità (Jung) fa i due cardini dell’attuale pensare ed essere in relazione.
A proposito di modernità c’è nel testo il terribile paragone tra il destino del pollo ben cucinato e le vittime arse dell’Olocausto, che non può non darci un fremito di orrore. Ma c’è nel testo precedente un pensiero molto bello, che ricolloca nella sua giusta luce l’aspetto più nobile della psicoanalisi. Quando noi ci affezioniamo a un animale lo sottraiamo al suo destino di cibo per farne un compagno dell’anima e allora possiamo dire con la Mattei che la commestibilità degli animali viene trasfigurata tramite l’amore, facendo perno su un procedimento di sublimazione di tipico stampo psicoanalitico.
Ancora numerosi sono i personaggi che, appaiono sulle faccette del nostro gioiello: Virgilio nell’Eneide canta la bellezza di un cervo teneramente amato dai figli di Tiro e poi ucciso da Iulio, giunto sul suolo italico da straniero, provocando così la sanguinosa – ma fatale per i destini di Roma –  guerra tra Latini e Troiani.
Ascoltiamo ancora le voci di Petronio, di Leonetti, e infine la verve ironica di Palazzeschi, una bellissima poesia sugli inappetenti e i loro gesti meccanici per superare la ripugnanza del cibo, un’altra dove il banchetto è ridotto a impegno sociale e l’imbandire, l’apparecchiare fastoso diviene elemento addirittura di comico scherno.

L’ultima delle facce del nostro gioiello è un racconto che tratta del protagonista Pollo, antieroe per eccellenza ma non privo di sublimi sfumature esistenziali. Ma questo racconto, unico nel testo, come la traduzione delle Metamorfosi vi verrà letto dall’autrice stessa  e quindi io qui mi fermo  e lascio alla sua voce l’illustrazione finale e completa del nostro chiaro gioiello.

lunedì 7 settembre 2015

Marina Corona – Storia di Mario – Robin edizioni

Nota critica di DONATELLA BISUTTI


La Storia di Mario è il primo romanzo di Marina Corona, nota finora come poetessa, ed  è un libro insolito prima di tutto per la sua struttura, assolutamente originale.
Si presenta  infatti come un dittico, composto di due pannelli:la storia di un bambino, Mario, e la storia di una donna, Maria.  L’identità del nome, declinato al maschile e al femminile, meriterà di essere esplorata. 
Questa donna è la madre del bambino, ma questo sarà chiaro soltanto alla fine del libro.
Tutti e due, il bambino e la donna, hanno, diciamo così, un rapporto disturbato  con la realtà.
La donna lo sa, il bambino non lo sa.
Questa è appunto la storia di un bambino che si rivela essere probabilmente affetto da  una sorta di autismo e per questo, a quanto sembra, non è accettato dalla madre.
Successivamente, nella seconda parte – la seconda storia - si scopre che questa madre non lo accetta perché non accetta se stessa.
Attraverso una lunga e grave malattia in cui la realtà si mescola a drammatici estraniamenti e flashback, la madre  arriverà  infine a  sbloccarsi e ad accettarsi.
Allora, alla fine, accetterà anche il bambino.
Si capisce allora che  il disturbo  nel  rapporto  con la realtà del bambino è un riflesso, o meglio una conseguenza del disturbo psichico della madre.
Il libro finisce sulla soglia appena accennata,  ma come un’epifania folgorante, di questo ritrovarsi della madre e  del bambino.
Non si sa come si svilupperà il loro rapporto in futuro.
Non si sa se il bambino potrà guarire.
Ma si ha l’indicazione di una strada per il riscatto: quella dell’amore che si sostituisce al rifiuto.
Nella prefazione al libro Roberto Mussapi  vede una disparità  di tono fra il 1° e il  2° pannello, quello dell’autoanalisi, diciamo così, della madre, che trova meno originale.
In affetti a prima  vista la  due parti del romanzo sembrano quasi estranee  una all’altra anche stilisticamente.
La prima è un  lungo racconto lirico,  che spesso si avvicina alla prosa poetica; la seconda  usa tecniche narrative fatte di flashback e di flussi di coscienza.
L’unità sembra data – quasi artificialmente -  solo dall’inattesa epifania finale che unisce due storie che sembrano non appartenersi affatto, dichiarando invece improvvisamente che si appartengono, che si fondono in una storia unica.  Questa sorpresa finale dà al romanzo una lievissima tinta di giallo psicoanalitico.
Invece vedremo che non è così.
Vorrei prima di tutto parlare della  prima parte, quella del bambino, Mario, che dà il titolo al libro.
Cercheremo poi di esplorare anche il significato di questo titolo del libro.
Questo bambino, Mario,  è un personaggio sorprendente. Direi anche nuovo e forse unico nella letteratura, almeno per quanto conosco.
Perché fonde  due aspetti a prima vista  antitetici: da un lato  il meraviglioso dell’infanzia,  l’infanzia vista come sogno, fantasticheria, invenzione di un mondo fiabesco. Questa prima parte del libro sembra infatti essere una specie di fiaba.
E in questo senso Mario  è compagno di  tutta una serie di bambini della letteratura,  da Alice alla Dorothy de Il mago di Oz  al  Charlie de La Fabbrica del cioccolato.
Ma soprattutto – per il suo rifiuto della realtà -  a Peter Pan. Mario stesso parla di Peter Pan.
Mario è un nuovo Peter Pan.

Dall’altra parte Mario è  un bambino malato, che vive fuori dalla realtà non perché vive nella fantasia  dell’infanzia come in una favola ma  perché è affetto da una sorta di autismo.
Si capisce nella seconda parte che forse questo autismo è solo una mancanza di amore - l’effetto di un rifiuto.
Mario è un bambino rifiutato.
Ora, questi due personaggi il bambino Peter Pan e  il bambino con un handicap si fondono quasi incredibilmente ne  La Storia di Mario, creando appunto un personaggio nuovo  e inedito che sta di continuo sulla linea di confine fra il mondo del meraviglioso e il mondo della malattia, sfumando i confini dell’uno e dell’altro.
Perciò Mario è insieme un bambino meraviglioso e angosciante.  
Peter Pan tradizionalmente è recepito, anche grazie ai cartoni animati, come un personaggio magico: un personaggio fatato  e poetico - il bambino che rifiuta di crescere, il bambino che vuole restare eternamente nell’infanzia, nella magia dell’infanzia, dove non esiste il dolore.
Mario è invece un  Peter Pan che vive un’infanzia di dolore.
Tuttavia su  Peter Pan  ho letto recentemente uno studio molto interessante dello scrittore svizzero Renato Giovannoli, Il vampiro innominato,  in cui la figura di Peter Pan è analizzata  come una figura inquietante: in realtà Peter Pan è  una specie di piccolo psicopompo crudele che  accompagna  le anime dei bambini morti. Ha dei tratti che lo apparentano all’archetipo del vampiro.  
Questa interpretazione di Peter Pan  ci dà forse una chiave in più per comprendere meglio il personaggio di Mario.
In realtà io credo che  Mario non esista.
Il vero e unico personaggio del libro, la  vera protagonista è in realtà la madre. Il libro si intitola La storia di Mario ma in realtà è la storia di una donna, è la storia di Mario in rapporto, in relazione a questa donna, è la storia di una donna e del  suo Mario – del suo Peter Pan che è anche un piccolo vampiro. Qualcosa che lei  porta incistato dentro se stessa e che non è riuscita a partorire del tutto. Un bambino nato ma in un certo modo ancora  non nato.
Mario è il Bambino dentro la donna.
Quel bambino di cui parlava il Pascoli: il Fanciullino, un bambino che non esiste nella realtà. Un’immagine archetipica dell’inconscio della madre. Appunto quell’archetipo del fanciullo, del fanciullo divino  che ciascuno di noi si porta dentro e senza  la quale  non possiamo vivere. Se questa immagine non la riconosciamo come nostra, non l’accettiamo, non l’amiamo, non la conserviamo con cura dentro di noi, non potremo mai diventare adulti. Resteremo degli adulti mancati, incompleti, degli adulti malati, degli adulti autistici, cioè staccati dalla radice profonda della realtà, avulsi dalla vita.
Questa  Storia di Mario è in realtà la storia di una donna alla ricerca di se stessa, del suo bambino interiore: ritrovarlo, poterlo accettare interamente e così forse guarirlo. E guarire se stessa in lui.
Questo bambino interiore è la meraviglia del mondo, la ricchezza del suo immaginario. Il suo cordone ombelicale lo collega al cosmo e alle sue energie misteriose. Schiude le porte  meravigliose del mondo analogico. Quelle che ci permettono di uscire dalla  nostra stanza-prigione-gabbia e  di volare.  Proprio come Peter Pan. Sia pure con i rischi che questo comporta.
  La donna non ha potuto finora amarlo,  questo bambino interiore, e farlo suo perché è lei che non è stata accettata, non è stata amata. O è stata amata male, è stata oggetto di una violenza, di uno stupro psicologico. Allora il  suo bambino interiore  non ha potuto esprimersi, si è ammalato e al tempo stesso  è diventato una specie di piccolo vampiro che succhia la vita della madre,  da cui lei deve difendersi cercando di allontanarlo.

Io credo che alla luce  di questa ricerca  della donna -  che è una ricerca tutta interiore, lungo i sentieri dell’anima -  la seconda parte del libro acquisti tutta la sua pregnanza e non appaia più  quasi una parte secondaria,  un espediente narrativo rispetto all’originalità della prima, ma  sviluppi il libro dalle sue premesse e gli dia il suo vero senso, in un processo narrativo del tutto coerente e del tutto unitario.
La seconda parte assorbe la prima in una storia unica di cui la prima parte è la premessa,  il prologo,   e se vogliamo anche il tema musicale che può richiamare l’Offenbach dei Racconti di Hoffmann,  ma si dispiega poi in un crescendo dai forti effetti drammatici in cui,  per proseguire con il paragone musicale, possiamo ritrovare  le note sensuali di una Sonata di Schumann. Perché al di là dei ritmi sincopati di una prosa narrativa  contemporanea,  io trovo filtrata nella sostanza di  questo libro quella  visione romantica alla Emily Brontë,  non sentimentale né sdolcinata, che non teme di esplorare con i mezzi dell’arte gli abissi più oscuri dell’anima.

  Concluderò dicendo che questo è un libro sul femminile – su un femminile conculcato e martirizzato – come vediamo purtroppo ogni giorno che ancora accade intorno a noi –  un femminile che  è stato ferito e umiliato e a cui è stata portato via  per questo il proprio Bambino interiore. E con dolore, con sofferenza estrema,  vivendo le fasi drammatiche di una malattia psichica,  riesce alla fine  a recuperarlo, a farlo suo, a stringerlo fra le sue braccia. 
Così Maria riesce a  conquistare l’altra faccia di se stessa,  il Mario, e a esorcizzare il Maschile castrante,  diventando  finalmente  una persona libera e capace di  dare quell’amore che non è riuscita a ricevere, che le è stato dato così male.