venerdì 17 agosto 2018

Madri d'altri tempi – nota di Francesca Civerchia all'antologia di testimonianze "Mia Madre era..." Gattomerlino edizioni







Mia madre era...
Donne e famiglie del Novecento

Prefazione di Elio Pecora, postfazione di Franco Ferrarotti
A cura di Rita Laganà e Terry Olivi, Gattomerlino edizioni, 2018

È per iniziativa di due donne, Rita Laganà e Terry Olivi, culturalmente attive a Roma, che nasce un'antologia di prose e poesie che raccontano vite e sentimenti di madri nate nei primi due decenni del secolo scorso.
Un libro maturato nell'arco di tre anni grazie alla tessitura di storie raccolte con pazienza dalle due curatrici attraverso un tam tam che ha chiamato a raccolta sessantaquattro donne e dieci uomini.
È emersa così una poliedrica testimonianza di un'epoca apparentemente lontana ma ancora presente nelle tracce impresse nella memoria di figli e figlie. Il Novecento continua ad agire e a interrogarci con il suo strascico di eventi tragici e ricostruzioni penetrato nelle nostre coscienze e decisivo nella nostra formazione.
La figura della madre appare come un anello fondamentale di congiunzione tra le generazioni con il suo carico fortemente simbolico in grado di condizionare, se non a volte schiacciare, la vita dei figli in un ciclo destinato a ripetersi; ma i figli ormai, dall'inizio dell'età adulta in poi, possono fare i conti con questa figura imponente, andare a fondo del possibile conflitto e superarlo.
Questo è forse il messaggio che filtra da più di settanta testi (racconti e poesie): un tentativo di riconciliazione con l'immagine materna, liberata dalle scorie di rancore e rivendicazione che spesso costellano la crescita dei figli e a volte si incistano nella coscienza.
Il libro evita questo rischio e restituisce un percorso collettivo verso la riscoperta di madri colte nella realtà della loro esistenza segnata dalle fatiche dovute a ragioni individuali, sociali o storiche. Fatiche incomprese da figlie e figli bambini, concentrati, come è giusto, sulla loro di fatica, quella di crescere. Quindi un concerto polifonico che reinterpreta alla luce di una più ampia consapevolezza momenti e fasi della vita di madri cui viene attribuito lo statuto di persone a tutto tondo, sganciate il più possibile dalle proiezioni filiali.
Una sorta di autocoscienza collettiva che ha fatto emergere non solo le vite individuali, ma gli snodi della grande storia attraverso le piccole storie dei propri genitori, spesso dei nonni, con accenni, talvolta, a figli e nipoti, così da comprendere un arco di cinque generazioni.
Il cono di luce inquadra a macchia di leopardo micro eventi che raccontano più di tante parole, come il pianto di una madre sarta per la caduta di una bottiglia d'olio, preziosa ricompensa per un abito cucito. Quelle lacrime versate per una bottiglia rotta e incredibilmente trattenute alla morte del marito, per ammissione della figlia, rendono visibile e tangibile la sofferenza del periodo bellico, come d'altro canto quelle gustose pagnottelle alla mortadella distribuite ai bambini inquadrati nelle sfilate del sabato fascista disegnano a chiare linee l'ambivalenza del regime tra propaganda e concessioni.
Da questi racconti emerge qua e una sorta di protofemminismo che vede le donne in contrasto con le famiglie di origine e con la cristallizzazione dei ruoli; quelle ragazze d'altri tempi cercano un riscatto attraverso lo studio, spesso impedito, il lavoro, le loro scelte sentimentali, il coraggio nell'affrontare situazioni difficili. Processi strettamente individuali, non condivisi, ma che preparano il terreno ai futuri movimenti degli anni settanta.
Le vediamo studiare contro il parere dei genitori, appuntarsi una spilla da balia alla gonna pur di andare in bicicletta, migrare con le famiglie dal Veneto per la bonifica dell'Agro Pontino e scandalizzare le donne del posto per il comportamento più libero, i balli nelle balere e, ancora, la bicicletta, come già raccontava Pennacchi nel suo quasi epico Canale Mussolini.
Il ceto sociale di queste donne è per lo più quello piccolo e medio borghese: padri ferrovieri, capistazione, ufficiali, carabinieri, impresari, commercianti, madri maestre, casalinghe e soprattutto sarte, per necessità materiale ed estetica al tempo stesso, per amore della bellezza. L'atto del cucire, poco considerato eppure straordinariamente complesso per tutte le operazioni necessarie per la sua realizzazione, scelte di tessuti e modelli, calcoli, misure, taglio e soprattutto immaginazione, crea o ricrea nuove forme, rammenda e cura in qualche modo le ferite della storia. Così le macchine Singer risuonano con un ritmo rassicurante, colonna sonora della vita familiare.
Non stupisce che questo libro abbia incontrato l'interesse del padre della sociologia italiana, Franco Ferrarotti, che gli ha dedicato la postfazione, avendo colto in esso lo spaccato significativo di un'epoca attraverso un concerto di voci capaci di riportare alla luce tessere sparse di un grande mosaico.
D'altro canto, se è evidente il risvolto sociologico di questi brevi testi, non si può non cogliere in essi gli echi di una ricca tradizione letteraria che fin dall'antichità ha incarnato in indimenticabili personaggi femminili i più vari modelli di madre, essendo questo ruolo passibile di molteplici interpretazioni, come ci ricordano biografie, autobiografie e riflessioni psicoanalitiche: madri amate, incensate, odiate, omicide, sensuali, ispiratrici, sante, protettrici, divinizzate.
L'elenco dei grandi della letteratura che hanno scritto sulla madre o per la madre è lunghissimo e destinato a crescere, come pure quello di pittori, fotografi, musicisti e registi che continuano a dedicarle il loro sguardo.

potrebbe essere diversamente perché finché ci sarà un essere umano non si potrà prescindere da colei che lo ha generato, figura mitica da guardare con occhi sempre nuovi.

Nessun commento: