domenica 8 settembre 2019

ANTIMONIO Flavia Cidonio e i suoi poetici veleni-rimedi
di Piera Mattei

Flavia Cidonio, della quale riporto qui sopra una foto che la ritrae – forse troppo immobile, troppo frontale, un po' in formato tessera di riconoscimento, quanto basta però per permetterci di fissare lo sguardo su un volto interessante – è una delle voci più giovani tra i poeti che Gattomerlino ha pubblicato. Una voce, che esordisce alla poesia, ma che, tra le molte proposte che ci giungono, mi ha colpito per la sua determinazione. Una sicurezza che Flavia mostra, non nel presentarsi – perché infatti dopo essersi proposta sembra quasi ritrarsi – ma proprio nei caratteri certi della sua scrittura. 
Per questo ho voluto accompagnare questa sua prima pubblicazione,"Antimonio". con una mia nota critica.
La raccolta di poesie di Flavia Cidonio, è uscita proprio nel mezzo dell'estate e ora, nell'ultimo scorcio d'estate ho deciso di pubblicare qui quella nota che, in forma di postfazione, ne accompagna e ne giustifica la scelta.

Salda contraddizione e chiara coscienza di un’alterità impossibile
nelle poesie di Flavia Cidonio

di Piera Mattei

Ho incontrato Flavia Cidonio una sola volta di persona, prima di decidere di pubblicare questo libro.
Mi sono trovata davanti una ragazza alta e magra, tutta chiusa in un abito di cotone lungo a coprire i tacchi alti delle scarpe. Non abbiamo parlato molto. Ho avuto di questa ragazza l’impressione di una persona piuttosto riservata e silenziosa.
Eppure nelle poesie che avevo letto avevo ascoltato, e ascolto, una voce riconoscibile e insieme un autoritratto coinvolgente. Una voce che parla di sofferenza ma non piange, che esprime intima e profonda contraddizione ma non per questo esita, o si smarrisce.

 La figura retorica che più si adatta alla scrittura di Flavia Cidonio è quella dell’ossimoro, perché gesti, sentimenti e parole, appena enunciati sono  immediatamente modificati, se non negati, tramite una torsione o alterazione di senso.
Leggiamo, per esemplificare, ad apertura della raccolta:
Al risveglio
ho sempre cura
di mettere gentilmente in fuga
i fantasmi notturni
dove la torsione del significato del verbo adatto a un  campo di battaglia(mettere in fuga) avviene tramite un avverbio che si riferisce alla civile convivenza (gentilmente). Ma già sopra, ho cura indicava una modalità discreta, un’attitudine pacatamente accogliente verso quegli incubi, verso quel tormento occasionale.
Continuando ordinatamente a leggere, nella seconda poesia sono un concetto, un’immagine, quella della cornice che deve restare dritta, a essere modificati dall’aggettivo tremula
La parola che mi somiglia
è imperfetta
è cornice tremula
per un quadro sempre più
fermo, più dritto

Il primo soggetto e, forse, il tema principale di questa raccolta, potrebbe essere quindi una sofferenza insieme accolta e respinta, ripugnante ma necessaria e ineludibile, perché la difficoltà sta nel trovare quale sia il dentro e quale il fuori, nel comprendere chi infligga dolore e chi o cosa quel dolore lo patisca:
come una rosa su di noi
poggiata distrattamente
dimentichiamo
il sapore delle nostre spine
Ecco di nuovo un avverbio - distrattamente - al quale è affidata una posizione essenziale a elaborare il senso. Questo comportamento, il gesto distratto, lo assimilo al tratto gentile della poesia precedente, con il quale si mettono in fuga i fantasmi della notte.
Distrazione, gentilezza: la persona che esprime il suo io in queste poesie ama riferire a sé movimenti minimi, educati. Questo non contraddice alla crudeltà esercitata e subita, se, oltre alle già citate spine, armi, tagli, lame, incisioni nette e affronto belluino, si manifestano in queste pagine.
Tuttavia, come siamo lontani dalla retorica del dolore, restiamo comunque lontani anche dalla retorica della crudeltà, grazie alla leggerezza, all’agilità delle immagini, alla quale già abbiamo fatto riferimento:
Per mirare bene
ho bisogno dell’attimo di distrazione
distogliere
la presa degli occhi
sulla preda,
come i gatti prima di compiere l’ultimo balzo.

Ho sottolineato forme ossimoriche, ma uscendo dalle categorie della retorica,  dovremmo più generalmente parlare di salda contraddizione, chiara coscienza di un’alterità impossibile, dove per Tu e per Io sono valide e attuali le stesse strategie:
La forma di dimenticanza
che preferisco
 è nominarti spesso
 che immediatamente richiama, nell’apparente opposizione:
mi specchio
e so riconoscermi
solo se ben nascosta

I tempi di questa poesia sono, di preferenza, la notte, o il mattino, al risveglio, nel chiuso di una stanza, ma compaiono anche le strade e i vicoli da percorrere, di giorno e comunque nei giorni. E ancora, una sala d’attesa, un corridoio dritto e impersonale. Le poesie di Flavia Cidonio, per quanto scavino nella psiche, sono ambientate nel mondo. Ci sono stanze, c’è un cortile, c’è la linea gialla che definisce il limite invalicabile lungo i binari della metropolitana. C’è l’atto di togliersi le calze, ci sono le file di bottoni con le loro naturali irregolarità, c’è il grande magazzino dove tutto ciò che cerchi di cambiare / è fuori produzione. Siamo nella vita reale.
E non siamo solo chiamati a essere testimoni di una dolorosa difficoltà di  e-sistere, di essere persona definita e certa, se talvolta veniamo anche gratificati  e colpiti dalla dolcezza di alcune metafore riprese dal mondo dell’accudimento amoroso e giocoso nei giochi infantili:
Scappa, allora
prima che mi volti
e suggelli ogni promessa
come piccoli baci
sui gaffi dei bambini




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