sabato 11 aprile 2009

Tempera (Aq) 11 aprile 2009–In visita a un paese che non c'è più– Tempera, a small village that isn't there anymore

Un villaggio tra le montagne e un rivo di acqua purissima che l'attraversa. Intorno piccoli campi e giardini in fiore. Ma dall'altro lato della strada, sulla piccola altura dove c'era il centro del paese è rimasto un ammasso di rovine.
Marco ci ha accompagnato a vedere come il sisma ha ridotto il suo paese, la piazzetta dove giocava a pallone, la casa dove era cresciuto suo padre, quella dove un suo amico e coetaneo è rimasto sepolto, quella da cui ha estratto ancora vivo ma gravemente ferito un paesano, quella, rovinosamente crollata dove abitava la comare, che è riuscita a salvarsi, il campanile, ridotto in polvere, e tra i sassi l'orologio che segna le 3 e trenta, la campane a terra.
La sua casa miracolosamente è rimasta intatta, ma il muretto di cinta in un punto è trinciato come da una forbice. E' lì che passa la faglia. Marco ci dice: ora, appena abbiamo finito di portare via i vivi e i morti, bisognerà studiare, seguendo le lacerazioni lasciate sul terreno, come si è mossa la terra. Bisognerà aiutare i più poveri, quelli che già prima avevano serie difficoltà e noi, in un piccolo centro sappiamo chi sono.
Piera Mattei
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A village in the mountains and a stream of pure water that passes through it. All around small fields and flowering gardens. But on the other side of the road, on the small hill where there was the center of the village, what remains is a mass of ruins.

Marco took us to show how the earthquake has reduced his village in ruins, the square where young boy he used to play soccer; the house where his father grew up; the one where his friend buried; the one from which he extracted an alive but seriously injured villager; the bell-tower reduced in powder with the bells lying on the ground, and between fallen bricks the town-clock that indicates 3:30.

The house of Marco miraculously remained intact, but the surrounding wall fractured like it was teared up by scissors. And that’s the point where the geo-fault passes through. Marco tells us: once we will finish removing the living and the dead, following the lacerations left, we will have to study how the earth moved. We must help the poorest, those who already had serious problems and we know who they are in a small town like this.
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Tempera (Aq), 11 de abril de 2009. Visita a un pueblo que ya no existe.

Un pueblo entre las montañas y un arroyo de agua purísima que lo atraviesa. Alrededor pequeños campos y jardines floridos. Pero desde el otro lado de la calle, a la altura de donde estaba el centro del pueblo ha quedado un montón de ruinas.
Marco nos acompaña a ver cómo el seísmo ha reducido su pueblo, la plaza donde jugaba a pelota, la casa donde había nacido su padre, aquella donde un amigo suyo y coetáneo ha quedado sepultado, aquella de la cual ha sacado todavía vivo aunque gravemente herido a un paisano, aquella, ruinosamente derrumbada donde vivía la comadre, que ha logrado salvarse, el campanario, reducido a polvo, y entre las piedras el reloj que señala las 3 y media, la campana en el suelo.
Su casa ha permanecido milagrosamente intacta, pero en un punto el muro de la cerca está cortado como por unas tijeras. Es allí que está la hendidura. Marco nos dice: ahora, apenas hayamos acabado de llevar fuera a los vivos y a los muertos, habrá que estudiar, siguiendo los desgarros dejados sobre el terreno, cómo se ha movido la tierra. Será necesario ayudar a los más pobres, aquellos que ya tenían serias dificultades y nosotros, en un pequeño pueblo sabemos quiénes son.
(traducción Santiago Montobbio)











Non risorgeranno i corpi di quanti sono rimasti sotto le macerie del terremoto. Però domani è Pasqua. La simbologia di questa festa è più che mai forte in terra d’Abruzzo.
Marco ci ha condotto per le stradine (mucchi di detriti) di un paesino di cui rimangono solo macerie. Vuole aiutare per la ricostruzione, soprattutto vuole capire. Abbiamo avuto l’impressione di coraggio, forza e intelligenza. Con persone del genere ciò che è stato distrutto potrà risorgere. Questo è l’augurio pasquale.

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The bodies of so many who buried under the ruins will not rise, but tomorrow is Easter and symbolism of this festivity is much stronger in the land of Abruzzo than it has been ever.
Marco led us to the streets (piles of dirt) of a village of which only ruins remain. He wants to help for the reconstruction, and especially he wants to understand. We had the feeling of his courage, strength and intelligence. With people like him, what has been destroyed could rise again. This is the Easter blessing.
(translation by Naurang Saini)

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No resurgirán los cuerpos de aquellos que han quedado bajo los escombros del terremoto. Pero mañana es Pascua. La simbología de esta fiesta es más fuerte que nunca en la tierra de Abruzzo.
Marco nos ha llevado por las callejuelas (montañas de cascotes) ) de un pueblecito del que quedan sólo escombros. Quiere ayudar a la reconstrucción, sobre todo quiere entender. Con personas así lo que ha sido destruido podrá resurgir. Éste es el augurio pascual.
(traducción Santiago Montobbio)

martedì 7 aprile 2009

Tempera (AQ)– Le email di uno studente al suo professore –

Trascrivo questo grido che ci dà i brividi perchè resti su Lucreziana, non lo cancellerò mai. Deve restare a ricordare che dobbiamo impegnarci a fare tutto quanto è possibile per rendere meno terribili simili tragedie. Non dobbiamo dimenticare anche quando, che sia presto! la terra in Abruzzo avrà cessato di tremare.
Piera Mattei


6 aprile
Gentile professore,
ovviamente come ha sentito, qui a casa mia (Tempera-Aq) è un macello!

Io sono a casa e devo stare qui... ho la mia famiglia e il mio paese,

epicentro del terremoto, è stato spianato al 90 %.

Non potrò venire a lezione.

Spero che mi capirà.

Marco Iovenitti
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7 aprile

Professore, qui è un disastro.
Il mio paese non esiste più.
Ora sono riuscito a collegarmi da casa di un mio amico che ha la corrente.

La terra continua a tremare e forte.

Io non posso essere a Roma ora... qui c'è bisogno di aiuti.

Appena potrò tornerò e mi faro vivo da lei.

Spero che mi potrà capire e sarà comprensivo.

La ringrazio per tutto.

E spero in Dio che ci salvi.

mercoledì 1 aprile 2009

Valerio Magrelli e l'accelerazione del rischio di vivere di PIERA MATTEI

Da subito, a ben ascoltare, col ritmo giambico del treno in corsa, si sente un'ansia che vola via coi vagoni, sui binari. Il treno in Vicevita –Treni e viaggi in treno di Valerio Magrelli non è associato a un'idea di evasione, ma piuttosto di sgomento per via del corpo, della vita, volontariamente e insieme forzosamente affidati a un proiettile, con l'incertezza di essere saliti sulla vettura giusta, nella giusta direzione.

Siamo a pagina otto del libro e l'incubo è al suo inizio. L'incubo appunto della direzione sbagliata, della stazione superata, delle deviazioni, dei ritardi, degli abbandoni sui binari. Si potrebbe anche sorridere, anche fare una bella risata di sollievo, per queste come per molte altre disavventure di viaggio, giochi di ragazzini che non sanno di essere crudeli, trasferte faticose della famiglia in vacanza, tragedie alla Fantozzi come la visionaria apertura in corsa, contemporaneamente, di tutte le porte, mentre col capotreno si armeggia al quadro comandi, nel tentativo, andato così a vuoto, di liberarsi del fastidioso sottofondo musicale.
Quindi professioni sconsolate e tragiche, ma pur sempre catalogabili, con drastica cancellazione della tragicità assoluta: i "muti" che alle fermate salgono e lasciano senza molte speranze un giocattolino che poco dopo, impassibili, passano a ritirare, e, sempre troppo frequenti, i suicidi, rispetto ai quali il passeggero ha spesso reazioni ciniche o addirittura furiose.

Ma è soprattutto il ricordo di un trenino al parco giochi – il padre muto ma terrorizzato dai freni che non rispondono – che mette sull'avviso. La vita sul treno è per l'autore la metafora dell'attimo in cui la normalità, o addirittura il divertimento, potrebbero trapassare (non trapassano ancora tuttavia) nell'esatto contrario. E' in agguato l'imprevisto, un incidente che, in senso letterale, metta lo scompartimento, la vita, sottosopra. Ma anche solo una torva minaccia: un sasso che scagliato contro il treno in corsa, colpisce il finestrino dello scompartimento accanto.
Rischi a cui si è scampati per un pelo. Il treno non è, così come Magrelli ne vive l'esperienza, una forma di accelerazione del rischio di vivere, in mezzi di trasporto che ci lanciano rapidi, sempre di più, sempre di più, dall'invenzione della ruota a oggi? Vivere è, in sé, il rischio a cui il viaggio non fa che imprimere con la maggiore velocità, una probabilità maggiore di urti, dislocazioni indesiderate, disastri.
Occorre non pensarci: io in treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura come antidoto. Occorre non pensare alle associazioni più facili. Il mondo ferroviario rimanda per Magrelli l'immagine dei treni blindati di cui la storia e i testimoni ci danno notizia: noi tutti potremmo sentirci come bestie potenziali di un potenziale luogo di sterminio. La stesso rivolgere gli occhi fuori dagli scompartimenti, fuori dal proprio tavolo, dal corridoio e dalla fila di poltrone, potrebbe essere pericoloso, sia che l'occhio guardi il panorama in corsa, col rischio che le pupille si sfilaccino, sia che resti a fissare l'immagine del proprio volto riflessa sul vetro, che, dall'inizio alla fine del viaggio, varia e si modifica rivelando forse le differenti anime di cui nulla si vorrebbe sapere.
Talvolta compaiono personaggi inaspettati, estranei ed esterni al treno, come i topi della stazione di Londra, bestie che attraversano liberamente i binari, sulle quali la fantasia si scatena, creature che forse stanno iniziando una mutazione genetica verso l'umano, se sono già capaci dei loro grafiti. Protagonista altrove è lo stesso treno nel suo mutarsi e invecchiare, con l'eliminazione degli scompartimenti – già luoghi di furiose antipatie o di socializzazione – delle carrozze ristorante.

Qui, per giustificare la mia lettura di questo libro, sento il bisogno di rievocare l'immagine che per me si associa al treno fin dall'infanzia, quasi un'illustrazione visiva del concetto treno. E' il ricordo della sequenza di un film che forse a quell'età non avrei dovuto vedere: un'Anna Karenina, credo nella seconda interpretazione in quel ruolo di Greta Garbo. Nel buio il primo piano delle ruote roventi che esalano vapore, la figura tragica del controllore dei freni, il rumore, come di una funerea campana, di quel battere di un ferro sulle ruote. Di quel film non mi è rimasto nient'altro, né ho mai avuto voglia di confrontare la corrispondenza della pellicola al mio ricordo. Forse a causa di questa mia indelebile impressione, di questa tragica infantile illustrazione della parola treno, dal libro di Magrelli, scritto in quella sua lingua essenziale, nel suo tono sommesso e autoironico, mi giunge soprattutto un' eco che mi dà un brivido, mentre la sento risuonare nitida e metallica.

Valerio Magrelli – La Vicevita – Treni e viaggi in treno – Editori Laterza 2009

giovedì 19 marzo 2009

Riceviamo da Alessandro Centinaro e volentieri pubblichiamo un commento critico a affermazioni sconcertanti, soprattutto per il luogo dove, con autorità, sono state pronunciate:
IL PROFILATTICO…NON BENEDETTO!
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La lingua batte dove il dente duole.
Il Papa non riesce a far passare troppi mesi da una esternazione all’altra sul tema dei contraccettivi, che gli sta particolarmente a cuore, molto più, parrebbe, di tanti altri temi – d’orizzonte storico e metastorico- che meglio potrebbero attrarre la sua attenzione pastorale.
Potrà sicuramente esser ricordato come il Papa più “anti-contraccettivo” (mi scuso per l’aggettivazione un po’ barocca!) della storia ecclesiale.
Forse il tema meriterebbe un’enciclica: che bel titolo sarebbe “Non praeservandum genitabile chàrisma..” …. oppure “ Non contraccipienda seminis virtus..”
Stavolta ha detto senza mezzi termini, parlando della tragica condizione (anche sanitaria) delle popolazioni africane, che il preservativo non risolve i problemi, ma li aggrava, mentre problemi come quello dell’AIDS andrebbero invece curati con una sana educazione sessuale: sarebbe come dire ad un affamato che il problema della denutrizione non si risolve con del volgare cibo, ma con una sana educazione dietetica.
A quanto pare, nella sensibilità “biolatrica” che è sempre più crescente nel mondo cattolico (quella sensibilità per cui la “vita umana” biologicamente intesa, ad esempio la vita di un embrione, è talora più importante della “persona” umana, che moralmente non potrebbe esser salvata se il prezzo fosse il sacrificio di una “sacra” cellula staminale) è maggiormente importante preservare la vita di innumerevoli, innocenti spermatozoi, destinati al massacro contraccettivo, che non preservare la vita dei milioni di africani esposti per via sessuale al contagio di AIDS; più importante ancora è riaffermare che il principio che il sesso è moralmente lecito solo se volto alla riproduzione (sano principio, questo, particolarmente raccomandabile negli allevamenti bovini), mentre solo dei deprecabili relativisti, edonisti e miscredenti potrebbero esser così sciagurati da pensare che il sesso sia una forma di comunicazione fra personalità umane, quindi un “bonum in se”, anche a prescindere dalla riproduzione, la quale peraltro sta a cuore anche ai cosiddetti laici (ed, anzi, speriamo che questi ultimi si riproducano più esponenzialmente dei buoni credenti!).
Ognuno è libero di pensare quel che vuole, e di dirlo; però se una qualunque persona che fosse dotata di un particolare ascendente sulle moltitudini andasse in giro a predicare il valore morale, poniamo, di sport estremi come il paracadutismo a bassa quota od il “free climbing” sui picchi himalaiani, è certo che molta gente, sedotta da quel carismatico, si schianterebbe di brutto al suolo; così se il Sommo Pontefice (il cui ascendente sulle moltitudini, in specie quelle mentalmente “innocenti” del Terzo Mondo, è innegabile) va in giro a dire che il preservativo non è un bene, molti di quegli “innocenti” si beccheranno l’AIDS: niente di male, in fondo, perchè l’AIDS è un castigo divino, e come tale va accettato, non diversamente dal vaiolo, a proposito del quale Papa Leone X disse che, trattandosi di un castigo divino, non doveva essere combattuto con il vaccino, essendo quest’ultimo “una sfida contro il cielo”.
Forse, se c’è Qualcuno, in cielo, o nell’anima degli universi, sorride dell’umana credulità….oppure s’infuria?

Alessandro Centinaro

sabato 14 marzo 2009

Se come sono rimango / infuocata e amata dal fuoco


Ieri, è venuto improvvisamente a mancare Alfredo Mariscoli, il barista di Via Giulia di cui si parla in questo articolo. Con lui una parte della storia recente di Via Giulia e dei suoi abitanti, chiude i cancelli. Con rispetto e affetto per la sua persona gli dedichiamo questa pubblicazione su "Lucreziana 2008".

Il disegno sopra riportato è di un giovanissimo cliente. Nella parte superiore il bancone, nella parte inferiore la tazza del cappuccino con il cuore che Alfredo vi disegnava con la schiuma.

Se come sono rimango / infuocata e amata dal fuoco
Per Ingeborg Bachmann e Via Giulia

di Piera Mattei


Via Giulia. Mi sia concesso dichiarare la mia passione per questo luogo. Qualcuno dice che sia la strada più bella di Roma. Ma l'amore che nutro per la sua prospettiva, per i suoi palazzi e per la cascata di rampicanti che orna il retro di palazzo Farnese, mi lascia la libertà di non condividere un giudizio così assoluto. E' una strada misteriosa, monumentale. Ma vorrei averla com'era più d'un secolo fa, cioè senza i Lungoteveri che le tolsero – escludendo con una corrente di traffico l'accesso al fiume – quella che era stata la sua bellezza naturale, elemento essenziale di ogni bellezza che si rispetti. Ora essendo rimasto il suo tracciato più in basso rispetto al Lungotevere, quindi come infossato, la strada ostenta un'aria scontrosa e un ruvido distacco dal chiassosso circondario. A mezzogiorno è luminosa come una meridiana, ma la sua anima non può liberamente respirare. Osserva accigliata dai palazzi e dalle chiese, contratta tra i Lungoteveri – dove davvero non c'è più spazio per passeggiare – e Corso Vittorio (altra strada fine ottocento) che la mortifica con la sua turistica fretta.
Via Giulia corre, per poco meno di un chilometro, dal secentesco ponte Sisto a San Giovanni Battista de' Fiorentini, basilica di quella ricca comunità. Nell'Alto Medioevo erano soprattutto cambiavalute, che qui, sulle strade limitrofe chiamate appunto dei Banchi Vecchi, dei Banchi Nuovi e dei Banchi di santo Spirito, aprivano le loro agenzie. La basilica, a cui dal Cinquecento al Settecento lavorarono i maggiori architetti italiani, per adattarla alle esigenze della sempre diversa committenza, prima si ergeva su un lieve promontorio, a un'ansa del Tevere. Ora è assediata dagli autobus che scorrono lungo Via degli Acciaioli, una strada che talvolta neppure i taxisti riescono a collocare, a tal punto si segnala come rimanenza impropria di un violato assetto urbanistico.
Da questa parte della via, cioè nella zona che fu già dei Fiorentini, si apre una dimora di bellezza singolare. Fu eretta dal Sangallo come sua abitazione, poi, dopo essere stata proprietà del Cardinale Ricci passò alla famiglia Sacchetti, in origine banchieri fiorentini, che l'acquistarono nel 1664 e ancora la abitano ai piani nobili, affittando gli appartamenti di minore prestigio. La continuità nella proprietà ha permesso al palazzo di conservarsi intatto nell'architettura armoniosa e negli affreschi, di grande originalità e forza, del Salviati.
All'inizio degli anni settanta, c'erano ancora ragazzini a giocare per la strada, perché in questa via di architettura nobiliare, vivevano anche (e ci sono ancora) congregazioni religiose, gente del popolo e quegli intellettuali, che spesso per primi riscoprono il fascino e la gustosa abitabilità dei luoghi di negletta bellezza.
Qui, appunto, all'interno di Palazzo Sacchetti, al civico 66 di Via Giulia, in una specie di mansarda, abitò nel suo ultimo soggiorno romano, dalla seconda metà degli anni '60 al settembre '73, la scrittrice e poetessa austriaca Ingeborg Bachmann.
Oggi, dopo trentaquattro anni, le persone che vivono nel palazzo sono cambiate, e quel nome per molti non ha echi, ma allora, nel settembre '73 quando esplose la tragedia, la strada ne rimase annichilita. La trovarono nell'appartamento avvolto dalle fiamme (un mozzicone lasciato cadere sul lenzuolo?) il corpo ricoperto di gravissime ustioni. Era il 26 settembre. Il 17 ottobre Ingeborg Bachmann moriva all'Ospedale Sant'Eugenio.
Pochi credettero alla versione dell'incidente. Già da molto tempo la Bachmann legava la sua scrittura a meditazioni filosofiche di acre pessimismo, a racconti di morte e sparizione. Pochi mesi prima, nel giugno di quell'anno, era uscito per Adelphi in traduzione italiana il romanzo Malina, primo di una trilogia dal titolo Todersarten (Modi di morire). La protagonista, Io, nell'elenco dei personaggi che apre il racconto ha occhi scuri, capelli biondi, nata a Klagenfurt, proprio come Ingeborg. Io dialoga con gli altri due personaggi Ivan e Malina, ma non fa una grande differenza quando parla con loro e quando parla tra sé, si tratta comunque di un monologo interiore del quale gli altri personaggi non sono che riverberi:
Debbo stare attenta a non cadere con la faccia sul fornello, a non mutilarmi da sola, a non bruciarmi, perché Malina altrimenti dovrebbe telefonare alla polizia e al pronto soccorso, dovrebbe ammettere che per colpa della sua trascuratezza una donna si è quasi bruciata. Mi alzo con il viso rosso per il fornello rovente, su cui la notte ho dato fuoco così spesso a dei pezzetti di carta, non per bruciare delle cose scritte, ma per accendere l'ultima e l'ultimissima sigaretta. Ma non fumo più, oggi ho perso l'abitudine.
Malina è il personaggio maschile che nei confronti della protagonista ha un ruolo di potere. Nel rapporto che si delinea tra i due, alcuni critici pensarono di riconoscere il tipo di relazione che per alcuni anni aveva legato la Bachmann allo scrittore svizzero Max Frisch. Nel romanzo l'autodistruzione di Io avviene per sparizione: la sua persona finisce per dileguarsi in una crepa già comparsa nel muro. Malina risponderà a Ivan, l'altro uomo che cerca Io al telefono, che nessuna donna ha mai abitato a quell'indirizzo.
La Bachmann aveva esordito, nel 1953, a ventisette anni come poetessa con Die gestundete Zeit (Il tempo dilazionato), suscitando grande ammirazione. In quello stesso 1953 risiede per la prima volta a Roma – dove era già venuta in viaggio – poi a Napoli e a Ischia. L'Italia le era sempre apparsa come una terra vicina, una meta naturale. Scriveva tra il maggio e il settembre 1952: Ho trascorso la mia gioventù in Carinzia, nel sud, al confine, in una valle che ha due nomi: uno in tedesco e uno in sloveno. La casa in cui i miei antenati – austriaci e sloveni – hanno vissuto per molte generazioni reca tuttora un nome straniero. Così, si può parlare di due confini, non di uno... anzi... di tre Paesi; perché al di là delle montagne, a un'ora di strada, comincia l'Italia [Biographisches].
In quello stesso anno 1952 parlava anche del suo fervente lavoro poetico, definendolo un'impresa ardua, una disciplina: Scrivere poesie è per me l'impresa più ardua, in quanto si devono risolvere i problemi di forma, tematici e di lingua. Le poesie obbediscono ai ritmi del tempo, ma devono ugualmente mettere ordine, nel nostro cuore, all'insieme di cose nuove e antiche che comprendono passato, presente e futuro.
Cose nuove e antiche, la guerra, per esempio. La Bachmann ricordava l'ingresso dei nazisti nella sua città, e tuttavia nazismo e violenza, le appaiono, prima ancora che fatti storici, degli assoluti che governano i rapporti quotidiani, rapporti di forza e sopraffazione degli uomini sulle donne, dei forti sui deboli:
La guerra non viene più dichiarata, / ma proseguita. L'inaudito / è diventato quotidiano. L'eroe / resta lontano dai combattimenti. Il debole /è trasferito nelle zone di fuoco (Tutti i giorni).
Si era laureata in filosofia a Vienna nel 1950, con una tesi sull'esistenzialismo di Martin Heidegger. Ne racconta in Malina, riferendo anche a quel ricordo immagini di fuoco, di morte: la mattina, prima delle tre ultime prove, nell'Istituto di Filosofia era caduta fuori dalla stufa tutta la brace... le inservienti non erano ancora arrivate, bruciava e c'era un fumo tremendo, mi sono messa a pestare con i piedi sulla brace... le mie scarpe erano bruciacchiate ma niente prese fuoco... dovevo essere lì con un altro candidato, che però non venne, la notte aveva avuto un colpo apoplettico. Il vecchio Consigliere, che allora era anche rettore, portava una toga sudicia... e cominciò a interrogare, molto irritato dall'assenza per decesso di un candidato, ma io almeno mi ero presentata e non ero ancora morta. [... ] Gli feci una timida domanda che riguardava il problema dello Spazio e del Tempo, una domanda, lo ammetto, che allora per me era senza senso, ma lui fu molto lusingato dalla mia domanda, e poi fui congedata. Tornai di corsa al nostro Istituto, non era in fiamme... ma in seguito non ho mai risolto il problema dello Spazio e del Tempo. Cresceva sempre di più.
Questo brano può dare un idea di quale intreccio di ricordi e meditazioni, filtrati da uno stile alto e sorvegliatissimo, renda la prosa della Bachmann di una qualità non troppo distante dalla poesia. I suoi incontri fondamentali furono, dopo la filosofia di Heidegger, il compositore Hans Werner Henze, cui la legherà una lunga intesa anche collaborativa e Celan con cui ebbe una relazione sentimentale, un rapporto che la segnò profondamente. Con lui condivise un pessimismo fondamentale, l'idea che non solo dai torti subiti scaturisce il dolore, ma dalla vita in sé: Privo di sofferenza / è colui cui tutto è concesso. E non gli manca nulla. // E non gli manca nulla: poco soltanto / per riposare e mantenersi ritto (Tema e variazione).
Condivise l'idea che il linguaggio, che ha avallato e continua ad argomentare il male, è esso stesso colpevole. Solo in una lingua nuova, intatta, potrebbe esserci salvezza, una lingua sincera, schietta, come incisa nella corteccia, da contrapporre alle parole del così detto vivere civile – che non escludono, anzi comprendono e organizzano guerre e distruzioni – parole ormai inutilizzabili per le persone che vogliano esprimersi con sincerità e senza vergogna:
Inebriata da sequele cartacee / non riconosco più i rami, / né il muschio, che fermenta in cupi inchiostri, / né la parola, nelle cortecce incisa, / schietta e temeraria // [... ]Ma nel legno, / fintanto ch'è verde, e con la bile, / fintanto ch'è amara, sono intenzionata / a scrivere quello che fu in principio! (Legno e schegge).
Nella raccolta successiva Anrufung des grossen Bären (Invocazione all'Orsa Maggiore) scritta in parte nel soggiorno napoletano, compare il tema del fuoco in un'accezione vitalistica, positiva. La lava è elemento che la inizia all'amore, là dove i libri della sua cultura viennese, a quello istruivano soltanto: Istruita nell'amore / da migliaia di libri[... ] // iniziata all'amore / però soltanto qui – / quando la lava è sgorgata / e il suo fiato ci ha colti / ai piedi della montagna (Canti durante la fuga, VI).
Altrove dirà, con forte senso d'identificazione con quanto brucia : Se come sono rimango / infuocata e amata dal fuoco (Il mio uccello); in contraddizione con l'immagine della salamandra che nella poesia Spiegami, Amore guizza attraverso le fiamme rimanendo fredda e incombusta: Non mi spiegare nulla. Vedo la salamandra / guizzare attraverso tutti i fuochi. / Non la incalza alcun fremito, e non prova / nessun dolore.

Forse se avesse continuato nell'ardua impresa della poesia, dato che con quella disciplina si arriva a fare ordine, la disperazione si sarebbe almeno in parte decantata. Invece, dopo la seconda raccolta che fu anche l'ultima, nel volume di racconti Das dreissigste Jahr (Il trentesimo anno), uscito nel 1961, proprio il racconto che dà il titolo al libro è la lucida cronaca di un progressivo allontanarsi dalla realtà, scritta con gelida disperazione, con violenza autobiografica, anche se riferita a un personaggio maschile:
...Umanità: saper mantenere le distanze.
Tenetevi a distanza da me, altrimenti io muoio o uccido, oppure mi uccido. Tenetevi a distanza, per amor di Dio!
Sono adirato, di un'ira che non ha né principio né fine. La mia ira che ha origine in un'antica èra glaciale e adesso si rivolta contro quest'èra gelida... ché se il mondo deve finire – e tutti lo dicono, credenti e miscredenti, scienziati e profeti, che un giorno finirà – allora perché non prima che smetta di ruotare o prima dello schianto o prima del Giudizio Universale? Perchè questa nostra specie non deve sapersi comportare con dignità e porre fine a se stessa?

E ancora, sempre nel racconto Il trentesimo anno, sul tema della disperante inautenticità, sulla gabbia in cui la cultura e l'imitazione imprigionano – come di necessità – il respiro stesso della scrittura e di ogni altra espressione artistica:
Lo spirito che alberga nella mia carne è un imbroglione anche peggiore di quella finta santa che lo ospita... poiché tutto ciò che penso non ha niente a che vedere con me. Ogni pensiero non è altro che il germogliare di un seme estraneo.
[...]
Come mai per un'intera estate ho cercato la distruzione nell'ebrezza, oppure l'esaltazione nell'ebrezza?
Certo solo per non dovermi render conto che sono uno strumento fuori uso sul quale, tanto tempo fa, qualcuno ha suonato qualche nota, che io nella mia inquietuduine continuo a variare e da cui tento con rabbia di ricavare un brano musicale che porti la mia firma.

Quando nel 2003 l'ambasciata austriaca a Roma rese omaggio con una mostra alla sua poetessa nel trentennio della scomparsa, nel materiale fotografico in esposizione riconobbi, chinato con la sua inconfondibile grazia sulla Bachmann, Alfredo Mariscoli. La foto li riprendeva a un tavolino esterno del bar di Alfredo, che vanta lo stesso nome della strada, bar Giulia. Lui allora sembrava un po'un sosia di Gianni Morandi, di cui anche adesso ama cantare a squarciagola le canzoni.
Alfredo è un personaggio che è quasi un monumento, come la "sua" strada. Apre il locale verso le cinque come un uccello che saluta il giorno e serve il caffè ai primi autisti, ai primi netturbini. Ha una storia che potrebbe sembrare un romanzo dell'Ottocento, alla Dickens. Lavora nel bar che ormai da tempo è il suo bar, da quando, ragazzino di nove anni, dovette lasciare il suo paese in Umbria, perché era rimasto orfano di padre in una famiglia numerosissima. Imparò presto come servire un caffé, una bibita rinfrescante, lavorando dall'alba alle due del pomeriggio al bar, e poi, la sera al teatro Quirino, consegnando i vassoi con le ordinazioni, nei camerini. Lì ha appreso l'arte di rendere gradito anche il primo caffé della giornata ai clienti più diversi. Alfredo è la sola persona del quartiere per la quale il ricordo della Bachmann sia ancora presente. Lui che saliva trafelato le scale fino alla mansarda per portarle il caffè, mi parla commosso di lei, di quella che lui definisce "la grande tristezza di quella donna".

La Bachmann amò Roma: Roma è grande. Roma è bella, scrive in Il trentesimo anno.
Giorgio Agamben, nell'introduzione a Quel che ho visto e udito a Roma, un piccolo libro che pubblica una serie di corrispondenze, cronache e notazioni, inviate dall'autrice austriaca dal luglio 1954 al giugno 1955 per la radio di Berna, ricorda che la Bachmann disse di aver imparato a Roma a darsi tempo, a guardare e ascoltare. Che Roma rimane tra le metropoli "l'ultima in cui si possa avere un sentimento di patria interiore... quest'incomprensibile senso di patria".
Sarebbe bello che quell'amore ricevesse la prova tangibile, visibile di essere un amore corrisposto. Questa via che con magnifica discrezione ha saputo mantenere la memoria di Raffaello, Michelangelo, Sangallo, Salviati, Borromini (e consimili) potrebbe ricordare anche il nome di questo altro grande spirito inquieto, che certo, come quelli, non ha del tutto abbandonato i luoghi.
La tormentata poesia della Bachmann, nelle differenze di cultura e di temperamento, rimanda alla tragica grandezza di Amelia Rosselli. Ad Amelia la città ha posto una targa lì dove volle morire, in via del Corallo. Il ricordo della Bachmann invece, su questa strada dove visse gli ultimi otto anni della vita – per usare la mefora del fuoco – sembra quasi sul punto si spegnersi, sebbene sempre più si accenda l'ammirazione tra quanti la amano.

Nota – Le opere della Bachmann sono citate nelle traduzioni di:
Magda Olivetti per Trentesimo anno Adelphi 1985
Maria Teresa Mandolari per Poesie Guanda 2006
Grazia Maria Manucci per Malina Adelphi 1973

sabato 7 marzo 2009

Scalone monumentale della Biblioteca Vallicelliana, in Roma, piazza della Chiesa Nuova.





Cosa vedono in alto di così divertente? Soprattutto da dove vengono ?

Lo sguardo in alto credo sia rivolto al custode che li vuole vedere scomparire al più presto oltre la porta di ferro battuto, perché il tempo a disposizione è finito, e, loro, i poeti, indugiano in richiami, mentre potrebbe, da un momento all'altro, suonare l'allarme!
Troppi tesori sono custoditi nelle scaffalature borrominiane perché un complesso sistema antifurto non debba essere innescato all'orario di chiusura.

Alle spalle un bassorievo, di cui con ogni evidenza il soggetto è l'incontro tra Attila e Leone Magno (chi ne sarà l'autore?).

Scendono dunque le scale dopo aver assistito alla presentazione di "Melanconia animale"di Piera Mattei. La sala borrominiana dove si è svolto l'evento è un vasto spazio barocco, monumentale e protagonista in proprio. Ma l'atmosfera era riuscita a scaldarsi e l'attenzione a scendere e serpeggiare tra le rigide sedie in pelle con piacere per le parole dette, per le pagine lette.

Sono, da sinistra: Luigi Celi, Piera Mattei mani giocosamente intrecciate con Adele Cambria, Daniela Negri, Claudia Valerio Pagan e Claudia Patuzzi.
Gli altri sono rimasti dentro altre foto.

martedì 24 febbraio 2009

premio Betocchi 2009 a Renzo Gherardini










FIRENZE
Fondazione Il Fiore 19 febbraio
Palazzo vecchio 20 febbraio
IN POCHE PAROLE E ALCUNE IMMAGINI