giovedì 28 aprile 2016

Il 26 aprile alla Cabot University reading delle poesie di Eleanor Wilner



Eleanor Wilner ha letto sette delle poesie che compaiono nel libro"Tutto ricomincia" edito da Gattomerlino nell’originale, e le 6 traduttrici a turno ne hanno letta la versione italiana. Benché io non sia che l’editrice sono stata accolta a leggere anch’io una loro traduzione.
Alla fine foto di gruppo che ricevo da Anna Maria Rava, che di cuore ringrazio!

giovedì 14 aprile 2016

"1984"

Un giovanotto dall'aspetto di ragazzo per bene realizzerà –in non eccessivo ritardo– l'incubo orwelliano di "1984"?



Arriva proprio oggi il proclama di Zuckerberg di volere raggiungere l'intero pianeta.  Sarò la sola a restarne fuori? Vedremo.

Intanto riporto dal sito che raccoglie le critiche ai progetti e ai metodi di Zuckerberg
da quel sito è anche ripresa la foto di un murale che si trova a Berlino che qui riportiamo:

Wrongful account suspensions and coercion of private identification out of its users[edit]

In 2015, it was reported that a growing number of Facebook users are being wrongfully and inexplicably suspended from their accounts by Facebook to give up copies of their private identification information. If such information is not given up, users suffer permanent restriction from their accounts with no alternative way of retrieving them back. The private identification being summoned by the website from its users include copies of their driver's license, state-issued ID cards, passports, military cards, photo IDs, etc. This has created great displeasure for users who practice discretion with such information. It's also worthy to note that Facebook does not require the release of such information when individuals sign up for the site. With this kind of personal information having the potential to seriously harm individuals, the method has been described by users as a presumptuous, dictatorial move and an offensive invasion of privacy by Facebook. Other popular websites have only asked for verification of identities through an e-mail confirmation link, or in some cases, a cellular phone text message confirmatio

mercoledì 13 aprile 2016

A proposito di Facebook di Piera Mattei





Mercoledì 13 aprile. Credo che da oggi la mia presenza su Lucreziana 2008 sarà più assidua. Questo corrisponderà a una diversa divisione del mio tempo.

Ho infatti interrotto la mia presenza su Facebook.
Facebook mi avrebbe obbligato a rinunciare a quanto è essenziale per me, cioè avrebbe voluto che io rinunciassi a essere presente come Gattomerlino edizioni. Esige una presenza anagrafica e l'invio di un documento d'identità. Ma io non voglio raccontare su Facebook di me, voglio solo definire i contorni culturali della mia attività come editore, come Gattomerlino, appunto.
Per l’accesso a uno spazio di cultura, normalmente – e dico scaramanticamente “fino a oggi” – nessun documento d’identità è richiesto. Solo i delegati dai centri di potere richiedono e possono richiedere fotocopia del tuo ID. Solo dove avviene una importante transazione economica, un passaggio considerevole di beni da uno ad altro soggetto è richiesta la fotocopia di un documento d’identità.
Ne deduco che Facebook che impone di inviarlo, non può essere frequentato come luogo virtuale d’incontro culturale. Facebook corrisponde a un centro di potere. Ciò che a Facebook interessa è stenderti sulla sua piattaforma, a Facebook interessa catalogarti, influenzarti, infine plasmarti.

Grazie, Facebook, credo che farò a meno di te. Anche perché mi avanzerà così una quantità di tempo. Tu infatti, nonostante le resistenze che si pensa di saper opporre, hai alla fine un effetto drogante e  richiedi a chi ti frequenta molto tempo, tu  succhi creatività.  Rimpiango le bellissime foto che ho postato e che hai inghiottito nel gorgo scuro della tua anonima voracità!


Tu per me oggi, Facebook, sei solo un vuoto contenitore.  E a questo contenitore chiedo, se sa rispondere: non sono i contenuti, non ti bastano quelli a definire l’identità di un frequentatore del tuo spazio?

Nell'immagine la copertina Del libro in corso di stampa"Malakhovka" di Piera Mattei Gattomerlino edizioni


giovedì 11 febbraio 2016

Tutto cambia? Osservazioni e domande a Roberta Fabbri di Piera Mattei

Roberta Fabbri – Helios, la via dell’Essere – Il ciliegio edizioni 2015

Roma 3 febbraio 2016 
Studio fotografico Alfredo Matacotta Cordella



La ferrea organizzazione della serata ha deciso di collocarmi “in fundo” lì dove si deposita quanto è delizioso. Vorrei essere degna di questa privilegiata collocazione. C’è un solo rischio, che tutto quanto è importante sia stato già detto. Ma forse rimane da evidenziare soprattutto quanto non è nel CUORE del libro, nelle note, negli esergo. Dettagli essenziali li chiamerei con un facile ossimoro

Cominciamo dalla copertina, dal TITOLO:
Helios, la Via dell'Essere
In questo titolo, soprattutto nella parola Essere scritta con la maiuscola, ho forse sentito un eccesso, una forzatura verso l’esoterico. Mi pare d’intuire un intervento dell’editor, che infatti l’autrice mi conferma. Helios, in realtà è una forza naturale più che metafisica. Helios guarisce con le erbe, Helios va a Ovest, come appunto il sole nel suo quotidiano apparente tragitto.

Gli ESERGO
 Ce ne sono due: Il primo è la dedica al figlio che non richiede commenti, si scrive sempre per chi viene dopo di noi, o da noi. Il secondo è una citazione da Dag Hammarshold: “il viaggio più lungo è il viaggio interiore”. Non mi sembra trascurabile che questo personaggio (D.H.) sia morto per un incidente aereo, durante un viaggio diplomatico in Africa e che di lui sia stato trovato, postumo, un diario che parla di un suo cammino verso l’ascesi, la purificazione.

Ancora analizzando informazioni al margine della narrazione. Leggiamo come ultime parole di una

NOTA FINALE che la prima idea del romanzo è nata dall’ascolto della voce di Mercedes Sosa che canta, lei argentina, la canzone scritta da un cileno, Julio Numhauser , TODO   CAMBIA. Il tema forte di questa bellissima canzone non è tanto l’elenco poetico di tutte le cose che cambiano ma la constatazione – tornando, dal mondo intorno, al proprio sé – che conclude quelle strofe: “così come tutto cambia che io cambi non è strano”, cioè l’accettazione del cambiamento che il tempo impone a ogni essere vivente. Infine le ultime strofe di quella canzone introducono l’affermazione che la sola cosa che non cambia è l’amore per la propria terra e forse questo  è quanto Roberta Fabbri intende soprattutto confermare per sé.

Ma tornando all’idea che tutto cambia dovrei chiedere qui all’autrice perché se l’ispirazione viene dall’idea di continuo cambiamento, l’ambientazione è invece decisamente arcaica, come di un mondo in cui il tempo si sia fermato a cento anni fa: non c’è acqua calda nelle case, l’acqua si mette a scaldare sul fuoco, non c’è Tv, ci si appisola davanti al fuoco, non ci sono lavatrici, i panni si lavano ai lavatoi. C’è un grande controllo sociale, c’è pettegolezzo e da nessuna parte compaiono quegli oggetti che effettivamente hanno cambiato anche antropologicamente l’informazione: computers, telefoni mobili...
Il racconto vive qui nel tempo del Mito Paesano? quando si è formato nell’autrice questo mito? Quando poi si è fissato con inchiostro indelebile?

LO STILE
Siamo, direi, più che nei Malvoglia dentro Le Veglie di Neri di Renato Fucini, alias Neri Tanfucio.
Sulla lapide di Fucini si legge che quello scrittore ha elevato alla letteratura la lingua del popolo. Qui direi che il processo è invertito. Si riprende quella lingua del popolo conferendole preziosità, con passione che definirei antiquaria, come si riscopre la bellezza di una vecchia lampada da anni dismessa.  Espressioni come il peschio dell’uscio indicano da un lato la passione per certi suoni, la ripetizione di quei suoni stessi, dall’altra il vezzo di usare termini desueti o consueti solo in un ambito ristretto, come, per citarne alcuni, le parole ciuca, forteto, salcione, la pozza, usata in senso assoluto, e molte altre, per cui la lettura di questo libro richiede anche la frequente apertura di un sofisticato vocabolario.

Tutto resta perciò immoto e insieme todo cambia, perché il cambiamento di cui si parla è interiore. È interiore ma si riflette all’esterno, anche Pinocchio quando smette di essere un burattino con tutte le sue bugie e le sue marachelle, e ha compiuto atti d’amore e di coraggio, diventa, anche esteriormente, un bambino. Cito qui Pinocchio perché l’ho trovato in queste pagine. Certamente per l’autrice è una lettura prediletta, quel testo addirittura compare tra i libri di Alchimia di Polluce.

Abbiamo già accennato alle Veglie di Neri di Fucini al Pinocchio di Collodi, potremmo senz’altro citare anche Cent’anni di solitudine di Garzia Marquez, e qui, dove appunto stile e voce narrante tendono a identificarsi, introduciamo la

VOCE NARRANTE
la voce narrante è maschile, ma non basta, forse per volontà di accentuare l’estraniamento è talvolta persino maschilista, soprattutto quando parla di corpi  femminili sciupati  dalla vita, dagli anni. É, soprattutto nella prima parte la voce di un monellaccio frammista alla crudeltà tipica degli ambienti paesani, delle vecchie comari. Ricorda, soprattutto nel primo capitolo lo stile verghiano dei Malavoglia, cambiando la parlata di Aci Trezza con quella di Poggiosorbi, il Poggio delle Sorbe, frutto aspro per definizione e ormai, anche lui, arcaico, praticamente scomparso. È il paese tutto che racconta che bisbiglia e mai con tono benevolo. Di una fisonomia, di un corpo cattura prima il particolare sgradevole, tipica maniera d’interessarsi agli altri delle piccole comunità chiuse.
Maschio, il protagonista, non ama la madre, che rifila scapaccioni ed ha le mani rosse, invidia la madre all’amico Giovannino, una madre che un giorno prende a spogliarsi sulla pubblica piazza: la madre dell’amico è pazza sì, ma delicata e di carni bianchissime.
Tuttavia, a proposito della madre, attraverso la donna del Lago il protagonista ha una rivelazione, anzi una visione. Rivede la madre bambina, poi il giorno del matrimonio, già incinta e col progetto di fare del figlio una persona se non colta almeno istruita. Vede che la violenza che la madre ha esercitato su di lui, lei l’ha a sua volta subita dalla propria madre. Qui forse è l’unico momento in cui la voce femminile dell’autrice si tradisce: di madre in figlia, si trasmette la catena di un amore equivoco che non conosce tenerezza (pag37).


Nella selva dei personaggi che dal terzo capitolo in poi il racconto dispiega  mi piace segnalare quella del SACERDOTE, personaggio fondamentale della catena della salvezza, che tuttavia è goloso, ha quella invincibile debolezza della gola ed è quella che lo rende un personaggio vero, attraente.

C’è un tragico terremoto in questa storia e ci sono malattie che Helios sa guarire perché Polluce, uno dei due fratelli dei primi incontri gli ha insegnato i segreti delle erbe. Medicina è anche potere, potere di guarire certo, ma di avere attraverso i corpi la resa delle anime. Così Helios conosce Minos Delgado e salverà poi dalla malinconia il figlio di Minos, Veloso.


Il libro è un racconto che si chiude, ad anello. Il protagonista parte dal paese natale, da giovane, e a quel paese torna, da vecchio, avendo compiuto il viaggio, per morire avendo tutto compreso.  Il protagonista – è la sua fortuna – consuma la vita realizzando la vera conoscenza. Questo perciò, nel periodo di cupo pessimismo che stiamo attraversando (e spero che sia appunto una traversata, una via che ci condurrà a momenti migliori) è un libro carico di ottimismo.
(nella foto: Alfredo Matacotta, fotografo)

martedì 27 ottobre 2015

Valerio Magrelli – Millenium poetry – Viaggio sentimentale nella poesia italiana – il Mulino 2015




PRIA CHE PASSIN MILL’ANNI
nota critica di Piera Mattei


La prima considerazione che si affaccia dopo la lettura di questo libro è di carattere antropologico. Persino etologico, direi, in una prospettiva che non differenzia sostanzialmente l’uomo dal resto del mondo animale. Cosa è, infine, un millennio rispetto ai tempi, ai milioni di anni trascorsi dall’invenzione del linguaggio prima, della scrittura poi, della formazione di diverse lingue, della trasformazione del latino nelle varie lingue romanze ?
Questa la domanda, ed ecco le rime che, nonostante il titolo inglese del libro, mi sono subito rimbalzate nella mente. Dante, sempre ancora l’immenso nostro moderno delle origini :

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e il ‘dindi’, 

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio all’etterno, c’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

La connessione non voluta, istantanea, che la memoria mi ha regalato mi è sembrata straordinaria per due motivi.  Vengo al primo. Mille anni sono un tempo che la mente e il gusto personale di uno studioso della poesia italiana, un poeta, può far liberamente attraversare al lettore nel giro di poche ore. E che Valerio Magrelli sia uno studioso eccellente della poesia italiana oggi, nessuno lo metterà in dubbio, neanche l’autore di questo libro, anche se gli piace presentarsi come un « non addetto » e giocare con gli scrupoli che in lui, un non-accademico della materia, si sono affacciati prima d’intraprendere il suo viaggio. L’enunciazione di questi scrupoli credo serva a Magrelli soprattutto per prendersi poi tutta la libertà di cui ha bisogno per indicare ciò che gli piace e ciò che lo diverte. Questo libro è infatti certamente anche un divertimento, nel senso etimologico del termine, cioè un lavoro di dirottamento della storia della poesia da quella matrice lirica, ripetitiva e malinconica, che da Petrarca in poi segna il flusso principale della nostra letteratura poetica.  Non che la melanconia non abbia qui spazio, ma di quale natura essa sia lo vedremo presto.

Dante, che in ogni registro raggiunge vette assolute, viene qui presentato da Magrelli, con la citazione delle sue famose terzine provenzali messe in bocca  a Arnaldo Daniello  in Pur. XXVI e per altre sue invenzioni linguistiche, essenzialmente per avere un valido pretesto di riflettere sulla «vastità del panorama e del repertorio poetico alloglotta» nella nostra letteratura.
 Petrarca, più che come padre della poesia d’amore in Italia e in Europa, è visto come il primo di quanti poeti cercano nello specchio le conferme della propria personalità o le prime tracce dell’irreversibile naturale cambiamento. Tema ripreso poi, nei noti narcisistici sonetti di Alfieri e Foscolo, che in questo viaggio incontreremo più avanti.

Qui veniamo al secondo tema presente nelle terzine dantesche che ho più sopra citato, quello dell’invecchiamento, della morte (“se vecchia scindi/ da te la carne”). Se la morte è necessaria e ogni umana esistenza solo da quella acquista forma, nessuno vedrà mai la forma completa della propria vita, anche se è quanto vorrebbe (cfr.Alfieri: “Muori, e il saprai”). Quella forma è infatti necessariamente postuma.

Ma è la malattia in poesia a farla da padrona in queste pagine. Valerio Magrelli raduna molti degli sfoghi ipocondriaci dei nostri poeti, a cominciare da quel campione del genere che è il grande passionale Jacopone da Todi :
“O Segnor, per cortesia, manname la malsania!”
Che la malattia venga richiesta  come punizione dei peccati e risarcimento alla morte di Cristo, come in questo caso, o sia il nome che si dà alla propria sofferenza e al lamento, l’aspetto comune in queste liriche è la conoscenza dettagliata di tutte le malattie possibili e i loro nomi.  Si veda la rabbiosa descrizione dei propri mali in Michelangelo: « I’ sto rinchiuso come la midolla», l’anatomia cruda, viva e vera di Campanella  nel madrigale «Di’: come al buio hai tu distinto l’ossa? », dove la percezione del corpo è quella di un uomo sopravvissuto a lunghe torture e a lunghi anni di prigionia. Ciro di Pers invece dedica un suo sonetto a una specifica malattia, la calcolosi renale: «Son nelle rene mie, dunque, formati / i duri sassi alla mia vita infesti ».

Presente qui è anche l’ansia, il tormento che non ha cause e nome, da un lato l’attrazione senza oggetto... dall’altro una sofferenza senza origine , come in Ariosto,  « Lasso! che bramo ancor, che più vogli’io ». Poesia in cui Magrelli indica la condizione di stallo in cui giungono gli amanti ariosteschi quanto, terminata la caccia, raggiungono l’oggetto del desiderio.  In questa composizione tuttavia vedo additata anche un’altra delle predilezioni di Magrelli: nelle loro varie forme la ripetizione e il gioco linguistico: « Io voglio, ma io non so quel ch’io mi voglia ; / e volendo mi doglio; ah duro fato, / che senza alcun dolor sempre mi doglia! »

Si diverte Magrelli. Molto lo fa prendendo le distanze da malinconia e ipocondria, ma anche in altri modi. Per esempio segnalando quella che definirei la sincera ipocrisia di Monsignor della Casa che fugge ormai dal « fallace mondo » dopo aver inutilmente rincorso, non senza contraddizioni e incidenti di percorso, il traguardo della porpora cardinalizia.
Il sorriso, l’ironia e anche il sarcasmo aleggiano in tutte queste pagine. Pagine di un serio ricercatore che, attraverso le idiosincrasie dei poeti nei secoli, segue con compiaciuto distacco le proprie. Anche lì dove sento un’ammirazione senza riferimenti espliciti all’ipocondria e alla malinconia, quando cioè viene a parlare del Belli, Magrelli non può trattenersi dal citare la scoperta che il poeta enuncia in Er cimiterio de la Morte: « che ll’omo vivo come ll’omo morto / Ha una testa de morto in de la testa ».
Proseguendo nel suo viaggio, se certo non è troppo originale citare una poesia sui morti venendo a Pascoli, più particolare lo è parlando di D’Annunzio. Qui giacciono i miei cani è una poesia che si colloca fuori del dannunzianesimo più noto, anche se persiste nelle tematiche e nello stile decadente.
Quale maggior poeta della malinconia, tra quelli nati nell’Ottocento, che Guido Gozzano, che  più ripete il ritornello : « Bada che non ti parlo / per acrimonia mia : / da tempo ho ucciso il tarlo /della malinconia », meno riesce a farcene convinti?

Tra i classici moderni, venendo a Montale, Magrelli sceglie la poesia L’anguilla che incita a imparare a memoria, forse ricordando come amasse ripeterla a memoria, quando l’occasione se ne presentasse, l’amica di Montale Maria Luisa Spaziani.
Montale. gli dà l’occasione di sottolineare ancora una volta l’esistenza di un legame tra enigmistica e poesia : preme ribadire, scrive, come quest’ultima sia innanzitutto una sorta di forma- pensiero, pensiero fatto forma , forma fatta pensiero, chimica non soltanto di parole, bensì di sillabe, lettere, spazi.

Concludendo questo mio breve viaggio sul viaggio magrelliano nella letteratura italiana di un  intero millennio mi sentirei di confutare, almeno in parte, la possibilità di usare questa originale antologia come una gioiosa propedeutica che raggiunga una fascia di lettori finora estranea alla nostra tradizione poetica. Va bene il giocosa, va bene anche definire i materiali di questo libro una schedatura ludica e sentimentale. Ma questi, se vogliamo continuare nella metafora che usa Magrelli, ripresa sul retro di copertina, non sono starters per stomachi digiuni. Direi, e torniamo a Dante, al suo Convivio, che l’invito a questa tavola è piuttosto rivolto a chi del cibo della poesia si è saziato, ne ha già avuto abbastanza. A chi non ne ha più appetito, perché ha gustato sempre dello stesso cibo, in maniera conformista, con scarsa curiosità per cibi meno tradizionali. Magrelli qui, anche apparecchiando lingue diverse o di autori stranieri che hanno voluto saltuariamente esprimersi in italiano, cerca di farci avventurare verso esperienze il più possibile nuove. 

Come attraverso un viaggio nell’anti-materia, Magrelli ci ha traghettato non nella poesia italiana tout court ma in una sua zona rimasta fino ad ora (quasi) invisibile.