mercoledì 20 febbraio 2013

Amelia Rosselli di "Diario Ottuso" nel mese di febbraio




Amo il mese di febbraio. In anni già lontani al mese di febbraio ho dedicato una poesia, quasi fosse una persona di cui si conoscono pregi e difetti. É il mese in cui le giornate decisamente fanno spazio alla luce e, nel freddo ancora pungente, si gonfiano le prime gemme dei fiori.

È il mese in cui ho visto la luce, è il mese in cui anime grandi hanno lasciato la luce, per sempre. Il 17 si commemora il rogo di Giordano Bruno, ma, più sommessamente, l'11 è la data in cui due poetesse, Sylvia Plath prima e Amelia Rosselli poi hanno volontariamente deciso di terminare la loro vita.

Allora prima che questo mese finisca voglio dedicare ad Amelia, che viveva a Roma e abitava a Roma, non lontano da dove io abito, un ricordo, una lettura affettuosa del suo geniale libretto di prose "Diario ottuso".
Il saggio nella sua interezza dovrebbe uscire nei prossimi mesi sulla rivista "pagine". Questa è solo un'anticipazione, un omaggio ad Amelia e insieme un omaggio al mese più breve, più freddo e forse più terso dell'anno.


Amelia Rosselli di "Diario Ottuso": riuscire a dire per uscire dall'in-fanzia?
di Piera Mattei



Vagava, imbarazzata, con i piedi affondati nel fango bisognoso delle sue scarpe umidissime.
E così fu luce esatta: si convinse d'aver trovato la sua dimensione vitale: il non sapere, il non vedere, il non capire.

Sono queste le note finali di "Diario Ottuso".
Nell'ultima frase la voce che parla in terza persona esprime la completa accettazione della sua "ottusità", della sua "dimensione vitale" realizzata al negativo. Una certezza che giunge non attraverso una deduzione logica, ma immediatamente, come per una folgorazione razionale: e così fu luce esatta.
Tuttavia è sulla penultima proposizione che eravamo rimasti sorpresi e catturati. È prosa? Formalmente sì, ma racconta in modo estraneo alla prosa, perché non ci permette di riallacciarci a un discorso precedente e di predisporci a un discorso successivo e conseguente. Semplicemente c'inchioda a cercare di capire. Come il verbo vagava si allaccia all'aggettivo imbarazzata, come al complemento con i piedi affondati nel fango? Quell'aggettivo, in sé, dovrebbe riferirsi piuttosto a uno stato di confusione, d'indecisione e d'immobilità. Il complemento, con i piedi  affondati nel fango, sembra rendere ancora meno possibile quel vagare. Ma ecco che repentinamente il protagonista diventa proprio quel fango: bisognoso, lui, delle sue scarpe umidissime. E tutto sembra chiarirsi, ché infatti il disagio nasce dalla imperiosità di quel fango, dei suoi bisogni, che non si sa bene se esaudire. Il fango non sarà banalmente la causa  dell'umidità delle sue scarpe, ma invece desidera, ha bisogno di quelle scarpe in quanto terribilmente umide. In quanto, perciò, simili?
Direi che qui Amelia Rosselli proietta sulla reciproca attrazione tra le sue calzature e quel fango vischioso, invischiante, la sua ricerca del simile, disperata, perché mai appagata, mentre tuttavia la speranza non s'attenua.

"Diario Ottuso", questo libretto di poco più di trenta pagine, uscito nel luglio 1990, mette insieme tutte le prose prodotte dal 1954 al 1968: quindi ben quattordici anni separano i primi dagli ultimi esperimenti.
L'autrice proprio così li chiama: "Esperimenti narrativi", e della tecnica, non vorremmo dire della maniera, sperimentale c'è la sottolineatura del mezzo e del luogo scelti per quell'esperimento. Una nota sincera fino all'ingenuità, precisa come per un vero esperimento scientifico, preziosa, sui diversi, ma  sostanzialmente affini, modi di questa scrittura. Ecco cosa scrive della prosa più lontana nel tempo, quella a cui, appunto, attribuisce il titolo di "Prime prose italiane":
Lo scritto è breve, in qualche modo ispirato; ed è ispirato appunto dal Tevere, presso il quale vivevo. In parte è stato scritto fuori casa, camminando, e dunque scritto a mano; oppure erano appunti che prendevo mentalmente e poi trascrivevo quello scrivere mentale una volta a casa. Credo poi d'essere riuscita, tanto tempo fa nel 1954, d'evitare (come fosse la peste) la tipica scrittura detta "prosa poetica", accettatissima in quel periodo. Il testo vorrebbe avere la morbidezza delle poesie di Scipione, e così eviterebbe il drammatico Campana.

Con grande sintesi e grazia Rosselli riesce a metterci davanti i luoghi, i modi, gli strumenti della sua scrittura e, ancora più succintamente, riesce a riferirci le intenzioni, cioè i modelli che ha inteso imitare, le presenze forse troppo attraenti che ha cercato di evitare.
Nettamente allora: non si tratta di prosa poetica, da cui dice di rifuggire come la peste, ma di poesia tout court, poesia scritta senza gli a capo.
In proposito scrive  nella prefazione Alfonso Berardinelli:
Non credo che sia facile distinguere le prose di Amelia Rosselli dalle sue poesie [...] Anche quanto c'è in queste prose di descrittivo e di narrativo è altrettanto presente nelle raccolte di poesia.[...] Al posto del verso tipograficamente visibile, qui abbiamo la frase libera. Al posto della strofa, i blocchi dei paragrafi.

Non è possibile parlare di queste prose senza ripercorrerle a piccoli passi, cercando d'individuare il significato poetico di slittamenti semantici, di originalità ortografiche. Si sentono allora vibrare nelle parole due componenti essenziali: la paura e l'ironia. Soprattutto però quella che indicherei come sensibilità "infantile" nel doppio significato del termine. Infantile in quanto giunta alla lingua italiana in certo modo da straniera, da apprendista e principiante, profondamente contaminata dell'anima di altre lingue. Si trova in questa dimensione a maneggiare l'italiano come uno strumento da osservare curiosamente, e da smontare e rimontare a piacere, proprio come fanno i bambini nella fase dell'apprendimento linguistico, ricchissimo di scoperte e invenzioni.
Infantile è anche la sensibilità che tale lingua presuppone: vi sono dominanti la paura dell'ignoto e del "cattivo" e la sorpresa purissima verso il bello, aggettivo questo usato talvolta anche al superlativo ("cameriere bellissimo"), con una sorta  di naïvité che certo una poesia tradizionale escluderebbe. Le prose più antiche, quelle del primo insediamento a Roma, aggiungono a questo sguardo caratterialmente infantile, la sensibilità di chi da poco ha deciso che quello sarà il suo mondo, con un'accentuazione degli elementi di attrazione e repulsione, che progressivamente si sposteranno dalla città di Roma come entità estetica-antropomorfizzata, alla società civile e politica, minacciosa nel suo insieme, anche a causa delle ferite non additate ma inguaribili di una tragica orfanità.
La seconda parte del saggio verrà postata nei mesi successivi

sabato 9 febbraio 2013

da Pechino 3 – PIL e felicità, di Claudio Marcelli









Quest’anno il Prodotto Interno Lordo della Cina crescerà molto meno dell’8 %, un valore sensibilmente più basso rispetto a qualche anno fa quando questo paese cresceva ben oltre il 10%.  Questo valore rimane comunque enorme se confrontato con quello di molti stati Europei che non crescono per nulla e se si eccettua la Germania il cui PIL è comunque in diminuzione, ma soprattutto se si tiene conto che la Cina è ormai la seconda economia del mondo.
Negli ultimi tempi, soprattutto ora che in molti paesi occidentali si comincia a capire che il mito della crescita senza limiti non è possibile, ci si domanda cosa significhi realmente il PIL, se esiste una reale correlazione tra PIL e benessere o, magari, come misurare lo stato reale di benessere di un paese. In Europa, la Grecia sta vivendo momenti drammatici e, camminando per le strade di Atene come mi è capitato qualche mese fa, si percepisce chiaramente la crisi economica e umana di questo Paese. Guardando i volti delle persone non mi è mai capitato di vedere qualcuno sorridere, tanti negozi sono chiusi, altri praticamente vuoti, la gente è triste e spesso appare disperata. Non c’è veramente alcun bisogno di leggere statistiche per capire il dramma che stanno vivendo i greci afflitti come sono dal virus della “tristezza”. Basta camminare per le strade di Atene per esserne contagiati.
Camminare oggi per le strade di Pechino, di Shanghai, di Hefei e di tante altre località della Cina offre immagini diverse. La gente ride, si incontra riempie qualsiasi tipo di locale, canta. Il karaoke anche qui è ormai un must. Si percepisce un’atmosfera diversa. Visitare il 798, il quartiere artistico di Pechino trasmette immagini e sensazioni di una società giovane che cammina, direi quasi “corre” verso il futuro.  Potrei dire senza enfasi che camminando per le strade cinesi oggi è normale incontrare persone felici. Ma sono veramente felici e che significa essere felici in una società in crescita come quella cinese?
Se penso a quello che ci propinano i media quotidianamente, soprattutto attraverso la televisione, la felicità è certamente possedere qualcosa che si desidera, soprattutto beni di consumo e di lusso. Se pensiamo a questo, oggi i Cinesi sono certamente tra gli uomini e le donne più “felici”. Il loro mercato cresce ogni giorno di più in un parossistico carosello che arricchisce tanti cinesi e molti occidentali e, allo stesso tempo, muove la loro economia. Ma la felicità è sicuramente anche quello che non si possiede e si cerca o si aspira in maniera sicuramente più etica. Anche in questo i cinesi sono ricchi e si vede e si sente parlando con i giovani, scoprendo i loro sogni e le loro aspirazioni: non solo status symbol, ma valori come cultura, famiglia e stabilità sociale, un viaggio alla ricerca della felicità che i loro genitori e i loro nonni non hanno mai avuto e che molti cinesi hanno oggi la possibilità forse di raggiungere.
La felicità è un valore sociale da riaffermare proprio adesso che quasi tutti i sistemi occidentali mostrano debolezze sistemiche e tagliano spesso diritti sociali conquistati in molti decenni e affermati nella Costituzioni di quasi tutti gli stati democratici. La felicità è addirittura, come tutti sanno, un obiettivo dichiarato nella Costituzione americana.
Ma allora se la felicità è veramente un principio riconosciuto come si può misurare quella di un popolo o di una nazione? Qualche anno fa uno statistico italiano: Corrado Gini ha introdotto un coefficiente numerico compreso tra zero e uno, in grado di misurare la diseguaglianza di una distribuzione come il reddito o la ricchezza. Più il valore del coefficiente di Gini è basso, più la distribuzione che si considera si può considerare omogenea. Lo zero corrisponde a una pura equidistribuzione, ad esempio una nazione ideale in cui tutti percepiscano lo stesso reddito, mentre se questo valore cresce la distribuzione diventa sempre più disomogenea.
Certamente una nazione dove esistono grandi diseguaglianze, e la Cina ha al suo interno enormi disparità sociali ed economiche, non può essere considerata o proposta a modello della felicità. Tuttavia, per la prima volta, quest’anno la Cina ha pubblicato il coefficiente di Gini della sua distribuzione del reddito (0.474 nel 2012 contro 0.491 nel 2008) e quello dei dieci anni precedenti. In questo momento non credo sia veramente importante capire se questo valore sia “esatto” (altre stime anche interne alla Cina lo danno molto vicino a 0.6) o circa grande come quello degli Stati Uniti o di altri paesi. Per una nazione come la Cina in cui Deng Xiaoping aveva dichiarato molte volte che “alcune persone potevano essere autorizzate a diventare ricche prima di altre” è un importante passo in avanti che non solo riconosce e misura la disuguaglianza, ma implicitamente pone tra gli obiettivi del paese anche quella di ridurla. È l’indicazione che in questo paese ancora in grande (forse troppo grande) crescita è importante governare lo sviluppo. Una crescita senza controllo è, infatti, pericolosa non solo per l’ambiente, ma soprattutto per il futuro benessere sociale.  Migliorare e mantenere un sistema sociale equo è una condizione essenziale per costruire il progresso di un popolo e di una nazione. Questo non è solo il grande problema della Cina, ma anche delle nazioni occidentali i cui economisti e banchieri propongono ormai solo tagli ai salari, alle pensioni e ai diritti sociali fondamentali come scuola, educazione e sanità. Con queste scelte non andremo sicuramente lontano e il virus della “tristezza” greca si estenderà presto a molti altri paesi. Per continuare a costruire il futuro i paesi occidentali, e il nostro non rappresenta un’eccezione, non hanno bisogno solo di sapere che il PIL sarà maggiore di zero, ma anche di poter ancora sperare di essere felici.

Foto: Immagine di una delle miriadi d’installazioni al quartiere 798 di Pechino (http://www.798space.com).

domenica 27 gennaio 2013

Da Pechino 2 – Lo sviluppo economico e l'etica, di Claudio Marcelli




Pechino all'alba:luce diffusa da polveri nell'atmosfera
Mi sveglio tutte le mattine immancabilmente verso le 8, non prima. È sicuramente ancora un problema di jetlag e al mattino non riesco a vedere la luce filtrare dalle nubi. Mi è successo solo due giorni fa a Pechino quando per poter prendere l’aereo che mi avrebbe riportato a Hefei, alzandomi alle 6 e 30, ho aperto la finestra dell’albergo all’undicesimo piano e ho visto la luce diffusa dalle particelle in sospensione nell’atmosfera. Pechino in questi giorni è una città dove il livello delle polveri sottili ha veramente raggiunto valori impressionanti. In questi ultimi mesi, il problema dell’inquinamento è in Cina all’ordine del giorno, non solo a Pechino, dove per motivi di salute l’amministrazione sta per varare importanti misure di limitazione del traffico.

La Cina è in un paese con uno sviluppo sociale ed economico estremamente sbilanciato, che soffre troppo spesso delle scelte di amministrazioni deboli o non adeguate ad affrontare la crescita avvenuta nelle principali realtà urbane e in molte grandi aree ormai fortemente urbanizzate del paese. La vecchia generazione è sicuramente inadeguata e la nuova è spesso impreparata di fronte a problemi che metterebbero in difficoltà amministrazioni occidentali in principio molto più competenti ed esperte. Dal punto di vista ambientale molte sono le situazioni a grande rischio, non solo nelle città più grandi come Pechino, dove ormai troppo spesso l’inquinamento raggiunge valori che in occidente sarebbero di gran lunga considerati drammatici, ma anche nelle aree rurali dove si sfiorano spesso disastri legati all’inquinamento delle acque o dell’aria.

Tuttavia il problema dell’inquinamento sta ormai entrando nella coscienza di tutti e la Cina è senza dubbio impegnata con uomini e risorse anche nella direzione di una rivoluzione tecnologica e industriale che pensa e guarda a un futuro in cui l’ambiente è un valore da difendere. In fondo, la straordinaria e quasi incontrollata crescita di questo paese è stata paradossalmente principalmente alimentata dalla domanda di beni di largo consumo che proveniva dall’occidente. Niente a che vedere con una crescita armoniosa e controllata guidata magari da un mercato interno che cresce molto più lentamente. Questo però non sarà più possibile, non solo perché l’occidente non gode più della salute economica di qualche anno fa, e questo diminuisce la domanda di beni prodotti in Cina, ma anche perché l’obiettivo ormai dichiarato di questo paese è di riequilibrare lo sviluppo economico interno.

Un processo di rapida crescita economica non può essere realizzato senza una crescita culturale ed etica della società. Questo dovrebbe essere un valore affermato e alimentato quotidianamente anche in occidente dalle istituzioni preposte.

Mi viene in mente una frase del Prof. Mottana, che parlava del nostro paese alla Cerimonia di chiusura del recente Anno Accademico dell'Accademia Nazionale dei Lincei:
La prevenzione contro i terremoti è per ora impossibile - e l’abbiamo costatato recentemente in Emilia - ma va insistentemente perseguita, a differenza di quella vulcanica, già nota. Nel Novecento i morti per eruzioni sono stati poco più di un centinaio, mentre quelli per cause sismiche circa 120.000. C’è una grande disparità di effetti tra i due disastri, ma il nocciolo del problema non è qui. La natura infierisce sì, ma non più di tanto e non dappertutto nello stesso modo in Italia, certo molto meno che in Indonesia o in Turchia. È piuttosto il nostro paese che non ha fin qui dimostrato di saper coniugare la prevenzione dai rischi naturali con il suo sviluppo, soprattutto urbanistico!”


Penso a questo punto all’Ilva a Taranto e a quello che è successo soltanto ieri nel nostro paese: terremoti e slavine distruggono e continuano a fare vittime, eppure nelle trasmissioni politiche alla TV e alla radio che ascolto, sui giornali e nelle pagine web che leggo, nessuno parla di ambiente. Ancora una volta le parole chiave non sono energia, ambiente, inquinamento, sicurezza del territorio, ma come sempre, al solito, solo destra, sinistra, banche, mazzette, tasse, processi
Forse, un giorno, dopo l’Ilva, i giornali scopriranno che in Italia, la regione più popolosa del paese, la pianura padanoveneta – che alcuni chiamano Padania e vantano come la regione più ricca d'Europa – caratterizzata soprattutto in inverno da un’alta pressione stabile con basse temperature al suolo e scarsa ventilazione, è una regione non solo ideale per la nebbia, ma di fatto una delle zone più inquinate al mondo e sicuramente al primo posto in Europa, grazie alle emissioni prodotte dagli impianti di riscaldamento, alle attività industriali, all’allevamento intensivo e a più di venti milioni di veicoli circolanti. 

domenica 20 gennaio 2013

Parlare di Cina per costruire un' Italia diversa di Claudio Marcelli



Leggo i giornali mentre volo a più di 11.000 metri di quota verso la Cina. Lascio un paese in pieno dibattito elettorale che si avvia preoccupato verso le prossime elezioni. Sto tornando a Hefei per completare il mio periodo di visiting professor alla USTC. Questa università della Chinese Academy of Science è oggi l'università cinese con il più alto livello di high citation papers. Con i suoi circa 7200 undergraduate, più di 8800 graduate e ben più di 6300 Master è la prima università della Cina nel Nature Publication Index del 2011. Per capire la competizione per accedere a questa Istituzione, gli studenti accolti alla USTC sono un numero compreso tra il tre e il cinque per mille degli high-school graduate che applicano ogni anno attraverso un concorso nazionale.

L’interesse cade immediatamente su un articolo di Keith Bradhser in prima pagina sull’International Herald Tribune di oggi 18 gennaio, dal titolo “La Cina pensa che il prossimo boom siano i laureati”. Un paese che in poco più di un decennio è passato dal 7% a quasi il 15% del PIL mondiale, che contribuisce oggi per più di un terzo alla crescita mondiale e che presto sarà la prima economia del mondo, deve far riflettere se decide che il suo prossimo obiettivo è investire sull’istruzione. La decisione di cambiare il sistema di istruzione per renderlo più simile e possibilmente anche migliore di quelli oggi esistenti negli Stati Uniti e in Europa pone delle domande sulle conseguenze che potrà avere nel prossimo futuro non solo in Cina, ma sull’intero pianeta.

L’attuale piano quinquennale Cinese che terminerà nel 2015 è concentrato su sette priorità tra le quali ovviamente troviamo l’energia, la protezione dell’ambiente, le biotecnologie e le tecnologie dell’informazione. Saranno investiti circa due trilioni di Euro (1 trilione di Euro equivale a un milione di miliardi di Euro!) per sostenere le industrie che lavorano in questi settori strategici. Una politica di questo tipo richiede ovviamente investimenti umani adeguati e poiché la Cina oggi diploma in media solo tre studenti su cinque, una percentuale analoga a quella che gli Stati Uniti avevano intorno alla metà degli anni 50 del secolo scorso, si è pianificato di incrementarla fino a raggiungere in meno di un decennio, l’attuale percentuale degli Stati Uniti. La quantità non può essere considerata un parametro di qualità, e a certi livelli molto dipende dalla qualità dei docenti, tuttavia i numeri sono impressionanti. Ora questo immenso paese laurea nei suoi campus universitari e college circa otto milioni di studenti l’anno e intorno alla fine di questo decennio il numero dei laureati cinesi sfiorerà dunque i 200 milioni: un quarto della popolazione europea e più della metà della popolazione degli Stati Uniti!

Mentro penso, continuo a sfogliare i giornali e a pagina 48 del Corriere della Sera trovo il commento di Edoardo Segantini “Non più soltanto la fabbrica del mondo. La Cina prepara il boom dei laureati” probabilmente, anche lui colpito dai numeri pubblicati già qualche giorno fa dal New York Times. La Cina investe quasi 2500 miliardi di dollari nel capitale umano e nel suo sistema di high education basato su circa 2500 università. Certamente queste strutture non sono tutte uguali e nemmeno egualmente competitive, ma tutte sono sicuramente fondamentali per continuare ad alimentare la crescita economica e sociale di questo paese. Se paragoniamo la Cina a un veicolo e l’intelligenza al suo motore, non è difficile ipotizzare che tra pochi anni questo paese avrà un veicolo con “molti cavalli” in grado di spingerlo molto in avanti.
La sfida della “democrazia” dell’istruzione è una gigantesca sfida, forse la più grande mai affrontata dalla Cina, ma la macchina è ormai accesa e presto capiremo se sarà una Formula uno come gli Stati Uniti o il Regno Unito o magari ancora solo una utilitaria. Mi viene in mente ovviamente la Ferrari e il pensiero corre all’Italia, un paese forse uscito dal baratro di una gravissima crisi economica frutto di politiche scellerate, ma oggi alle prese con inevitabili tagli alla spesa pubblica e ovviamente anche all’istruzione. Privatizzare, tagliare, scegliere, chiudere, investire ….. quali saranno le parole d’ordine nel futuro del nostro paese per il sistema dell’istruzione? Oggi possiamo solo dire che la macchina è ferma ai box in attesa di benzina, accesa solo dalla passione di molti educatori che quotidianamente in “frontiera” continuano a insegnare e parlare di cultura ai nostri figli. Noi siamo certamente il paese della Ferrari, dell’alta moda o della pizza, ma soprattutto dell’arte e della cultura. In Italia sono nate le prime università, l’intero pensiero scientifico si fonda sul pensiero Galileiano e ancora oggi il nostro paese continua a produrre eccellenze. I nostri giovani non hanno quasi mai difficoltà a trovare posizioni all’estero ma ancora per quanto tempo sarà così? E’ necessario trovare risorse per alimentare il motore della nostra Ferrari. Pensiamoci andando a votare il 24 e 25 febbraio.

Nella foto Claudio Marcelli

venerdì 18 gennaio 2013

LONDRA:UN' APPARIZIONE SU BOW ROAD


Perché sono rimasta così colpita da questa folla di teste coperte di un velo bianco, ragazzine,  te ne accorgi dalle risate e dai gridi, che stanno uscendo da scuola e sciamano a gruppi, a coppie,  lungo  i larghi marciapiedi di Bow Road?
Loro nella divisa dei colori tradizionali dei collegi, gonna lunga grigia o pantaloni larghi grigi, giacca blu, sono nuove londinesi, ragazze probabilmente nate in questa città che è la loro, sono io la turista, l'estranea ai luoghi. È per questo forse che un sentimento misto di gioiosa sorpresa e di paura mi prende, mentre continuano a uscire a decine e attraversano l'ampio viale, riempiendolo sui  due lati,  come per un'occupazione pacifica.
Rifletto che ho visto più i segni di un'appartenenza islamica serena e orgogliosa qui, nel centro di Londra, che nei miei recenti viaggi a Istanbul. Queste sono bambine,  il velo bianco non è solo, mi dico,  parte della loro divisa è anche il segno di una femminilità ancora quasi infantile. Teenegers significa,  nel loro contesto,  giovani vergini,  con segnali inequivocabili. Minoranze non più,  nella prima metropoli d'Europa.

giovedì 27 dicembre 2012

Buon anno a tutti gli amici! da Piera Mattei



In particolare un caloroso "BUON ANNO!" agli amici estoni e a una persona molto speciale che ho incontrato lo scorso ottobre, mentre ero a Tallinn, invitata da Doris Kareva e dai suoi amici artisti, musicisti e poeti del festival TriaLogos.

Sto parlando di Vello Salo, che però non era né tra gli organizzatori né tra i partecipanti a quel festival, ma un suo bel ritratto, del fotografo Kaido Vainomaa, era in quei giorni in piena pagina sulla rivista letteraria più importante della città, per accompagnare una vasta intervista e la celebrazione dei cinquant'anni delle edizioni di cui lui è mente e artigiano-realizzatore. Più tardi lui stesso commenterà "Non pensavo di poter avere un'espressione così benevola e accogliente"! Nella foto infatti ha uno sguardo limpido e nelle mani un libro, probabilmente un testo sacro. Benvolenza e accoglienza  sono certamente due virtù sulle quali ha lavorato un'intera vita: Vello Salo,  ovvero padre Salo,  è un prete cattolico e priore del locale convento delle suore brigidine.

 Incontrare a Tallinn un prete cattolico non è così frequente come può accadere nella mia città, capitale universale del cattolicesimo, ma non è per questo, o non solo per questo,  che nell'ambiente della cultura estone Vello Salo è noto a tutti. Piuttosto la sua popolarità deriva da un temperamento molto forte,  da una storia personale complessa e indubbiamente avventurosa, con giovanili esperienze su opposti versanti dei conflitti connessi alla seconda guerra mondiale. Persino le motivazioni della sua adesione al cattolicesimo hanno a che fare  con eventi eccezionali che, sul suo temperamento già forse predisposto, produssero effetti "miracolosi". Accadde che, durante il periodo più sanguinoso della guerra,  delle suore in Olanda lo ospitarono nascostamente, salvandolo da rappresaglie. Quella naturale carità che prescindeva da ogni considerazione d'interesse e dal giudizio politico fu all'origine di una conversione al cattolicesimo (anche se nel cristianesimo ortodosso era stato già battezzato),  e della decisione di dedicarsi alla vita religiosa.

A Tallinn quindi è priore di un convento, ricostruito dopo la fine del periodo sovietico,  che ospita circa 300 monache.
"L'italiano è la lingua ufficiale di questa comunità di cui la fondatrice era svedese e non una suora è italiana", mi aveva scritto durante un nostro scambio di messaggi elettronici.
Da allora mi era rimasta la curiosità di sapere perché. Quando lo incontro a Tallinn semplicemente mi spiega che, essendo Roma la città dove Santa Brigida passò gli ultimi anni di vita e morì, tutte le religiose devono trascorrere almeno un anno,  prima dei voti, nella casa Madre di Piazza Farnese,  un luogo dedicato alla santa fondatrice.
L'italiano è una vera passione di Vello Salo anche se, il gusto delle lingue e una vita cosmopolita,  lo hanno reso poliglotta. Alla sua tenace volontà, al suo meticoloso lavoro è infatti dovuta la prima antologia di poesia estone in lingua italiana,  di cui ho avuto in dono un volume della seconda edizione,  Poeti estoni,  edizioni Abete 1975. Quella raccolta va dalle origini ottocentesche della poesia nazionale fino ai primi anni '70 del secolo scorso, quando appunto fu pubblicata. È stata la prima antologia, ma forse, nonostante siano trascorsi circa quarant'anni,  rimane a tutt'oggi la più completa. Alla versione poetica della traduzione italiana e alla pubblicazione stessa dette il suo importante contributo la poetessa Margherita Guidacci, voce notevole del novecento, oggi quasi dimenticata.

Padre Salo ha ancora una vita attivissima. Quando ci sentiamo a Tallinn mi dice che verrà a incontrarmi all'albergo dopo cena, alle 9, perché nei giorni successivi è impegnato a Tartu.
Ci sediamo al bar e parliamo a lungo davanti a un bicchiere di Cognac, sfogliando cartelle di documentazioni e avanzando progetti, ma anche commentando eventi politici lontani  e recenti. Mi parla con dispiacere del fatto che i turisti preferiscano soggiornare negli alberghi più modernamente attrezzati che nel convento delle brigidine. Quindi è  un uomo che non solo ama la carità e la poesia,  ha presenti anche gli aspetti più concreti e prosaici della vita di comunità.

Due giorni dopo,  sono alla libreria Apollo di Tallinn per presentare il libro "La quinta ruota di scorta"del poeta Kalju Kruusa che abbiamo tradotto e pubblicato per le edizioni Gattomerlino. Non ho visto tra il pubblico Vello Salo, ma so che tra i suoi mille impegni, ha fatto in modo di passare, e mi ha lasciato in dono, come saluto,  un piccolo libro delle sue edizioni.

sabato 1 dicembre 2012

PREMIO NAZIONALE DI POESIA BAGNI DI LUCCA


TERZA EDIZIONE – 2012/2013
Con il Patrocinio della Provincia di Lucca, del Comune di Bagni di Lucca, del Centro Internazionale Antinoo per l'Arte - Marguerite Yourcenar e del webmagazine "Art a part of cult(ure)"

Tema del concorso “MEMORIE DELL'ACQUA” e Sezione speciale dedicata all’antica stazione termale di Bagni di Lucca: “BAGNI DI LUCCA; LA VALLE DEI POETI, L’ACQUA CHE CURA”
 Il Premio è rivolto ad autori italiani e stranieri e riguarda la poesia inedita; sono ammessi testi in qualsiasi lingua, purché forniti di traduzione in lingua italiana.

Tema del Concorso “MEMORIE DELL'ACQUA”
 Il concetto di "memoria dell'acqua" fu proposto per la prima volta da Jacques Benveniste che ipotizzò con questo un valore terapeutico dei rimedi omeopatici, intendeva perciò la possibilità dell'acqua di mantenere un "ricordo" delle sostanze con le quali era venuta a contatto. Jacques Benveniste era uno scienziato ma anche un uomo carismatico e di spettacolo (una celebrità in Francia) scomparso a Parigi il 3 ottobre 2004. Con la sua scoperta ha ispirato anche una commedia ed una canzone rock, come pure un modo "poetico" di sentire e di pensare all'acqua. Naturalmente la sua controversa carriera scientifica ha visto opposte interpretazioni della sua scoperta (...) ma almeno diede l'avvio ad una complessa evoluzione della ricerca medico-scientifica che è culminata oggi nella scoperta del premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, insieme ai biologi Lavallè e Aissa, in sinergia con il gruppo di ricerca italiano dei fisici; coordinato da Emilio Del Giudice. La scoperta incredibile è che alcune sequenze di Dna possono indurre segnali elettromagnetici di bassa frequenza in soluzioni acquose altamente diluite, le quali mantengono poi "memoria" delle caratteristiche del Dna stesso.(...) Dopo aver ricordato che nel regno animale, l’acqua ha una quota compresa tra il 90-95% negli organismi inferiori e il 70-80% in quelli superiori, che il globo terreste è coperto d'acqua per il 71% e per il restante 29% dalle terre emerse, che il 97% dell’acqua sul nostro globo è salata, quindi contenuta nei mari e negli oceani e solo il 3% è acqua dolce della quale circa 2/3 è trattenuta nei ghiacciai e nelle nevi perenni, dopo aver appreso che l'acqua è un vettore ideale per l'informazione elettromagnetica ed ha la capacità di memorizzare "l'impronta" delle sostanze disciolte e agire anche in assenza delle stesse, possiamo citare a corollario anche le ricerche (cominciate nel 1984) del biochimico e ricercatore giapponese Masaru Emoto, effettuate dopo aver incontrato il bio-chimico Lee H. Lorenzen, inventore della microcluster water (un’acqua energetizzata avente effetti terapeutici). Masaru Emoto ha messo a punto una tecnica di refrigerazione che gli ha consentito di fotografare i cristalli di diversi tipi di acqua provenienti da svariati siti e di ineguale composizione, esposta a vibrazioni diverse, come la musica o le parole, persino dei pensieri. I risultati dei suoi esperimenti mostrano che i cristalli cambiano struttura non solo secondo il grado di purezza o inquinamento, ma anche a seconda dei messaggi ricevuti in modo verbale. Si strutturano di fatto verso una complessità armonica se il messaggio è positivo, al contrario creando forme amorfe e squilibrate, "brutte" secondo i nostri criteri estetici. Tali immagini sono talmente impressionanti che Masaru Emoto ha deciso di renderle disponibili attraverso la pubblicazione di numerosi libri e tenendo conferenze in tutto il mondo. Tali recenti scoperte non possono non essere motivo di riflessione e di ispirazione, anche nel loro significato simbolico e metaforico di legame con la "nostra memoria storica", obiettivo del Concorso è quindi quello di affrontare, con impegno e sensibilità poetico-letteraria, queste problematiche legate all'acqua, al suo uso indiscriminato ed irrazionale, valorizzando altresì gli aspetti di bellezza e conforto dell’acqua per gli esseri viventi, in tutti i suoi significati storici e metaforici di "memoria", nostalgia, risorsa da salvaguardare. L'acqua è fondamentale per tutte le forme di vita sul nostro pianeta, la sua qualità e la sua integrità sono essenziali per la loro sopravvivenza.

 Sezione speciale: “BAGNI DI LUCCA; LA VALLE DEI POETI, L’ACQUA CHE CURA”

 Per quanto riguarda la Sezione Speciale sarà premiata quella composizione poetica che descriva, valorizzi, rappresenti la “Val di Lima” in modo strettamente correlato al valore termale dell'acqua che cura e le sue proprietà (conosciute fin dalla preistoria) in un rapporto strettissimo con un territorio che si è, soprattutto per questo, arricchito di cultura ed ha richiamato a sé grandi personaggi politici e grandi intellettuali, ma anche grandi masse di persone in cerca di sollievo dai loro problemi di salute.
 Dal sito [www.carlaguidi-oikoslogos.it]
SI POTRA' SCARICARE IL BANDO COMPLETO ED INOLTRE GRATUITAMENTE IL LIBRO STORICO DI BETTI/CHERUBINI SU "BAGNI DI LUCCA ANTICA STAZIONE TERMALE"

 Ideatrice e curatrice del Progetto, responsabile della stampa della pubblicazione e referente comunicati stampa Carla Guidi – mail [posta@carlaguidi-oikoslogos.it] La Segreteria del Premio è curata dalle Terme di Bagni di Lucca nella figura della sig.ra MILA tel. 0583 87221 [www.termebagnidilucca.it] - indirizzo postale: Bagni di Lucca Terme J.V. e Hotel S.r.l. - Piazza San Martino, 11 55022 Bagni di Lucca (LU)